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giovedì 28 marzo 2013

Chi sono i padri dei Padri Puttanieri?



Gentile sig. Grillo,
la seguo con attenzione e sempre con lo stesso atteggiamento ho letto il suo ultimo post sul blog, quello dove parla dei padri puttanieri che verranno spazzati via dai figli di NN.
 


Comprendo la sua intenzione e le vorrei rispondere con l'esempio di mio padre, un uomo normale che lavora ancora nonostante abbia passato da un po' i 70 anni. Mi piacerebbe farlo, ma sarebbe del tutto fuori tema, anzi Off Topic, visto che oramai parliamo tutti il linguaggio della rete.C'è una cosa però che non mi quadra: il suo orizzonte temporale. Perché parlare solo degli ultimi vent'anni? Lei è davvero convinto che tutto questo venga dalla metà degli anni '90, con la famosa Tangentopoli?

Proviamo ad andare indietro. Perché io, che sono del '74 mi ricordo di lei. Me la ricordo negli show del sabato sera con Pippo Baudo, mi faceva ridere, me la ricordo anche a Sanremo, che lei arrivò a condurre addirittura per un anno, quando Tomba vinceva le Olimpiadi di Calgary. Se lo ricorda lei? Se la ricorda quelle strutture produttive, erano le stesse con cui fece anche Te la do io l'America e Te lo do io il Brasile. Lei era davvero bravo e un paese rideva con lei. Poi arrivò la serata sui socialisti. No, non è andata proprio così. Perché quella serata, passata alla storia con la frase "i socialisti rubano" è del 1986, mentre quel Sanremo è del 1988. Quindi è tornato, e anche allora parlava dei politici e dei giornalisti. Perché quegli anni lei li dimentica sempre? Sempre a parlare di Bersani, D'Alema, Berlusconi e Monti. E prima? Quando faceva la pubblicità della Yomo per intenderci cosa succedeva in questo paese?

Il mio non è un invito alla responsabilità, non l'ha votata prima e non ho cambiato idea, anche perché, mi chiedo,come mai non ci sia lei in Senato con una paletta col su scritto "Vale 54 voti", visto che il movimento, ora partito, è suo con tanto di copyright registrato. Faccia quello che vuole coi suoi parlamentari, solo che se streaming deve essere, allora lo sia per tutto. Solo che si ricordi anche di quei padri, di quelli della "locomotiva Italia", del benessere, del campionato più bello del mondo. Se li ricorda. Perché magari c'è anche lei fra quelli, visto che ha continuato a lavorarci con e in quel sistema. Anche quando lavorava con Tele+, prima del passaggio a Murdoch, era sempre loro che venivano dallo stesso ambiente. Poi sono arrivati i teatri, dopo essere tornato in Rai, anche solo per una serata da 15 milioni di telespettatori. Poi se ne è andato, ha girato l'Italia nei teatri e poi ha scoperto il web. Anzi ha incontrato Casaleggio e i suoi Associati.

Ma torniamo a questi "padri puttanieri", di chi sono figli? Da dove vengono? Da dove arriva questo nostro modo di vita o quello che abbiamo creduto tale? Siamo davvero sicuri che tutto si sia corroso in pochi anni o piuttosto non sia il frutto osceno di un modo di pensare che è esploso perché abbiamo dimenticato cos'era il lavoro e abbiamo solamente atteso? Sicuri che il pesce puzzi solo dalla testa o che piuttosto la corruzione non sia un malcostume diffuso anche nella società civile? Davvero abbiamo avuto uno stato sociale? O piuttosto un clientelismo fondato sul debito che riusciva a placare tutti distribuendo regalie e non diritti. Il nostro sistema industriale, se mai è davvero esistito in una forma stabile, era o di stato o aiutato dallo stato e la crisi nasce dal sistema stesso degli appalti truccati, metodologia che non nasce vent'anni or sono. Quindi da dove vengono questi padri puttanieri? Forse delle analisi più approfondite potrebbero essere utili, anche al suo movimento o ai suoi deputati, ma credo a tutti quanti. Per ora posso solo pensare a mio padre e a quanto mi ha insegnato sull'etica e sul lavoro.

Saluti, 

Simone Corami | @psymonic


Who are the fathers of the pimping fathers?

Dear Mr. Grillo,
I always follow you with great attention and so I have read your latest blogpost, the one where you talk about the pimping father who will be wiped away by the sons of NN.

I understand your intention and I would like to answer with the example of my father, a normal man who still works although he's well beyond 70 years of age. I'd like to do it, but it would completely be off topic. There's one thing that doesn't quite work for me, though: your temporal horizon. Why do you only talk about the last 20 years? Are you truly convinced that all of this comes from the mid 90s, with the famous Tangentopoli?

Let's try to go back. Because I, who was born in '74, remember you. I remember you in the Saturday night shows with Pippo Baudo, you made me laugh, I also remember you at Sanremo, which you actually presented for one year, when Tomba won the Calgary Olimpic Games. Do you remember? Do you remember those productive structures, they were the same with which you did "Te la do io l'America" and "Te lo do io il Brasile". You were really good and the country laughed with you. Then the night about socialists came. No, it didn't go that way. Because that night, which has been remember with the phrase "socialists steal" is from 1986, while the Sanremo you presented is from 1988. So you did come back, and still talked about politicians and journalists. Why do you always forget those years? Always talking about Bersani, D'Alema, Berlusconi and Monti. And before? When you did the Yomo commercials, to be clear, what was happening in this country?

Mine isn't an invitation to responsibility, I haven't voted for you and I haven't changed my mind, also because I wonder why you aren't sitting in the Senate with a sign saying "worth 54 votes", since the movement, now a party, is yours with a registered copyright. Do what you will with your members of Parliament, but if streaming it must be, then let it be streaming for everything. But remember those fathers as well, the ones of the "Italian engine", of the wellbeing, of the most beautiful championship in the world. You remember the. Because you are among them, since you've continued to work with and in that system. When you worked with Tele+, before the passage to Murdoch, it was still them who came from the same environment. Then the theatres came, after coming back to Rai, even only for a 15 milion viewers night. Then you left again, you wandered around Italy in theatres and then you discovered the web. Or actually you met Casaleggio and his associates.

But let's come back to these pimping fathers, whose sons are they? Where do they come from? Where does this lifestyle come from? Are we sure that everything went down the tubes in a few years, or is it rather the obscene fruit of a way of thinking which exploded because we forgot what work was, and we just waited? Are we sure the fish starts stinking from the head, or is corruption actually something that is quite diffused in the civic society as well? Have we really had a social state? Or rather a clientelism founded on debt that managed to make everyone happy by distributing gifts, not rights. Our industrial system, if it ever existed in a stable form, was either of the state or helped by the state and the crisis is born from the system of fake contracts, something that didn't just appear twenty years ago. So where do these pimping fathers come from? Maybe a few more in depth analyses might be useful,  for your movement and its members of Parliament, but also for everyone else, I believe. For now I can only think about my father and what he taught me about ethics and work.

Regards,

Simone Corami | @psymonic

lunedì 18 marzo 2013

#girlfriendinacoma: intervista con Annalisa Piras @annalisap e Bill Emmott @bill_emmott



La scorsa settimana abbiamo intervistato gli autori di "Girlfriend in a coma", la regista Annalisa Piras e il narratore Bill Emmott, ex direttore del The Economist.


In primo luogo abbiamo chiesto sia ad Annalisa che a Bill come è nata l'idea del film: la genesi sta in una conversazione iniziata quasi 11 anni fa con Bill Emmott, quando fece la famosa copertina "Why Berlusconi is unfit to lead Italy". All'epoca Annalisa intervistò l'allora direttore del The Economist, e da lì nacque una conversazione e un'amicizia sulle sorti dell'Italia, la cui situazione già all'epoca sembrava piuttosto seria. La preoccupazione e l'affetto di Bill per l'Italia sono aumentati di pari passo con il deteriorarsi delle condizioni del paese.

Abbiamo chiesto come mai il film sia stato trasmesso da una TV commerciale, ovvero La7, e non da un servizio pubblico come la RAI: purtroppo la RAI non si è mostrata interessata al film. Sono stati contattati diversi distributori, broadcaster, vari festival italiani di cinema, e la risposta è sempre stata la stessa, ovvero che il film non era interessante. Secondi gli autori, invece, un'analisi così approfondita, fatta all'estero, sembrava potesse essere un esercizio di riflessione utile, e tantissime persone stanno confermando che è così anche per loro.

