▼ Il tweet del giorno

Visualizzazione post con etichetta berlusconi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta berlusconi. Mostra tutti i post

lunedì 18 marzo 2013

#girlfriendinacoma: intervista con Annalisa Piras @annalisap e Bill Emmott @bill_emmott



La scorsa settimana abbiamo intervistato gli autori di "Girlfriend in a coma", la regista Annalisa Piras e il narratore Bill Emmott, ex direttore del The Economist.


In primo luogo abbiamo chiesto sia ad Annalisa che a Bill come è nata l'idea del film: la genesi sta in una conversazione iniziata quasi 11 anni fa con Bill Emmott, quando fece la famosa copertina "Why Berlusconi is unfit to lead Italy". All'epoca Annalisa intervistò l'allora direttore del The Economist, e da lì nacque una conversazione e un'amicizia sulle sorti dell'Italia, la cui situazione già all'epoca sembrava piuttosto seria. La preoccupazione e l'affetto di Bill per l'Italia sono aumentati di pari passo con il deteriorarsi delle condizioni del paese.

Abbiamo chiesto come mai il film sia stato trasmesso da una TV commerciale, ovvero La7, e non da un servizio pubblico come la RAI: purtroppo la RAI non si è mostrata interessata al film. Sono stati contattati diversi distributori, broadcaster, vari festival italiani di cinema, e la risposta è sempre stata la stessa, ovvero che il film non era interessante. Secondi gli autori, invece, un'analisi così approfondita, fatta all'estero, sembrava potesse essere un esercizio di riflessione utile, e tantissime persone stanno confermando che è così anche per loro.

Molti sono rimasti stupiti nel vedere che il film, in Italia, venga sempre definito come il film "di Bill Emmott", senza dare alcun credito alla regista Annalisa Piras. Questo ha sollevato moltissimi interrogativi, di varia natura. Per quale motivo la BBC e la CNN parlano del film di Piras ed Emmott, ed intervistano entrambi, mentre in Italia passa "il film di Bill Emmott"? Maschilismo? Provincialismo? Vengono messi in serio dubbio l'accuratezza in questo giornalismo, e le domande che vengono sollevate appartengono sicuramente alla riflessione sull'Italia di oggi e sul sistema di informazione.

Il giornalismo in Italia viene spesso accusato di essere poco credibile e poco watchdog, perché non fa domande "scomode". Secondo Annalisa questo fatto è responsabile di tanti problemi del paese al momento. Un sistema di informazione sano è una funzione fondamentale di qualsiasi democrazia, aiuta i cittadini a capire il momento storico, a dare conto dell'attività dei governanti, e aiuta l'accountability, per rendere le persone responsabili di fronte ai cittadini per il loro operato. Quando però il giornalismo è malato e non funziona, non funziona nemeno la democrazia.

Il provincialismo italiano ha radici profonde: innanitutto la scarsa sicurezza e fiducia nelle istituzioni e negli organi di stampa, che non godono di fiducia e credibilità perché non sono indipendenti e non pensano al bene comune. L'attenzione con cui si guarda ai media stranieri probabilmente è dovuta a un complesso di inferiorità, una sensazione che i giornalisti stranieri siano migliori di quelli italiani. Questo non è necessariamente vero, perché l'Italia ha giornalisti eccezionali che non hanno nulla da invidiare ai colleghi stranieri come capacità. Ma nel sistema in cui si trovano spesso sono intimiditi dal potere, non sono liberi e seguono agende che non sono quelle dell'informazione. Il giornalismo deve inseguire la verità sempre e comunque ad ogni costo, e purtroppo in Italia spesso non è così.

Abbiamo parlato anche del tema della complessità del funzionamento della macchina amministrativa in Italia: agli autori è stato spesso detto che erano naif, che avevano semplificato eccessivamente e che non capivano la complessità dell'Italia. Però basta guardare il risultato: questa complessità è stata fonte di inefficienze e di declino per il paese. La questione è molto semplice: o un governo funziona oppure no; o un sistema di stampa è libero e indipendente, o non lo è.

Un'altra domanda che abbiamo fatto a Bill riguarda la perplessità di alcuni nel vedere che come figure rappresentative della "buona Italia" erano stati scelti personaggi come Elsa Fornero e Sergio Marchionne. Secondo Bill è ingiusto attribuire a Elsa Fornero la responsabilità per i provvedimenti che sono stati presi dal governo Monti, che si è trovato ad affrontare una situazione di grave difficoltà, un debito importante, e una situazione disastrosa in cui non hanno avuto molta scelta.

Un altro dei "peccati" dell'Italia è di voler delegittimare certe figure e non lasciarle parlare a causa di pregiudizi legati ad azioni passate: è stato questo il caso, ad esempio, di Giuliano Amato, la cui presenza nel film ha sollevato critiche molto accese.

In chiusura abbiamo parlato di cosa porterà il futuro, e di come "Girlfriend in a coma" potrebbe diventare un punto di partenza importante per la ricostruzione e la ripresa del paese.

Naturalmente questa non è che una brevissima sintesi degli argomenti affrontati nell'intervista, che vi invito a visionare nella sua interezza.

Maria Petrescu | @sednonsatiata


Girlfriend in a coma: our interview with Annalisa Piras and Bill Emmott

Last week we interviewed the authors of the documentary film "Girlfriend in a coma", director Annalisa Piras and narrator Bill Emmott, former editor of The Economist.

First of all we asked both Annalisa and Bill how the idea of the movie was born: the origin lies in a conversation begun almost 11 years ago when Bill Emmott published the infamous cover of the Economist that declared Berlusconi unfit to lead Italy. At that time Annalisa interviewed him, and that was the beginning of a conversation and a friendship about the destiny of Italy, which was in a situation that was already serious at that time. Bill's preoccupation and affection for Italy grew along with the deteriorating situation of the conditions of our country.

We asked how come the movie was aired by a commercial TV, La7, and not a public service, such as RAI: unfortunately RAI wasn't intersted in the documentary. Several distributors, broadcasters, cinema festivals were contacted, and the answer was always the same, that the movie wasn't interesting. According to the authors, such an in depth analysis, done abroad, could be a useful thinking exercise, and many people are confirming that it is the same for them.

Many have remained amazed in seeing that the film in Italy is defined as "Bill Emmott's film", and giving no credit to the director Annalisa Piras. This has aroused a lot of questions: why do BBC and CNN talk about Piras and Emmott's movie and interview both, while in Italy they only talk about "Bill Emmott's film"? Maschilism? Provincialism? The accuracy of this journalism is put in doubt, and the questions surely belong to a reflexion on today's Italy and its information system.

Journalism in Italy is often accused of being not believable and not enough of a watchdog, because it doesn't ask questions. According to Annalisa this fact is to be held responsible for many problems of the country at the moment. A healthy information system is a fundamental function of any democracy, it helps citizens to understand the historical moment, reporting on the activity of those holding the power, and helps the accountability, in order to make people responsible in front of the citizens for their doings. When journalism is sick and doesn't work, democracy doesn't work either.

Finally we talked about what the future will bring, and how "Girlfriend in a coma" might become an important starting point to rebuild the country.

Of course, this is only a brief synthesis of the topics we talked about during the interview, so please watch it in its full version!

 Maria Petrescu | @sednonsatiata

mercoledì 30 gennaio 2013

#Elezioni2013: il voto utile



A circa un mese dal voto la campagna elettorale ci ha regalato due ritorni di cui, personalmente, non sentivo la mancanza. Il primo, il più evidente, è quello del Berlusconi formato 16:9. Secondo un calcolo pubblicato da La Stampa qualche giorno fa, dalle vacanze natalizie alla settimana scorsa Berlusconi è stato in onda per 63 ore, superando di poco il premier Monti e surclassando nettamente Bersani.

L’ennesima ridiscesa in campo che questa volta ha come obiettivo dichiarato “rendere ingovernabile il Paese”, come ha dichiarato lo stesso Berlusconi. Un senso di responsabilità direttamente proporzionale alla sua statura.

Il secondo ritorno, questa volta tutto nel campo del centrosinistra, è quello del “voto utile”. Pare infatti che ci siano stati dei contatti tra il Pd e Ingroia per trovare un patto di desistenza (così è stato chiamato) in Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia per quel che riguarda le liste del Senato.     

Il quadro mi sembra abbastanza semplice. Pd e Sel sono gli unici che in queste elezioni corrono per vincere. Gli altri corrono o per rappresentare una parte (vedi centrodestra), o per dar voce a tutti i mal di pancia d’Italia (vedi Grillo) o per tentare di essere determinanti nella composizione della futura maggioranza parlamentare (vedi l’area Monti). Non si è ancora capito invece perché corre Ingroia. La sua idea iniziale, quella di dar rappresentanza parlamentare ai movimenti, alle associazioni e a tutta una serie di soggetti civici spesso ai margini della politica “ufficiale”, aveva una logica, una dignità politica ma soprattutto credo sarebbe stata vincente anche a livello elettorale.

Peccato però che nel giro di poche settimane gli ispiratori di questo cartello elettorale siano stati messi in disparte dai vari Di Pietro, Ferrero, Diliberto e compagnia, trasformando Rivoluzione Civile in un’accozzaglia di trombati da far rimpiangere la defunta “Sinistra Arcobaleno”. L’unico obiettivo rimasto all’ex magistrato di Palermo è quello di rompere le scatole a Bersani e Vendola, sperando in Campania e in Sicilia di rosicare un numero di voti tale per cui in Senato non ci sia alcuna maggioranza. La stessa tattica utilizzata da Berlusconi che ha recuperato la Lega Nord per recuperare qualche voto in Lombardia e in Veneto.

Ora, qui non c’è patto di desistenza o appello al voto utile che tenga. Sarebbe un errore farsi prendere dal panico e mandare in soffitta tutto il lavoro fatto fino ad oggi, mettendo in primo piano soltanto la tattica o i numeri che alla fine non tornano mai.

