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giovedì 11 aprile 2013

Intervistato.com | Fabrizio Goria @fgoria



Fabrizio Goria, giornalista de Linkiesta e noto esperto di economia, ci ha concesso un'interessante intervista qualche giorno fa: abbiamo parlato della crisi economica, delle banche e dei provvedimenti che il governo dovrà prendere prima della fine della legislatura, giusto per citarne alcuni.


In primo luogo abbiamo chiesto a Fabrizio cosa ne pensa dei politici che indicano l'Euro come causa di ogni male, e se si tratta di un argomento valido oppure semplicemente dell'uso di un bersaglio facilmente spendibile in campagna elettorale. A suo avviso il problema non è tanto dell'Euro come moneta, in quanto si tratta di una questione già risolta, ma è un problema politico. L'Europa stessa è divisa in due, una parte che vuole maggiore integrità e sviluppo dell'UE, e l'altra parte che incarna le spinte populiste e la rabbia della gente che spinge per il ritorno alle valute nazionali. Nessuno tuttavia sa veramente cosa può succedere nel caso quest'eventualità dovesse diventare realtà.

Un'altra domanda fatta a Fabrizio riguarda la possibilità della trasformazione della BCE nell'equivalente della FED americana, e se questo passaggio è inevitabile per il mantenimento della stabilità europea. Fabrizio sostiene che è molto facile pensare che stampando moneta si risolva tutto: tuttavia non si può pensare di risolvere una crisi di debito che è anche sociale ed economica, creando semplicemente altro debito.

Negli Stati Uniti si è in piena campagna elettorale: le elezioni e il loro esito avranno probabilmente qualche effetto sull'andamento dell'economia americana e quella europea. Secondo Fabrizio se gli Stati Uniti fossero stati più forti a livello negoziale, anche la crisi in Europa sarebbe finita probabilmente prima. Al G20 di Cannes i funzionari americani erano spaventati da quello che stava avvenendo in Europa, specialmente a causa dell'incertezza riguardo al futuro. Gradualmente la BCE sta prendendo provvedimenti e di fatto sostituendosi a governi e politici, rendendo gli Stati Uniti un giocatore minoritario in questo grande gioco.

Abbiamo chiesto a Fabrizio quale sia il livello reputazionale delle banche sul web e quali azioni di comunicazioni potrebbero intraprendere per migliorare la loro immagine: secondo lui molte persone odiano le banche in quanto non le capiscono, e non capiscono il loro reale lavoro e le difficoltà che queste incontrano. Sarebbe dunque indicato che si aprissero di più, comunicassero di più per arrivare alla persona comune. Dal momento in cui l'informazione diventa ottimale, le banche saranno probabilmente meno odiate.

La crisi ha portato molte persone ad avvicinarsi al mondo economico con molta curiosità, perché vogliono capire che cosa succedendo e perché. Dall'altra parte anche i giornalisti dovrebbero fare un aggiornamento continuo, in quanto il mondo sta cambiando, molti mercati stanno cambiando, e se loro stessi non riescono a capirli, sarà impossibile riuscire a spiegarli ai lettori.

Per quanto riguarda la trasparenza finanziaria dell'Italia rispetto ad altri membri del G20, purtroppo la situazione è negativa: l'Italia non è riuscita nemmeno a rispettare gli impegni presi durante il G20 di Cannes, molto probabilmente a causa dell'abbraccio mortale tra le banche e la politica.

Secondo Fabrizio una maggiore diffusione di open data da parte della PA rischia di scoperchiare un vaso di Pandora: se si va a guardare nel piatto in cui tutti hanno mangiato negli ultimi 20 anni, qualcosa si trova sicuramente. Per questa ragione l'open data potrebbe creare dei fastidi a molti.

Abbiamo chiesto a Fabrizio un'opinione in merito a Digitalia: a suo avviso sarebbe un cambiamento epocale se veramente fosse portato avanti in modo serio, competente ed efficace. L'Italia avrebbe finalmente la possibilità di mettersi al pari di tanti altri paesi, primo fra tutti la Francia.

Infine abbiamo a chiesto a Fabrizio quali sono le 3 mosse economiche lungimiranti che questo esecutivo dovrebbe portare a casa prima della fine della legislatura: in primo luogo tagliare le tasse alle imprese, decisamente troppo elevate; tagliare la spesa pubblica e gli enti inutili; attuare i progetti di semplificazione territoriale, primo fra tutti l'abolizione delle province.

Naturalmente invito tutti a visionare l‘intervista integrale, molto più ricca e dettagliata di questa mia breve sintesi.

Buona visione!

Maria Petrescu | @sednonsatiata


Intervistato.com | Fabrizio Goria

A few days ago we had the pleasure of interviewing Fabrizio Goria, journalist at Linkiesta and renown economy expert: we talked about the economic crisis, the banks and the changes the government will have to do before the end of the mandate, just to name a few.

First of all we asked Fabrizio what he thinks about the politicians that indicate the Euro as the cause of all evil, and whether it is a valid argument or just the use of an easy target during the elections campaign. He believes that the problem isn't Euro as a currency, since this is an issue that has already been solved, but rather a political problem. Europe itself is divided in two, one part that wants more integrity and development for the European Union, and the other that incarnates the populist pressures and the anger of people who insist for the return to national currencies. Nobody actually knows what would happen if this were to become reality.

Another question we asked Fabrizio regards the possibility of the transformation of BCE in the equivalent of the American FED, and whether this step is inevitable in order to maintain the stability of the eurozone. Fabrizio believes that it is easy to think that by printing more money the matter is solved: you cannot think to solve a crisis that is a debt crisis, but also a social and economical crisis by simply creating more debt.

In the United States we are in the middle of the elections campaign: the elections and their results will probably have some effects on the American and European economies. In Fabrizio's opinion if the US had been stronger at a negotiation level, the crisis in Europe would have finished earlier. At the Cannes G20 the American functionaries were frightened by what was happening in Europe, especially because of the uncertainties regarding the future. Gradyally the BCE is making changes and substituting itself to governments and politicians, making the US a minor player in this big game.

We asked Fabrizio what the reputation level of banks on the web is and what communication actions they could implement in order to make their image better: he believes many people hate banks because they do not understand them, and they do not understand their true work and the difficulties they encounter. It would be indicated for them to open up more, to communicate more in order to reach the common people. When the communication becomes optimal, the banks will probably be less hated.

The crisis has brought many people to grow an interest for the economic world, which they approach with a lot of curiosity, because they want to understand what is happening and why. On the other side journalists as well should do a continuous update, because the world is changing, many markets have changed, and if they cannot understand it, they are going to have a hard time explaining it to others.

As for the matter of financial transparency of Italy in comparison with other members of the G20, unfortunately the situation is negative: Italy hasn't even been able to respect the promises made during the G20 at Cannes, probably because of the mortal embrace of banks and politics.

Fabrizio also suggested that a wider diffusion of open data by the PA risks to open Pandora's box: if you look into the plate where everyone has eaten from during the last 20 years, you're surely going to find something wrong. This is the reason why open data could cause problems to many.

We asked Fabrizio an opinion about Digitalia: it would surely be a major change if it were brought forward in a serious, competent and effective way. Italy would finally have the opportunity to be at the same level with other countries, first of all France.

Finally we asked what the 3 economic moves this government should do before going home: first of all cutting the taxes for companies, which are way too high; cutting public expenses and useless institutions; simplifying the territory with projects such as the elimination of provinces.

Of course, I invite everyone to view the full interview, much richer and more detailed than my brief synthesis.