Molti sono rimasti stupiti nel vedere che il film, in Italia, venga sempre definito come il film "di Bill Emmott", senza dare alcun credito alla regista Annalisa Piras. Questo ha sollevato moltissimi interrogativi, di varia natura. Per quale motivo la BBC e la CNN parlano del film di Piras ed Emmott, ed intervistano entrambi, mentre in Italia passa "il film di Bill Emmott"? Maschilismo? Provincialismo? Vengono messi in serio dubbio l'accuratezza in questo giornalismo, e le domande che vengono sollevate appartengono sicuramente alla riflessione sull'Italia di oggi e sul sistema di informazione.

Il giornalismo in Italia viene spesso accusato di essere poco credibile e poco watchdog, perché non fa domande "scomode". Secondo Annalisa questo fatto è responsabile di tanti problemi del paese al momento. Un sistema di informazione sano è una funzione fondamentale di qualsiasi democrazia, aiuta i cittadini a capire il momento storico, a dare conto dell'attività dei governanti, e aiuta l'accountability, per rendere le persone responsabili di fronte ai cittadini per il loro operato. Quando però il giornalismo è malato e non funziona, non funziona nemeno la democrazia.

Il provincialismo italiano ha radici profonde: innanitutto la scarsa sicurezza e fiducia nelle istituzioni e negli organi di stampa, che non godono di fiducia e credibilità perché non sono indipendenti e non pensano al bene comune. L'attenzione con cui si guarda ai media stranieri probabilmente è dovuta a un complesso di inferiorità, una sensazione che i giornalisti stranieri siano migliori di quelli italiani. Questo non è necessariamente vero, perché l'Italia ha giornalisti eccezionali che non hanno nulla da invidiare ai colleghi stranieri come capacità. Ma nel sistema in cui si trovano spesso sono intimiditi dal potere, non sono liberi e seguono agende che non sono quelle dell'informazione. Il giornalismo deve inseguire la verità sempre e comunque ad ogni costo, e purtroppo in Italia spesso non è così.

Abbiamo parlato anche del tema della complessità del funzionamento della macchina amministrativa in Italia: agli autori è stato spesso detto che erano naif, che avevano semplificato eccessivamente e che non capivano la complessità dell'Italia. Però basta guardare il risultato: questa complessità è stata fonte di inefficienze e di declino per il paese. La questione è molto semplice: o un governo funziona oppure no; o un sistema di stampa è libero e indipendente, o non lo è.

Un'altra domanda che abbiamo fatto a Bill riguarda la perplessità di alcuni nel vedere che come figure rappresentative della "buona Italia" erano stati scelti personaggi come Elsa Fornero e Sergio Marchionne. Secondo Bill è ingiusto attribuire a Elsa Fornero la responsabilità per i provvedimenti che sono stati presi dal governo Monti, che si è trovato ad affrontare una situazione di grave difficoltà, un debito importante, e una situazione disastrosa in cui non hanno avuto molta scelta.

Un altro dei "peccati" dell'Italia è di voler delegittimare certe figure e non lasciarle parlare a causa di pregiudizi legati ad azioni passate: è stato questo il caso, ad esempio, di Giuliano Amato, la cui presenza nel film ha sollevato critiche molto accese.

In chiusura abbiamo parlato di cosa porterà il futuro, e di come "Girlfriend in a coma" potrebbe diventare un punto di partenza importante per la ricostruzione e la ripresa del paese.

Naturalmente questa non è che una brevissima sintesi degli argomenti affrontati nell'intervista, che vi invito a visionare nella sua interezza.

Maria Petrescu | @sednonsatiata


Girlfriend in a coma: our interview with Annalisa Piras and Bill Emmott

Last week we interviewed the authors of the documentary film "Girlfriend in a coma", director Annalisa Piras and narrator Bill Emmott, former editor of The Economist.

First of all we asked both Annalisa and Bill how the idea of the movie was born: the origin lies in a conversation begun almost 11 years ago when Bill Emmott published the infamous cover of the Economist that declared Berlusconi unfit to lead Italy. At that time Annalisa interviewed him, and that was the beginning of a conversation and a friendship about the destiny of Italy, which was in a situation that was already serious at that time. Bill's preoccupation and affection for Italy grew along with the deteriorating situation of the conditions of our country.

We asked how come the movie was aired by a commercial TV, La7, and not a public service, such as RAI: unfortunately RAI wasn't intersted in the documentary. Several distributors, broadcasters, cinema festivals were contacted, and the answer was always the same, that the movie wasn't interesting. According to the authors, such an in depth analysis, done abroad, could be a useful thinking exercise, and many people are confirming that it is the same for them.

Many have remained amazed in seeing that the film in Italy is defined as "Bill Emmott's film", and giving no credit to the director Annalisa Piras. This has aroused a lot of questions: why do BBC and CNN talk about Piras and Emmott's movie and interview both, while in Italy they only talk about "Bill Emmott's film"? Maschilism? Provincialism? The accuracy of this journalism is put in doubt, and the questions surely belong to a reflexion on today's Italy and its information system.

Journalism in Italy is often accused of being not believable and not enough of a watchdog, because it doesn't ask questions. According to Annalisa this fact is to be held responsible for many problems of the country at the moment. A healthy information system is a fundamental function of any democracy, it helps citizens to understand the historical moment, reporting on the activity of those holding the power, and helps the accountability, in order to make people responsible in front of the citizens for their doings. When journalism is sick and doesn't work, democracy doesn't work either.

Finally we talked about what the future will bring, and how "Girlfriend in a coma" might become an important starting point to rebuild the country.

Of course, this is only a brief synthesis of the topics we talked about during the interview, so please watch it in its full version!

 Maria Petrescu | @sednonsatiata

lunedì 25 febbraio 2013

#Elezioni2013: l'Italia che verrà



"E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che da' scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!"

Mi era impossibile non iniziare questo post con una breve citazione di Sandro Pertini. Mi era impossibile perché ieri, il primo giorno di questa ennesima tornata elettorale, cadeva, per un gioco della storia, l'anniversario della sua morte.

Mi era impossibile perché quelle, come tante altre sue parole sono più che mai attuali. Perché oggi come ieri la disoccupazione e la disillusione giovanile impera e la politica, ancora, non impara. Perché nel prossimo parlamento siederanno tanti giovani che, mi auguro, siano seme sano piantato per un buon futuro.

Nonostante le belle parole iniziali però c'è da annotare la cronaca politica, anzi, elettorale di queste ore. Partendo dai dati pervenuti sull'affluenza alle urne che pare aver subito una flessione rispetto al 2008. Non è un segnale bellissimo. C'è chi propende ad attribuirne le cause al mal tempo - è la prima volta che si vota in inverno- ma il motivo reale è quasi certamente da ricercare nella sfiducia in questa politica e nella mancanza di prospettive lasciata sul campo da una delle campagne elettorali più deludenti e prive di contenuti degli ultimi anni.

Nelle ultime ore abbiamo assistito a tutto e di più e a nulla di diverso da quanto ci aveva accompagnato negli scorsi mesi. Con un Berlusconi che, dimostrando per l'ennesima volta la totale mancanza di rispetto per le regole è venuto meno al silenzio elettorale, a poche ore dal voto. Silenzio interrotto per lanciare l'ennesimo attacco alla magistratura accomunata per l'ennesima volta ad una cricca di mafiosi, anche peggio. Un Berlusconi che riesce a farsi contestare (dal movimento femminista Femen) anche al seggio nell'esercizio del voto. Episodio che chi vi scrive ritiene inutile e fuori luogo in questo caso e che tutto sommato lascerà la sua mediocre traccia sbiadita negli annali.