Qui c’è soltanto da far capire agli elettori che, con tutti i difetti e anche alcune contraddizioni, soltanto Pd e Sel possono garantire un governo serio e stabile. Ad oggi, soltanto la colazione Italia Bene Comune può impegnarsi per garantire più equità e attenzione verso chi le tasse le paga e più rigore nei confronti di chi evade o esporta capitali all’estero, più diritti civili per chi non ne ha, più giustizia sociale e uguaglianza nel mondo del lavoro. E poi più politiche verdi, più banda larga, più innovazione tecnologica, più rinnovamento generazionale, più legalità, ecc, ecc.
Nessun voto utile. Al massimo, un voto responsabile.

Chi vuol far parte di questa idea di Italia può scegliere il Pd o Sel, sperando in un buon risultato che consenta alla coalizione di governare senza essere sotto ricatto, consapevole del fatto che non sarà una passeggiata. Chi farà altre scelte, probabilmente, è contento di quel che c’è.

Jacopo Suppo | @jacoposuppo


The useful vote

About a month away from the vote, the elections campaign has given us two revivals I personally didn't miss. The first, the most obvious, is the Berlusconi 16:9. According to the calculations of La Stampa a few days ago, from the Christmas vacations until last week, Berlusconi has been on air for 63 hours, a little more than Monti and a lot more than Bersani.

Yet another descent on the field that this time has the declared goal of "making the country impossible to rule", as Berlusconi himself has states. A sense of responsibility directly proportional to his height.

The second return, this time in the field of center-left, is of the "useful vote". It seems that there have been contacts between PD and Ingroia in order to find an agreement in Lombardia, Veneto, Campania and Sicily regarding the lists at the Senate.

The picture seems pretty simple to me. PD and SEL are the only ones that in these elections are running to win. The others run either to represent a part (center right), or to give voice to all the insatisfactions of Italy (Grillo), or to try to be determinant in the composition of the future Parliament majority (Monti). It's still unclear why Ingroia is running. His initial idea, to give Parliament representance to movements, to associations and to a whole series of civic sobjects that are often at the sides of official politics, had a logic, a political dignity but most of all I thought it would be a winner at an elections level.

Too bad that in a matter of weeks the inspirators of this elections cartel have been set aside by the various Di Pietro, Ferrero, Diliberto and company, transforming Civil Revolution in a group of weirdos that would make you miss the disappeared "Sinistra Arcobaleno". The only goal remained to the ex judge of Palermo is to break the balls to Bersani and Vendola, hoping that in Campania and Sicily they will get enough votes so there will be no majority at the Senate. The same tactic used by Berlusconi who has recovered the Northern League in order to get some votes in Lombardia and Veneto.

Now, there's no agreement or appeal for a useful vote that will work here. It would be a mistake to panic and throw away all the work done so far by only showing the tactic or the numbers that never truly work out.

Here we can only make the voters understand that, with all the defects and also some contradictions, only PD and SEL can guarantee a serious and stable government. Today, only the Italia Bene Comune coalition can guarantee more equity and attention towards who pays taxes and more severity towards who doesn't, or directs capitals abroad, more civil rights for who hasn't got any, more social justice and equality in the labor market. And then green politics, broadband, technological innovation, more generational rechange, more law enforcement, and so on. No useful vote. A responsible vote.

Who wants to be a part of this idea of Italy can choose PD or SEL, hoping in a good result that will allow the coalition to govern without being blackmailed, aware of the fact that it will be no piece of cake. Whoever chooses otherwise is probably content with the current situation.

Jacopo Suppo | @jacoposuppo

lunedì 28 gennaio 2013

#IlConfrontoSkyTG24: le domande ai candidati alle #elezioni2013



L'8 febbraio avrà luogo l'attesissimo confronto televisivo tra i principali candidati alle elezioni politiche 2013, ospitato da SkyTG24.

Anche questa volta è stata lanciata una raccolta di domande sui social network, specialmente Twitter, grazie all'hashtag #ilconfrontoskytg24: moltissime le domande pervenute finora, di cui vogliamo segnalarvi quelle che abbiamo sottoposto noi di Intervistato.com.

Innanzitutto è stato affrontato l'aspetto economico, a partire dagli Eurounion bond, termine che indica l'ipotetica creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi facenti parte dell'eurozona, da emettersi a cura di un'apposita agenzia dell'Unione europea, la cui solvibilità sia garantita congiuntamente dagli stessi Paesi dell'eurozona. Una misura anti-crisi proposta già nel 2011 da Romano Prodi.

Non è stato trascurato l'aspetto relativo all'idea di un'Europa federale sul modello di Spinelli, come indicato nel Manifesto di Ventotene:

"La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale."

Il mercato del lavoro è un altro problema importante che non è stato certo trascurato, con un focus particolare sulla flexicurity, definita come strategia politica che tenta, in modo consapevole e sincronico, di migliorare la flessibilità dei mercati del lavoro, delle organizzazioni lavorative e dei rapporti di lavoro da una parte, e di migliorare la sicurezza sociale e dell’occupazione, in particolare per i gruppi deboli dentro e fuori dal mercato del lavoro dall’altra parte.
Rimanendo all'interno del tema lavoro, non poteva mandare una domanda sulla disoccupazione giovanile e la possibilità di istituire un reddito di cittadinanza, ovvero un reddito di base universale pagato a tutti, senza alcun obbligo di attività, per una somma sufficiente a esistere e a partecipare alla vita della società.

Presente anche una domanda sugli esodati, termine con cui si definiscono coloro che sono stati incentivati a lasciare volontariamente il posto di lavoro, magari perché l'azienda era in crisi, con la prospettiva di una copertura economica: mobilità, assegno di disoccupazione, cassa integrazione, che li avrebbe accompagnati fino alla soglia della pensione.

Per quanto riguarda i diritti civili, abbiamo fatto una domanda a proposito di matrimonio gay, adozioni per le coppie omosessuali, e le unioni civili.

Nonostante la grave pressione fiscale a cui sono sottoposti i cittadini italiani, è probabile che ancora non se ne veda la fine. Non poteva dunque mancare una domanda sui provvedimenti relativi a tasse e imposte:

Per quanto riguarda l'immigrazione, è necessario definire con chiarezza l'intento oppure no di concedere il diritto di voto alle elezioni politiche agli stranieri residenti in Italia, ma soprattutto la garanzia di tempi certi per la concessione della cittadinanza.


Infine, data l'assenza di norme concrete riguardo alle mafie e la loro influenza in politica ed economia nei programmi dei candidati, abbiamo chiesto quali saranno i provvedimenti da attuare.
Non perdete la diretta del confronto l'8 febbraio!

Maria Petrescu | @sednonsatiata

venerdì 11 gennaio 2013

#Serviziopubblico: per favore, #basta



Ve lo dico subito. Ieri sera sono sprofondato sul divano e mi sono goduto il concerto di Zucchero a La Habana. Non ho voluto partecipare all’orgia mediatica organizzata da Servizio Pubblico (mai nome fu meno azzeccato…). Non sono però riuscito a salvarmi del tutto visto che i miei profili Facebook e Twitter esplodevano di post, like, commenti e di tweet su quello che stava capitando su La7.

Ho provato a farmi trascinare via dall’atmosfera cubana. Ho anche fumato mezzo sigaro, comprato quest’estate vicino al Nacional. Niente. Cuba è troppo piccola e lontana per vincere quello che consideravo il nostro passato prossimo.

Mi sono perso a leggere quello che veniva postato online e mi è salito uno sconforto enorme. C’era di nuovo Berlusconi, con i suoi processi, i suoi miliardi e le sue ragazzine. Il “cumenda” anni ’80 che, sbagliandomi, credevo non interessasse più a nessuno C’erano di nuovo Santoro e Travaglio, icone viventi di quella sinistra radical chic, che crede di avere la verità in tasca sempre e comunque, che perde felice, felice di perdere. C’erano di nuovo i tifosi, le curve da stadio, gli insulti. C’erano di nuovo gli stessi modelli comunicativi e gli stessi contenuti. C’era di nuovo l’Italia di questi ultimi 20 anni, che tutti dicono di volere cambiare salvo poi tenersela ben stretta. La sicurezza di giocare in un campo conosciuto, con avversari e alleati certi, è una sensazione rassicurante a cui non si vuole rinunciare.  

Poco importa se non si è parlato di un problema che sia uno. Che il lavoro, la fiscalità, la green economy, la formazione, la banda larga, i diritti civili (giusto per citare qualche esempio) siano rimasti fuori degli studi di La7. L’importante era far sentire l’odore del sangue, far vedere che il caimano è ancora vivo, che siamo ancora fermi al 1994. Perché la politica non fa audience. La rissa sì. Perché il cambiamento, quello vero, mette tutti noi di fronte alle nostre responsabilità. Ci impone di scegliere, di metterci la faccia, di dare il nostro contributo. Il cambiamento cambia il mondo, e di conseguenza tutti noi. E per questo fa paura.

Allora forse è più rassicurante continuare come si è sempre fatto. Sedersi in poltrona e indignarsi fino allo svenimento, ascoltando beati l’imbonitore di turno, sperando che arrivi un Messia a salvarci, consapevoli del fatto che, prima o poi, manderemo a stendere anche lui.
Un contesto in cui i contendenti sono in realtà fedelissimi tra di loro, consapevoli del fatto che se lo status quo cambia vanno tutti a casa o, peggio ancora, finiscono nel dimenticatoio.

In questo contesto, la serata di ieri è stato un successo. Per La7, che ha fatto il 33% di share (8 milioni di telespettatori) e ha incassato un sacco di soldi di pubblicità. Per Santoro e Travaglio, che son tornati prepotentemente sotto i riflettori. Per Berlusconi, che qualche voto lo ha recuperato di sicuro. Per i tantissimi tifosi, che dopo oltre un anno di smarrimento finalmente hanno rivisto in campo i loro idoli.

È invece andata male, malissimo, all’Italia, che non solo sembra incapace di pensare al suo futuro, ma pare contenta di vivere in un eterno talk show, dove i protagonisti non cambiano mai.