Enjoy!

Maria Petrescu | @sednonsatiata

domenica 3 marzo 2013

Sul coraggio e la libertà di cambiare



“Odio questo paese da una vita e oggi anche di più perché non ha rispetto dei propri figli. Ma non me ne vado per odio, me ne vado perché spero che un giorno il mio figlio capisca che staremo vivendo meglio. Credo che sia il momento più duro della mia vita. “

Queste sono le parole di una mia amica, che sogna da una vita di cambiare paese, sogna di trovare il posto giusto per lei e ora, finalmente ha preso la decisione di fare il grande passo. Non è mai troppo tardi per cambiare, se è quello che si desidera.

Cosa vuol dire il cambiamento, se non una trasformazione, una crescita ed un miglioramento di se stessi. Tutto intorno a noi cambia continuamente, la natura, il tempo, i costumi, tutto si evolve, si trasforma, cresce oppure muore. Il cambiamento è l'essenza della vita stessa. Allora perchè cambiare ci fa tanto paura, perché le persone a volte fanno di tutto per non cambiare?

Ci sono molteplici le situazioni nelle quali rifiutiamo il cambiamento e continuiamo ad aggrapparci alle cose, alle persone, alle situazioni, ai ricordi. Vediamo spesso donne che rimangono per anni in matrimoni infelici, “accettando” anche le violenze domestiche. Moltissime persone fanno lavori che non amano, solo per avere il “posto fisso”, vivendo ogni giorno con la consapevolezza che non sono al posto giusto e rubando magari il lavoro ad una persona veramente adatta a quella situazione. Rimangono incastrate in situazioni per le quali non sono portate perché pensano di non poter fare altro che quello che fanno e hanno paura di ricominciare a studiare, a imparare un mestiere nuovo, a fare qualcosa che veramente li piace.

Affrontare il cambiamento vuol dire avere il coraggio di scegliere la cosa giusta anche se la più difficile. Dovremmo scegliere di liberare la nostra forza e buttarci dallo scoglio, fare un salto nella vita. Il senso di tutte le cose sta nel calore della trasformazione, della strada che dobbiamo percorrere e nel desiderio della conoscenza. Come viviamo il cambiamento, questo dipende da noi.

Quindi il coraggio di cambiare è anche un atto di amore verso noi stessi, è il desiderio di inseguire i propri sogni. Perché in tutto ciò capita spesso che ci si scorda una cosa essenziale: se stessi ed i sogni che nascondiamo dentro di noi. Ci dimentichiamo lungo il nostro viaggio che l'emozione e l'animazione per qualcosa di vero, ci indica la strada da seguire passo per passo.

In questo momento di crisi che stiamo attraversando, più che mai abbiamo bisogno di tirare fuori le risorse che abbiamo dentro di noi e che magari abbiamo lasciato giacere nel profondo del nostro cuore. Certamente sarà difficile cambiare, anche per causa delle vecchie mentalità che ancora sono presenti in ciascuno di noi, dal politico allo studente, dal funzionario pubblico allo scienziato e cosi via. “La liberazione, se realmente ci sta a cuore”, scriveva E. Cioran, “deve procedere da noi stessi: a nulla serve cercarla altrove, in un sistema già fatto o in qualche dottrina orientale.”

Siamo lo specchio di quello che facciamo ripetutamente, quindi, alleniamoci su questo, sul desiderio di sentirci liberi di inseguire i sogni. Nessun cambiamento positivo non si verificherà nella nostra vita fino a quando ci si aggrappa al pensiero che la ragione che ci impedisce di vivere bene è fuori di noi. Fino a quando continueremmo a dare la colpa a quelli che ci trattano ingiustamente, tipo un marito violento, un capo esigente, situazioni di costrizione e limitazione sociale, la situazione non cambierà. Solo noi siamo responsabili e la chiave sta in noi stessi, perché tutti abbiamo la libertà ed il potere di scegliere.

Chiudo con i versi della canzone "People have the power" di Patti Smith, che è un vero inno dedicato alla libertà:

"Ascolta: Io credo che tutto quello che sogniamo
può arrivare e può farci arrivare alla nostra unione
noi possiamo rivoltare il mondo
noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra
noi abbiamo il potere
La gente ha il potere..."

Daniela Butcu | @danib1977


About the courage and freedom to change

“I've always hated this country and today even more because it doesn't have respect for its children. But I'm not leaving out of hate, I'm leaving because I hope that one day my son will understand that we'll be living better. I think this is the most difficult moment of my life."

I've had the lyrics of this song in mind for the entire weekend. They just came to me as I walked among the city crowd; just like the famous "singer without an audience" of the Iene who entered by surprise in various manifestations to steal the scene to the protagonists, I had the feeling I was assaulted from several sides by many minstrels trying to attract an audience with their verse.

I would have liked to dance away on a swing rhythm and go home. At every corner there's someone asking for something. Kids and young people who stop you in a friendly manner to ask for a signature against drugs, middle age ladies with bags full of oranges to get funds for the research against cancer (which by the way is a great initiative), retired old men holding signs reading "Are we crazy?" who want you by their side against the implementation of the incinerator, the foreign kids who want to sell you lighters and paper napkins.

Even they have evolved. They have a new marketing technique, they don't say the price they want, but leave the choice to you (maybe because they figured out that the price they get is always overestimated compared to the real value of the object they're offering). And the list goes on and on. There's really anything on the streets of a city, everyone uses their own method, one smarter than the other. If you happen to walk in the same spot two or three times, they stop you every single time, so you have to get filled with paper or apologize and explain you've already been informed.

In this metropolitan jungle, assaulted by people and information, we feel "attacked" and we close ourselves to others, we can't see details anymore, we can't distinguish those who really need our help anymore. We become immune to sounds, to people who touch us, who stop us, who look at us only because the whole situation causes a reaction of self defense. And we give in to mechanical daily gestures that lead us to get away from the environment and our peers, and implicitly from the world.

At least, that's what happened to me. I realized that every time I went out it was very hard not to disconnect from the others and enter some sort of trance that lasted until the end of the street, where I could walk in some place and have a moment of peace.

Daniela Butcu | @danib1977

martedì 12 febbraio 2013

Caro Caporale, lo Stato non è una famiglia



“Se il Pd facesse il suo mestiere direbbe a noi italiani che la spesa pubblica ha raggiunto un livello stratosferico, circa 800 miliardi di euro, e continua a galoppare, anno dopo anno. E non c’è tassa, sovrattassa, Imu o altra patrimoniale che riuscirà mai a tenergli testa. L’Italia è una famiglia che spende ogni mese più del triplo di quel che incassa, e cumula debiti e a stento ripaga gli interessi senza riuscire a scalfire il capitale che comunque dovrà restituire.”

Così scrive Antonello Caporale in un post del suo blog sul Fatto Quotidiano.

Purtroppo Caporale è completamente fuori strada, come è facile dimostrare, anche al netto dell'azzardata affermazione circa il fatto che la spesa supera di tre volte le entrate (in realtà il disavanzo pubblico è di pochi punti percentuali e tutti dovuti agli interessi sui titoli pubblici che non possiamo controllare).

Vediamo cosa succederebbe – e cosa in effetti è successo – se applicassimo la logica del bilancio famigliare ad uno stato o a una intera economia. Per fare ciò, poniamo che il reddito nazionale (PIL) sia, in un certo anno, 1000 miliardi e che di questo il 45% sia la spesa pubblica. Difatti, è bene ricordarlo, il reddito di una intera economia è pari alla somma dei consumi, degli investimenti, delle esportazioni nette (cioè la differenza tra esportazioni e importazioni) e, con grande cruccio di Caporale, anche della spesa pubblica.

