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Berlusconi: "Presidente della Convenzione? Solo una battuta". Come quando prometteva un milione di posti di lavoro ed il rimborso dell'IMU.
— Il Triste Mietitore (@TristeMietitore) 08 maggio 2013
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mercoledì 13 marzo 2013
David Rossi e #MPS: le stesse ombre 20 anni dopo
Non credevo ai miei occhi: c’erano poliziotti, carabinieri e finanzieri ovunque che bloccavano ogni accesso alla zona, circondata da un numero imprecisato di automezzi delle forze dell’ordine. Una vera e propria azione militare.
Una scena assurda, un dispiegamento di forze che fino ad allora avevo visto solo nella scena finale del film The Blues Brothers. Per me e i miei colleghi quella è stata una mattina indimenticabile: tutti gli uffici contabili erano stati sigillati e coincidenza volle che io all’epoca lavorassi proprio sulla contabilità.
Accadeva esattamente 20 anni fa, il 9 marzo, al quinto palazzo ENI in quel di San Donato Milanese; era l’inizio dell’indagine su quella che verrà ricordata negli annali come la “madre di tutte le tangenti” di Tangentopoli e che portò al terremoto politico che tutti conosciamo. E io ero lì, nell’epicentro.
L’allora presidente dell’ENI Gabriele Cagliari fu condotto in manette in carcere proprio quella mattina, dal quale uscì qualche mese dopo solo per essere condotto direttamente al cimitero a causa di un suicidio sul quale rimasero troppe ombre.
Il 9 marzo 2013 invece si sono celebrati i funerali di David Rossi; una curiosa coincidenza, ma non l’unica in queste due vicende parallele con molte similitudini e molti interrogativi irrisolti.
Questa volta però c’è una telecamera della sicurezza che riprende l’ex responsabile della comunicazione di MPS mentre precipita dal terzo piano di Rocca Salimbeni, al termine di una lunghissima e misteriosa telefonata ricevuta nel tardo pomeriggio.
L’ipotesi più accreditata sembra quella di istigazione al suicidio e di fortissime pressioni subite negli ultimissimi giorni di vita. Gli investigatori trovano una scrivania in perfetto ordine su cui poggiano incartamenti ordinati e un cd musicale, coerente con l’immagine di persona rigorosa, riflessiva e analitica che accompagnava David Rossi. Ora passeranno al setaccio SMS e chiamate rimasti sui quattro telefoni cellulari del Rossi (tra cui quello utilizzato per l’ultima telefonata), oltre a tutti i files e tutte le email (anche quelle cancellate) conservati sui suoi pc e sulle chiavette usb.
Ora veniamo ai lati oscuri della vicenda, a partire dal video che racconta di un salto nel vuoto con stile Fosbury, una dinamica decisamente inconsueta.
Prima di questo, David Rossi pranza sereno com la moglie e il fratello, quindi sul tardo pomeriggio avvisa la famiglia che sta rincasando: un comportamento piuttosto insolito per chi si sta per suicidare. Altre persone hanno confermato che quella mattina Rossi appariva per niente preoccupato. Poi però arriva la famosa telefonata che lo impegna per oltre un’ora, mentre quelle della moglie e del fratello rimangono senza risposta.
Nessuna parola alle persone più care: un comportamento che ha stupito lo stesso fratello della vittima: “ha preferito andarsene, così, senza neppure salutarmi e di questo sono molto incazzato“.
Alla moglie sembrano indirizzati tre biglietti di addio ritrovati nel suo ufficio e cestinati prima di riuscire a esprimere una frase di un certo significato. Verrebbe anche da chiedersi perché un manager con vari pc e quattro cellulari, forse cinque, nelle sue ultime ore di vita compie lunghe telefonate, manda SMS, ma per le parole più importanti della sua vita sceglie la trascrizione su carta. E le cestina.
La figlia Carolina viene mandata dalla madre perché suo padre si trova ancora nel suo ufficio quando, nonostante alcune ore prima aveva avvisato che stava rincasando. D’altronde, pare che Rossi abitasse a soli 500 metri dall’ufficio, circa 7 minuti a piedi. Quando arriva però è troppo tardi, perché per suo padre, caduto nel vuoto verso le 20,15, non c’è più nulla da fare.
Per lei e per il proprio fratello, pare che David Rossi di parole non ne abbia lasciate: anche questo è singolare.
Per quanto riguarda invece le indagini, perché limitarsi a prelevare alcuni files dal computer? E’ possibile che David Rossi, che evidentemente non era uno sprovveduto, non abbia pensato a conservare sul cloud una o più copie dei documenti più delicati, dopo un trattamento di criptatura? E’ ragionevole non escludere che il responsabile della comunicazione di MPS, la più antica banca del mondo e terza banca italiana, possa aver lasciato informazioni importanti su Dropbox o Skype? Bazzecole, per colui che aveva dovuto gestire la più grande crisi mediatica italiana dell’ultimo trentennio. Per anni era riuscito a nascondere gli affari torbidi di MPS e, contemporaneamente, a creare un’immagine positiva intorno al Gruppo (con 355 milioni di Euro spesi in pubblicità nel periodo 2006-2011).
Chi ha terrorizzato David Rossi? E’ difficile dirlo, perché a Rocca Salimbeni sono rappresentati più o meno tutti: partiti, Chiesa, Opus Dei e persino la massoneria. Gli inquietanti intrecci con la massoneria ci portano a Stefano Bisi, vicedirettore del Corriere di Siena nonché potentissimo capo della Massoneria toscana. Questa persona descrisse il “sistema Siena” come un ”groviglio armonioso di enti e società che fanno riferimento sostanzialmente al sindaco, al presidente della provincia, al presidente della Fondazione Monte dei Paschi e al presidente della Banca Mps“. Una macchina perfetta.
Non tutti però sanno che da tre anni Siena, centro nevralgico della massoneria italiana, è la culla della più grande guerra massonica che si sia mai vista.
Una guerra ben più grande di quella che scoppiò all’indomani dello scandalo P2, quello che costò la vita a Roberto Calvi, il “banchiere di Dio” il cui bizzarro suicidio non ha mai convinto: guarda caso, nel crack del Banco Ambrosiano erano rappresentati partiti, IOR e massoneria.
Una settimana dopo il ritrovamento del banchiere massone, morì suicida anche Graziella Corrocher, la sua segretaria personale, gettandosi dal quarto piano del banco Ambrosiano.
Finanza e media. Massoneria e media. Anche Roberto Calvi comprese l’importanza del controllo dell’informazione, tanto che nel 1981 riuscì a prendere il controllo di Rizzoli SpA.