Abbiamo assistito alla ingombrante pochezza di alcuni elettori che, come la politica insegna da anni, hanno ben pensato di contravvenire ad alcune basilari regoline: tipo non fotografare e pubblicare nell'universo web il voto appena espresso. E poco importa il fatto che siano del M5S (gli stessi che in molti casi, e non discuto la buona fede, si sono dannati a motivare la loro salivazione perché, gli era stato detto, era il magico strumento per attivare la matita copiativa in modalità antibroglio - racconta la vicenda molto bene Carlo Gubitosa qui), quello che importa è l'atto, l' arroganza che non è, mi dispiace dirlo, prerogativa degli appartenenti al movimento, ma distintivo ormai da anni di una società (di una parte di essa quantomeno) che poi per un ventennio ha dimostrato la sua natura anche sulla base delle scelte politiche.

E' un paese che ha ancora molta strada da fare. Siamo una Repubblica tutto sommato giovane all'interno di una comunità europea ancor più giovane. L'auspicio è quello, sempre lo stesso: prima o poi impareremo dai nostri errori. Ma il tempo a disposizione è quello che è ormai. E il rischio di fare traversa e finire fuori dai giochi è alto.

Pertini, che citavano all'inizio, trova ampio spazio nelle sue parole per i giovani a cui chiedeva di difendere quelle posizioni che loro, la sua generazione, aveva conquistato. Chiedeva di difendere la Repubblica e la democrazia. Quegli stessi giovani che oggi che che se ne pensi, dimostrano di avere una gran sete di democrazia e partecipazione politica, sociale, civile, ma che oggi sono tagliati fuori da una società che fatica ad integrarli, a trovare lo spazio per investire sul futuro. Dall'istruzione, di cui si attende sempre una esemplare ristrutturazione degna di un paese civile, al mondo del lavoro che oggi non lascia loro aperta nessuna porta. Nemmeno quando si tratta della democratica partecipazione al voto, diritto dovere sancito dalla costituzione. Lo abbiamo visto nel caso degli studenti erasmus costretti ad inscenare una elezione di protesta per far sentire la loro voce.

E' in questo panorama, tra disillusione e acqua alla gola, necessità di cambiamento e lungimiranza che tra ieri e oggi sceglieremo chi dovrà governare nel prossimo futuro questa "ragazza in coma", nella speranza che non sia irreversibile.

Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83


Elections 2013: the Italy that will be

"So the appeal to young people is this: try to be honest, first of all. Politics must be done with clean hands. If there's a scandal, if there's someone who makes scandal, if there's someone who uses politics for personal, dirty interests, then they must be condemned."

It was impossible for me not to start this post with a short quotation by Sandro Pertini. It was impossible because yesterday, the first day of this new elections round, was - for a strange game of history - the anniversary of his death.

It was impossible because those words, like many others he uttered, are more than ever current. Because today as yesterday unemployment and youth disillusion are kings and politics, once again, doesn't learn. Because in the future Parliament there will be many young people who, I hope, will be a healthy seed planted for a good future.

In spite of the nice initial words we must take note of the political chronicle, or elections chronicle of these hours. Starting with the data on the percentage of voters, which seems to have suffered a diminishing trend in comparison with 2008 (even though we'll have to wait for the closing of the votations to have a good scenario). It's not a good sign. Someone tends to give the responsibility to the bad weather - it's the first time we vote in winter - but the true reason is almost certainly to be found in the lack of trust in this politics and the lack of perspectives left behind by one of the most disappointing and empty election campaigns of the last few years.

During these hours we've seen everything, and nothing different than what had accompanied us during the last months. With a Berlusconi who, proving for yet another time that he has ne respect for rules, has broken the elections silence, just a few hours from the votation. A silence broken to launch another attack to the judges, which has been compared again to a group of mafia men, or worse. A Berlusconi who manages to get contested (by the Femen femminist movement) even outisde a voting section. An episode which who is writing believes is useless and tasteless and that will probably leave a mediocre trace in history books.

We've assisted to the uncomfortable mediocreness of some voters who, as politics has been teaching for years, have thought it would be a good idea not to respect a few basic rules: like not to photograph and publish their vote online. And it doesn't matter that they're from M5S (the same ones who have stimulated their saliva production because that supposedly was the magical tool to activate the pencil they were given to vote), what matters is the act, the arrogance which isn't - and I'm sorry to say this - a prerogative of those following the movement, but distinctive of a society which for 20 years has proven its nature even with its political choices.

Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83

martedì 19 febbraio 2013

Il Paese con la maschera



Questa volta non parlo di politica, o forse si. Volevo scrivere del Carnevale, così ho deciso di andare a Venezia. Quando sono tornato però della voglia di parlarne nemmeno l'ombra. Era svanita tutta nel tragitto ferroviario tra Bologna e Venezia Santa Lucia.

Con E. avevo deciso di fare un salto a Venezia perché avevo in mente di scrivere del Carnevale. Mi son detto che non poteva esserci luogo migliore della città lagunare per intercettarne l'aria, così domenica scorsa (10 febbraio) siamo andati. Cosa avrei scritto non lo sapevo ancora, ma ero certo che una volta arrivato lo avrei capito. Mi sbagliavo.

Di buon mattino ci siamo diretti alla stazione di Bologna. Il treno che nasceva lì era vuoto quando si è fermato sul binario. Siamo saliti e abbiamo preso i due posti adiacenti all'ingresso della carrozza. Quelli destinati, in caso di necessità, a disabili, donne incinte o con figli piccoli al seguito, anziani. Se posso evito sempre di sedermi al centro del vagone. Pochi minuti dopo il treno straripava, la gente seduta lungo il corridoio o sulle mensoline (quelle con il cassettino del rusco). Qualcuno, molti a dire il vero, è rimasto lungo la linea gialla impossibilitato fisicamente a salire.

Il treno è partito con la sua sovrabbondanza di umanità ammassata. Pochi minuti dopo mi chiedono se posso cedere il mio posto ad una ragazza con un figlio di 14 mesi. Mi alzo. E. si sposta nel mio seggiolino e io finisco in braccio ad E. mentre la ragazza si siede. Il treno è pieno di bambini, ammassati come maiali anche nel "tinello" per la salita e discesa dei passeggeri. Nessuno si alza per farli sedere, nessuno cede un cm quadrato del suo preziosissimo spazio vitale. Cominciano le fermate, e ad ogni giro la scena è quella di un paese che cerca, spesso inutilmente, di salire a bordo del convoglio diretto a Carnevale.

Lungo i binari all'altezza delle porte scorgo protezione civile e polizia armata di fischietto. Dovrebbero garantire l'ordine e la sicurezza, già precaria, di chi sale o scende dal carro bestiame. Non lo fanno. Appena il treno si ferma arretrano limitandosi a fischiare ogni tanto nel vano e poco motivato tentativo di sedare le risse che, fermata dopo fermata, si fanno più frequenti. Il ritardo si accumula insulto dopo insulto, spintone dopo spintone. Dallo spazio tra le due porte di salita e discesa arrivano male parole, c'è nervosismo. Non vedo i bambini mascherati, probabilmente pressati dentro un girone infernale di cui, forse, dimenticheranno fra qualche anno.

C'è un treno ogni ora, ma tutti vogliono salire su quello. C'è un treno ogni ora e su questo non c'è più spazio. Apriamo i finestrini perché l'aria è rarefatta. Noi possiamo, e penso ai bambini, quelli stipati tra i servizi igienici e le porte che ad ogni fermata fischiano. Da lì arrivano le urla dei genitori, genitori contro genitori. Nuovi passeggeri che, non appena la porta che li dovrebbe condurre al carnevale si apre, si mascherano da pirati disperati. Abbandonati per anni sull'isola deserta. Il nostro treno è quasi un miraggio, la nave che appare nel nulla e che aspettavano da anni. Che giorno è oggi, Mercoledì?

A Padova ci fermiamo per 15 minuti. Un uomo e una donna stanno litigando. Lei vuole salire per forza, lui cerca di non cadere giù dal treno che preme ed è un niente essere espulsi come pus da un brufolo. E' stallo. Nei due seggiolini davanti a noi stanno due signori, mezzi italiani mezzi tedeschi. Non si capisce. Continuano a ripetere che in Germania queste cose non succedono. Ma quando una donna dell'est chiede se possono fare un poco di spazio alla piccola figlia di 5 anni, insaccata come una salciccia nel budello, rispondono che no. In mezzo c'è il bracciolo, è fisso, non si può mica levare. Ho capito, not in my back yard. Sono più italiani che tedeschi. La piccola finisce seduta in bilico tra due schienali, la in alto, come se fosse la piccola regina inconsapevole, sul trono di un regno ormai allo sfascio.