Abbiamo quindi questi 450 miliardi di spesa che supporremo essere finanziati da 450 miliardi di entrate fiscali (il famoso pareggio di bilancio). Per far contento Caporale, taglieremo i 450 miliardi e li porteremo a 400. Immediatamente noteremo che il PIL sarà sceso da 1000 a 950. Non un grande risultato, il -5%. Ma cosa vuol dire tagliare di 50 miliardi la spesa pubblica? Cos'è precisamente la spesa pubblica?

Caporale non lo dice, ma la spesa pubblica sono gli stipendi dei dipendenti dello stato, gli acquisti delle pubbliche amministrazioni, la sanità, la scuola, eccetera eccetera. Ora, trascuriamo gli effetti sociali, parliamo solo di numeri. Se lo stato taglia la sua spesa, vorrà dire che il settore privato (cioè noi cittadini) riceveremo meno soldi e che saremo costretti a fornirci di servizi pagandoli direttamente.

Vediamo quindi che accade in concreto dopo il taglio. Probabilmente una parte di dipendenti pubblici verrà licenziata o vedrà calare il proprio stipendio. Nel momento in cui ciò accade, queste persone avranno meno reddito da spendere. E' quindi chiaro che ci si può attendere un calo dei consumi. Purtroppo non finisce qui. Le imprese che producono beni di consumo, vedranno calare la domanda e quindi a loro volta chiuderanno o licenzieranno. Avremo quindi ancora più persone senza lavoro o con un reddito ridotto. Queste persone, a loro volta, faranno meno acquisti, e così via. Lo stesso vale ovviamente se lo stato taglia gli acquisti, oppure, e peggio, se taglia gli investimenti.

Il risultato finale è che il PIL non calerà solo di quel 5%, ma di un 5% moltiplicato per un certo fattore, chiamato “moltiplicatore fiscale”. Quanto vale? Il Fondo Monetario Internazionale ha calcolato 1,5 – 1,7 (il che significa che ogni taglio alla spesa pubblica di un euro procura un calo del PIL di 1,7 euro) facendo ammenda per averlo sottostimato quando ha consigliato austerità ai paesi periferici europei.

Ma la storia continua. Poiché il reddito nazionale è calato, e abbiamo creato tutti questi disoccupati, il gettito fiscale dello stato diminuirà o, nella migliore delle ipotesi, non crescerà di quanto ci si sarebbe aspettato, per cui le finanze pubbliche ne risentiranno. E, ancora, la massa di disoccupati chiederà sussidi, diventando un peso per lo stato.

A questo punto si alza Oscar Giannino e dice: d'accordo, ma noi diminuiremo le tasse così i cittadini potranno spendere. Peccato però che il moltiplicatore delle tasse è molto minore di quello della spesa (e questo ce lo dice sempre il FMI, mica i Marxisti per Tabacci), intorno a 0,3-0,5.

Il motivo è semplice: solo una parte del maggiore reddito disponibile grazie alla riduzione delle imposte verrà spesa, soprattutto in una situazione di incertezza come quella attuale, mentre la parte maggiore verrà prudentemente risparmiata. Come diceva Keynes, durante una crisi i “sacrifici” sono un'assurdità e la riduzione della spesa statale è una follia oltraggiosa:

Ogni volta che qualcuno taglia la sua spesa, sia come individuo, sia come Consiglio Comunale o come Ministero, il mattino successivo sicuramente qualcuno troverà il suo reddito decurtato; e questa non è la fine della storia. Chi si sveglia scoprendo che il suo reddito è stato decurtato o di essere stato licenziato in conseguenza di quel particolare risparmio, è costretto a sua volta a tagliare la sua spesa, che lo voglia o meno […] e anche quando il singolo riceve il potere di acquisto aggiuntivo, di solito sceglie la sicurezza o, quanto meno, pensa che sia virtuoso risparmiare e non spendere.
Keynes Blog

Certo, poi chiunque vuole eliminare gli sprechi, perché no. Ma le risorse risparmiate andrebbero reinvestite interamente in una migliore spesa, non in un inutile e deleterio risparmio forzato.

Guido Iodice | @guiodic


Dear Caporale, the State is not a family

"If the PD did its job, it would tell us Italians that the public expense has reached a stratospheric level, and continues to grow, year after year. And there is no tax, supertax, IMU or other patrimonial that will ever manage to keep up with it. Italy is a family that spends every month more than three times what it earns, which accumulates debt and barely manages to pay interests without going into the capital that it will have to give back anyway."

This is what Antonello Caporale writes in a post for his blog on Fatto Quotidiano, but unfortunately he is completeley wrong, as it is easy to prove, even without the statement about the expense being three times higher than incomes (in reality the difference is just a few percentage points higher, and all due to interests on public titles that we cannot control.

Let's see what would happen - and actually has happened - if we applied the logic of a family balance to a State or an entire economy. To do this, let's say that the national income (GDP) is, during one year, 1000 billion and that 45% of it is public expense. It's good to remember that the income of an entire economy is equal to the sum of consumes, of investments, of net exportations (which is the difference between export and import) and even public expense.

So we have these 450 bilion of expenses that we suppose will be financed by 450 bilion of taxes income (the famous balance parity). In order to make Caporale happy, we'll cut the 450 billion and take them to 400. Immediately we're going to notice that the GDP has gone from 1000 to 950. It's not a great result, -5%. But what does it mean to cut 50 billion of public expenses? What exactly is the public expense?

Caporale doesn't tell us, but the public expenses are the salaries of the State employees, the purchases of the public administrations, sanity, school and so on and so forth. Now, let's go over the social effects, let's simply talk about the numbers. If the State cuts its expenses, it means that the private sector (us citizens) will receive less money, and we will be constrained to get the services by paying out right.

Let's see what happens effectively after the cut. Probably one part of public employees will be fired, or will have their wages reduced. When that happens, these people will have less incomes to spend. So it's clear that we can expect a lowering of purchases. But it's not over. The enterprises which produce goods will see the demand decrease, so they will have to close or fire some of their employees. So we'll see even more people without a job or with a reduced income. These people, again, will buy less, and so on. The same thing happens obviously if the State cuts on purchases or, even worse, if it cuts on investments.

The final result is that the GDP won't only drop by 5%, but a 5% which is multiplied by a certain factor, called "fiscal multiplicator". How much is it worth? The International Monetary Fund has calculated 1,5 - 1,7 (which means that every cut to public expense of 1 euro causes of decrease in the GDP equale to 1,7 euro) apologizing for underestimating it when advising austerity to countries who were on the brink of crisis.

But the story continues. Because the national income has dropped, and we created all these unemployed people, the incomes of the State will drop further, or - in the best case scenario - it won't grow as much as we might expect, which will make the State finances suffer. And again, the mass of unemployed people will ask for support, becoming a burden for the State itself.

At this point Oscar Giannino gets up and says: allright, but we will lower the taxes, so that citizens will be able to spend more. Too bad the tax multiplier is much lower than the expense one (which is something the IMF says, not someone random), around 0,3 - 0,5%.

The reason is simple: only one part of the income, higher because of the reduction of taxes, will be spent, especially in a situation of uncertainty as the one we're living right now, while the biggest part will be carefully saved.