Per rendere l’idea del controllo che David Rossi aveva sulla comunicazione del Gruppo MPS, basti guardare lo sbando totale in cui questa versa ora che è rimasto orfano del suo vertice: per esempio, perché David Rossi sul sito di MPS compare ancora come responsabile dell’area comunicazione?
Sono parecchi i commenti che leggo in rete da parte di persone perplesse sulle cause della morte di David Rossi e che si pongono interrogativi simili: sarà che in passato caffè letali e ponti dei frati neri ci hanno ispirato teorie complottiste, sarà per la singolare omonimia con il protagonista di Criminal Minds, ma è una di quelle situazioni in cui l’elaborazione razionale dei fatti si scontra inevitabilmente con le reazioni di pancia.
Per ora chiudo qui, con quella sensazione strana che, anche stavolta, non ne vedremo delle belle.
Roberto Favini | @postoditacco
David Rossi and MPS, the same shadows 20 years later
I couldn't believe my eyes: there were policemen, carabinieri and men of the Finance Guard everywhere, blocking the access to the area, surrounded by an undefined number of police vehicles. A true and proper military action.
An absurde scene, a force display that I had only seen in the final scene of the movie The Blues Brothers. For me and my colleagues that was an unforgettable morning: all the accountability offices had been sealed, and the coincidence wanted that I worked exactly there at the time.
It was exactly 20 years ago, on the 9th of March, in the fifth ENI palace in San Donato Milanese; it was the beginning of an inquiry on what will be remembered in history books as the "mother of all bribes" of Tangentopoli and that led to the political earthquake that we all know very well. And I was there, in the middle of it.
The ENI president at that time, Gabriele Cagliari, was brought in jail that morning, and got out a few months later only to be brought to the cementery because of a suicide on which way too many shadows have remained.
On the 9th of March 2013 the funerals of David Rossi have been celebrated; a curious coincidence, but not tha only one in these two parallel stories with many similarities and many unresolved questions. This time there's a securty camera that shows the ex responsible of MPS communication while he falls from the third floor of Rocca Salimbeni, at the end of a long and misterious phone call received during the late afternoon.
The most probable hypothesis is suicide instigation and strong pressures during his last days of life. The detectives found a perfectly ordered desk on which ordered documents and a music cd are found, coherent with the image of a rigorous, reflexive and analytical person that accompanied David Rossi. Now they will look through his SMS and calls on his four or maybe five mobile phiones (and also the one he used for his last phone call), and also his files and emails (the deleted ones as well) saved on his computers and USB drives.
Now let's come to the obscure sides of the story, starting with the video of a jump in Fosbury style, a definitely unusual dynamic.
Before this, David Rossi has lunch with his wife and brother, and in the late afternoon tells them he's coming home: a quite unusual behavior for someone who is about to commit suicide. Other people have confirmed that during the morning Rossi didn't seem worried at all. Then the famous phone call comes, and lasts about one hour, while the calls from his wife and brother remain without an answer.
No words to his dear ones: something that has amazed the brother of the victim: "he preferred to just go away like that, without even saying goodbye, and that's something that makes me really upset."
The three goodbye notes found in his office seem written for his wife: they have been thrown away before managing to express anything of a certain meaning. We should ask ourselves why a manager with several computers and 4 mobile phones, or maybe 5, during his last hours of life makes long phone calls, sends messages, but for the most important words of his life chooses the transcription on paper. And throws them away.
His daughter Carolina is sent home because the father is still in his office, even though a few hours earlier he had said he was coming home. On the other hand, it seems that Rossi lived only 500m away from his office, about 7 minutes on foot. When she arrives it's too late, because for her father, who fell at around 20.15, there's nothing left to do. For her and for his brother, it seems that David Rossi didn't leave any words: this as well is quite unusual.
The editorial choice of showing images of a person left unconscious on the ground can offer added value to the news, beyond feeding the morbid curiosity of part of the readers? Must it take into account the risk that the sources might be taking? Must they inform the author of the pictures about what he or she is risking, even if convinced that it is sufficient to not publish the name?
Is it legitimate to think that, beyond the photos that were published, there were others that clearly identify the responsibles and that were given to the police? And what if the criminals were not as capable as I was in identifying the casual photographer, maybe accusing his neighbor? Judging from what is in the article, the newspaper wanted to maintain its sources anonymous, but evidently it has committed a big mistake.
There are many comments I've been reading online on behalf of perplexed people on the causes of David Rossi's death, who have asked similar questions: maybe because in the past lethal coffees and dark monks bridges have inspired conspiracy theories, maybe because of the singular omonimy with the protagonist of Criminal Minds, but it's one of those situations where the rational elaboration of facts is inevitably fighting the gut sensations.
For now I'll just close here, with that strange sensation that, yet again, it's not going to be pretty.
Roberto Favini | @postoditacco
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sabato 23 febbraio 2013
La valutazione per obiettivi nelle HR 2.0
I recenti casi di multinazionali cadute in disgrazia e le oltre 104 mila imprese italiane che nel 2012 sono entrate in crisi o hanno cessato l’attività ci insegnano che in uno scenario come quello attuale, caratterizzato da mutamenti tanto profondi quanto repentini, le maggiori prospettive di sopravvivenza non dipendono dal possesso di spalle più larghe bensì dalla maggiore capacità di adattamento ai cambiamenti.

Questa capacità si può sviluppare kaizenianamente attuando strategie aziendali come la pianificazione di formazione ed esperienze dei lavoratori, la gestione della conoscenza intraziendale (inclusa quella che altrimenti si disperderebbe con l’uscita di personale), la ricerca dell’aumento di redditività, la misurazione dei risultati e la revisione delle strategie.
Gli approcci che potevano funzionare in passato risentono però oggi fortemente dei mutamenti sociali ed economici: sono cambiate cultura e abitudini delle persone, sono cambiati gli scenari commerciali, è cambiato il modo in cui si comunica e ci si relaziona sia all’interno che all’esterno dell’azienda.
Purtroppo l’Italia in quanto a organizzazione del lavoro e a pratiche innovative non è andata di pari passo con questi cambiamenti, tanto che oggi in questa graduatoria risulta tra le ultime nazioni europee.
Una decina e passa di anni fa spiegavo come una gestione delle risorse umane efficiente e vantaggiosa sia per l’azienda che per il lavoratore passava per una corretta strategia di valutazione delle risorse umane per obiettivi.
Questa prevedeva, tra le altre cose, un incontro verso inizio anno tra il singolo lavoratore e il suo diretto superiore, al fine di individuare e condividere obiettivi ragionevolmente raggiungibili entro la fine dell’anno, momento in cui ci si ritroverà per verificare gli effettivi risultati ottenuti e trarne le opportune considerazioni.
In particolare, i contenuti di questa riflessione congiunta dovevano includere la descrizione dell’AS-IS (competenze acquisite, valore aggiunto ai processi aziendali) e del TO-BE (lacune da colmare, nuove opportunità) relativi alla risorsa umana.