Ci sono tutti su quel treno. Sto appoggiato al finestrino e penso che nemmeno mi ricordo più del carnevale, o che carnevale è già su quel treno, o meglio, la farsa, grottesca di una idea distorta di carnevale. O forse assomiglia di più ad una maschera. Quella del nostro paese. Quella che a fatica tentiamo ogni volta di togliere, ma poi niente. Forse ci siamo affezionati, alla maschera. Fisso la piccola di 14 mesi, sorride e sbatte i suoi piedini contro le mie ginocchia. Bel mondo ti aspetta, penso. Cresci piano, che qua non siamo mica pronti, sai.

Venezia Santa Lucia. L'olfatto è sopraffatto dall'odore di salsedine, e mare e legno impregnato e muri bagnati. Come un petardo di odori che improvviso esplode nel tuo naso. L'umanità varia scende dal treno, noi con loro. Poi i canali, le maschere, i suoni, la gioia, forse finta, anch'essa una maschera per celare il nervoso, l'ansia, i guai, il paese reale.

Volevo scrivere un post sul carnevale, ma si è perso lungo il viaggio. Forse è altrove, il carnevale. L'allegria non è qui ora. Non a Venezia, non in Italia. Forse c'è, ma è mascherata, in attesa di svelarsi in tempi migliori.

Matteo Castellani Tarabini | contepaz83

Photo Credit: Emanuela Carabelli


The country with a mask

This time I won't talk about politics, or maybe yes. I wanted to write about the Carnival, so I decided to go to Venice. But when I came back I didn't have any desire to speak about it. It was gone during the travel between Bologna and Venice Santa Lucia.

So the Pope speaks again. He does it with a message delivered by the apostolic nuncios to all State leaders. In the text the Pope quotes what he consideres the threats to peace. Beyond the right to work, Benedict XVI puts in the list euthanasia, abortion and gay marriage. All topics on which Italy for years (and not only Italy, yesterday Europe has voted on the "Fundamental Rights in the European Union" that has to do with many of the topics "enemies of peace", according to the Pope) carries on an extremely intense debate that sees the clash of political, civil and religious forces.

But what the Pope mentions isn't something the Church has to do with. On the contrary. And the fact that he says that such delicate topics are threats to peace is very serious, and is against common sense. And even though the message has been sent to all leaders, one might think that the Vatican has started its elections campaign in Italy. A vice that the Church in Italy never loses and that a certain political party tends to satisfy, for its own elections interest.

Gay unions (but I don't understand why we should call it marriage), of which in Milan with Pisapia, thanks to the approvation of civil unions, the administration is trying to define the guidelines, are a topic that in 2013 (we're basically there), in a country that calls itself as civil and democratic shouldn't even find any obstructionism. Same thing for euthanasia and abortion. They're civilization battles. A civil society that for the past few years has been carrying forward battles and debates to engage public opinion, to open new hopes of democracy, principles that go towards the autodetermination of the individual. Certainly not threats to peace.

These are threats that the Church sees for itself, that's the point. It's the fear of new breaches, of a new 1870. Or the fear of losing that influence that, in spite of everything, has remained since. At least here in Italy. And what better occasion than before the elections? With a strong political instability. Where games and allegiances are still to be defined and where it is necessary to form a new Catholic force, an expression of the Church in Parliament, to remind and impose the vision. The Church is here, who loves us will follow us. All the rest is a threat (not to peace, but to the Church). It seems like something we already heard before, in other occasions, not too long ago. And in the meanwhile the Pope meets and blesses Rebecca Kadaga, the promoter in Uganda of death penalty for gay people.

It's not enough to be on Twitter in order to be on top of times, it's not enough to unite with joy to understand the world. The battles are elsewhere, the openings, the fields on which to discuss. But this time around the foot in the pope shoe seems more firm and decided than ever. A few centuries behind.

Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83

venerdì 8 febbraio 2013

Divieto di #tortura: il vero banco di prova per la nostra #democrazia



Alla luce della sentenza emessa dal Tribunale di sorveglianza di Bologna sul caso Aldrovandi, la quale ha condannato tre dei quattro poliziotti ad una pena di 6 mesi di carcere per eccesso colposo in omicidio colposo, il dibattito sul reato di tortura ha ripreso vigore tra l’opinione pubblica italiana, benché il tentativo di introduzione dello stesso all'interno del nostro codice penale sia fallito molteplici volte prima della conclusione del suo iter parlamentare.

Oggi ancor di più ci si chiede come sia possibile che i responsabili di tali reati possano soltanto ricevere una pena di sei mesi, beneficiando dell’indulto e usufruendo della prescrizione per dei crimini che a livello normativo internazionale sono considerati crimini contro l’umanità e perciò non dovrebbero essere prescrittibili.

Lo Stato italiano è firmatario di molteplici documenti redatti dall’ Organizzazione delle Nazioni Unite in tema di divieto di tortura: Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, Patto internazionale sui diritti civili e politici, Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti e il suo Protocollo opzionale.

Essa fu inoltre tra i primi paesi firmatari della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, trattato internazionale redatto dal Consiglio d’Europa nel 1950 che sottopone l’Italia alla giurisdizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nonostante l’impegno preso tramite la ratifica dei documenti sopra elencati, il nostro paese non ha mai inserito il reato di tortura all’interno del suo codice penale.

Al contrario di quello che in molti pensano, la nostra Costituzione (e in particolare l’art. 13) non è di per sé sufficiente a garantire una condanna ad una pena adeguata in casi simili.  Affinché ciò accada è necessario, in conformità all’ art. 4 della Convenzione, inserire all’ interno del nostro codice penale il reato che dia una definizione più esaustiva di tortura e di trattamenti crudeli, inumani e degradanti e stabilisca le pene da infliggere ai responsabili della sua violazione.

I giudici italiani, nei casi come quello di Luciano Rapotez (1955) o quelli, più recenti, della scuola Diaz e delle morti di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, non hanno che potuto mettere in luce la propria impotenza nel poter condannare i responsabili a una pena adeguata.

Nel 2007, il Comitato ONU contro la tortura (CAT) ha redatto le sue considerazioni riguardo la situazione esistente in Italia in materia di tortura. Ebbene, ciò che ne traspare non è assolutamente un parere positivo, viste le enormi questioni ancora irrisolte dallo Stato italiano quali il sovraffollamento delle carceri, l’uso sproporzionato e l’eccessiva durata della detenzione preventiva, la lesione delle garanzie fondamentali per le persone arrestate dalla polizia ( con particolare riguardo verso il Decreto Pisanu del 2005), la detenzione prolungata dei richiedenti asilo nei Centri di Permanenza Temporanea (specialmente dopo l’introduzione della legge Bossi-Fini del 2002), le espulsioni collettive da Lampedusa che violano il principio di non-refoulement enunciato nell’ art. 3 della Convenzione, la violazione del medesimo principio nei casi di sospetto coinvolgimento in attività terroristiche (secondo le procedure presenti nell’ art.3 del Decreto Pisanu), il mancato addestramento delle forze dell’ordine italiane all’ impiego di mezzi non violenti e il conseguente uso eccessivo della forza durante le manifestazioni di Napoli (marzo 2001), di Genova (luglio 2001), nell’ambito del Summit del G8 e in Val di Susa (2005) e durante le partite di calcio, l’inesistenza di badge identificativi che assicurino la responsabilità individuale delle forze dell’ordine in caso di comportamenti vietati dalla Convenzione (con particolare riferimento al caso del G8 di Genova).

Il carattere non vincolante del Rapporto del CAT permette all’Italia di evitare sanzioni per non aver tenuto conto delle raccomandazioni del Comitato, ma ciò non toglie il fatto che il nostro Paese continui ad essere decisamente indietro in tema di divieto di tortura e, più in generale, di tutela dei diritti umani (tema illustratoci da Matteo Castellani Tarabini nel suo articolo qualche giorno fa).
La recente ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione è soltanto un piccolo passo compiuto dal nostro Paese in materia, anche se sarà dovere del Parlamento legiferare in materia e compiere, così, un degno atto di civiltà.