As Keynes used to say, during a crisis "sacrifices" are absurde and the reduction of state expense an outrageous folly: "Every time someone cuts on expenses, both as an individual and as Council or Ministery, the following morning someone will find their incomes shortened; and that's not the end of the story. Whoever wakes up to discover that they have less income, or they have been fired as a consequence of a particular attempt to save some money, is constrained to cut on expenses, whether they like it or not [...] and even when the indicidual receives an additive buying power, usually they choose the safety or at least thinks that it is better to save, not spend."

Of course, everyone then wants to eliminate waste, why not. But the saved resources should be invested entirely in a better expense, not in a useless and harmful forced saving.

Guido Iodice | @guiodic

mercoledì 6 febbraio 2013

50 domande a @OGiannino in vista delle #elezioni2013



Qualche settimana fa abbiamo chiesto ai nostri lettori quali domande vorrebbero fare al Prof. Oscar Giannino, nel caso avessimo la possibilità di intervistarlo. Sono arrivate numerose domande, che coprono un ventaglio molto ampio di temi.


Oscar Giannino, laureato in giurisprudenza, inizia l'attività politica nel Partito Repubblicano Italiano (PRI), nel quale diventa segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e, in seguito, membro della direzione nazionale e portavoce del partito durante la segreteria di Giorgio La Malfa. Il 2 gennaio 2013 annuncia la candidatura a Presidente del Consiglio dei Ministri a capo della lista Fare per Fermare il Declino, avendo come avversari Pierluigi Bersani, Silvio Berlusconi, Mario Monti, Beppe Grillo e Antonio Ingroia.

Le domande sono fortemente incentrate sugli aspetti economici e sulle politiche sociali che un eventuale governo Giannino metterebbe in atto. In primo luogo vengono richiesti ulteriori dettagli riguardo alla riduzione della spesa pubblica, del debito pubblico e delle modalità con cui verrebbero attuate le dismissioni del patrimonio pubblico. Sul sito di Fare per Fermare il Declino, la prima delle 10 proposte del programma è:

"Ridurre l'ammontare del debito pubblico. E' possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse."
Non sono mancate domande sul lavoro, a partire dall'ipotesi di un modello flexicurity, fino a parlare di esodati e disoccupazione giovanile.
Vi sono anche 10 domande focalizzate sull'agenda digitale italiana, con focus specifici sulle infrastrutture e il sostegno economico alle aziende innovative.
Diverse domande invece sono concentrate sui diritti civili, come matrimonio gay, unioni civili, la possibilità, per le coppie omo, di adottare bambini, ma anche il diritto di voto per i cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia e le tempistiche per quanto concerne la concessione della cittadinanza a coloro che la richiedono.
Moltissime domande, inoltre, sono incentrate sull'opportunità o meno di vedere FARE schierata nel centrodestra insieme al PDL, e il perché della decisione di fare un movimento indipendente che probabilmente prenderà (relativamente) pochi voti invece di contaminare positivamente schieramenti più grandi.
Inoltre sono arrivati diversi quesiti legati al processo di integrazione europea e la possibilità di arrivare agli Stati Uniti d'Europa sul modello di Spinelli.

Naturalmente queste sono solo alcune delle domande, vi invito a visionare lo Storify e condividere questo post per invitare il Prof. Giannino a rispondere.

Maria Petrescu | @sednonsatiata

lunedì 28 gennaio 2013

#IlConfrontoSkyTG24: le domande ai candidati alle #elezioni2013



L'8 febbraio avrà luogo l'attesissimo confronto televisivo tra i principali candidati alle elezioni politiche 2013, ospitato da SkyTG24.

Anche questa volta è stata lanciata una raccolta di domande sui social network, specialmente Twitter, grazie all'hashtag #ilconfrontoskytg24: moltissime le domande pervenute finora, di cui vogliamo segnalarvi quelle che abbiamo sottoposto noi di Intervistato.com.

Innanzitutto è stato affrontato l'aspetto economico, a partire dagli Eurounion bond, termine che indica l'ipotetica creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi facenti parte dell'eurozona, da emettersi a cura di un'apposita agenzia dell'Unione europea, la cui solvibilità sia garantita congiuntamente dagli stessi Paesi dell'eurozona. Una misura anti-crisi proposta già nel 2011 da Romano Prodi.

Non è stato trascurato l'aspetto relativo all'idea di un'Europa federale sul modello di Spinelli, come indicato nel Manifesto di Ventotene:

"La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale."

Il mercato del lavoro è un altro problema importante che non è stato certo trascurato, con un focus particolare sulla flexicurity, definita come strategia politica che tenta, in modo consapevole e sincronico, di migliorare la flessibilità dei mercati del lavoro, delle organizzazioni lavorative e dei rapporti di lavoro da una parte, e di migliorare la sicurezza sociale e dell’occupazione, in particolare per i gruppi deboli dentro e fuori dal mercato del lavoro dall’altra parte.
Rimanendo all'interno del tema lavoro, non poteva mandare una domanda sulla disoccupazione giovanile e la possibilità di istituire un reddito di cittadinanza, ovvero un reddito di base universale pagato a tutti, senza alcun obbligo di attività, per una somma sufficiente a esistere e a partecipare alla vita della società.

Presente anche una domanda sugli esodati, termine con cui si definiscono coloro che sono stati incentivati a lasciare volontariamente il posto di lavoro, magari perché l'azienda era in crisi, con la prospettiva di una copertura economica: mobilità, assegno di disoccupazione, cassa integrazione, che li avrebbe accompagnati fino alla soglia della pensione.

Per quanto riguarda i diritti civili, abbiamo fatto una domanda a proposito di matrimonio gay, adozioni per le coppie omosessuali, e le unioni civili.

Nonostante la grave pressione fiscale a cui sono sottoposti i cittadini italiani, è probabile che ancora non se ne veda la fine. Non poteva dunque mancare una domanda sui provvedimenti relativi a tasse e imposte:

Per quanto riguarda l'immigrazione, è necessario definire con chiarezza l'intento oppure no di concedere il diritto di voto alle elezioni politiche agli stranieri residenti in Italia, ma soprattutto la garanzia di tempi certi per la concessione della cittadinanza.


Infine, data l'assenza di norme concrete riguardo alle mafie e la loro influenza in politica ed economia nei programmi dei candidati, abbiamo chiesto quali saranno i provvedimenti da attuare.
Non perdete la diretta del confronto l'8 febbraio!

Maria Petrescu | @sednonsatiata

mercoledì 5 dicembre 2012

Il falso mito dell'italiano sfaticato e del tedesco super efficiente



Produttività, produttività, produttività! E' questa la parola d'ordine del governo, di Confindustria, degli editoriali dei giornali: “La produttività del lavoro in Italia è molto più bassa di quella tedesca, ecco perché siamo in crisi”. 

Raramente si spiega però cosa voglia dire e la terminologia tecnica (“produttività del lavoro”) lascia intendere che il problema siano i lavoratori. Magari, come dice la Fornero, perché da noi c'è il sole, si mangia bene, la gente si rilassa. Oppure, come sostiene il sottosegretario Polillo, perché facciamo troppe vacanze.

Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla. Una misura largamente utilizzata è la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora. Collegato alla produttività abbiamo il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in salari, contributi e altre spese relative al personale, produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.

A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:



e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.

Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro (somma di salari, contributi e altre spese relative ai lavoratori) nei paesi dell'OCSE.



Insomma, non lavoriamo poco e non percepiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?

Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.

Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo di non produrre automobili, cioè prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.

Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.



Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettanto decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti, e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui costi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:



Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.

Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.

Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.