Jacopo Suppo | @jacoposuppo


Public service: please stop

I'll tell you right away. Last night I fell on the couch and enjoyed Zucchero's concert at La Habana. I didn't want to participate in the media orgy organized by Public Service (never has a name been less appropriate...). I couldn't manage to save myself totally since my Facebook and Twitter profiles exploded with posts, likes, comments and tweets about what was going on at La7.

I tried to let myself carried by the Cuban atmosphere. I even smoked half a cigar, bought last summer near Nacional. Nothing. Cuba is too small and far away to win what I considered our past.

I lost myself reading what was being posted online and felt a terrible discouragement. There was Berlusconi again, with his trials, his billions and his girls. The 80s "cumenda" which, wrongly, I believed wasn't interesting for anyone anymore. There were Santoro and Travaglio again, living icons of the radical chic left wing that thinks it has the truth in its pocket always and anyway, which loses happy, happy to lose. There were the fans, the stadium curves, the insults. There were, again, the same communicative models and the same contents. There was, yet again, the Italy of the last 20 years, which everybody says they want to change, and then keep it as it is. The safety of playing on a familiar field, with certain enemies and allies, is a reassuring sensation that no one wants to give up.

It is not important that they didn't talk about at least one problem. Whether the work, the fiscality, the green economy, the formation, the broadband, the civil rights (just to quote a few examples), remained outside of the La7 studies. The important thing was to let people feel the smell of blood, show that the caiman is still alive, that we're still stuck in 1994. Because politics doesn't make audience. The fights do. Because change, real change, puts all of us in front of our responsibilities. It imposes to choose, to put our faces on the line, to give our contribution. Change changes the world, and thus all of us. And this is why it's scary.

Then maybe it's more reassuring to continue as we always did. Sit in a couch and get angry till passing out, listening happily to today's barker, hoping that a Messia will come save us, aware of the fact that, sooner or later, we'll eliminate him as well. A context in which contestants are actually faithful to eachother, aware of the fact that if the status quo changes, they all go home or worse, they end up being forgotten.

In this context, yesterday night was a success. For La7, which has had 33% of share (8 million viewers), and has earned a whole lot of money in advertising. For Santoro and Travaglio, who have returned importantly under the spotlight. For Berlusconi, who has surely recovered a few votes. For the many fans, who after more than a year of doubts have finally seen their idols on the field.

It went bad, very bad, for Italy, who not only seems incapable of thinking about its own future, but seems happy to live in a perpetual talk show, where the protagonists never change.

Jacopo Suppo | @jacoposuppo

mercoledì 12 dicembre 2012

#Grillo va in guerra: dalle #parlamentarie ai dissidi interni



"Se c’è qualcuno che reputa che io non sia democratico, che Casaleggio si tenga i soldi, che io sia disonesto, allora prende e va fuori dalle palle". Così il leader - portavoce - capo politico del M5S ha apostrofato chi ha ancora pone questione sulla democrazia interna, o chi ha qualche critica sull'esito delle parlamentarie.

Io non voglio arrecare danni ai genitali del sig. Grillo, quindi seguirò il suo consiglio quando dice: "Con questa storia della democrazia interna non dovete rompermi i coglioni". Però qualche domanda rimane in sospeso, come quelle che Intervistato.com ha posto a lui e ai candidati pentastelluti. In fondo 95.000 voti significa 32.000 votanti, che sono un po' pochi per chi è accreditato di un 17% circa nei sondaggi delle prossime elezioni politiche.

Capisco il filtro per i candidati, per non trovarsi candidati sconosciuti e poco puliti, però perché non rispondere a Federica Salsi, l'espulsa bolognese, in merito all'esclusione di Ivano Mazzacurati, Alessandro Cuppone e Lorenzo Andraghetti, che sembravano avere tutti i requisiti richiesti. Stamattina Grillo ha praticamente chiuso con i casi Salsi e Favia, dichiarando: "A Federica Salsi e Giovanni Favia è ritirato l'utilizzo del logo del MoVimento 5 Stelle. Li prego di astenersi per il futuro a qualificare la loro azione politica conriferimento al M5S o alla mia figura. Gli auguro di continuare la loro brillante attività di consiglieri".

Tornando alle parlamentarie non si capisce neanche il motivo per cui chiudere la base votanti: solo gli iscritti fino al 30 settembre 2012. Scelta particolare viste anche le polemiche nelle primarie del centrosinistra prima del ballottaggio. Forse un periodo più lungo d'iscrizione, magari meta dicembre, avrebbe permesso una più ampia partecipazione. Magari poi bisogna chiedersi se questa partecipazione si volesse davvero. Infatti un'altro espulso, Valentino Tavolazzi, consigliere comunale a Ferrara, afferma che né dal capoluogo estense né da altre città era possibile partecipare al voto.

Si votava per scegliere i futuri candidati al parlamento, con la possibilità di visualizzare un auto-presentazione video su Youtube e un riassunto del programma di ciascuno. Era un po' voto sulla fiducia praticamente, poco approfondimento e anche poca informazione. Con i social media si potevano benissimo organizzare degli incontri, da skype sino agli hangout con G+ per approfondire i temi. Va bene anche così, non mi metto a sindacare la piattaforma, che non è Liquid Feedback, quella utilizzata da molti movimenti nel mondo. Immagino che sia stata studiata anche con l'aiuto di professionisti dell'informatica, come alcuni mesi fa si ipotizzava, magari del Partito Pirata.

Invece no, perché fra m5s e Partito Pirata Italiano non corre buon sangue, visto che sia la Salsi, che Favia, il "traditore", sembra stiano per fare il salto nel partito che prende a modello il Piraten Partai tedesco. Pare che anche Barbato dell'Idv si sia fortemente avvicinato al soggetto politico dei pirati, lo stesso Barbato che era una volta vicino ai cinquestelle. Su questo c'è una questione di merito. Tutti i movimenti europei legati al mondo dei pirati hanno uno statuto, in verità anche tutte le associazioni ce l'hanno, ma l'm5s pare non voglia avere un regolamento troppo regolamento, una statuto troppo statuto.

Sta di fatto che la coppia Casaleggio-Grillo ha acquistato recentemente il marchio Pirati a Cinque Stelle, anticipando un'idea di Giovanni Favia (non si sa mai). Magari però un aiuto sarebbe servito da un punto di vista tecnologico, dato che lo stesso Grillo parla di "guerra all'ultimo sangue contro gli hacker", che avrebbero più volto "bucato" i server a disposizione nei 4 giorni di elezioni pentastellute. Non ci sono state rivendicazioni di alcun Tango Down, né di Anonymus né di qualcun altro, l'unica rimane quella dell'8 giugno, sulla cui autenticità ci furono fortissimi dubbi.

C'è un clima di accerchiamento, di assedio nella comunicazione di Grillo, come se davvero sia arrivato il momento di mettersi l'elmetto e scendere in trincea. Una radicalizzazione del clima politico che si è accesa durante queste parlamentarie e con il ritorno di Berlusconi. Si parla dei partiti, gli altri, che stiano tentando di distruggere il movimento e di non farlo entrare in parlamento. Visto che si voterà con vecchio porcellum non credo che i cinquestelle resteranno fuori, anzi l'm5s potrebbe essere il secondo partito in Italia! Che sia l'Eterno Ritorno di Silvio, che magari va a sottrarre dei voti dal mare magnum degli scontenti, protestatari, qualunquisti e tutte le etichette possibili? Forse, ma sembra difficile, sarebbe come quelli di centrodestra che avrebbero votato Renzi candidato del PD qualunque fosse il suo programma politico.

Oppure "spaventano" le manovre degli "espulsi", una truppa che diventa sempre più numerosa? Possibile, ma francamente non vediamo come possano intaccare un bacino di voto che sembra essere consistente. Certo che se ci fosse la possibilità di un dialogo più aperto con il partito che fa della rete il suo mezzo di comunicazione potremmo capire meglio. Noi siamo qui, se volete.

Simone Corami | @psymonic


Grillo at war: from the parlamentaries to internal turmoil

"If there's someone who thinks that I'm not a democratic, that Casaleggio keeps the money, that I am dishonest, then they can get out." So the leader - spokesperson - political head of the M5S has scolded those who still question the internal democracy, or those who have criticism about the result of the parlamentaries.

I don't want to cause damage to Mr. Grillo's genitals, so I'll follow his advice when he says: "With this story of internal democracy don't break my balls". But a few questions are still out there, like those that Intervistato.com has posed to him and the candidates of the M5S. In the end 95.000 votes mean 32.000 voters, and they're a little bit too few for a party that has 17% in the polls of the next political elections.

I understand the filter for candidates, in order to not get unknown candidates, and not very clean, but why not answer Federica Salsi, the banned Bologna member, about the exclusion of Ivano Mazzacurati, Alessando Cuppone and Lorenzo Andraghetti, which seemed to have all the requested features. This morning Grillo basically closed the Salsi and Favia cases, declaring: "Federica Salsi and Giovanni Favia are banned from the use of the M5S logo. I ask them to abstain in the future from qualifying their political action with reference to the M5S or my figure. I wish them to continue their brilliant activitiy of counselors."

Back to the parlamentaries it's not even clear why the voter base has been closed: only those who registered before September the 30th 2012. A particular choice given the discussions of the center-left wing primaries before the ballott. Maube a longer period for signing up, perhaps 15th of December, would have allowed a wider participation. Maybe we should ask ourselves if this participation was really wanted. Another banned member, Valentino Tavolazzi, councilor in Ferrara, states that nor in his city nor in other cities was it possible to participate to the voting.

Simone Corami | @psymonic

mercoledì 21 novembre 2012

Chi comanda ha sempre ragione



L'affermazione che gli Italiani siano dei voltagabbana è, a parer mio, una pura e semplice leggenda. Basata sull'idea che i nostri connazionali fondino le proprie scelte, i propri sostegni, su argomentazioni più o meno vaste e articolate, presto dimenticate e spergiurate. La realtà ritengo sia un'altra.