L’altro giorno un amico mi ha mostrato un documento simile, presentatogli come forma innovativa di gestione delle HR. L’impressione che invece ne ho avuto io è stata quella di un intervento tardivo, incompleto e, probabilmente, anche obsoleto.
Tardivo, perché non sono pensieri nuovi (men che meno innovativi) che non portano vantaggi competitivi nei confronti di chi già li applica da anni (ammesso e non concesso che sia pratica diffusa). Incompleto, perché il modulo da compilare era privo dell’ultimo tassello, quello più importante: quello che dice cosa succede se l’obiettivo viene raggiunto del tutto, in parte o per niente. Un riconoscimento? Un cambiamento di mansione? Senza questo, gli obiettivi non servono a niente.
Obsoleto, perché sarebbero da rivedere in ottica ecosistemica sia il ciclo PDCA che il rapporto gerarchico tra responsabile e subalterno che pianificano degli obiettivi.
La crescita del singolo dipende spesso dal contesto del reparto a cui appartiene e da ogni soggetto con cui si interagisce (non necessariamente in relazione alla propria mansione), indipendentemente dal fatto che sia un collega, un cliente o un fornitore.
Questi soggetti sono anche gli stessi che possono integrare la valutazione del responsabile in modo che diventi completa, oggettiva, trasparente, collaborativa e contestualizzata. Possono emergere per esempio attitudini poco note, scarse abilità comunicative, spiccate capacità di trasferimento della conoscenza all’interno dell’azienda, di abilitazione a strumenti e metodi più efficaci, di contagio o leadership, persino la reputazione personale.
Qualcosa di simile è la recente introduzione in Linkedin della possibilità di confermare competenze ed esperienze della nostra rete di contatti. Tutto alla luce del sole, tutto verificabile: la base di partenza per la successiva discussione privata sugli obiettivi da raggiungere.
Significa perdita di parte del controllo da parte dei manager (o l’accettazione formale del fatto che l’hanno persa già da tempo), ma anche ottenere risultati migliori, che sono quelli sui quali i manager vengono a loro volta valutati a fine anno.
Per approfondire questo tema ho chiesto un commento alle mie riflessioni ad Alessandro Donadio, organization & people enabler nonché founder di e-nable, social organization ed enterprise 2.0 addicted, ecc.
“Faccio tre brevi riflessioni sull’argomento da te ben inquadrato:
- Inizio sottolineando che promuovevi questo approccio già 10 anni fa, e in effetti oggi non si tratta certo di una innovazione fra le politiche HR. Va detto che solo aziende di una qualche dimensione hanno importato sistematicamente alcuni di questi modelli, ma quello che osservo è la degradazione di questo approccio ad una pratica burocratica che alimenta se stessa. Il cuore della pratica starebbe nel patto generantesi fra il capo e il collaboratore. Proprio questo processo da senso all’effort promosso per il raggiungimento dell’obiettivo, di cui il premio è un suggello simbolico ancorante, ma questo passaggio cruciale di patto, è stato subito derubricato a momento formale di rispetto di un ciclo documentale con pochissimo impatto reale sui risultati. In effetti nella mia esperienza quando guardi da vicino gli obiettivi fissati e calati dall’alto sono spesso irraggiungibili, in quanto molte azioni sono fuori dal “cono di potenza” della persona. Oppure un semplice passaggio anno dopo anno degli stessi obiettivi: in qualche modo un premio dato a priori. L’altra deviazione che osservo è l’acquisizione di questi modelli da parte di medie aziende nel senso burocratico che ho descritto, spesso scalzando modalità informali preesistenti di per se anche funzionali
- La seconda riflessione si aggancia alla prima ed è forse l’aspetto che più di altri ne ha decretato la mutazione da patto psicologico a procedura burocratica: le competenze soft dei valutatori/capi. Questi non sono stati stimolati ad acquisire reali capacità empatiche, assertive, negoziali, necessarie a supportare proprio la fase di patto da una parte, e di accompagnamento e facilitazione della persona durante la fase di effort verso l’obiettivo dall’altra. Questo ha accelerato la “cartificazione” dei sistemi di premio per obiettivi, e la recessione del ruolo del valutatore (capiamo anche bene la portata che ha la valutazione su sistemi, persone, business) a quello di mero funzionario del processo
- Ultimo tema è quello degli obiettivi. Le organizzazioni oggi hanno sempre meno esigenza (o comunque è fattore meno critico) di capacità di raggiungimento di risultati quantitativi. Aumenta, invece, la necessità di risoluzione di problemi sempre nuovi, di stimolo all’innovazione continua, di generazione di opportunità. In questo quadro gli obiettivi qualitativi diventano cruciali e dovrebbero essere sostenuti da un sistema di premio coerente. Il lavoro in team (fuori dalla retorica però), lo scambio di sapere, la collaborazione emergente, solo per indicarne alcuni, sono i nuovi fattori da perseguire e la valutazione deve saper cogliere bene questi aspetti là dove si generano. Pensa ad un sistema di premio (magari gamificato) nel quale si da merito a tutti coloro che hanno supportato i propri colleghi con qualche spunto innovativo o abbiano promosso qualche idea poi risultata perseguibile dall’azienda, o ancora chi con la sua azione quotidiana genera opportunità formativi per colleghi.”
Roberto Favini | @postoditacco
The evaluation by goals in 2.0 HR divisions
The recent cases of multinationals fallen into disgrace and the more than 104 thousand Italian companies that have stepped into the crisis in 2012 or have ceased their activity teach us that in a scenario as the current one, characterized by changes that are as deep as they are sudden, the biggest perspectives of survival don't depend on having larger shoulders, but on a bigger ability to adapt to change.
This ability can be developed in a kaizenian way by implementing company strategies such as planning of formation and experiences of workers, the management of company knowledge (including the one that would otherwise be disperded with the exit of personnel), researching an increase of income, measurement of results and revision of strategies.
The approaches that could work in the past however, suffer today because of the changed social and economical scenarios: the culture and habits of people have changed, the commercial scenarios have changed, the way we communicate and relate to one another has changed, both inside and outside the company.
Unfortunately Italy as for organization of labor and innovative practices hasn't been up to the pace of these changes, and now it is among the last of the European countries in the charts.
About ten years ago I used to explain how an efficient and advantageous management of HR would have to go through a correct strategy of evaluation of human resources by goals.
This meant, among other things, a meeting at the beginning of the year between the single worker and his direct superior, with the goal to find and share goals that were reasonably reachable before the end of the year, when they would meet again to verify the results that have really been reached and get the conclusions.