Guido Iodice | @guiodic


The false myth of the Italian inefficiency and German perfection


Productivity, produttività, produttività! This is the mantra of the government of Confindustria, of the newspapers: "Productivity of work in Italy is lower than in Germany, that's why we're in crisis."

Rarely do they explain what the technical terminology ("work productivity") truly means, and leaves to understand that the problem are the workers themselves. Because maybe, as Fornero says, we have sun and good food, and people relax. Or, as Polillo says, because we have too many vacations.

Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla, ma i due fondamentali sono la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora, e il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in termini di salari, contributi e altre spese produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.

A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:

e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.

Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro nei paesi dell'OCSE.

Insomma, non lavoriamo poco e non prendiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?

Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.

Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è anche in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo anche di non produrre automobili, cioè che prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.

Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.

Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettante decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui prezzi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:

Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.

Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.

Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.

venerdì 16 novembre 2012

L'#Opinionedeifatti: Seppuku



Riflessioni ad alto tasso di THC: il mio cane continua a dirmi che dovrei trovarmi un lavoro. Dice che non lo curo abbastanza, che la casa è uno schifo e che non ne può più di mangiare i croccantini del discount. Non so perché, secondo me sono buonissimi.

Quello che il mio cane non capisce (si chiama Proust, ha sette anni ed è un incrocio tra un pastore belga e uno stronzo) è che il mondo del lavoro, uno come me, non lo vuole. E questo a prescindere dal fatto che io parli col mio cane.

- “Grazie per aver partecipato ai nostri colloqui… la prenderemmo subito se le sue richieste non fossero così assurde”.
- “Assurde tipo?”.
- “Tipo pretendere di ricevere uno stipendio”.
- “Pensavo fosse implicito”.
- “Lo sarebbe se lei avesse già maturato almeno dieci anni di esperienza nel settore, e avesse un portafoglio clienti da presentarci, o dei parenti pronti ad acquistare i nostri prodotti. Non mi sembra il suo caso. Se vuole abbiamo un posto da stagista”.
- “Significa che dobbiamo fare sesso?”.
- “Solo il martedì e il venerdì”.
- “L’ha mai fatto con un pastore belga?”.
- “Eh?”.
- “Niente, niente. Magari la richiamo”.

Così rimango qui, a casa, aspettando che vengano a trovarmi gli Avventisti del Settimo Giorno: da quando traffico in Rohypnol sono diventati la mia principale fonte di reddito (non sto qui a spiegarvi come e perché). Dico solo che, per quel che mi riguarda, il concetto di avanzo primario è strettamente legato al contenuto della mia dispensa, e che quello di deficit lo associo automaticamente alla figlia del mio dirimpettaio (Sonia, sedici anni, terza media) che passa le giornate ad ululare pezzi di Lady Gaga e Beyoncé. La sopporto a fatica, ma solo perché porta una quarta e le piace girare nuda per casa.

Io non ne so niente di macro-economia, di agenzie di rating e di leggi finanziarie (ne so un po’ di crack, ma mi hanno sconsigliato di scriverlo sul curriculum), quello che so è che Proust non la smette più di rompermi le palle.

- “Sai, dovresti trovarti un lavoro…”.
- “Se trovare un lavoro ti sembra così semplice perché non lo fai tu?”.
- “Ehi, io sono soltanto un cane, non dovrei neanche parlarti”.
- “Domani ti iscrivo ad un concorso”.
- “Un concorso? I concorsi li fanno quelli che vogliono lavorare per lo Stato, le vecchiette coi loro barboncini pulciosi e le ragazzine anoressiche in cerca di notorietà. Non rientro in nessuna delle tre categorie”.
- “Allora mi spieghi come pensi di risolvere il problema?”.

Proust mi guarda con odio, ringhia, sbava, e io non riesco davvero a capire perché. La gente per strada mi evita, mia madre ha smesso di telefonarmi, i barboni hanno smesso di chiedermi l’elemosina e anche quelli di Mondolibri non cercano più di farmi tesserare.

Dove ho sbagliato? D’un tratto Proust mi è addosso, mi azzanna, cerca di strapparmi via una spalla, ma io non ho la forza di reagire. Lo lascio fare. Penso che così almeno lui si sfamerà e forse il mio sacrificio sarà valso a qualcosa. Un suicidio rituale, ecco cosa darà senso alla mia inutile vita. Perdo sangue, mi gira la testa, ho paura. Forse sto davvero per morire.

Perdo i sensi, lentamente, e mentre tutto si fa buio, riesco a sentire Proust che mi mastica, e che a bassa voce borbotta: “Sai una cosa? Fai ancora più schifo dei croccantini del discount”.

Gaspare Bitetto | @waxenit


Seppuku


My dog keeps telling me I should find a job. He says I don't take care of him enough, that the house is a mess and that he's fed up with eating discount kibbles. I don't know why, I think they're great.

What my dog doesn't understand (he's called Proust, he's seven and he's a cross between a Belgian shepperd and an asshole) is that the labor market doesn't want someone like me. Regardless of whether I talk to my dog or not.

- "Thanks for participating to our interviews... we'd take you right away if you didn't have such absurd requests".
- "Absurd like what?".
- "Like pretending to get a salary".
- "I thought that was implicit".
- "It would be if you already had 10 years experience in the field and a portfolio of clients to present, or relatives ready to buy our products. I don't think this is your case. If you want we have a spot as a stagist".
- "Does it mean we're going to have sex?".
- "Only on Tuesdays and Fridays".
- "Have you ever done it with a Belgian shepperd before?".
- "Huh?".
- "Never mind. I'll call you back, maybe".

So I stay here, at home, waiting for the Seventh-day Adventists to come see me: since the day I started trafficking in Rohypnol they've become my main source of income (I won't go into the hows and whys). I'll only say that, as far as primary discard goes, I think about the content of my fridge, and the concept of deficit, I associate automatically to my neighbor's daughter (Sonia, sixteen, middle school) who spends her days howling Lady Gaga and Beyoncé songs. I can barely stand her, but only because she wears a C cup and likes to go around naked in the house.

I know nothing about macroeconomy, rating agencies and financial laws (I do know something about crack, but they told me not to write it in my cv), what I do know is that Proust keeps bragging me:

- "You know, you should find a job...".
- "If finding a job seems so easy to you, why don't you do it?".
- "Hey, I'm just a dog, I shouldn't even be talking to you".
- "Tomorrow I'll check you in a contest".
- "A contest? Those are for people who want to work for the State, old women with their poodles and anorexic girls looking for fame. I don't fit in any of those categories".
- "So how do you think we can solve the problem?".

Proust looks at me with hatred, growls, drools, and I really can't understand why. People on the street avoid me, my mom stopped calling, homeless people stopped asking for change and even the people at Mondolibri stopped trying to make me subscribe.

Where did I go wrong? All of the sudden Proust is on top of me, bites me, tries to rip off a shoulder, but I don't have the strength to react. I just let him do it. I think that at least this way he's going to get fed, and maybe my sacrifice will be worth something. A ritual suicide, this is what's going to give meaning to my useless life.
I'm losing blood, my head spins, I'm afraid. Maybe I'm really about to die.

I slowly lose conscience, and as everything goes dark, I can hear Proust chewing on me, and at one point he says: "You know what? You're even more disgusting than the discount kibbles".

Gaspare Bitetto | @waxenit

lunedì 29 ottobre 2012

Il tempo per "provare tutto" sui #socialmedia è finito



Circa tre anni fa, quando ho iniziato a scrivere sui blog e a twittare con una certa regolarità, era necessario entrare in un'ottica che si potrebbe riassumere come segue: "I social media possono essere liberamente usati e si possono usare in qualunque momento, ovunque. Detto questo, perché NON provare tutto se stai facendo marketing per la tua azienda?" 