Gli Italiani tendono sì ad appoggiare chi si trova al potere in quel determinato momento, ma questa è una predisposizione piuttosto contenuta, indissolubilmente legata alla questione sostanziale: l'Amore per i Potenti. Il Potente è qualcosa di più, e di diverso, rispetto a chi è semplicemente al potere in un determinato momento storico. Esistono e sono esistiti governi deboli, pilotati dall'esterno, che non possono che lasciare tiepidi coloro che sognano ben altro.

Ed ecco allora l'entusiasmo per personaggi quali Mussolini e Berlusconi. Quelli sì che sono potenti, altrochè banali Presidenti del Consiglio. Questi sì che vengono (o venivano) amati alla follia. Ma solo fintanto che dimostravano tutta la loro forza politica, decisionale ed economica. Il 26 luglio 1943 i fascisti in Italia erano pressocchè spariti, ma non perchè gli Italiani avessero rinunciato a dei presunti ideali fascisti, bensì perchè in quel momento Mussolini non rispecchiava più le prerogative che tanto venivano apprezzate dalla popolazione. Poi un illusorio recupero momentaneo nella Repubblica di Salò, motivato più che altro da un Mussolini pallido riflesso della potenza tedesca.

E lo stesso discorso vale per Berlusconi. Dopo il 1996 la gran parte degli Italiani era rimasta con lui, sebbene sconfitto elettoralmente per questioni strategiche e non di potere. Ma oggi il suo vigore è venuto meno: addirittura, un anno fa, si è dimesso (quasi) spontaneamente: il massimo segno di debolezza! Ma non sono gli Italiani ad averlo tradito, è lui piuttosto a non essere più se stesso, il se stesso potente, arrogante, strafottente che tanto veniva venerato. Poi il punto più basso lo ha raggiunto in tempi recenti: non è riuscito ad impedire una condanna. Gli Italiani non lo amavano in quanto presunto innocente, lo amavano in quanto impossibile da condannare! Il non essere riuscito a raggiungere l'assoluzione o, meglio ancora, a impedire il processo tout court, questo è sì un tradimento: suo verso chi si fidava ciecamente!

Altra cosa sono i nostalgici, il cui peso politico è sempre poco rilevante.
E non pensiate che si facciano particolari distinzioni politiche: gli Italiani amerebbero indifferentemente Mussolini, Berlusconi, Hitler e Stalin. I potenti non sono né di destra né di sinistra, sono potenti.

E quindi sono di destra.

Franco Cappelletti | @francocappellet


Who rules is always right

The statement that Italians are turncoats is, in my opinion, a legend. Based on the idea that they base their choices and their support on argumentations that are more or less vast and articulate, rapidly forgotten and forsaken. I think that reality is different.

Italians tend to support who has the power in that particular moment, but this is a contained predisposition, bond to a substantial matter: the Love for Powerful People. The Powerful is something more, something different than who is simply ruling in that particular historical moment. Weak governments have existed in the past, and exist now, driven from the outside, that can only have a minor effect on those who dream of something else.

Hence the enthusiasm for characters such as Mussolini and Berlusconi. Those are powerful poeople, not simple Prime Ministers. These are the ones who are (or were) loved by the crowds. But only until they proved all their political, decisional and economical force. on July 26th 1943 fascists in Italy had disappeared, but not because Italians had given up the supposed fascist ideals, but because in that moment Mussolini didn't represent the prerogatives that the population appreciated so much anymore. Then an illusory moment of glory with the Republic of Salò, motivated by a Mussolini, pale reflexion of the German power.

And the same thing is valid for Berlusconi. After 1996 the majority of Italians was still with him, although electorally defeated for strategic reasons, not power reasons. But today his vigor has diminished: one year ago, he resigned almost spontaneously! The maximum sign of weakness! But it wasn't Italians that betrayed him, it was him that wasn't himself anymore, his arrogant, powerful self that was so venerated. Then the lowest point was reached in recent times: he didn't manage to avoid a conviction. Italians didn't love him because he was presumably innocent, they loved him because he was impossible to condemn! Not being able to get an absolution, or to avoid the trial entirely, that is a betrayal: his towards those who trusted him blindly!

Another thing are nostalgics, whose political weight isn't very relevant.
And don't think that they do particular political distinctions: Italians would love indifferently Mussolini, Berlusconi, Hitler and Stalin. The powerful aren't from the left or the right, they're just powerful.

So they're from the right.

Franco Cappelletti | @francocappellet

giovedì 15 novembre 2012

Il @TheEconomist, @r_formigoni e la piaga lombarda



Una testata autorevole come l’Economist ha pubblicato una personale interpretazione (se vogliamo, anche superficiale) del degrado politico, economico e culturale di certi ambienti negli ultimi decenni in Italia, attribuendone pesanti responsabilità a Milano in quanto capitale finanziaria ed ormai ex capitale morale d’Italia.

Per spiegare come si sia potuti arrivare alla situazione attuale, l’Economist ricostruisce la sequenza di premier che Milano e la Lombardia hanno fornito al Paese, da Craxi a Monti, passando per Berlusconi.

A parte l’attuale, definito (con poca fantasia, in verità) sobrio e coscienzioso, gli altri due ne escono con le ossa rotte: morto da latitante in esilio il primo, organizzatore dei noti "Bunga Bunga" party il secondo.

Poi passa a spiegare che Milano si trova in Lombardia, una regione guidata da tale Roberto Formigoni, in carica da ben 17 anni ed esponente del movimento cattolico Comunione e Liberazione (CL) che professa amore fraterno, obbedienza e povertà che organizza meeting a cui in passato hanno partecipato persone come Madre Teresa di Calcutta.

L’Economist non riesce invece a spiegarsi e a spiegare come mai si sia arrivati allo scioglimento del Consiglio regionale e come mai questa stessa persona e altri affiliati a CL possano essere in realtà mafiosi o corrotti, come i 14 deputati regionali tra indagati e arrestati per reati che comprendono corruzione, donazioni illegali, frode, appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta e istigazione alla violenza.

Tra questi, i legami dell’assessore regionale Zambetti con la ‘ndrangheta calabrese e l’immancabile riferimento a Nicole Minetti (già showgirl televisiva e igienista dentale), accusata di favoreggiamento della prostituzione per aver arruolato le donne per i "Bunga Bunga" party di Berlusconi. Quando si parla di affari italiani sulle testate estere, questi riferimenti purtroppo non mancano mai, tanto che comincio a pensare che ormai sia un must per essere pubblicati dall’editore. Viene sottolineato quindi come tutti tranne uno appartengono al PdL di Berlusconi o all’alleato politico Lega Nord.
Parla anche di un nord razzista, che si sente più vicino alle culture celtiche o teutoniche che non a quella del meridione del Paese.

A mio modesto avviso, un quadro molto, molto superficiale, che riflette solo parzialmente la situazione italiana.

Per rendere l’idea, ho realizzato la tag cloud con le figure chiave citate nell’articolo.
Bisogna ammettere che, obiettivamente, la situazione attuale non sia di quelle che avvicinano i cittadini ai politici, però può esserlo di quello che avvicinano alla politica: non a questa politica, ma a una di rinnovamento e di partecipazione, di trasparenza e di innovazione, di ottimizzazione delle risorse esistenti e di creazione di nuove, di rappresentanza reale e di meritocrazia, di integrazione tra vecchi princìpi e nuove tecnologie.

Personalmente sono convinto che le prospettive di una ripresa italiana (non soltanto economica) non siano così catastrofiche come parrebbe da quanto descritto ingenerosamente (e forse con un pizzico di interesse) dall’Economist che, grazie al cielo, almeno non parla di pizza né di mandolino.

Roberto Favini | @postoditacco


@TheEconomist and the Lombardy plague

A serious paper like The Economist has published a personal interpretation (if we wish, a very superficial one) of the political, economical and cultural degrade of certain environments in the last few decades in Italy, giving heavy responsability to Milan as the financial and ex moral capital of Italy.

In order to explain how we got to the current situation, the Economist reconstructs the sequence of prime ministers that Milan and Lombardy have given to the country, from Craxi to Monti, with Berlusconi in the middle.

Apart from the current one, defined (with quite a lack of fantasy) sober and scrupulous, the other two don't come out very well: dead in exile the first, organizer of the famous Bunga bunga parties the second.

Then it goes on explaining that Milan is in Lombardy, a region guided by Roberto Formigoni, in charge for 17 years and exponent of the Catholic movement Communion and Liberation (CL) that professes brotherly love, obbedience and poverty, and that organizes meetings attented in the past by people like Mother Teresa of Calcutta.

The Economist can't seem to explain how we got to the closure of the regional council and how come this same persone and other CL affiliates can be actually corrupt or involved with the mafia, like the 14 regional deputees under inquiry and arrested for crimes that include corruption, illegal donations, fraud, embezzlement, bankruptcy and instigation to violence.

Among these, the ties of regional councillor Zambetti with the Calabrian 'ndrangheta and the compulsory reference to Nicole Minetti (showgirl and dental hygienist) accused of favoring prostitution for enroling women in Berlusconi's Bunga bunga parties. When foreign newspapers talk about Italian affairs, these referrals never lack, and I'm beginning to think that they're a must in order to get published. And then there's an emphasis on the fact that all of them except one are part of Berlusconi's PDL or of the allied Northern League. It also tells the story of a racist north, that feels much closer to the celtic or teuthonic cultures rather than those of the south.

In my opinion it's a very shallow scenario, that only partially reflects the Italian situation.

In order to give a better idea, I made a tag cloud with the key figures cited in the article. One must admit that the current situation isn't one of those that make citizens come closer to politicians, but it could be one that makes citizens come closer to politics, one of renewal and participation, transparency and innovation, optimization of existent resources and creation of new ones, real representatives and meritocracy, integration between old principles and new technologies.

Personally I am convinced that the perspectives of an Italian rebirth (not only economical) aren't as catastrophic as described quite ingenerously (and perhaps with a pinch of interest) by the Economist, that at least doesn't talk about pizza and Colosseum.