Eppure oggi, molti parlamentari continuano a non dare importanza all’ argomento o, ancor peggio, a reinterpretare i fatti arrivando addirittura ad accusare le stesse vittime. Accadde nel 2008, quando Roberto Castelli dichiarò in un’ intervista a Repubblica che i trattamenti inumani e degradanti avvenuti per mano delle forze dell’ordine nella caserma di Bolzaneto fossero tesi dei pm da non prender come oro colato, che i fatti fossero stati “equivocati dagli imputati” e che l’obbligo per i detenuti di rimanere nella posizione del cigno per ore non fosse “anomalo in una notte come quella”, anche perché anche “i metalmeccanici stanno in piedi otto ore al giorno e non si sentono umiliati e offesi”.

All’ormai ex Ministro della Giustizia non venne mai in mente che la Convenzione ONU firmata e ratificata dal paese che egli rappresentava non ammette la derogabilità del divieto, e ancor meno pensò di scusarsi per le dichiarazioni riguardo dei fatti che furono considerati da Amnesty International come “la più grande sospensione dei diritti democratici di un paese occidentale dopo la fine della seconda guerra mondiale”. Secondo Castelli, la colpa del mancato inserimento del reato di tortura all’ interno del codice penale è “del legislatore di sinistra che ha presentato un testo inaccettabile, in cui si parlava di torture di natura psicologica, per cui io potrei accusare di tortura Prodi visto che ogni volta che lo vedo mi sento male".

Qualche giorno fa, invece, è stata la volta di Carlo Giovanardi, il quale ha accusato Ilaria Cucchi di sfruttare la morte del fratello avvenuta, secondo il senatore del PdL, per mano dei “suoi amici spacciatori”. A nessuno, neppure tra i membri del suo ufficio stampa, è mai venuto in mente di fargli notare che la creazione di un' autorità nazionale indipendente per i diritti umani in linea coi Principi di Parigi e l'istituzione di un meccanismo nazionale di prevenzione secondo le linee poste dal Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura avrebbero potuto evitare la tragedia della morte di Stefano Cucchi e di tanti altri carcerati tanto quanto avrebbero potuto intervenire con misure adeguate per ovviare alle indegne condizioni in cui son costretti a vivere i detenuti all’ interno delle carceri italiane.

E’ ovvio che sia assolutamente necessario spostare il dibattito affinché le vittime siano considerate come tali e vengano loro riconosciuti ampi diritti, in linea con il diritto internazionale e le convenzioni ratificate dal nostro paese.

Così come sosteneva il giurista Antonio Cassese, “la tortura costituisce l’aspetto patologico dell’assenza di democrazia”, perciò il suo divieto è una delle prime pietre da posare per dimostrare l’effettività del nostro stato di diritto. E noi, come cittadini italiani, ci auguriamo che essa venga posata ben presto.

Veronica Orrù | @verocrok

Photo credit: Rachael Roberts

giovedì 13 dicembre 2012

L'#Opinionedeifatti: Chiudete l'Internet



Riflessioni ad alto tasso di THC: democraticamente, dal basso, vorrei mandarvi tutti affanculo. Così, per sentirmi un po' grillino e vedere di nascosto l'effetto che fa.

Essere grillini è come praticare uno sport estremo: non sei di destra, non sei di sinistra, non sei un radicale, ma grazie ad un paradigma di politica ad cazzum hai la possibilità di accettare scelte organizzative imposte dall'alto, ma con una parvenza di collettivo e collaborativo. Sostanzialmente è come iscriversi al forum di Spinoza, con la differenza che il blog di riferimento non pubblica battute, ma sfuriate di Beppe Grillo.

Lo stesso Grillo che, dalla sua utenza admin, distribuisce direttive allo staff, che provvede a coinvolgere la community e a far sentire tutti parte di un bellissimo gioco dell'oca che ha come traguardo la democrazia, la rivoluzione e la libertà.
32.000 votanti alle "Parlamentarie". Jocelyn, su Rai2, faceva 4 milioni di telespettatori. Vuoi mettere? Con numeri del genere avrebbe potuto candidarsi GialloZafferano (ma poi chi l'avrebbe spiegato a Bersani?)

Il tutto perché la community web dei grillini è sostanzialmente un Frankenstein ideologico, un'ammucchiata di ambientalisti, vegani, alternativi, indignati, disobbedienti, 99%s, popoli viola, popoli arancioni, blogger, luttazziani delusi, casalinghe disperate e fan di Dexter. Gente che passa la giornata su facebook, twitter, youtube, che si fa ragione a colpi di link su wikipedia, che conosce a memoria gli editoriali di Travaglio e non si fa mancare una spolverata di Saviano. Gente a cui una volta stava simpatico Di Pietro (a qualcuno, per un certo periodo, stava simpatico pure Gianfranco Fini). Ma le community non sono fatte per salvare i Paesi o per fare le rivoluzioni. Pensate che in Egitto, Libia e Tunisia abbiano abbattuto i governi guardando Servizio Pubblico, in streaming, tutti i giovedì?

E come lo governi un Paese come l'Italia con una creatura del genere? Se il piano è vestire la bestia in frac e rimettersi a cantare Puttin' on the Ritz per i prossimi 20 anni, no, grazie, abbiamo già dato. Ma se riuscite ad immaginarvi uno scenario plausibile, perché non ce lo fate leggere nei commenti? È così che funziona tra grillini, oppure no?
Sì, ok, e poi chiudiamo l'Internet, come promesso.

Dopo, però. Adesso non posso.
Sono impegnato a trollare il Papa.

Gaspare Bitetto | @waxenit


Close the Internet

Democratically, from down below, I'd like to send you all to hell. Just to feel a bit like a Grillo fan and see what it's like.

Being a Grillo fan is like practicing extreme sports: you're not on the right, not on the left, you're not a radical, but thanks to a paradigm of fucked up politics you have the possibility of accepting organizing choices that are imposed from above, but with an impression of collective collaboration. Substantially it's like signing up to Spinoza, with the difference that the blog doesn't publish jokes, but Beppe Grillo's angry posts.

The same Grillo who, from his admin user, distributes directives to the staff, which engages the community and makes everyone feel part of a beautiful game with the goal of democracy, revolution and freedom. 32.000 voters at the Parlamentaries. Jocelyn, on Rai 2, had 4 milion viewers. Can you imagine? With these numbers, even GialloZafferano could have candidated (but then who would have explained to Bersani?).

Everything because the Grillo community is basically an ideological Frankenstein, a mix of environmentalists, vegans, alternatives, disobbedients, 99%s, violet people, orange people, bloggers, disappointed luttazzians, desperate housewives and Dexter fans. People who spend their day on Facebook, Twitter, YouTube, that claims to be right with links on Wikipedia, who know Travaglio's editorials by heart and even a bit of Saviano. People who once liked Di Pietro (someone, for some time, even liked Gianfranco Fini). But communities aren't made to save countries or do revolutions. Do you think that in Egypt, Libya and Tunisia they overthrown the regimes by watching Servizio Pubblico in streaming every Thursday night?

And how do you even rule a country like Italy with a creature like that? If the plan is to dress the beast in a suit and go back to singing Puttin' on the Ritz for the next 20 years, no thanks, we've already been there. But if you imagine a plausible scenario, why don't you let us read it in the comments?
That's how it works among Grillo fans, isn't that right?
Yeah, ok, and then we close the Internet, as promised.

Later, though. Not I can't.
I'm busy trolling the Pope.

Gaspare Bitetto | @waxenit

mercoledì 5 dicembre 2012

Il falso mito dell'italiano sfaticato e del tedesco super efficiente



Produttività, produttività, produttività! E' questa la parola d'ordine del governo, di Confindustria, degli editoriali dei giornali: “La produttività del lavoro in Italia è molto più bassa di quella tedesca, ecco perché siamo in crisi”. 

Raramente si spiega però cosa voglia dire e la terminologia tecnica (“produttività del lavoro”) lascia intendere che il problema siano i lavoratori. Magari, come dice la Fornero, perché da noi c'è il sole, si mangia bene, la gente si rilassa. Oppure, come sostiene il sottosegretario Polillo, perché facciamo troppe vacanze.

Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla. Una misura largamente utilizzata è la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora. Collegato alla produttività abbiamo il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in salari, contributi e altre spese relative al personale, produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.

A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:



e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.

Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro (somma di salari, contributi e altre spese relative ai lavoratori) nei paesi dell'OCSE.