A quel tempo, questo mi suonava un po' strano. Dato che venivo da un background di marketing "tradizionale", la mia esperienza è sempre stata improntata alla ricerca, pianificazione, e poi decisione di cosa si dovrebbe e non dovrebbe fare. Lavorando in un'agenzia, ho imparato ad essere sempre responsabile per tutte le nostre raccomandazioni. Dire "Abbiamo pensato che dovreste farlo perché ora spacca" non andrebbe benissimo con nessuno dei nostri clienti. Ho guardato da lontano perché pensavo che forse c'era qualcosa nel mondo dei social media che semplicemente non conoscevo ancora. Man mano che gli anni passavano, sentivo sempre di più che i consigli che venivano dati erano potenzialmente più dannosi che benefici.

Dal 2010, quando l'economia ha cominciato davvero a collassare nel mondo, ho cambiato registro e sono diventata un po' più aggressiva. Dire alle aziende di "provare tutto" oggi è semplicemente irresponsabile. Prendiamo un esempio - il content marketing, l'idea di usare blog, e-newsletter, presentazioni e altri strumenti ricchi di copy per promuovere la propria azienda. In questo momento ci sono molte persone nel mondo dei social media che avvertono sui rischi di essere lasciati indietro se non si fa content marketing. "Non c'è alcun male almeno a provare", dicono.

Guardiamo l'idea più da vicino. In un recente sondaggio sponsorizzato da MarketingProfs e il Content Marketing Institute, i marketer intervistati hanno dichiarato che il maggiore ostacolo nella produzione del content marketing è l'investimento in termini di tempo. Ora fermiamoci un secondo. Tutti noi sappiamo che nel business il tempo = denaro, giusto? Quindi quello che stiamo dicendo è che stiamo spendendo un sacco di tempo con il content marketing. Questo significa anche che stiamo pagando qualcuno per tutto quel tempo. Ricordatevi questo punto, perché più avanti nella presentazione si notava che solo il 36% dei marketer intervistati sentono di usare il content marketing in maniera efficace. Ora guardiamo questi due fatti insieme. Stai spendendo un sacco di tempo/soldi per fare qualcosa, ma non sei certo di farla nel modo giusto.

A voi sembra un buon business plan?

Ora consideriamo un'attività che sta lottando per restare a galla nell'attuale economia. Sebbene non ci siano stati licenziamenti per qualche tempo, l'azienda è abbastanza fragile da rendere il licenziamento di alcune persone necessario. Diciamo che hai seguito i consigli dal mondo dei social media e deciso di "provare" i social o il content marketing o qualsiasi altra cosa tu abbia voluto provare. Deciderai di mantenere le persone legate a queste attività piuttosto che le persone che hanno fatto il lavoro pratico negli ultimi 20 anni? Se i soldi cominciano a scarseggiare, questo è esattamente il tipo di decisione che dovrai fare. Cosa succede se investi nelle persone che fanno le cose nuove? Cosa succede se queste cose risultano essere una scommessa sbagliata per la tua azienda?

La linea di pensiero del "provare tutto" non era un buon consiglio nemmeno quando l'economia era più forte. Ora che i tempi sono più tumultuosi, è un consiglio pessimo. Tutto ciò che un'azienda fa dovrebbe essere avallato da ricerca dettagliata, pianificato, e - probabilmente la cosa più importante - misurato. Se non sai se una cosa funziona per te è anche peggio che sapere che non sta facendo alcun bene. Continuare a buttare tempo (altresì noto come denaro) facendo qualcosa che potrebbe o non potrebbe funzionare non è un buon modo per guidare l'azienda in tempi di ristrettezze economiche.

Siete d'accordo?
Mi piacerebbe avere le vostre opinioni!

Marjorie Clayman | @margieclayman


The time to try everything is over

About three years ago, when I first started blogging and tweeting pretty regularly, you were bound to run into a line of thinking that went something like this: “Social Media is free to use and you can do it anytime, anywhere.  Given that, why would you NOT try everything if you’re marketing for your company?” At the time, this sounded a bit strange to me. Coming from a “traditional” marketing background, my experience has always been that you research, then plan, then decide what you should do and what you should not do. As an agency woman, I’ve been trained to always be accountable for our recommendations. Saying, “We thought you should just try it cuz it’s hot right now” would not go over well with any of our clients. I sat back and watched because I thought maybe there was something to the world of social media that I just didn’t know yet. But as the years went on, I felt more and more like the advice that was being offered was potentially more harmful than beneficial.

Since 2010, when the economy really started to drop around the world, I have changed my tune to be a bit more aggressive. Telling companies to “try everything” today is simply irresponsible. Let’s take one example – content marketing, the idea of using blogs, e-newsletters, white papers, and other copy-rich tools to market your company. Right now, there are a lot of people in the social media world who are indicating that if you are not engaged in content marketing you are at risk for falling behind the 8-ball.  “There’s no harm in at least trying it,” they say.

Well, let’s dissect that idea a bit. In a recent survey sponsored by MarketingProfs and the Content Marketing Institute, marketers polled said their biggest obstacle in trying to do content marketing was time. There was just too much content they needed to create and it was representing a huge investment of time. Now let’s pause there for a second. We all know that in business, time = money, right? So when we say we are spending a lot of time with content marketing, That also means that we’re paying someone for all of that time. Hold on to that thought. Because later in the presentation, it was noted that only 36% of marketers polled felt that they were using content marketing effectively. Now let’s look at those two facts together. You’re spending a lot of time/money doing something, but you’re not sure you’re doing things well.

Does that sound like a good business plan to you?

Now let’s consider a business that is really struggling in this world’s economy. While there haven’t been any lay-offs for awhile, the company is shaky enough that you might have to fire some people soon. Let’s say you followed the advice from the world of social media and decided to “try” social media or content marketing or whatever else you wanted to try. Are you going to let personnel tied to those efforts stay versus people who have been doing the factory work at your company for 20 years? If money gets tight enough, that is the exact kind of decision you will have to make. What if you invest in the people doing the new stuff? What if those things turn out to be a bad bet for your company?

The “try everything” line of thinking was not good advice when the world economy was stronger. Now that times are more tumultuous, it’s horrible advice to offer. Everything a company does should be well-researched, planned, and perhaps most importantly, measured. If you do not know whether something is working for you you’re even worse off than if you know for sure it is not doing you any good. Continuing to throw time (also known as money) at something that may or may not be working is not a good way to guide your company through economic hardships.

Do you agree? I’d love to hear your thoughts!

Marjorie Clayman | @margieclayman

mercoledì 3 ottobre 2012

Il mondo alla rovescia del sottosegretario #Polillo



Il sottosegretario Gianfranco Polillo – secondo cui bisognerebbe fare meno ferie per uscire dalla crisi economica, mentre invece le aziende mandano i dipendenti in quelle ferie illimitate chiamate disoccupazione – può apparire bizzarro ai più, ma è solo perché vive in un mondo alla rovescia, dove è l'offerta che crea la domanda.

Nel suo mondo alla rovescia, quando il sottosegretario Polillo va a comprare il pane, chiede sempre al fornaio: “Avete per caso il pane di ieri?”. E il fornaio ogni giorno risponde: “No, l'abbiamo tutto finito ieri sera”. E il sottosegretario è contento, perché la produzione è stata uguale alla domanda.