In particular, the contents of this joined reflexion should include the description of the AS IS (acquired competences, added value to company processes) and the TO BE (problems to solve, new opportunities) regarding the resource.
A few days ago a friend showed me a similar document, which was presented as an innovative form of HR management. The impression I had was of an intervention that was late, incomplete and probably already obsolete.
Late because there aren't any new thoughts (and certainly not innovative), and they don't bring competitive advantages compared to those who have already been applying them for years (admitting that this is indeed a diffuse practice). Incomplete, because the module they had to fill in lacked the last part, the most impotant: the one where they say what happens whether the goal is reached fully, partially or not at all. A prize? A change in role? Without this, goals are useless. And obsolete, because we should reconsider in an ecosystem logic, both the PDCA cycle and the hierarchical relationship between responsible and employee who plan the goals.
The growth of the single often depends on the context of the division which he belongs to, and on every single person he interacts with (and not necessarily regarding his mansion), independently from the fact that it's a colleague, a client or a supplier.
These subject are the same who can integrate the evaluation of the responsible in a way that can become complete, objective, transparent, collaborative and contextualized. For example unknown attitudes can emerge, or scarce communication abilities, good capacities of transfering knowledge inside the company, abilitation to tools and methods which are more effective, contagion or leadership, even personal reputation.
Something similar is the recent introduction in Linkedin of the possibility of conferming competences and experiences for our web of contacts. Everything public, everything verifiable: it's the starting point for the private discussion about the goals to reach. It means to lose part of the control for managers (or formally accepting that they've already lost it long ago), but also obtaining better results, which are the ones managers themselves are evaluated on at the end of the year.
Roberto Favini | @postoditacco
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sabato 15 dicembre 2012
Sopravvivere tra multicanalità, convergenza, crossmedia, transmedia e storytelling
Ogni giorno che passa ci rendiamo sempre più conto di quanto l’evoluzione della tecnologia, la crescente diffusione dei media digitali e il profondo cambiamento delle abitudini delle persone abbiano anche rivoluzionato il modo con cui comunichiamo e raccontiamo storie.
E’ una rivoluzione culturale prima ancora che tecnologica, che ridefinisce i processi di produzione dei contenuti.
Si creano così nuove opportunità, in particolare per giornalismo, marketing, entertainment e cittadinanza partecipativa; queste richiedono nuove competenze e già oggi offrono spazio per nuove professioni.
Sempre più spesso capita di sentire o leggere termini più o meno nuovi come convergenza, crossmedialità, transmedialità, senza però che ne sia chiaro il significato (e il fatto che talvolta vengano utilizzati a sproposito non ne agevola la comprensione).
Ho pensato quindi di stendere questa breve e semplice guida, per capire, per orizzontarsi e per sfruttare al meglio le peculiarità di ciascun approccio.
- Multimedialità
Si ha quando per comunicare un'informazione riguardo a qualcosa ci si avvale di media diversi. Mette in evidenza l’aspetto tecnologico anziché il contenuto e la narrazione.
- Multicanalità
E’ l’uso combinato di molteplici canali per creare relazioni, per dialogare con il cittadino/utente e per offrire servizi (distribuzione integrata).
- Convergenza
La convergenza dei media è il risultato degli effetti provocati dalla rivoluzione dell’informazione, grazie alle nuove tecnologie digitali che creano interdipendenza tra “contenuti” e “contenitori”.
- Crossmedialità
E’ la possibilità di mettere in connessione tra loro mezzi diversi di comunicazione grazie alle piattaforme digitali, declinando l’informazione nei suoi diversi formati e canali (produzione integrata).
Esempi di crossmedialità sono “Il Signore degli Anelli”, “Harry Potter”.
- Transmedialità
E’ la progettazione di sistemi complessi, adattabili a più forme mediatiche, nell’ottica di collaborazione aperta e spontanea con un pubblico. E’ un’evoluzione rispetto ai concetti di multimedialità e di crossmedialità.
La comunicazione transmediale si muove attraverso diversi tipi di media, aggiungendo a ogni passaggio nuove informazioni all'esperienza dell'utente e usando diversi formati di media. Il fruitore avrà così a disposizione vari "punti di entrata" attraverso i quali immergersi completamente nella narrazione.
La comunicazione transmediale spesso usa pratiche di co-creazione della narrazione, grazie allo spettatore che da passivo del broadcasting assume anche un ruolo attivo, diventando di volta in volta fruitore, creatore, produttore o spettatore.
La transmedialità punta a valorizzare, coinvolgere e raggiungere il maggior numero di persone. Data la sua complessità, richiede un’attenta progettazione.
Parliamo quindi di crossmedia se abbiamo 100 pezzi identici a un singolo pezzo di un puzzle.
Parliamo invece di transmedia se abbiamo 100 pezzi diversi che formano un unico puzzle.
Esempi di transmedialità sono “Matrix”, “Lost”, la serie televisiva americana “Glee” o il progetto “Pottermore”.
- Storytelling convergente
Si ha quando vengono distribuiti gli stessi contenuti all’interno di piattaforme editoriali diverse, per quanto perfettamente integrate tra loro.
- Crossmedia storytelling
Si ha quando un progetto viene declinato su più media distribuendo in ciascuno di essi contenuti specifici e tra loro complementari o addirittura antagonistici.
- Transmedia storytelling
E’ una narrazione che si sviluppa lungo molteplici canali mediali, su ognuno dei quali vengono distribuiti contenuti specifici, con diversi punti di accesso.
Infine, una presentazione non recentissima ma che rende ancora bene l’evoluzione della narrazione nel tempo, dall’uomo primitivo fino ad arrivare alla transmedialità.
Roberto Favini | @postoditacco
Surviving among multichannel, convergence, crossmedia, transmedia and storytelling: a practical guide
Every day we realize how much the evolution of technology, the growing diffusion of digital media and the profound change of people's habits have also revolutionized the way we communicate and tell stories.
It's a cultural revolution before being technological, which redefines the content production processes. New opportunities are created, particularly for journalism, marketing, entertainment and participative citizenship; these require new skills and already offer space for new jobs.
We often hear or read terms that are more or less new, such as convergence, crossmedia, transmedia, without having a clear understanding of their meaning (and the fact that sometimes they are used in the wrong way doesn't help). I thought that it might be useful to write this little guide, in order to understand, comprehend and take advantage of the peculiar aspects of each approach.
Multimedia
You can have it when, in order to communicate an information regarding something, you use different media. It enhances the technological aspect rather than the content and the narration.
Multichannel
The combined use of multiple channels to create relationships, to talk with the citizen/user and to offer services (integrated distribution).
Convergence
Media convergence is the result of the effects caused by the revolution of information, thanks to new digital technologies that create interdependence between "content" and "containers".
Crossmedia
The possibility of connecting different means of communication thanks to digital platforms, declining information in its different formats and channels (integrated production).