Insomma, non lavoriamo poco e non percepiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?

Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.

Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo di non produrre automobili, cioè prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.

Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.



Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettanto decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti, e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui costi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:



Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.

Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.

Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.

Guido Iodice | @guiodic


The false myth of the Italian inefficiency and German perfection


Productivity, produttività, produttività! This is the mantra of the government of Confindustria, of the newspapers: "Productivity of work in Italy is lower than in Germany, that's why we're in crisis."

Rarely do they explain what the technical terminology ("work productivity") truly means, and leaves to understand that the problem are the workers themselves. Because maybe, as Fornero says, we have sun and good food, and people relax. Or, as Polillo says, because we have too many vacations.

Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla, ma i due fondamentali sono la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora, e il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in termini di salari, contributi e altre spese produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.

A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:

e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.

Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro nei paesi dell'OCSE.

Insomma, non lavoriamo poco e non prendiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?

Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.

Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è anche in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo anche di non produrre automobili, cioè che prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.

Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.

Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettante decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui prezzi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:

Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.

Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.

Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.

lunedì 3 dicembre 2012

#Startup italiane, è ora di prendere l’aereo!



Caro Intervistato, 

lo so è passato qualche tempo, ma questa lettera è nata nell’istante in cui ho messo un piede sulla scaletta del mio volo verso Boston. 

Come coccolato speaker dell’evento “Wake Up Italia”, organizzato dal gruppo NOVA di Boston a metà Novembre, ho avuto l’opportunità unica di visitare l’epicentro della forza economica e innovatrice del mondo occidentale (Harvard e MIT), conoscere studenti e startupper italiani (ma non solo) che hanno deciso di studiare e/o stabilirsi nella East Coast, ed elaborare una punto di vista decisamente diverso dal piovoso panorama Milanese (e qui se ti piace trova pure la metafora che preferisci).

Partiamo da lontano: Cambridge, l’area universitaria che si affaccia sulla riva opposta del Charles River di Boston, può essere tranquillamente considerata La Mecca delle università, un luogo che a differenza dei nostri atenei tratta gli studenti come preziosissimi investimenti da far crescere - e non come costi da ridurre.

Qui gli studenti vengono da molti Paesi del mondo, vivono Cambridge come una tappa di passaggio, perché poi tornano a casa e mettono in pratica quanto imparato.
Dalle strutture sportive ai dormitori, dai luoghi di studio agli incubatori, tutto nasce col chiarissimo obiettivo di forgiare leader di livello internazionale. Nel caso di Harvard parliamo di finanza e soprattutto politica, voci che qui non ci si preoccupa di trattare come strettamente correlate; mentre al MIT, che si presenta con un track record di 77 Premi Nobel, è davvero evidente quanto il processo d’innovazione sia circolare e costante, dalle semplici rastrelliere per il bike sharing alle sofisticate infrastrutture di trasmissione digitale oggi utilizzate per il MIT OpenCourseware.

I benefici sono due: da un lato vengono calamitati gli studenti più ambiziosi, i quali trattano il MIT (o Harvard) come “prima scelta”, dall’altro è pressoché impossibile che una mente di talento rimanga inespressa, anzi viene costantemente spinta e trascinata dalla forza dei popolosi gruppi di studio e
approfondimento, persone geniali che spostano in alto l’asticella dei temi trattati. Scordatevi Jersey Shore o MTV e stupitevi dell’assenza (o quasi) di McDonalds!

Caro Intervistato, il biglietto che andrebbe preso è lo stesso di molti studenti qui, ovvero andata e ritorno: nessuno di noi, nella “piccola Italia”, ha nulla da invidiare ai cervelloni che affollano vialetti e corridoi del MIT o di Harvard. Anzi un’esasperata ricerca della specializzazione porta via quella vision nei confronti della realtà e del mercato, quella curiosità a tutto tondo che trasforma
un eccezionale studente in un imprenditore alla Zuckerberg (o Amar Bose se preferisci). Certo parlare di vision in un luogo che contiene la più alta concentrazione di Premi Nobel al mondo, e che poco più in là in termini di leadership offre 7 presidenti degli Stati Uniti, appare anche a me assurdo. Ma una volta messa la sciarpa (fa freddino), cominciato a stringere mani e avviato un po’ di sano networking, è chiaro come non siamo noi italiani ad aver bisogno del loro modello socio-economico, ma loro della nostra mentalità curiosa, aperta e a tratti romantica, che non riconduce tutto a soldi o competitività.

Caro Intervistato, è arrivata l’ora di mollare spaghetti e mandolino per cominciare a parlare inglese, pubblicare i listini in dollari e attaccare frontalmente un mercato che non vede l’ora di comprare un
prodotto “visionario” e soprattutto Made in Italy. Il prodotto americano è bello senz’anima, l’unica eccezione che ti senti citare ha una mela morsicata di colore bianco e il suo fondatore non ha mai studiato da quelle parti.

È ora di ridimensionare gli obiettivi nel provinciale mercato italiano, per vari motivi:
- Perché da noi, per quanto capillare e “ben compreso”, il mercato vale una frazione di quello statunitense (e tutto l’indotto culturale ad esso collegato).
- Perché in Italia e in Europa la crisi non offre prospettive paragonabili - senza contare che un piccolo successo negli USA garantisce autorevolezza anche nel Vecchio Continente e perfino in Italia!
- Perché la concorrenza (specialmente nel settore IT) è culturalmente di stampo americano, e imparare a batterla significa trovare la strada per la leadership sul mercato internazionale.
- Perché il “nuovo consumatore” invece è in Europa, e saper perseguire obiettivi di business sostenibile (qualcosa che in America sembra ancora dietro l’angolo) non può che essere vincente già nel medio periodo.
- Perché in Italia sappiamo fare le cose con stile. E anche se stilisticamente facciamo una schifezza, possiamo sempre dire che è “Made in Italy” e gli conferisce un’anima!

Caro Intervistato, per le startup è giunto il momento di prendere l’aereo e guardare l’America da vicino. Perché nulla in questo momento mi toglie dalla testa che se da noi c’è una crisi finanziaria, da loro ce n’è una delle idee.

Stefano Pepe | @jimmy3dita


Italian startups, it's time to take the plane!

Dear Intervistato,

I know it's been a while, but this letter was born the instant I stepped on the stairs of my flight to Boston. As a speaker of the "Wake up Italia" event, organized by the NOVA group in Boston in November, I had the unique opportunity of visiting the epicenter of the economical and innovative force of the western world (Harvard and MIT), knowing Italian students and startuppers who decided to study and/or settle on the East Coast, and elaborate a point of view that is definitely different from the rainy Milan landscape.


We'll start from far away: Cambridge, the university area on the opposite side of the Charles River of boston, can be considered the Mecca of universities, a place that unlike our universities treats students like precious investments to grow, not costs to cut.

Here students come from many countries of the world, live Cambridge as a pitstop, because then they go back home and put in practice what they learnt. From the sports structures to dorms, from studying places to incubators, everything is born with the clear intent of forging international level leaders. In the case of Harvard we speak about finance and politics, two things that here aren't treated as necessarily correlated. While at the MIT, which has a record of 77 Nobel prizes, it is truly evident how much the innovation process is circular and constant, from simple bike sharing racks to complicated digital transmission infrastructures used today for the MIT OpenCourseware.

The benefits are double: on the one side the most ambitious students are attracted, people who treat the MIT or Harvard as the first choice, on the other it is impossible for a talented mind to remain unexpressed, it is actually constantly pushed and promoted by the force of big study groups, brilliant people that truly set the bar for the topics that are treated. Forget about Jersey Shore or MTV and wonder upon the absence (or almost) of McDonald's!

Dear Intervistato, the ticket that should be bought is the same of many students here, there and back again: none of us in the small Italy has anything to envy to the brains that walk the corridors of the MIT or Harvard. On the contrary, an exasperated research of specialization takes away that vision towards reality and market, that curiosity that transforms an exceptional student in an entrepreneur Zuckerberg style (or Amar Bose if you prefer). Of course, talking about vision in a place that detains the highest concentration of Nobel prizes in the world, and that offered 7 United States presidents, looks absurd to me as well. But once you put on your scarf (it's kind of cold), started shaking hands and started a bit of networking, it is clear that it's not us Italians who need their socio-economical model, it's them who need or curious mentality, open and sometimes romantic, that doesn't bring everything down to money or competitivity.