Nel suo mondo alla rovescia, il sottosegretario Polillo si reca al supermercato 10 minuti prima della chiusura e vi trova gli scaffali completamente vuoti, perché la gente ha comprato esattamente ciò che il supermercato aveva messo sugli scaffali, tranne ovviamente quei 100 grammi di prosciutto che servivano al sottosegretario Polillo il quale, con piena soddisfazione, esce dal supermercato mentre dietro di lui si chiude la saracinesca.

Nel suo mondo alla rovescia, il sottosegretario Polillo vuol comprare una nuova auto per il nipote e poiché è un italiano che ci tiene al suo paese, la vuole di produzione nazionale. Così chiama direttamente Marchionne e gli chiede se c'è una Panda pronta consegna. “Controllo subito”, gli risponde l'amministratore Fiat, che dopo una breve pausa aggiunge: “Ecco, mio caro sottosegretario, mi dicono che c'è, e guarda caso è proprio l'ultima. Altri cinque minuti e non l'avrebbe trovata”. Al che il sottosegretario, un po' stizzito, risponde: “Impossibile, l'offerta deve sempre eguagliare la domanda. Se l'ho trovata non è per caso o per fortuna, ma per la Legge di Giovanni Battista Say!” (il sottosegretario Polillo è uomo all'antica e ancora italianizza i nomi come s'usava un tempo).

Nel suo mondo alla rovescia, il sottosegretario Polillo pensa che il consumo non sia importante, ma l'importante sia semplicemente produrre. A chi vendere si vedrà. Nel mondo alla rovescia del sottosegretario Polillo la disoccupazione non esiste e il mercato si regola benissimo da sé. Lo Stato non ha nulla da fare, se non guardarlo operare con aria compiaciuta. Ed è esattamente quello che il sottosegretario Polillo fa, ogni giorno, nel suo mondo alla rovescia.

Guido Iodice |  @guiodic


The upside down world of undersecretary Polillo

The undersecretary Gianfranco Polillo - in his opinion it is necessary to do less vacations to get out of the economic crisis, while the companies send the employees to those illimited vacations called unemployment - may appear bizarre to most people, but it is only because he lives in an upside down world, where it is the offer that creates the demand.

In his upside down world, when the undersecretary Polillo goes to buy some bread, he asks the baker: "Do you happen to have yesterday's bread?". And the baker answers every day: "No, we finished it all last night". And the undersecretary is happy, because the production has been equal to the demand.

In his upside down world, the undersecretary Polillo goes to the supermarket 10 minutes before closing, and finds the shelves completely empty, because the customers have bought exactly what the supermarket had put on the shelves, except for the 100 gr. of ham that the undersecretary Polillo needed, and who, completely satisfied, exists the supermarket while the doors close behind him.

In his upside down world, the undersecretary Polillo wants to buy a new car for his nephew and because he is an Italian that cares for his country, he wants it of national production. So he calles Marchionne directly and asks whether there's a Panda ready for delivery. "I'll check right away", says the FIAT administrator, and after a brief pause he adds: "Here, my dear undersecretary, they tell me it's there, and it's the last one. Another five minutes and you wouldn't have found it." So the undersecretary, a little bit angry, answers: "Impossible, the offer must always equal the demand. If I found it it's not by chance or luck, but for the Law of Giovanni Battista Say!" (the undersecretary Polillo is an old fashioned man and he still italianizes the names, as was done in past times).

In his upside down world, the undersecretary Polillo thinks that consume isn't important, but the important thing is simply to produce. To whom to sell, we'll see. In the upside down world of undersecretary Polillo the unemployment doesn't exist and the market regulates itself just fine. The State has nothing to do if not watch it operate with a satisfied look. And it's exactly what undersecretary Polillo does, every day, in his upside down world.

Guido Iodice |  @guiodic

martedì 28 agosto 2012

Prossimamente: Fabrizio Goria @fgoria



Prossimamente avremo il piacere di intervistare Fabrizio Goria, giornalista de Linkiesta noto per i suoi approfondimenti in ambito economico.

Fabrizio è nato a Torino nel 1984 e si è laureato in Scienze dell’Amministrazione all'Università di Torino. Successivamente è stato redattore economico per Il Riformista, nel periodo tra il 2009 e il 2010.

Attualmente si occupa di temi finanziari per Linkiesta, ed è columnist per Panorama, ma collabora anche come corrispondente dall'Italia per la Turkish Radio and Television. A queste attività affianca anche la recensione di libri economici per Il Sole 24 e l'attività editoriale per testate come Die Zeit, Corriere della Sera, AGI Energia, Capo Horn, Formiche, L’Occidentale, Nautica, Ragion Politica, Satisfiction, Rivista Studio, Longitude, Eurointelligence.

Fabrizio Goria è molto attivo anche su Twitter con il suo account @FGoria, dove parla e tratta di temi economici soprattutto riguardanti l'eurozona.

Avremo occasione di intervistare Fabrizio sui temi più rilevanti di questo periodo, con un particolare focus sulla crisi economica e le sue conseguenze a livello politico e sociale, sia per l'Italia che per il resto del mondo.

Vi invito naturalmente a inviare le vostre domande attraverso il form di Responsa qui sotto.


FORM PER INVIO DOMANDE




Maria Petrescu | @sednonsatiata


Coming up soon: Fabrizio Goria

We will soon have the pleasure of interviewing Fabrizio Goria, journalist for Linkiesta renown for his articles about economics and its impacts on society.

Fabrizio was born in Turin in 1984 and he graduated in Sciences of Administration at the University of Turin. He has then been an economic redactor for Il Riformista, between 2009 and 2010.

He currently deals with financial topics for Linkiesta, and he is a columnist for Panorama, but he also collaborates as a correspondent from Italy for the Turkish Radio and Television. He also writes reviews of economics books for Il Sole 24 Ore, and he writes or has written for newspapers such as Die Zeit, Corriere della Sera, AGI Energia, Capo Horn, Formiche, L'Occidentale, Nautica, Ragion Politica, Satisfiction, Rivista Studio, Longitude, Eurointelligence.

He is also very active on Twitter with his account @FGoria, which he uses to write and treat economical topics, especially regarding the Eurozone.

We'll have the chance to interview Fabrizio on the most relevant topics of these weeks, with a particular focus on the economic crisis and its consequences at a political and social level, not only for Italy but also for the rest of the world.

I invite you to send your questions through the form below!

Maria Petrescu | @sednonsatiata

venerdì 29 giugno 2012

Nel segno di Mario



Questa mattina ero al bar mentre aspettavo la corriera che da Modena mi avrebbe riportato verso la Bassa. C'era una certa quiete dopo il trambusto della notte, passata tra bagordi e clacsonate al ritmo dell'ossessivo riff che fu di quel "Seven Nation Army", hit dei White Stripes di qualche anno fa (per chi non ricordasse).

Mentre entravo la mia mente si era già predisposta alla chiacchiera da bar, quella classica che ci si può aspettare dopo una cavalcata come quella azzurra che nel giro di una manciata di giorni ha fatto fuori i maestri del calcio Inglesi e i tedeschi, vecchi compagni di sfide epiche sempre finite (grazie a dio) con la vittoria Italiana.

I vecchietti, già pimpanti di prima mattina, discutevano animatamente attorno ai tavolini, qualche canchero tirato qui, un bianchino ordinato là e a far da tappeto il ronzio del condizionatore scalcagnato e l'audio di una TV troppo bassa che rimandava in loop le immagini della partita Italia-Germania (a dire il vero tutte le partite tra Italia-Germania).