Roberto Favini | @postoditacco

venerdì 9 novembre 2012

#Usa2012: elezioni e lezioni (americane) #election2012



Comincio dall'Italia. Una cosa mi ha sempre sorpreso di Berlusconi, della sua era politica. Chi arriva ricco di famiglia e/o del suo lavoro al potere in America (Roosevelt, Jefferson, Jackson, Madison, Kennedy) prova a passare alla storia. Più ricco di Romney, se fosse stato eletto, è stato solo George Washington, facendo un raffronto con oggi. Berlusconi lo è molto di più di tutti quelli che sono passati per la Casa Bianca.

In generale i presidenti ci provano tutti (a passare alla storia) anche al di là della ricchezza personale. Quello che interessa è la memoria collettiva, storica, quello che studieranno di te i ragazzi delle prossime generazioni a scuola, quanti visiteranno le biblioteche intitolate ai presidenti stessi. E quando questi non riescono a farlo negli anni della loro amministrazione, si impegnano dopo con la filantropia (quella vera).

Barack Hussein Obama, nel suo discorso nella notte di Chicago, dopo essere stato rieletto per altri quattro anni alla Casa Bianca, ha detto cose belle e importanti, come è accaduto spesso in questi anni. La frase che più è rimasta è quella, che vedo già riciclata anche in Italia, sul bello che deve ancora venire. Di questo sono sicuro. Sarà difficile perché il Congresso è ancora repubblicano con una larga maggioranza. Obama, che ha già fatto la storia, con la sua biografia, vuole scrivere però più di una pagina di storia. I secondi mandati di solito vengono usati così, in America. Salvo incidenti di percorso.

Il ringraziamento, non formale, ai volontari della sua campagna (oltre moglie e figlie) è l'altra cosa che, chi ha letto tra le righe del discorso di Chicago, ricorderà. La campagna di Obama, la gioiosa macchina da guerra del presidente non ha eguali nella storia americana (come pure la racccolta di denaro, le donazioni anonime e non). Si è detto (e ci sono già le cifre che confermano) dell'entusiasmo affievolito dei giovani, degli studenti dei colleges, il motore nella macchina del 2008. Entusiasmo compensato dalle donne, dai latinos, dagli asiatici, dai gay, dai veterani dell'esercito (e scusate la macedonia demografica).

Atti concreti di governo per questi gruppi o comunque promesse hanno confermato e allargato il blocco elettorale del 2008. Nel caso degli "illegali", i lavoratori senza documenti, dopo averne deportati più di tutti i presidenti prima di lui, Obama ha disegnato per loro una strada alla cittadinanza che vedremo quanto concreta. Come ha fatto tutto questo, riuscendo a far passare in secondo piano la debole performance economica e una percentuale di disoccupati con cui nessun candidato alla Casa Bianca prima di lui era riuscito ad entrarci?

Prima di tutto per quello che Obama stesso rappresenta. E questo non si può insegnare. Ma soprattutto per una campagna che ha messo insieme vecchio e nuovo, che ha incrociato i social media con i comizi e il porta a porta come nessuno era mai riuscito prima. La prima autentica campagna elettorale digitale ha dei guru, naturalmente, ma non sono questi gli ingegneri della vittoria.

Io indicherei Cheryl della Pennsylvania, mamma di cinque figli, che ha fatto centinaia di telefonate e bussato a non so quante porte. Porte selezionate perché scelte con i criteri di quel "microtargeting" che è diventata la parolina magica di queste elezioni. Mutuata da quelli della Procter&Gamble, il gigante che paga con i suoi spot da sempre la televisione commerciale americana, l'idea di indirizzare messaggi diversi a gruppi demografici differenti è diventata scienza applicata in queste elezioni. Le email che abbiamo ricevuto mia moglie ed io erano spesso diverse per contenuti anche se poi alla fine chiedevano le stesse cose, una piccola donazione e impegno da volontari. Le centinaia, migliaia di Cheryl nei dieci stati che sempre decidono le elezioni hanno sconfitto la televisione e i suoi spot. Con questi ha lavorato invece soprattutto la campagna di Romney. Cosa che, intendiamoci, ha fatto anche la campagna di Obama, con un record di spot negativi del 75%. Cioè di messaggi da 30 secondi rivolti unicamente ad attaccare l'avversario. Ma il vantaggio incolmabile di Obama è di avere avuto le gambe e la testa in più operazioni e di averle magistralmente tessute insieme con un filo d'acciaio di cui Cheryl e i volontari come lei sono stati l'anima.

Su questo scheletro la campagna di Obama è stata capace ancora una volta di soffiare passione politica, senza cui non si vincono elezioni. Il cambiamento, la speranza, il sogno sono parole. Ma evocano una visione. Promettere di far pagare meno tasse non è una visione. E l'America ha scommesso ancora una volta sull'ottimismo che è la benzina (storica) del paese. Lo vedo anche in questi giorni della tragedia dell'uragano Sandy.
Ma questo è un altro discorso.

Andrea Salvadore | @americanatvblog


(American) elections and lessons

I'll start with Italy. One thing has always surprised me about Berlusconi, about his political era. Who arrives rich by family and/or his work to power in America (Roosevelt, Jefferson, Jackson, Madison, Kennedy) tries to make history. Richer than Romney, had he been elected, was only George Washington, if we make a comparison. Berlusconi is much richer than anyone who has ever been at the White House.

Generally all presidents try (to make history) even beyond personal wealth. What is of interest is collective, historical memory, what the children of the next generations will study about you in school, how many will visit libraries with the names of the presidents themselves. And when they can't manage to do this during the years of their administration, they do it later with philantropy (the real one).

Barack Hussein Obama, during his speech in the night of Chicago, after being re-elected for other four years at the White House, has said things that are beautiful and important, how it has often happened during these years. The phrase that has remained more impressed is the one, which I already see recycled in Italy as well, about the best that is yet to come. I'm sure about it. It will be difficult because the Congress is still republican with a large majority. However Obama, who has already made history with his biography, wants to write more than one page of history. Second mandates are usually used this way, in America. Unless there are any incidents on the way.

The informal thanks to volunteers of his campaign (apart from wife and daughters) is the other thing that those who read among the lines of the Chicago speech will remember. Obama's campaign, the joyful war machine of the president has no equals in American history (just as the fundraising, the anonymous and not donations). It's been said (and the numbers confirm), that the enthusiasm of young people, college students and the motor of the 2008 campaign has diminished. Enthusiasm made up for by women, latinos, asians, gays, war veterans (and excuse me for the demografic salad).

Concrete government acts for these groups, or promises for them, have confirmed and widened the elections base of 2008. In the case of "illegals", the workers with no documents, after sending home more of them than any president before him, Obama has designed a path to citizenship for them that we will see just how concrete will be. How has he managed all this putting in second plan the weak economical performance and a percentage of unemployment with which no other candidate before him had managed to enter the White House?

First of all because of all the things that Obama himself represents. And you can't teach that. But especially because of a campaign that has put together new and old, that crossed social media with rallies and door-to-door like never before. The first authentic digital elections campaign has gurus, of course, but they aren't the engineers of victory.

I would say it was Cheryl from Pennsylvania, mother of five, who has made hundreds of phone calls and knocked on uncountable doors. Selected doors because chosen with the criteria of microtargeting, which has become the magic word of these elections. Borrowed from Procter&Gamble, the giant that has paid the American commercial television with its ads since forever, the idea of sending different messages to different demografic groups has become applied science in these elections. The emails my wife and I received were often different in content, even though in the end they asked for the same things, a small donation and volunteers. The hundreds, thousands of Cheryls in the ten states that have always decided the elections have defeated television and its ads. With these, on the other hand, Romney's campaign has worked quite a bit. Which, don't get me wrong, Obama's campaign has done as well, with a record of negative ads of 75%. Which means 30 second messages only aimed to attack the opponent. But Obama's unbridgeable advantage is that he had head and feet in more operations, and masterfully managed to tie them together with a steel line of which Cheryl and other volunteers like her have been the heart and soul.

On this skeleton Obama's campaign has been able once again to inspire political passion, without which elections cannot be won. Change, hope, dream are just words. But they have a vision. Promising lower taxes isn't a vision. And America has bet once again on the optimism that is the (historical) fuel of the country. I can see it these days with the tragedy of hurricane Sandy.
But that's another story.

Andrea Salvadore | @americanatvblog

sabato 3 novembre 2012

Da #Berlusconi a #Renzi: dal berlusconismo al neoberlusconismo renziano



La favola berlusconiana di questo Nuovo Ventennio, catalizzava fino a ieri il provincialismo culturale nostrano con i suoi mali sociali più antichi, promettendo quei sogni impossibili (sedimentati dalla TV modello "DriveIn"), che una certa pseudo borghesia frustrata sentiva in qualche modo come propri, soprattutto perché figlia degli Anni Ottanta craxiani/piduisti e quindi del benessere clientelare fotografato poi con Tangentopoli.

L'onnipresenza mediatica del primo Berlusconi ne ha così alterato il linguaggio, da spacciare per normalità qualsiasi impresentabile bizzarìa del suo piccolo egocentrismo italiota, basato fondamentalmente su un finto riscatto sociale che passava necessariamente dall'immagine costruita (quanto distorta) di un utopico selfmade man tuttofare de noantri.

Sicuramente il prodotto Berlusconi ed il Berlusconi pensiero si collocano a valle di una società italiana consumista (post anni 60, con una forte urbanizzazione e industrializzazione del Paese), indubbiamente poco preparata culturalmente (post anni 70, dove era più facile occupare le università e le scuole che frequentarle nell'eco della subcultura hippie) e con il mito del successo facile e per tutti (proprio degli anni 80 craxiani, degli Yuppie e dell'utopico sogno americano). Se contestualizziamo, negli Anni Novanta di Tangentopoli e di "Beverly Hills 90210" nasce l'embrione del Berlusconi del Nuovo Ventennio che è perdurato in forme e modalità anfibie fino ad oggi.