A few examples of crossmedia are "The Lord of the Rings", and "Harry Potter".
Transmedia
Projecting complex systems, adaptable to more media forms, in the view of an open and spontaneous collaboration with the audience. It is an evolution of the concepts of multimedia and crossmedia.
Transmedia communication moves through several types of media, adding to each step new information on the user experience and using different media formats. The user will have several entry points he can use to completely immerge in the narration.
Transmedia communication often uses practices of co-creation of narration, thanks to the viewer that from passive of the broadcasting also assumes an active role, becoming a user, creator, producer or spectator.
Transmedia aims to give value, engage and reach as many people as possible. Given its complexity, it requires careful projecting.
We're talking about crossmedia if we have 100 identical pieces of a puzzle.
We're talking about transmedia if we have 100 pieces that together form one puzzle.
Roberto Favini | @postoditacco
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domenica 9 dicembre 2012
Quando la fotografia fa male alla notizia
Un fatto di cronaca nera come tanti altri, in piena notte, in una grande metropoli. Un cittadino documenta la scena scattando fotografie dalla finestra della propria abitazione, che poi manda a una testata online.
La testata sceglie di pubblicarle, senza indicare il nome del fotografo in quanto questo desidera mantenere anonima la propria identità (peraltro ininfluente ai fini della comprensione dell’accaduto).
Leggo questo articolo e ne rimango incuriosito perché conosco la zona. Incrocio quindi le foto con Google Map e ne proietto la traiettoria sugli edifici circostanti, individuando in men che non si dica la finestra da cui sono state scattate le foto. Subito penso che, come l'ho fatto io, potrebbero farlo anche i responsabili del fattaccio.
Quello che mi chiedo è quanto in realtà siano stati consapevoli delle possibili conseguenze sia quel cittadino che la redazione della testata. Il primo - forse coraggiosamente consapevole, forse accecato dalla ricerca del proprio quarto d’ora di celebrità - non deve necessariamente possedere competenze particolari se non quella di essere un sensore territoriale al servizio della comunità.
La testata, invece, può non conoscere le possibilità di triangolazione delle informazioni attraverso i media on-line e i social media?
La scelta editoriale di mostrare le immagini di una persona lasciata inanime sul selciato può offrire valore aggiunto alla notizia oltre a sfamare la curiosità morbosa di parte dei lettori? Deve tenere conto anche del rischio che potrebbero correre le fonti? Deve anche informare l’autore delle foto di cosa rischia, anche se lui è convinto che sia sufficiente non pubblicarne il nome?
E’ lecito pensare che, oltre alle foto pubblicate, ve ne fossero altre che identificano chiaramente i responsabili e che siano state fornite anche alla polizia? E se gli aggressori fossero più maldestri di me nell’identificazione del “fotografo casuale”, prendendosela magari col suo vicino di casa?
A giudicare da quanto riportato nell’articolo, la redazione intendeva mantenere l’anonimato delle proprie fonti ma, evidentemente, ha commesso un grave errore.
Disclaimer: non ho inserito intenzionalmente alcun riferimento a luoghi e nomi.
Ora cambiamo area geografica e sbarchiamo dall’altra parte dell’Atlantico, a New York. L’altro giorno, il NY Post ha messo in prima pagina la foto di un uomo spinto intenzionalmente sui binari della metropolitana di New York proprio mentre transita il convoglio. La fotografia è opera di un fotografo freelance presente sulla banchina in quel momento: complessivamente sono 49 le fotografie che ha scattato col flash, nel tentativo di segnalare al conducente del convoglio la situazione di pericolo.
La ricostruzione descrive una scena in cui anche altre persone in attesa sulla banchina tentano di attirare l’attenzione del conducente, sbracciandosi: nessuno invece pare che tenti materialmente di estrarre il malcapitato dalla trappola, anche se probabilmente il suo destino è ormai segnato.
L’impatto è tremendo, 22 secondi dopo; nonostante l’evidenza che a quel punto non rimane più nulla da fare, una dottoressa presente sulla banchina tenta ugualmente di rianimare la vittima. Più tardi commenterà: “It was apparent there was not much I could do -- but you can’t not do something, you have to try”.
La scelta editoriale del NY Post ha diviso l’opinione pubblica: che valore aggiunto ha offerto la fotografia pubblicata? Quello di mostrare la morte in diretta e di provocare un effetto shock tra i lettori? Se fosse capitato a un nostro parente, noi come avremmo reagito di fronte alla pubblicazione di queste foto, riprese peraltro su blog, Facebook e Twitter?
Qual è oggi il confine tra etica, responsabilità e opportunità editoriale?
Roberto Favini | @postoditacco
When photography is bad for the news
A crime news like many others, in the middle of the night, in a big city. A citizen documents the scene by taking some pictures from the window of his home, which he then sends to an online newspaper.
The newspaper decides to publish them, without indicating the name of the photographer, since he wants to remain anonymous (besides, his identity is absolutely not relevant in order to understand what happened). I read this article and I'm quite curious, because I know the area. So I analyze the pictures and cross-check them with Google Maps, projecting the trajectory on the surrounding buildings, and in a few minutes I identify the window from which the pictures were taken. Immediately I think that, just like I did, the ones responsible for the crime might do it as well.
What I do ask myself is how much awareness of the possible consequences there has been, both in that citizen, and at the online newspaper. The first, maybe bravely aware, maybe blinded by the search of his 15 minutes of fame, mustn't necessarily have any particular competences, if not being a territorial sensor at the service of his community. But can the online newspaper not know about the possibilities of triangulation of information through online media and social media?
The editorial choice of showing images of a person left unconscious on the ground can offer added value to the news, beyond feeding the morbid curiosity of part of the readers? Must it take into account the risk that the sources might be taking? Must they inform the author of the pictures about what he or she is risking, even if convinced that it is sufficient to not publish the name?
Is it legitimate to think that, beyond the photos that were published, there were others that clearly identify the responsibles and that were given to the police? And what if the criminals were not as capable as I was in identifying the casual photographer, maybe accusing his neighbor? Judging from what is in the article, the newspaper wanted to maintain its sources anonymous, but evidently it has committed a big mistake.
Disclaimer: I intentionally didn't include any reference to places or names.
Now let's change geographic area and let's go to the other side of the Atlantic, in New York. A few days ago, the NY Post has put on front page the picture of a man intentionally pushed on the subway tracks in NY while a train is passing. The photo was taken by a freelance photographer present at that moment: he took 49 photographs with the flash, hoping to signal the driver of the train the dangerous situation.