Dear Intervistato, it's time to leave spaghetti to start speaking English, publish prices in dollars and attack frontally a market that can' wait to buy a visionary, made in Italy product. The American product is beautiful without a soul, the only exception is a bitten apple, and its founder never studied there.

It's time to redimension the goals of the provincial Italian market, for various reasons:

Because here, even though capillar and well diffused, the market is worth a fraction of the American one (with all the collateral culture connected to it)
Because in Italy and Europe the crisis doesn't offer comparable perspectives - without counting that a small success in the USA guarantees authority in the Old Continent and even in Italy!
Because competition (especially in the IT field) is culturally American, and beating it means finding the way to leadership on the international market
Because the "new consumer" is in Europe, and knowing how to pursue sustainable business goals (something that in America seems to be around the corner) is already a success in the mid-term.
Because in Italy we know how to do things in style. And even if it's rubbish, we can always say it's made in Italy, and give it a soul!

Dear Intervistato, for startups it's time to take the plane and visit America. Because nothing at the moment can make me forget that we have a financial crisis, but they have a crisis of ideas.


Stefano Pepe | @jimmy3dita

mercoledì 28 novembre 2012

40 domande a @pbersani, tra #primarie ed #elezioni2013: risponderà? #pb2013



Siamo arrivati a Bersani, dopo Renzi e Vendola, tocca al segretario rispondere alle domande che Intervistato ha raccolto dalla rete. Segretario dal 2009, con un partito uscito malconcio dalla sconfitta elettorale, le do atto di averci messo la faccia in un periodo che definire difficile è dire poco. In tre anni è successo di tutto e secondo molti "prestigiosi commentatori" siamo ancora in una fase di "transizione".


Prima o poi però da qui, da questo pantano bisognerà uscirne, bisognerà lanciare un progetto per questa Italia adesso in mano ai tecnici, bisognerà trovare una sintesi fra le parti in causa. Non parlo del PD, agitato fra renziani e giovani turchi, o della coalizione che verrà, ma del paese. Ci vuole coraggio e lei ne ha fatto il suo claim elettorale. Niente da dire, ma poi ci sono le elezioni da vincere e ci sono tante cose da fare.


E bisogna farle e farle almeno nel migliore dei modi possibili, magari se si ascoltasse di più la rete, e in maniera diversa, qualche proposta seria si trova, anche perché qui ci sono cittadini, gente che lavora e gente che vorrebbe lavorare.

Però è difficile mettere insieme posti letto in ospedale e F35, infrastrutture e recupero del territorio, che sembra venire giù ad ogni temporale, spending review e servizi sociali. Qui c'è bisogno di cambiare, ma non per vezzo o perché ce lo chiede l'Europa, ma per due motivi: le regole e le soluzioni usate non funzionano più e perché lo chiede il paese.

E' una parola importante questa - Paese - qualcosa che sa di lontano e sembra essere svanita, forse è stata l'illusione di una nazione, visto che l'Italia sembra una galassia che si raduna intorno ai proprio campanili, reali o costruiti abilmente da vari imbonitori che si sono succeduti negli ultimi anni, troppo anni.

Non c'è solo il lavoro, ci sono anche i diritti. Stamattina leggo che ha avuto il primo si alla Camera la proposta di legge che equipara i figli naturali a quelli nati all'interno del matrimonio. Era ora, visto che la famiglia, di cui tutti si sono riempiti la bocca, sembra ancora essere il cardine del paese. Ma quale famiglia?


Qui bisogna aprire gli occhi, le cose sono cambiate. Tutto è cambiato. Qui bisogna che manca una parola a tutti i dibattiti che stanno sorgendo, cioè responsabilità. Quelle della politica e quelle dei cittadini, bisogna ridisegnare un patto in tutta la società.


Lei come lo vuole questo patto? Quali sono le responsabilità che intende prendersi? Per ora vorremmo che prendesse quella di rispondere a queste domande.

Simone Corami | @psymonic


40 questions for Pierluigi Bersani

We've arrived at Bersani, after Renzi and Vendola, so it's the secretary's turn to answer the questions that Intervistato.com collected online. Secretary since 2009, with a party that wasn't very well put after the elections defeat, he did put his name on the line in a time that defining difficult is too little. In three years everything happened, and according to some prestigious commentators, we're still in a phase of transition.

Sooner or later we'll have to get out of this mess, though, we'll have to launch a project for this Italy now in the hands of technicians, we'll have to find a synthesis between the parts. I'm not talking about the PD, agitated between Renzi supporters and young turks, or the coalition, but about the country. We need courage and Bersani made it his elections claim. Nothing to say, but there are elections to win and many things to do.

And they must be done in the best possible way, maybe listening to the Web more, and in a different way, some serious proposal can come out, because here there are citizens, people who work and people who wants to work. But it's difficult to put together beds in hospitals and F35s, infrastructures and territory, that seem to collapse every time it rains, spending review and social services. There's a need for change, but not because Europe is asking for it, but for two reasons: rules and solutions used until now don't work anymore, and because the country is asking for it. It's an important word - Country - something that seems faraway and almost vanished, maybe the illusion of a nation, since Italy looks like a galaxy that reunites around its bell towers, real or built by those who wanted to control the people for so many years.

And not only work, rights as well. This morning I read about the first yes at the House for the law that makes rights equal for legitimate and natural sons. It was about time, since the family everyone's talking about seems to still be an important pillar of the country. But which family? We have to keep our eyes open, things have changed. Everything has changed. Here one word is lacking from all the debates, which is responsibility. That of politics and of citizens, we must redesign a pact for society. How do you see this pact? What are the responsibilities you intend to take? For now we would like you to take the responsibility of answering these questions.

Simone Corami | @psymonic

giovedì 8 novembre 2012

#LAmericadecide, l'Italia un po' meno



L'America ha deciso che a guidarla dovrà essere Obama, per la seconda volta, e subito buona parte della classe politica italiana è corsa a sprecarsi in complimenti al presidente riconfermato elogiando, ancora una volta, il sistema democratico americano. 

Le congratulazioni e gli elogi sono arrivati in maniera molto bipartisan, come sempre quando si tratta dello Zio Sam e del suo modello a cui per molti aspetti tendiamo sempre a guardare e con cui spesso, e in maniera del tutto comica, tendiamo a confrontarci. Talmente tanto che in alcune occasioni siamo scaduti nel plagio più bieco. Penso a quel "Si può fare" di Veltroniana memoria.

Intanto, mentre negli USA oltre che su presidente, senato, camera e alcuni posti da governatore i cittadini americani sono stati chiamati a decidere tramite referendum anche su questioni come matrimoni Gay, aborto, legalizzazione della Marijuana (solo per citarne alcuni) qui da noi quegli stessi politici che si complimentano con l'America elogiandone il sistema non riescono ancora, o non vogliono, trovare una quadra per una legge elettorale dignitosa che metta al centro il cittadino e le sue scelte. Ma di peggio, ancora si litiga su di una questione come la legge contro l'omofobia che nel 2012 non dovrebbe nemmeno essere discussa ma approvata di concerto, e subito, come ci si aspetterebbe da un paese che si dichiara democratico e civile.

Certo, ora il nuovo gonfalone della democrazia italica è questa cosa delle primarie di partito o coalizione. Peccato ci siano ancora troppi punti interrogativi che finiscono per lasciare il cittadino interdetto. Nelle settimane appena trascorse nel centro sinistra è infuriata la battaglia tra i candidati. Il problema è che questi hanno speso più tempo a darsele addosso che a spiegare agli elettori quali programmi e quali idee avevano. Poi c'è una cosa di cui almeno personalmente sento la mancanza, ed è un confronto tra gli sfidanti, oltre che l'apertura di un dibattito pubblico e serio (usanza non troppo in voga nel bel paese) su temi centrali come possono essere quelli dei diritti e delle libertà, per fare un esempio.

Il punto però è che, si parli di primarie o altre tornate elettorali, la credibilità politica continuamente colpita da scandali e decisioni quanto mai discutibili è al ribasso. Tanto che negli ultimi mesi ci siamo ritrovati a chiederci come mai fenomeni come il grillismo riescano ad ottenere risultati più che lusinghieri da nord a sud.