L'eco di quel linguaggio, oggi, è l'eredità più pesante del berlusconismo odierno, che non ha nemmeno più bisogno dell'impresentabile leader nano con il rialzo sul tacco e il crine disegnato per esserne espressione, ma che permea comunque ogni livello della società attuale, cambiando ed alterando de facto il modo di pensare e di fare di ognuno di noi, delle nostre scelte, fino al renziano modo di intendere la politica, apparentemente sull'onda di un pretestuoso ricambio gridato goffamente da un'inetta, impreparata e deculturalizzata "Generazione Italia Uno".

Oggi Renzi si fa portabandiera di quella continuità di dalemiana memoria, che un minimo di memoria storico-politica imporrebbe di ricordare: Renzi che oggi incontra la finanza a Milano e che va nella villa di Berlusconi, quella del bunga bunga ad Arcore, è il D'Alema di ieri che incontrava la finanza di allora a La City di Londra e andava in visita a Mediaset definendola "un patrimonio culturale del Paese". Ed è lo stesso Renzi che proprio oggi vuol rottamare quello stesso D'Alema. Sarà che probabilmente hanno ragione loro e torto noi.

E sarà forse proprio questo neoberlusconismo, prematura tomba di ogni ideale filosofico e culturale del Novecento, che ha annientato ogni modello di riferimento economico e sociale, di destra quanto di sinistra, e ad aver tolto ogni futuro alle società di domani con l'illusione dell'assenza (quanto della volontà di ricercarne) di vere alternative possibili e sostenibili, politiche e sociali come economiche.

Jacopo Paoletti | @jacopopaoletti


From Berlusconi to Renzi

The Berlusconi fable of these last twenty years, just until yesterday used to catalize the cultural provincialism in Italy with its most antique social evils, allowing those impossible dreams (sedimented by the TV with the model of "DriveIn") that a certain frustrated pseudo-middleclass felt somehow as its own, especially because an heir of the Craxi/PD 80s and the client wellbeing photographed later with Tangentopoli.

The media omnipresence of the first Berlusconi has altered the language so much, that it has presented as normality any impresentable oddity of its small Italian egocentrism, based fundamentally on a fake social redemption that passed necessarily through the artificial and distorted image of a utopic selfmade man do it all.

Surely the Berlusconi product and the Berlusconi thought are positioned downstream an Italian consumist society (post 60s, with a strong urbanization and industrialization of the country), undoubtedly little prepared from a cultural point of view (post 70s, when it was easier to occupy universities and schools than attend them in the eco of the hippie subculture) and with the myth of easy success available for all (right in the Craxi 80s era, of Yuppies and the utopic American dream). If we contextualize, in the 90s of Tangentopoli and Beverly Hills 90210 the embryo of the Berlusconi of the Twenty Years was born, with the ambiguous forms and modalities that have endured until today.

The eco of that language, today, is the heaviest heritage of Berlusconism, that doesn't even need an unpresentable short leader with high heels and painted head to be its expression, but that permeates every level of current society anyway, changing and varying de facto the way of thinking and doing of each of us, our choices, until the Renzi way of seeing politics, apparently on the wave of a pretextuous change screamed unelegantly by an inept, unprepared and deculturalized "Generation Italia 1".

Today Renzi incarnates the continuity of D'Alema, which a minimum of historical-political memory would impose to remember: Renzi who today meets the finance in Milano and that goes to Berlusconi's villa to visit, the one of the bunga bunga in Arcore, is yesterday's D'Alema that met the finance at the City in London and visited Mediaset defining it "a cultural patrimony of the country". And it's the same Renzi that today wants to change that same D'Alema. Maybe because they're probably right and we're wrong.

And maybe it will be this neoberlusconism, premature grave of every philosophic and cultural ideal of the 20th century, that has killed every economic and social model, on the right wing or the left, and will take away any kind of future to tomorrow's society with the illusion of absence (and the will of looking for any) of true alternatives that are possible and sustainable, political and social as well as economical.

Jacopo Paoletti | @jacopopaoletti

venerdì 2 novembre 2012

L'#Opinionedeifatti: La Banda degli Onesti



Lungi da me l'idea di accusare Di Pietro di aver fatto qualcosa di male, per quello basta e avanza Milena Gabanelli. 

Se proprio devo spendere qualche parola sulla faccenda e puntare l'indice contro qualcuno, preferisco prendermela con quelli che, alla luce delle nuove "rivelazioni" - se vogliamo chiamarle così - piuttosto che dedicarsi ad un'analisi critica dei fatti, preferiscono alzare la voce e difendere a spada tratta quello che fino a pochi giorni fa era considerato uno dei paladini indiscussi della classe politica più onesta e virtuosa, con un'Italia dei Valori che, all'improvviso, si è trasformata sotto gli occhi di tutti nell'Italia degli Immobili (da intendersi come abitazioni, ça va sans dire). D'altra parte, si sa, l'Italia è un popolo di tifosi, e a nessuno piace vedere la propria squadra che lotta in zona salvezza per evitare la serie B.

Quand'è esattamente che abbiamo smesso di guardare la realtà in maniera oggettiva e di prendere posizione su ciò che ci accade attorno? Quand'è esattamente che abbiamo smesso di avere delle opinioni personali e abbiamo iniziato ad appoggiarci a quelle altrui? Sì, certo, richiede meno fatica, ma ci rende più inermi e manipolabili. Anche voi che state leggendo questo articolo, probabilmente, fareste meglio a prenderlo con le pinze e pensarci due volte prima di schiacciare like in fondo alla pagina. La domanda che dovreste porvi è: "Io com'è che la penso?". Se la risposta è: "Come la pensa [nome e cognome]", allora la risposta è sbagliata, perché il Bene, il Male, il Giusto e lo Sbagliato, molto spesso, non sono categorie assolute, ma del tutto personali.

Ha senso quello che ho scritto? È un ragionamento onesto? Esempio: a seguire un qualunque ragionamento di Giuliano Ferrara, uno sarebbe pronto a dire subito: "In effetti fila", salvo poi accorgersi che è semplicissimo scrivere qualunque tipo di cazzata con un ragionamento filante (l'avevano scoperto i greci ancora prima di Socrate, e guarda che fine hanno fatto).

E in realtà, forse neanche questo articolo ha molto senso, come non ha senso sentir dire che Di Pietro dovrebbe diventare Presidente della Repubblica, né sentir dire ad un'intera classe politica che il Movimento a 5 Stelle non otterrà nulla di buono perché i suoi candidati mancano d'esperienza, quando il Parlamento è pieno di gente che l'esperienza la vanta e non ha ottenuto comunque nulla di buono.

O forse questo articolo un senso ce l'ha, ma non aspettate che sia io a dirvelo. Ditelo voi a me.

Gaspare Bitetto | @waxenit


The Gang of the Honest

The idea of accusing Di Pietro of having done something wrong is not for me, for that Milena Gabanelli is more than enough.

If I really want to spend a few words on the matter and turn the index towards someone, I prefer to argue with those who, in the light of the new "revelations" - if we want to call them this way - rather than dedicating themselves to a fact analysis, prefer to raise the voice and defend without a thought the one who until a few days ago was considered one of the indiscussed advocate of the most honest and virtuous politicals class, with an Italy of Values that, all of the sudden, has transformed under the eyes of everyone in the Italy of immobiles (to be intended as homes, ça va sans dire). On the other side, we all know, Italy is a people of supporters, and nobody likes to see their own team playing in safety zone in order to avoid the B series.

When exactly did we quit looking at reality in an objective manner and taking position on what happens around us? When exactly did we quit having personal opinions and started to rely on others? Yes, of course, it's not as difficult, but it maks us helpless and manipulated. Even you, who are reading this post, probably, should better take it with a grain of salt and think twice before hitting the Like button at the end of the page. The question you should ask yourselves should be "What do I think about this?". If the answer is "What [name and surname] does", then the answer is wrong, because the Good, the Evil, the Right and Wrong, very often aren't absolute categories, but completely personal.

Does this make any sense? Is it an honest argument? For example: if you follow any argument of Giuliano Ferrara's you would immediately be ready to say: "It's right", but then you realize that it's extremely simple to write any kind of nonsense with a functioning argment (the Greeks had discovered that before Socrates, and look how they ended up).

And in reality, maybe because this post doesn't make much sense, as it doesn't to hear that Di Pietro might become President of the Republic, nor hearing an entire political class that the M5S won't obtain anything good, because its candidates lack experience, when now the Parliament is full of people who have a lot of it and still hasn't managed to obtain anything good.

Or maybe this post does have a sense, but don't expect me to tell you what it is. You tell me.

Gaspare Bitetto | @waxenit

domenica 28 ottobre 2012

#Berlusconi condannato e la marmellata #Italia



La notizia è forte: l'ex Presidente del consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, on. Silvio Berlusconi, è stato condannato per frode fiscale nel processo relativo ai diritti televisivi Mediaset, alla pena detentiva di 4 anni e all'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Oppure no.

Di nuovo in campo, contro il pericolo della "democrazia giudiziaria" contro la "magistatocrazia". Non è finito. Il berlusconismo, ovvero quel sistema di comportamenti, quasi ideologici che ha contraddistinto gli ultimi vent'anni di questo paese, è vivo. Si contorce col suo numero migliore: urlare per la trattativa, quella sulla giustizia, la conosciamo da tutto un ventennio. Finirà, come tutti i fenomeni umani.

Ventennio, ritorna questo termine nella nostra storia, pesante, che ha visto il declino del nostro paese in molto ambiti e livelli, lo sanno tutti quelli che hanno avuto contatti con l'estero per tutto questo periodo. Questa para-ideologia era già presente in dose minori già nel paese, in alcune direi omeopatiche, mentre con la discesa in campo, che sta a Berlusconi come il il discorso del bivacco sta a Mussolini, il paragone non è sul credo politico di personaggi di tal guisa. Eppure entrambi hanno tratti in comune, come l'importanza data alla comunicazione, il primo con la costruzione di Cinecittà e la fondazione della Rai, il secondo con l'introduzione della tv privata nella televisione italiana.