The reconstruction describes a scene in which even other people waiting tried to attract the driver's attention, but nobody seemed to materially help the unfortunate man from the deadly trap, even if his destiny seemed to be signed. The impact is awful, 22 seconds later; in spite of the evidence that there's nothing left to do, a doctor present on the scene tries CPR on the victim. Later she will say:
“It was apparent there was not much I could do -- but you can’t not do something, you have to try”.
The editorial choice of the NY Post has divided the public opinion: what added value has the published photograph offered? Showing death in its inevitability and causing a shock effect among the readers? What if it happened to one of our own relatives, how would we have reacted at the publication of these pictures, which were by the way shared on blogs, Facebook and Twitter?
What is the line between ethics, responsibility and editorial opportunity?
Roberto Favini | @postoditacco
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giovedì 15 novembre 2012
Il @TheEconomist, @r_formigoni e la piaga lombarda
Una testata autorevole come l’Economist ha pubblicato una personale interpretazione (se vogliamo, anche superficiale) del degrado politico, economico e culturale di certi ambienti negli ultimi decenni in Italia, attribuendone pesanti responsabilità a Milano in quanto capitale finanziaria ed ormai ex capitale morale d’Italia.
Per spiegare come si sia potuti arrivare alla situazione attuale, l’Economist ricostruisce la sequenza di premier che Milano e la Lombardia hanno fornito al Paese, da Craxi a Monti, passando per Berlusconi.
A parte l’attuale, definito (con poca fantasia, in verità) sobrio e coscienzioso, gli altri due ne escono con le ossa rotte: morto da latitante in esilio il primo, organizzatore dei noti "Bunga Bunga" party il secondo.
Poi passa a spiegare che Milano si trova in Lombardia, una regione guidata da tale Roberto Formigoni, in carica da ben 17 anni ed esponente del movimento cattolico Comunione e Liberazione (CL) che professa amore fraterno, obbedienza e povertà che organizza meeting a cui in passato hanno partecipato persone come Madre Teresa di Calcutta.
L’Economist non riesce invece a spiegarsi e a spiegare come mai si sia arrivati allo scioglimento del Consiglio regionale e come mai questa stessa persona e altri affiliati a CL possano essere in realtà mafiosi o corrotti, come i 14 deputati regionali tra indagati e arrestati per reati che comprendono corruzione, donazioni illegali, frode, appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta e istigazione alla violenza.
Tra questi, i legami dell’assessore regionale Zambetti con la ‘ndrangheta calabrese e l’immancabile riferimento a Nicole Minetti (già showgirl televisiva e igienista dentale), accusata di favoreggiamento della prostituzione per aver arruolato le donne per i "Bunga Bunga" party di Berlusconi. Quando si parla di affari italiani sulle testate estere, questi riferimenti purtroppo non mancano mai, tanto che comincio a pensare che ormai sia un must per essere pubblicati dall’editore. Viene sottolineato quindi come tutti tranne uno appartengono al PdL di Berlusconi o all’alleato politico Lega Nord.
Parla anche di un nord razzista, che si sente più vicino alle culture celtiche o teutoniche che non a quella del meridione del Paese.
A mio modesto avviso, un quadro molto, molto superficiale, che riflette solo parzialmente la situazione italiana.
Per rendere l’idea, ho realizzato la tag cloud con le figure chiave citate nell’articolo.
Bisogna ammettere che, obiettivamente, la situazione attuale non sia di quelle che avvicinano i cittadini ai politici, però può esserlo di quello che avvicinano alla politica: non a questa politica, ma a una di rinnovamento e di partecipazione, di trasparenza e di innovazione, di ottimizzazione delle risorse esistenti e di creazione di nuove, di rappresentanza reale e di meritocrazia, di integrazione tra vecchi princìpi e nuove tecnologie.
Personalmente sono convinto che le prospettive di una ripresa italiana (non soltanto economica) non siano così catastrofiche come parrebbe da quanto descritto ingenerosamente (e forse con un pizzico di interesse) dall’Economist che, grazie al cielo, almeno non parla di pizza né di mandolino.
Roberto Favini | @postoditacco
@TheEconomist and the Lombardy plague
A serious paper like The Economist has published a personal interpretation (if we wish, a very superficial one) of the political, economical and cultural degrade of certain environments in the last few decades in Italy, giving heavy responsability to Milan as the financial and ex moral capital of Italy.
In order to explain how we got to the current situation, the Economist reconstructs the sequence of prime ministers that Milan and Lombardy have given to the country, from Craxi to Monti, with Berlusconi in the middle.
Apart from the current one, defined (with quite a lack of fantasy) sober and scrupulous, the other two don't come out very well: dead in exile the first, organizer of the famous Bunga bunga parties the second.
Then it goes on explaining that Milan is in Lombardy, a region guided by Roberto Formigoni, in charge for 17 years and exponent of the Catholic movement Communion and Liberation (CL) that professes brotherly love, obbedience and poverty, and that organizes meetings attented in the past by people like Mother Teresa of Calcutta.
The Economist can't seem to explain how we got to the closure of the regional council and how come this same persone and other CL affiliates can be actually corrupt or involved with the mafia, like the 14 regional deputees under inquiry and arrested for crimes that include corruption, illegal donations, fraud, embezzlement, bankruptcy and instigation to violence.
Among these, the ties of regional councillor Zambetti with the Calabrian 'ndrangheta and the compulsory reference to Nicole Minetti (showgirl and dental hygienist) accused of favoring prostitution for enroling women in Berlusconi's Bunga bunga parties. When foreign newspapers talk about Italian affairs, these referrals never lack, and I'm beginning to think that they're a must in order to get published. And then there's an emphasis on the fact that all of them except one are part of Berlusconi's PDL or of the allied Northern League. It also tells the story of a racist north, that feels much closer to the celtic or teuthonic cultures rather than those of the south.
In my opinion it's a very shallow scenario, that only partially reflects the Italian situation.
In order to give a better idea, I made a tag cloud with the key figures cited in the article. One must admit that the current situation isn't one of those that make citizens come closer to politicians, but it could be one that makes citizens come closer to politics, one of renewal and participation, transparency and innovation, optimization of existent resources and creation of new ones, real representatives and meritocracy, integration between old principles and new technologies.
Personally I am convinced that the perspectives of an Italian rebirth (not only economical) aren't as catastrophic as described quite ingenerously (and perhaps with a pinch of interest) by the Economist, that at least doesn't talk about pizza and Colosseum.
Roberto Favini | @postoditacco
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domenica 23 settembre 2012
I supereroi ai tempi dei social media
Il successo di critica e di pubblico raccolto dal terzo capitolo della trilogia di Batman diretta da Christopher Nolan, la cui trama è ben raccontata da Fabio Chiusi, è stato da un certo punto di vista una grossa sorpresa, per chi si aspettava un riadattamento in funzione dei tempi.