La società vuole politica, seria, che mantenga le promesse, che si batta per le cause, che affronti temi importanti che lo faccia parlando alla gente, con la gente. Invece si ritrova con una una classe che perora le sue cause personalistiche tralasciando il suo vero compito, il bene del cittadino e del paese, favorendo anzi "gli amici" e fingendo di sognare ogni quattro anni la non certo perfetta ma pur sempre funzionante democrazia americana.

Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83


America decides, Italy not quite

America decided that Obama will be the one to guide it, for the second time, and immediately a great deal of the Italian political class has run to compliment the reconfirmed President and praise, yet again, the American democratic system.

Congratulations and praise have arrived in a bipartisan fashion, as always when we talk about Uncle Sam and his model that we tend to look at for many aspects and with which often, and very comically, we tend to compare. So often that in some occasion we fell in the most blatant plagiarism. I'm thinking about that "Yes, we can", of Veltronian memory.

In the meanwhile, while in the USA American citizens are called to decide on the President, Senate, House and a few Governors, but also on matters such as gay marriage, abortion, cannabis legalization (just to name a few), here the same politicians that compliment America praising its system still cannot (or will not) find a solution for an elections law that has some dignity and can put the citizen and his choices in the centre. But even worse, we're still fighting on a matter such as the law against homophoby that in 2012 shouldn't even be discussed but approved immediately by default, as it would be expected from a country that declares itself democratic and civil.

Of course, now the new banner of Italian democracy is this thing of the party or coalition primaries. Too bad there are still so many question marks that end up by leaving the citizen speechless. In the last few weeks in the center-left wing the battle among candidates has gone wild. The problem is that they have spent more time blaming each other than explaining to voters what programs and what ideas they had. And then there's one thing I personally feel the absence of, and that's a confrontation between candidates, along with the opening of a public and serious debate (not very common in this country), on central topics as rights and freedoms, for example.

The point is that, if you talk about primaries or other elections, the political credibility continuously hit by scandals and wrong decisions is growing low. So low that in the last few months we've found ourselves wondering how come phenomena like grillism manage to obtain more than favorable results from north to south.

Society wants politics that is serious, that keeps its promises, that fights for causes, that faces important topics and does it speaking to the people, with the people. And instead we find ourselves with a class that bring forward its personal causes leaving its true purpose aside, which should be the good of the citizen and of the country, favoring "friends" and faking to dream, every four years, about the not certainly perfect, but still functioning American democracy.

Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83

giovedì 1 novembre 2012

E' ora che la politica esca dal romanzo



La mia impressione è che la politica ancora oggi non riesca a staccarsi da quel formato romanzo cui ci costringe ad auto convincerci. Un insieme di promesse di avventure, fantastiche opportunità, mondi meravigliosi che, come in un romanzo appunto, restano incastrati nelle fantasie. C'è bisogno invece di chiarezza e concretezza adesso.

Ho cominciato a leggere romanzi d'avventura, e poi quelli cosiddetti di formazione, di pirati e isole del tesoro, di tigri e giovani Holden, che ero appena decenne. Quindi, a ragion veduta, mi considero un buon conoscitore del genere. Abbastanza da intendere l'epico svolgimento e l'epilogo eroico, buono fino alla chiusura della quarta di copertina, quando ne intercetto con occhi ed orecchie le parole. Oltre quello rimane il retrogusto di un viaggio mentale, attraverso la parola (scritta), che per ovvie ragioni non può essere riprodotto nella realtà di tutti i giorni, salvo rarissimi, e affermo pure, fortunatissimi casi.

Quando poi l'altro giorno nel botta e risposta via mail, parlando degli ultimi fatti politici, con una amica, Giulia, ho letto nelle sue ultime righe che "sembra di essere in un romanzo" non ho potuto che concordare con lei. Fagocito da settimane, e forse in questo sbaglio, ogni passaggio televisivo e non, dei candidati politici (in maniera trasversale, destra/sinistra) alla ricerca di un segno. Una chiave di volta che mi permetta di pensare, credere, che quel fiume in piena dai flutti retorici contenga, magari appena celato, il pezzo -  la chiave di volta appunto - in grado di sostenere concretamente nei fatti tutti quei discorsi, trasformandoli da promesse romanzate a reali opportunità per il paese.

Eppure, per difficoltà mia, o incapacità loro, non riesco a scorgerla. Forse il perché sta nel loro continuo porsi in modo pedissequo, rimbalzando da un programma all'altro, da un salotto all'altro. Come tanti piccoli personaggi in cerca d'autore (o autorevolezza) che interagiscono solo tra loro parlando di loro in prima seconda e terza persona. Ma non stiamo in un romanzo. Non siamo all'interno del mondo della narrativa, in un qualche paese fantastico dove tutto si dice e poco importa se non corrisponderà a realtà.

Ecco, l'Italia ha vissuto per vent'anni in un romanzo. Anzi, un brutto romanzaccio nemmeno degno di collane da due soldi stile harmony. Una sequela di personaggi stereotipati senza capo ne coda totalmente estranei al mondo reale. Di tutte quelle promesse nulla è stato concretizzato. Tutto è rimasto nero su bianco sulle pagine ormai ingiallite di un qualche lontano contratto.

Ma ora è giunto il momento di uscire dal romanzo, di mettere da parte Salgari, Collodi e tutti i colleghi vari. E' ora di uscire dal romanzo di formazione ed entrare nel mondo della responsabilità, dell'età adulta della politica, o di un ritorno ad essa. C'è bisogno di parole serie che indichino strade percorribili e credibili, senza enfatizzare o esaltare. Reali. E' il momento di abbandonare quegli stilemi ormai desueti, quei dialoghi da scrittore di serie B che non strizzano più l'occhio nemmeno ad un (e)lettore novello.

Once Upon a Time, ma ora non va più bene.

Matteo Castellani Tarabini | contepaz83


It's time for politics to exit the novel

My impression is that politics to this day can't get out of the novel format which it constrains us to convince ourselves. A mix of promises of adventure, fantastic opportunities, marvellous worlds tat, as in a novel, remain closed in fantasy. There's a need for pragmatism and clear paths right now.

I started reading adventure novels, those that are called formation novels, about pirates and treasure islands, about tigers and young Holdens, when I was only ten. So I talk about of experience, I consider myself someone who knows the genre. Enough to understand the epic development and the heroic closure, good until the closing of the last page, when I intercept with eyes and years its words. Apart from that the only thing that remains is the aftertaste of a mental trip, through the written words, that for obvious reasons cannot be reproduced in the everyday reality, except for extremely rare, and I may say, extremely fortunate cases.

So when the other day in an email exchange with a friend, Giulia, talking about the latest political facts, I read in her last lines that "it's like being in a novel", I totally agreed with her. I've been taking in for weeks, and perhaps it was a mistake, every television message and not, of the political candidates (regardless of political color) in search of a sign. A sign tat allows me to think, believe, that the flood of rhetoric waves contains, even if hidden, the sign capable of sustaining pragmatically the facts in all those talks, transforming them from novel promises to real opportunities for the country.

And yet, maybe because of my difficulties or their incapacity, I can't find it. Maybe the reason is in their countinuous presenting themseves everywhere, jumping from one program to the other, from one talk show to the other. As many little characters looking for an author (or authority) that interact only among themselves, talking about themselves in first, second and third person. But we don't live in a novel. We're not inside the world of narrative, in some fantastic land where everything is said and it doesn't matter whether words match reality.

So, Italy has lived for 20 years in a novel. Actually an ugly novel that isn't even worthy of 2 penny collections in Harmony style. A series of stereotyped characters without beginning nor ending that are completely outside the real world. Of all those promises nothing's been done. Everything has remained written black on white on the pages now turned yellow of some old contract.

But now it's time to get out of the novel, to put aside Salgari, Collodi and all the various colleagues. It's time to get out of the formation novel and enter the world of responsibility, of the adult age of politics, or a return to it. There's a need for serious words that show paths that are credible and doable, without exagerating. Real. It's time to abandon those old styles, those dialogues that don't even stimulate a new reader. Or voter.

Once upon a time, but now it doesn't work anymore.

Matteo Castellani Tarabini | contepaz83

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