Hanno fatto culto della propria persona e personalità, il primo autoproclamandosi Duce del Fascismo, il secondo arrivando a definirsi Unto del Signore, ma forse era una delle sue tante famose battute e barzellette. Il primo mostrava la sua potenza fisica, come nella battaglia del grano, il secondo mostrando la potenza della sua ricchezza.

Non sto affatto sostenendo che Berlusconi sia un fascista, nonostante non lo possa annoverare come un sincero democratico, eppure non ha portato una visione politica, ma più uno stile di vita, non rifondando lo stato, ma rifondando i consumi materiali e culturali. Il disprezzo della cultura, un forte laissez-faire nella moralità dei comportamenti pubblici, fomentando anche il fastidio verso istituzioni democratiche e formative.

Se prima eravamo un paese con crepe e rovine, adesso siamo una marmellata ed è dura uscire dal pantano. E' diventato stomachevole, eppure qualcuno, anzi di più, è ancora attirato dal suo dolce profumo, anche se la frutta scarseggia e di zucchero neanche l'ombra! A me non interessa vedere Berlusconi in galera, non ho certe questa pruderie, mi accontento di saperlo a casa, ovunque sia, senza però dimenticarlo, guai a farlo. A questo punto tocca iniziare a raccogliere il fango e tirarlo via, serve impegno e non servono illusioni o soluzioni facile. Si può fare. Però, mi chiedo, si vuole fare? Intanto, attenti dove mettete i piedi. 

Simone Corami | @psymonic


Berlusconi condemned and the Italian jam

The news is important: the ex Prime Minister of the Italian Republic, Honorable Silvio Berlusconi, has been condemned for fraud in the trial related to the Mediaset TV rights, to 4 years in prison and the interdiction from public offices for 5 years. Or not.

Again in the field, against the danger of "judiciary democracy", against the power of judges. He's not done. The berlusconism, which is that system of behaviors, almost ideological, that has characterized the last twenty years of this country, is still alive. It is making a show of its best performance: screaming for negotiation, the on on justice, we've known it for twenty years now. It will end, as all human phenomena.

Twenty years, this word in our history returns, heavy, the one that has seen the decline of our country in many fields and levels, everyone who have had contacts abroad during these years know it. This para-ideology was already present in smaller doses in the country, I'd say homeopathic doses, but with the return on the field, that describes Berlusconi as the speech on bivouac describes Mussolini, the comparison isn't on the political beliefs of characters of this type. And yet they both have common traits, as the importance given to communication, the first with the building of Cincittà and the foundation of RAI, the second with the introduction of private tv in Italian television.

They've made a cult of their own person and personality, the first by proclaiming himself Duce of Fascism, the second arriving to call himself the Chosen by the Lord, but maybe it was one of his many, famous jokes and puns. The first showed his physical strength, as in the battle of the wheat, the second by showing the power of his wealth.

I'm not saying that Berlusconi is fascist, although I cannot list him among the honest democrats, yet he hasn't brought a political vision, but a way of life, not refounding the State, but refounding the material and cultural habits. The disdain towards culture, a strong laissez-faire in the morality of public behavior, which also feed the impatiente toward democratic and formative institutions.

If before we were a country with cracks and ruins, now we're jam and it's hard to get out of the swamp. It's become disgusting, and yet someone, and more than one, is still attracted by its sweet aroma, even though the fruit is scarse and there's no sign of sugar! I'm not interested in seeing Berlusconi in jail, I don't have these kinds of desires, I'm happy to just know he's at home, anywherethat is, without forgetting about him. At this point we need to get the mud and take it away, we need hard work and no illusions or easy solutions. We can make it. But, I wonder, do we want to?

In the meanwhile, watch your step.

Simone Corami | @psymonic

martedì 25 settembre 2012

#amiainsaputa: fenomenologia dello sperpero (e della non ammissione)



Ci risiamo.
C’era una volta Rutelli, che saputo di Lusi corse dall’Annunziata per dichiararsi estraneo ai movimenti all’interno dell’ex Margherita. Con quel dettaglio, trascurabile, che a capo dell’ex Margherita c’era proprio lui. E c’era anche Vasco Errani, governatore dell’Emilia Romagna. Quello che aveva dato, ma non lo sapeva, un milione di euro al fratello per la sua cooperativa.


Come dimenticare, poi, Formigoni: qualcuno gli aveva pagato le vacanze e lui, meschino, ne era completamente all’oscuro - se avesse dichiarato che qualcuno gli avesse fatto anche la valigia, sarebbe stato più credibile, viste le camicie.
Al ministro Scajola, poi, era successa quella cosa curiosa: una casa vista Colosseo in regalo. Ah si, ovviamente: a sua insaputa.

Vien da ridere, ma la lista si è allungata.
Deludente quanto il finale del Titanic, quando lo guardi per la decima volta e ancora speri, in un attimo di nonsense, che Leonardo di Caprio sopravviva. E spudoratamente prevedibile, come Berlusconi che promette di abolire l’IMU e non si fa vivo ad Atreju.

Perché non basta presentarsi in tv: l’evergreen “a mia insaputa” è stato tradotto in un delicatissimo “scopro oggi che”, ma il risultato è lo stesso; la Polverini a Piazza Pulita non sorprende, non stupisce, cade dalle nuvole e sgrana gli occhioni meravigliata. Tanto che, se mai fosse stata credibile, era da chiedersi come diamine avesse fatto, una così, ad arrivare a dirigere la Regione. Ma credibile non lo è stata, e se n’è accorta da sola: una fragile difesa e il faccino sorridente di una che ci costa 12.000 euro al mese e pretende che noi, da questa parte, ci accontentiamo dei “non sapevo”, o dello scaricabarile con la precedente direzione (“Questo sistema viene da molto lontano”). Insomma, qua qualche taglio si deve fare, ma non (solo) quelli di cui si è discusso in Consiglio - qualche testa deve cadere, o sarà l’ennesimo vaso di Pandora scoperchiato e poi riposto, nella burla collettiva, di nuovo nella credenza.

Delle paventate dimissioni, del resto, nemmeno l’ombra almeno fino a ieri sera: dopo le teatrali minacce dello scorso lunedì pareva aver ritrovato la fiducia in se stessa dando il via all’operazione di pulizia all’interno del Pdl all'interno della regione Lazio. La stoccata, in risposta a Bersani, pareva essere la chiave di volta (o una di esse) su cui sorreggere tutto: "Dice che mi devo dimettere ma mi deve spiegare perché non lo ha fatto lui davanti alle vicende Lusi e Penati". Perché basterebbe così poco, per distinguersi da una sinistra che non si aiuta; buffo, basterebbe un centro destra non migliore di se stesso, ma che semplicemente esca vincitore dal confronto, per accaparrarsi se non voti, quantomeno approvazione.

Eppure l’uomo dietro al partito, l’attaccamento alla poltrona - oltre il colore politico - la fa da padrone: ecco che, puntuale, la Polverini si uniforma al mood della non ammissione e si confonde, inesorabile, nel mucchio scaricando a zero, durante la conferenza stampa, su molti di quelli che le ruotavano attorno e di cui, come in altre vicende simili, era quasi impossibile non sapesse niente. Ora la chiave di volta si è rotta, il castello sta piano piano sgretolandosi e la Polverini, più che aver deciso di dimettersi, è apparsa come una costretta a scansarsi dall'inevitabile peso delle macerie politiche.

Carol Verde | @car0lverde


I didn't know: phenomenology of waste

Here we go again.
There was Rutelli, who as soon as he knew about Lusi ran to Annunziata to declare himself unaware of the movements inside the ex Margherita. With the small detail that he was the head of the ex Margherita.
And then there was Vasco Errani, governor of Emilia Romagna. The one who gave, not knowing, one milion euro to his brother for his cooperative business.

How to forget Formigoni: someone had paid for his vacations and he - poor devil - was totally unaware of it - if he had declared that someone else had also prepared his suitcase, he would have been more credible, judging by the shirts.
Minister Scajola also had a strange experience: he got an appartment with a view on the Colosseum as a gift. Of course, he didn't know.

It's almost to laugh of, but the list has grown longer.
Disappointing like the finale of the Titanic, when you watch it for the tenth time and you still hope, in a moment of nonsense, that Leo di Caprio will survive. And shamefully predictable, like Berlusconi who promises to cancel the IMU tax and then doesn't show up at Atreju. Because it's not enough to be on TV: the "I didn't know" evergree has been translated ina  delicate "only today I discover that", but the result is the same; Polverini at Piazza Pulita doesn't suprise, doesn't say anything new, she falls from the skies and opens her eyes wide in disbelief. So much that, if she had been credible, we should wonder how come someone like her managed to direct the Region. But she wasn't credible, and she realized it by herself: a fragile defense and the smiling face of a woman that costs us 12.000 euro a month and pretends that we cope with "I didn't know", or "this system was like this since a very long time". So, some cuts are needed, or this will be another Pandora box that is opened and then put away in the drawer yet again, in the midst of the collective joke.

Of the promised resignment, by the way, not even a shadow at least until yesterday night: after the theatrical threats of last Monday it seemed that she had regained trust in herself starting the cleaning operation inside the PDL of Lazio. The poke, in response to Bersani, seemed to be the keystone (or one of them) on which to sustain everything: "He says that I should resign but he must explain why he didn't in front of the Lusi and Penati cases". Because it would be so easy to distinguish yourself from a Left that isn't helping; curious, it would be enough to have a center right not better than itself, but that simply wins in the comparison, to gain not votes, but approval.

And yet the man behind the party, the love for the chair - beyond the political color, yet again win it: and so Polverini uniforms herself to the mood of non admission and she gets confused, inesorably, in the midst of the scandal, blaming others during the press conference, many of which were close to her and of which it was impossible that she didn't know anything. Now the keystone is broken, the castle is falling apart and Renata Polverini, more than deciding to resign, seems more like she's constrained to avoid the inevitable weight of the political ruins.

Carol Verde | @car0lverde 

sabato 14 luglio 2012

#Berlusconi e quella #Italia che dovremmo avere in mente



Del ritorno presunto del cavaliere, di quello che noi Italiani dovremmo volere, di quello che anche la sinistra forse dovrebbe fare, del futuro che forse dovremmo cominciare a creare e non solo immaginare.