Sarebbe stato logico aspettarsi non più un giustiziere solitario ma un non-protagonista, un’espressione di una volontà collettiva, magari con un finale dove il supereroe in difficoltà viene aiutato da una collettività, proprio come nella scena finale di “V come vendetta” dove insorgono i cittadini, mascherati da Guy Fawkes.
Alcune riflessioni sui recenti cambiamenti nella società (condizioni, abitudini, rischi) possono quindi aiutarci a capire se in tutto questo c’è dell’anacronismo.
I supereroi, miti creati dall’uomo fin dalla notte dei tempi e ripresi all’inizio del secolo scorso sotto forma di storie a fumetti, vennero ben presto utilizzati come elemento di propaganda antinazista durante la Seconda guerra Mondiale e anticomunista durante la guerra fredda. Lo stesso Magneto degli X-Men trascorse parte della sua infanzia ad Auschwitz.
In Italia, Superman dovette cambiare nome a favore dei più autarchici Ciclone, Uomo d'acciaio e Nembo Kid.
Il supereroe era più vicino al superuomo di Nietzsche, alle visioni emersoniane e alla Disobbedienza civile teorizzata da Henry David Thoreau. Oggi, più che un “uomo forte” sarebbe un uomo influente.
Chi è il supereroe? Il supereroe è una figura iconica che possiede abilità straordinarie che utilizza per combattere tutto ciò che mette in pericolo il territorio in cui vive e la sua popolazione (a volte, persino l’intera umanità).
Chi sono i supereroi al tempo dei social media? Li puoi riconoscere forse dall’elmetto giallo dei minatori della Carbosulcis, oppure puoi trovarli in mezzo agli operai dell’Alcoa. Sono sporchi, sudati, disperati e determinati, espressione di un territorio difficile: il Sulcis, moderne Termopili.
E i pompieri dell’attentato di undici anni fa a Ground Zero, sia quelli sopravvissuti che quelli rimasti sotto le macerie, ancora oggi ricordati per il loro comportamento eroico? Non sono forse supereroi anche loro? In fondo, Gotham City ricorda sinistramente New York, no?
Impossibile non pensare anche alle Paraolimpiadi appena concluse, dove un uomo di nome Alex Zanardi a 45 anni stravince due medaglie d’oro, una per ogni gamba che il destino gli ha portato via, ma risparmiandogli miracolosamente la vita dopo che in precedenza gli aveva offerto la notorietà come pilota di F1. Vittorioso con record alla maratona di New York, campione italiano di ciclismo su strada, campione nella vita, è stato insignito delle massime onorificenze a cui possono ambire cittadini e sportivi italiani. E’ sufficiente per essere considerato un supereroe?
Bradley Manning, due volte candidato al Nobel per la pace, ha finora trascorso 847 giorni di carcere durissimo senza nessuna incriminazione formale. Ha osato come nessuno prima di lui in nome della libertà d’informazione della quale è oggi il simbolo. Se non è un supereroe questo...
Che abilità deve possedere? Una volta il supereroe doveva possedere una forza sovrumana, saper volare, trasformare il proprio corpo in qualcosa di diverso, essere presente nel luogo e nel momento stesso in cui un evento grave avveniva. Oggi deve avere il coraggio di denunciare pubblicamente un sopruso, deve sapere comunicare attraverso qualsiasi medium, deve sapere coinvolgere e abilitare le folle, deve avere una rete di relazioni con persone che possono essere ovunque e in qualsiasi istante al posto suo.
Chi stabilisce chi è un supereroe? Supereroe si nasce o si diventa? Lo si diventa, inconsapevolmente: lo stesso Clark Kent aveva acquisito i superpoteri solo come reazione al cambiamento di atmosfera rispetto al pianeta Krypton. Una volta, però, era il supereroe stesso che si palesava alla società e si autoeleggeva tale quando scopriva di avere dei poteri particolari oppure spinto da giustizialismo. Agiva in difesa della massa, della quale però non gli interessava l’opinione perché agiva per soddisfare un proprio desiderio. Il supereroe era figlio delle storture della società, la stessa che ne aveva provocato la metamorfosi colpendolo profondamente e intimamente.
Oggi il supereroe è prima di tutto un leader riconosciuto come tale dalla massa e non potrebbe esistere senza questo appoggio. Attraverso i social media, chiunque può riuscire a ottenere grande visibilità e questo facilita il processo di creazione dei supereroi da parte della società. E’ un ruolo a tempo determinato, che cessa appena la massa comincia a credere che non sia più una figura credibile.
E’ rappresentativo? Una volta, il supereroe prendeva le distanze dalla società che lo ha partorito, andandovi a colmare una lacuna esistente sviluppando le qualità necessarie.
Oggi il supereroe è diretta espressione delle necessità delle folle, delle quali è interprete volontario o involontario.
E’ invincibile? Una volta, il supereroe era quasi invincibile, a causa di punti deboli (come la kryptonite per Superman) che però gli conferivano un tocco di umanità.
Oggi questo è indifferente, perché l’ecosistema in cui si muove segue modelli a rete ed è autoadattativo. Morto un supereroe, se ne fa subito un altro.
Che aspetto e identità ha? Bello come il sole e palestrato, compiva atti di eroismo esclusivamente indossando un costume che ne metteva in risalto la prestanza fisica. Il viso era coperto da una maschera per celare l’identità; Superman faceva eccezione, in quanto riusciva a non farsi identificare come Clark Kent nonostante si togliesse unicamente gli occhiali.
Oggi la maschera è quella di Anonymous e compare non solo per celare l’identità (ed evitare ritorsioni) ma anche quando si vuole negare l’identità personale in favore di una collettiva.
Dove vive? Una volta il supereroe viveva nelle grandi metropoli: caotiche, multietniche, piene di contraddizioni. Come New York. Oggi, con i social media che abbattono le barriere spaziali e temporali, potrebbe benissimo trovarsi nella periferia del mondo o vivere in un non-luogo.
Che simbolo usa? Il simbolo è fondamentale per affermarne l’identità. Oggi potrebbe essere un hash, un hashtag, un avatar, un glider o un like.
In che condizioni economiche vive? Il supereroe dei fumetti spesso è ricco e non ha bisogno di lavorare, così da avere molto tempo libero per combattere i nemici della società. Il supereroe di oggi se ha molto tempo libero è perché non ha un lavoro, ce l’ha saltuario o rischia di perderlo. Spesso proprio la motivazione economica è alla base delle sue azioni.
Chi sono i suoi nemici? I nemici classici del supereroe non erano generiche ingiustizie sociali ma singoli personaggi che alteravano gli equilibri della società. Al contrario, oggi sono la crisi economica internazionale, il tentativo di limitare la libertà di espressione sui media digitali, le dittature.