Mario qui, Mario là, Mario grande, Mario eroe, ma hai visto cosa ha fatto? E alla sua età, davvero bravo.
Erano esaltati, vedevi i loro volti brillare di una gioia quasi infantile.
Quando ho deciso di inserirmi nella conversazione uno di loro ha urlato al barista: hey, vogliamo cambiare canale? Basta col calcio. Metti sulla borsa.
Il barista (cinese) intimidito e interdetto dalla sculacciata verbale (forse pensava di aver fatto cosa gradita sintonizzando il televisore sull'elogio calcistico azzurro) ha cambiato.

Sullo schermo si vedevano le borse salire mentre giungevano le notizie di uno spread che si abbassava. Qualche secondo di silenzio e poi eccoli riprendere con ancora più veemenza. Sole24ore alla mano, occhio agli indici. Poi un urlo: Forza Mario!!
Allora ho chiesto. Scusate, ma di che Mario parlate? Monti, mi hanno risposto loro. Pensavo a Balotelli ho ribattuto. Ma quello mica ha potere sui soldi delle pensioni che abbiamo investito hanno risposto.

Eccolo, questa mattina il loro eroe. Mario, il tecnico. Mario il loro coetaneo. Mario che stanotte ha combattuto un'altra sfida contro la Germania e mezza Europa. Vincendo. Questa mattina i vecchietti al bar tifavano Mario Monti, non Balotelli. Anche questa è l'Italia.

Matteo Castellani Tarabini

Photo credit: Wired.it


In the sign of Mario

This morning I was at a bar while waiting for the bus that from Modena would bring me back to the countryside. There was a certain silence after the celebrations of the night, spent drinking and blowing the horn on the rhythm of "Seven Nation Army", hit of the White Stripes a few years ago (for those who don't remember).

While I was walking in, my mind was already prepared to the bar chat, the classical chat you can expect after a ride as the blue one that in a few days has eliminated the soccer masters, the English and the Germans, old fellows of epical challenges always ended (fortunately) with the Italian victory.

The old men, fresh in the morning, were discussing animately around tables, a few complaints here, a glass of white wine there and in the background the buzzing of the old air conditioner and the faint audio of the TV airing the same images of the Italy - Germany match (honestly, all the Italy - Germany matches).

Mario here, Mario there, Mario great, Mario the hero, did you see what he's done? At his age, really good.

They were ecstatic, you could see their faces glow of an almost childish joy.

When I decided to join in the conversation, one of them shouted to the barman: "Hey, could we change channel? Enough soccer. Let's see the financial markets".

The barman (Chinese), intimidated and surprised by the verbal aggression (maybe he thought it would be a good move to keep the TV on the celebration of the Italian success) changed channel.

On the monitor you could see the stocks rise while news of the lowering spread arrived. A few seconds of silence and then they started again with more energy. Sole24Ore in their hands, eyes on the numbers. Then a shout: Go Mario!!

Then I asked. Excuse me, what Mario are you talking about? Monti, they answered. I thought Balotelli, I answered. But that one doesn't have any power on our retirements, they replied.

There he is, their hero this morning. Mario the technician. Mario, same age as them. The Mario who tonight has fought another challenge against Germany and the whole of Europe. Winning. This morning the old men at the bar were cheering Mario Monti, not Balotelli. This is Italy as well.

Matteo Castellani Tarabini

martedì 13 dicembre 2011

Prossimamente: Alberto Cottica @alberto_cottica



La nostra prossima intervista sarà con Alberto Cottica, autore di Wikicrazia ed economista esperto di politiche collaborative e online presso il Consiglio d'Europa. 

Domani avremo il piacere di intervistare Alberto Cottica, economista esperto di politiche pubbliche collaborative e online, nonché autore di Wikicrazia.

La musica e le scienze sociali sono sempre stati i suoi interessi principali. Non riuscendo a decidersi tra i due, ha deciso di perseguirli entrambi e ha finito per diventare uno strano mix di musicista folk-world e di economista che si interessa della creatività umana come motore di sviluppo.

Come economista, dunque, è un esperto di politiche pubbliche collaborative e online. La pervasività di Internet, insieme ai cambiamenti sociali a cui si associa, apre la strada alla produzione delle politiche pubbliche e perfino di certi servizi pubblici in modalità wiki, collaborativa.
Ha maturato un’esperienza diretta nel lancio, mantenimento e cura di comunità di cittadini che lavorano insieme alle autorità di governo verso obiettivi di natura pubblica. Ha lavorato principalmente per il Ministero dello Sviluppo Economico e il Consiglio d’Europa, ma ha anche esperienze al livello regionale e locale.

Si interessa di economia della complessità, che vede come un modo fecondo di pensare a questi argomenti; per rendere la sua analisi più rigorosa fa ricerca in questo campo come studente di Ph.D. all’Università di Alicante. Ha pubblicato un libro sulle politiche pubbliche al tempo della rete, dal titolo Wikicrazia, diversi saggi e il suo blog; quando scrive o parla in pubblico fa del suo meglio per essere chiaro senza banalizzare gli argomenti che tratta.

Come musicista è interessato alle radici della sua nativa Emilia Romagna, che gli piace raccontare attraverso la musica in tutto il mondo. Il suo progetto principale è il gruppo di folk digitale Fiamma Fumana, molto attivo soprattutto in nord America e nord Europa. Collabora anche con il suo vecchio amico Cisco e, occasionalmente, con alcuni artisti stranieri di world music come i britannici Transglobal Underground e la danese Gudrun Holck. E' anche nel gruppo fondatore dei Modena City Ramblers, in cui ha militato per anni.

Avremo modo di parlare di Wikicrazia, di come è cambiata la politica in questi ultimi anni grazie alle nuove tecnologie e soprattutto quali sono le prospettive per il futuro.

Naturalmente se volete proporre una domanda, compilate semplicemente il form qui sotto!

Maria Petrescu





Coming up soon: Alberto Cottica

Tomorrow we'll have have the pleasure of interviewing Alberto Cottica, economist, expert of public collaborative online politics and author of Wikicracy.

Music and social sciences have always been his main interests. Not being able to decide between the two, he decided to pursue both and he ended up turning into a strange mix of a folk-world musician on the one side and an economist interested in human creativity as a development engine on the other.

As an economist, he is an expert of public collaborative online politics. The pervasivity of the Internet, together with the social changes it associates with, opens the door to the production of public politics and even some public services in a wiki, collaborative mode.
He has matured a direct experience in the launch, maintenance and curation of citizen communities that work together with government authorities towards public goals. He has worked mainly for the Ministry of Economic Development and the Council of Europe, but he also has experiences at a regional and local level.

He is interested in complexity economics, and he believes this to be a fruitful way to think about these topics; to make his analysis even more precise he does research in this field as a PhD student at the University of Alicante. He has published a book on public politics in the web's time, called Wikicracy, several papers and his blog; when he writes or speaks in public he does his best to be clear without making the topics he's treating trivial.

As a musician he is interested in the roots of his native Emilia Romagna, which he loves to tell through music around the world. His main project is the digital folk group Fiamma Fumana, very active especially in North America and North Europe. He also collaborates with his old friend Cisco and occasionally, with some foreign world music artists such as the British Transglobal Underground and the Danish Gudrun Holck. He is also in the founding group of the Modena City Ramblers, in which he has participated for years.

We'll have the chance to talk about Wikicracy, how politics changed during these last few years thanks to the new technologies and especially the future perspectives in this field.

Of course, if you want to propose a question, simply fill in the form above!

Maria Petrescu

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