"Io credo che questa decisione noi, tutti noi, l’abbiamo assunta certo guardando ai pericoli che si venivano profilando – li avete ricordati qui questa mattina –, ma la ragione forse ci avrebbe invitato a continuare a preoccuparci del nostro particolare, della nostra famiglia, delle nostre aziende, del nostro mestiere, delle nostre professioni. Abbiamo deciso invece di dare una risposta diversa, perché abbiamo sentito che si profilava un pericolo: una nuova legge elettorale, dei politicanti incapaci di mettersi d’accordo, la possibilità che il nostro Paese fosse governato da una minoranza, da una minoranza che conosciamo bene, che ci avrebbe inflitto un futuro soffocante e illiberale. [applausi]Abbiamo sentito venire fuori dal Paese, da tutto il Paese, dal Nord, dal Sud, dalle persone di tutte le categorie, di tutte le età, una domanda, un desiderio, una voglia di cambiamento, non soltanto un cambiamento di uomini, ma anche un cambiamento del modo di fare politica. Basta con la politica delle baruffe, delle parole, delle chiacchiere, dei veti incrociati, dei vecchi rancori, delle trattative sotto il tavolo: abbiamo sentito la voglia di una politica diversa, di una politica pulita. Abbiamo sentito salire da tutte le parti la voglia di un nuovo soggetto politico, abbiamo sentito venire dal Paese la domanda di risposte concrete ai problemi concreti del Paese."
Silvio Berlusconi 
Roma, Palafiera - 6 febbraio 1994

Era il 6 febbraio del 1994, quando Berlusconi pronunciava il passaggio di qui sopra, proprio all'inizio del suo primo discorso, tenuto al Palafiere di Roma. Da allora, da quel lontano 1994 non è cambiato nulla, nulla che si possa ritenere cambiato in meglio, nessuna risposta diversa è arrivata. Il Paese ha subito un rapido, e costante, declino culturale. I valori, almeno quelli che dovrebbero essere comuni ai cittadini accomunati sotto una stessa bandiera, smarriti chissà dove. La disaffezione per la politica che ha toccato soglie inimmaginabili e di cui oggi tocchiamo con mano, anzi, con voto, i danni. Il buon gusto, persino il buon gusto in oltre vent'anni è andato smaterializzandosi.

Il grande progetto Berlusconiano insomma è fallito. O forse non è mai nato, non esisteva, ma questo allora nessuno poteva saperlo, non lo sapevano nemmeno loro (e nemmeno lui, probabilmente, ne era davvero cosciente). Piano piano durante gli anni della mia adolescenza fino alla maturità e via via arrivando fino ad oggi ho osservato i pezzi incoerenti di questo grosso puzzle cadere. E il motivo lo si ritrova banalmente nel titolo di quel libercolo che raccoglieva i discorsi di Berlusconi: L'Italia che ho in mente.

Il problema è qui, L'Italia che aveva in mente non era quella che andava bene per il Paese che è composto da una moltitudine e non da un solo uomo. Il personalismo, di cui tutta la dottrina Berlusconiana era infarcita ha finito per lasciare profonde ferite che alla lunga hanno lacerato questo Paese che ha finito per asservirsi al narcisismo di un uomo che alla "politica delle baruffe, delle parole, delle chiacchiere, dei veti incrociati, dei vecchi rancori, delle trattative sotto il tavolo" non ha detto basta, ma ne ha anzi fatto degli strumenti per mantenere il comando.

Ma dopo vent'anni basta, dopo vent'anni l'Italia che dovremmo volere, noi, Italiani, è un Paese in grado di dire No al ritorno del cavaliere, è un Paese che dovrebbe trovare il coraggio di chiedere a gran voce equità, una giustizia giusta e rapida che non vada a due o più velocità cadendo nella trappola dei distinguo a seconda degli imputati, un Paese che faccia politica per tutti e non solo per i politici, un Paese che finalmente apra gli occhi senza paure e vecchie retoriche su libertà e diritti civili, differenze etniche e culturali, un Paese la cui informazione non sia dipendente dai capricci di un tycoon e ripulita di quel pressapochismo studiato nell'infallibile formula del "meno sai e meglio stai meno problemi ci dai".

L'Italia che dovremmo volere ha gli occhi aperti sul futuro, quello di noi giovani, in maniera lungimirante. E' un Paese, quello che dovremmo volere, che investe sul domani e non sul tentativo di mantenere il comodo, per alcuni, immobilismo di oggi. L'Italia che dovremmo volere è un Paese in cui le forze politiche di centrodestra e i propri elettori dovrebbero trovare il coraggio di dire ora basta, ora ripigliamo in mano noi le redini e in cui la sinistra torna a fare la sinistra, che non è quella retorica degli ultimi venti anni, ma è quella che ha il coraggio di osare nelle proposte e non si nasconde dietro il fantasma di un nemico che poi in fondo le ha fatto tutto sommato un gran comodo perché i litigi e le correnti e i personalismi, anche li, avrebbero comunque bloccato tutto e allora tanto valeva restare nel gioco di ruolo e non rischiare.

Insomma, vent'anni dopo quel 1994 l'Italia che dovremmo avere in mente è un Paese in cui non ci dovrebbe essere più spazio per Berlusconi e per un certo modo di fare politica e di intendere il Paese. L'Italia che oggi dovremmo avere in mente è un'Italia pensata dagli Italiani, con le loro teste, perché in fondo è il Paese di tutti noi, non solo di alcuni.

Berlusconi avrà anche il diritto di ricandidarsi, ma solo se il Paese sarà in grado di dirgli "No", a 360 gradi, allora potremo finalmente dire di aver cominciato una nuova stagione, a testa alta e con credibilità davanti agli altri Paesi, e solo in quel momento potremo dire di aver compiuto il primo passo in cui per poter osservare le anomalie dell'ultimo ventennio dovremo girare la testa in dietro e non di fianco.

Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83



The Italy we should have in mind

"I believe that this decision, we - all of us, have made looking at the dangers that were appearing on the horizon - you have remembered them here this morning -, but reason would probably have invited us to continue worrying about our own, our families, our companies, our work, our professions. We decided to give a different answer instead, because we felt that a new danger was rising: a new electoral law, politicians incapable of finding an agreement, the possibility that our country was governed by a minority, a minority we all know well, that woul dhave imposed a suffocating and illiberal future on us. [round of applause] We heard from outside the country, from all the country, from the North, from the South, from people of all categories, of all ages, a question, a desire, a willingness to change, not only a change of people, but also a change in the way of doing politics. Enough with the politics of fights, of words, of chats, of cross vetos, of old spites, of agreements made under the table: we heard the need of a different politics, a clean politics. We heard from all around the desire for a new political subject, we heard from the 
country the need for concrete answers to concrete problems of the Country."

Silvio Berlusconi
Roma, Palafiera - February 6th 1994

It was the 6th of February of 1994, when Berlusconi pronounced these words, right at the beginning of his first speech, held at the Palafiere in Rome. From that moment, from that distant 1994, nothing has changed, nothing that can be considered changed in better, no different answer has arrived. The country has suffered a fast and constant cultural decline. The values, at least those that should be common to citizens that have the same flag, have been lost who knows where. The disaffection for politics has touched inimaginable hights, and today we touch with hand, or actually with the vote, the damages. Good taste, even good taste has disappeare in these 20 years.

The great Berlusconi project has failed. Or perhaps it had never been born, it didn't exist, but nobody could know that at that time, not even then (not even him, probably, had truly aknowledged it). Little by little during the years of my adolescence until maturity and until today, I have observed the incoherent pieces of this enourmous puzzle fall. And the reason can be easily found in the title of the little book that put Berlusconi's speeches together: The Italy I have in mind.

The problem is here, the Italy he had in mind wasn't the one that was good for the country, which is composed by a mutitude of people, and not by one single man. The personalism, of which all Berlusconian doctrine is made, has ended leaving deep wounds that in time have teared the country apart. A country that has ended up as a servant to the narcisism of a man that to the "politics of fights, of words, of chats, of cross vetos, of old spites, of agreements made under the table" hasn't said "enough", but that instead has turned them into tools to mantain comand.

But after twenty years it's enough, after twenty years the Italy we should want, we Italians, is a country capable of saying "No" to the return of the Cavaliere, it's a country that should find the courage of asking equity, a rapid and just justice that doesn't go at two or more speeds, falling in the trap of distinctions based on how important the defendant is, a country that does politics for everyone and not just for politicians, a country that finally opens its eyes without fears and old retorics on freedom and civil rights, ethnic and cultural differences, a country in which information doesn't depend on the whims of a tycoon and purged of that carelessness studied in the infailible formula of "the least you know, the better you feel, the least problems you give us".

The Italy we should want has its eyes open on the future, the future of us young people, in a forward-looking manner. It is a country, the one we should want, that invests on tomorrow and not on the attempt to maintain the comfortable, at least for some, immobility of these times. The Italy we should want is a country in which the political forces of center - left wing and their voters should find the courage of saying "enough", now we're taking the reins back and in which the left wing goes back to acting as a left wing, that isn't the retorical one of the last twenty years, but the one that has the courage of daring in proposal and that doesn't hide behind the ghost of an enemy that after all has been extremely useful because the fights and the currents and personalisms, there as well, would have blocked everything and in that case it was even better to remain in the role play and not risk anything.

So twenty years after that 1994 the Italy we should have in mind is a country in which there should be no more space for Berlusconi and for a certain way of doing politics and of understanding the country. The Italy that today we should have in mind is an Italy thought by Italians, with their heads, because in the end it's the country of all of us, not only of some.

Berlusconi will have the right to recandidate, but only if the country will be able to say "No", at 360°, then we will finaly  say we've started a new season, with our heads high and with at least a bit of credibility in front of other countries, and only in that moment we will be able to say we've made the first step, in which to observe the anomalies of the last twenty years we should turn our heads behind, not sideways.

Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83

▼ Leggi i migliori della settimana

2