E’ amato oppure odiato? Oggi basta una frase fuori luogo per passare da salvatore della patria a persona da dileggiare, alla velocità di un tweet. La spontaneità paga, ma i rischi per la propria reputazione sono molti.
La differenza principale però è proprio che il supereroe classico agisce per riportare l'ordine e ristabilire equilibri consolidati. La sua opera è considerata infatti tranquillizzante.
Al contrario, il supereroe al tempo dei social media è destabilizzante, punta a sovvertire radicalmente e brutalmente gli ordini precostituiti, visti come inquinati dalle ingiustizie sociali. Per questo motivo è malvisto dall'establishment, ma può contare sull'apporto della base di persone nelle sue stesse condizioni. E' tutto sommato una figura positiva perché distrugge per ricostruire meglio. Fino al successivo inquinamento, quando tornerà per distruggere e ricostruire ancora.
Roberto Favini | @postoditacco
Superheroes in the times of social media
The critics and public success gained by the third chapter of the Batman trilogy, directed by Christopher Nolan, for which the story has been very well told by Fabio Chiusi, has been from some points of view a big surprise, at least for those who expected a re-adaptation according to times.
It would have been logical to expect not a solitary justice maker but a non-protagonist, an expression of collective will, eventually with a finale where the superhero in distress is helped by a multitude of people, much like in the final scene of "V for Vendetta", where citizens revolt dressed in Guy Fawkes outfits.
Some thoughts about the recent changes in society (conditions, habits, risks) can help us understand whether in all this there is any anachronism.
Superheroes, myths created by man since the beginning of time and turned into comic books at the beginning of the last century, have been utilized very soon as an antinazi tool of propaganda during WWII, and anticomunist during the Cold War. Even Magneto of the X-Men spent part of his childhood in Auschwitz.
In Italy, Superman had to change name in favor of Ciclone, The Steel Man and Nembo Kid.
The superhero was closer to Nietzsche's superhuman, to the Emersonian visions and the Civilian disobbedience theorized by Henry David Thoreau. Today, more than a "strong man", he would be an influential man.
Who is the superhero? The superhero is an iconic figure that has extraordinary abilities that he uses to fight everything that puts in danger the territory in which he lives and its population (sometimes, the entire humanity).
Who are superheroes in the times of social media? You can probably recognize them from their yellow helmet of the Carbosulcis miners, or you can find them among the Alcoa workers. They're dirty, sweaty, desperate and determined, expression of a difficult territory: the Sulcis, the modern Thermopilis.
And the firefighters of the attack eleven years ago at Ground Zero, both the ones who survived and the ones who remained under, who are still today remembered for their heroic behavior? Aren't they superheroes as well? After all, Gotham City is incredibly similar to New York, isn't it?
Impossible not to think about the ParaOlympic Games that have just finished, where a man called Alex Zanardi, at the age of 45 wins two gold medals, one for each leg that life took away from him, but miraculously giving him his life after offering him fame as a F1 pilot. Victorious with record at the New York marathon, Italian champion of cyclism, champion in his life, he has been given the highest honors that Italian citizens and athletes can hope for. Is it enough to be considered a superhero?
Bradley Manning, twice candidated for the Nobel Peace Prize, has been in jail for 847 days without any formal charges. He has dared as nobody before him, in name of that freedom of information of which he is the symbol today. If he's not a superhero...
What abilities does he have to have? Once, the superhero had to possess a superhuman force, he had to know how to fly, transform his body in something different, be present in the time and moment when something bad happened. Today he has to have the courage of publicly reporting an abuse, know how to comunicate through any medium, know how to involve and abilitate crowds, must have a web of relationships with people that can be anywhere and anytime in his place.
Who decides who a superhero is? Is a superhero born or does he become one? He becomes one, without even knowing: even Clark Kent had gained his superpowers as a reaction to the change of atmosphere in relationship with Krypton. Once, however, it was the superhero himself that presented himself to society and elected himself as one when he discovered he had powers, or when he was driven by justicialism. He acted in defense of the masses, and didn't care about its opinion because he acted to satisfy his own desire. The superhero was a child of society deformations, the same that had caused its metamorphosis by striking him hard and deep.
Today the superhero is first of all a recognized leader and couldn't exist without the support of the masses. Through social media, anyone can obtain great visibility, and this facilitates the process of creation of superheroes on behalf of society. It is a timed role, that ends the moment when the crowds decide that he is no longer a credible figure.
Is he representative? Once, the superhero took his distances from the society that had created him, and filling the existing gap by developing the necessary qualities. Today the superhero is a direct expression of the necessity of crowds, of which he is a voluntary or involuntary interpreter.
Is he invincible? Once, the superhero was almost invincible, because of his weak points (such as kryptonite for Superman) that gave him a touch of humanity. Today this doesn't matter, because the ecosystem in which he moves follows models in a web and is autoadaptive. When a superhero dies, another one is born.
What does he look like and what is his identity? Handsome as the sun and very fit, he did acts of heroism exclusively while wearing a costume that enhanced his physical shape. The face was covered by a mask to hide his identity: Superman was a an exception, since he managed to not get identified as Clark Kent, even though he only took off his glasses.
Today the mask is the Anonymous one and appears not only to conceal identity (and avoid revenges), but also when you want to deny a personal identity in favor of a collective one.
Where does he live? Once the superhero lived in great metropolis: chaotic, multiethnic, full of contradictions. Just like New York. Today, with social media destroying spatial and temporary barriers, he could just as well live in the perifery of the world or in a non-place.
What symbol does he use? The symbol is fundamental to affirm his identity. Today it might be an hash, a hashtag, an avatar, a glider or a like.
In what kind of economical conditions does he live? The comic book superhero is often rich and not in need to work, so he has a lot of spare time to dedicate to fighting the enemies of society. The superhero of today has a lot of spare time because he doesn't have a job, he has a saltuary one or he risks to lose it. Often it is the economical motivation that drives his actions.
Who are his enemies? The classical enemies of the superhero weren't generical social injustices, but single characters that altered the balances of society. On the contrary, today the dictatorships are the international economic crisis and the attempt of limiting the liberty of expression on digital media.
Is he loved or hated? Today one single wrong sentence can take you from savior of the country to despicable person, at the speed of a tweet. Spontaneity works, but the risks for reputation are many.
The main difference, though, is that the classical superhero acts to re-establish order and balances. His work is considered in fact quite tranquilizing.
On the contrary, the superhero at the times of social media is destabilizing, he aims at radically and brutally changing the preconstituted orders, seen as polluted by social injustices. For this reason he is not seen with favor by the establishment, but he can coun on the help of those people who are in his same situation. He is after all a positive figure because he destroys in order to build better. Until the next pollution, when he will come back to destroy and rebuild again.
Roberto Favini | @postoditacco
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