▼ Il tweet del giorno
Berlusconi: "Presidente della Convenzione? Solo una battuta". Come quando prometteva un milione di posti di lavoro ed il rimborso dell'IMU.
— Il Triste Mietitore (@TristeMietitore) 08 maggio 2013
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martedì 12 febbraio 2013
Caro Caporale, lo Stato non è una famiglia
“Se il Pd facesse il suo mestiere direbbe a noi italiani che la spesa pubblica ha raggiunto un livello stratosferico, circa 800 miliardi di euro, e continua a galoppare, anno dopo anno. E non c’è tassa, sovrattassa, Imu o altra patrimoniale che riuscirà mai a tenergli testa. L’Italia è una famiglia che spende ogni mese più del triplo di quel che incassa, e cumula debiti e a stento ripaga gli interessi senza riuscire a scalfire il capitale che comunque dovrà restituire.”
Così scrive Antonello Caporale in un post del suo blog sul Fatto Quotidiano.
Purtroppo Caporale è completamente fuori strada, come è facile dimostrare, anche al netto dell'azzardata affermazione circa il fatto che la spesa supera di tre volte le entrate (in realtà il disavanzo pubblico è di pochi punti percentuali e tutti dovuti agli interessi sui titoli pubblici che non possiamo controllare).
Vediamo cosa succederebbe – e cosa in effetti è successo – se applicassimo la logica del bilancio famigliare ad uno stato o a una intera economia. Per fare ciò, poniamo che il reddito nazionale (PIL) sia, in un certo anno, 1000 miliardi e che di questo il 45% sia la spesa pubblica. Difatti, è bene ricordarlo, il reddito di una intera economia è pari alla somma dei consumi, degli investimenti, delle esportazioni nette (cioè la differenza tra esportazioni e importazioni) e, con grande cruccio di Caporale, anche della spesa pubblica.
Abbiamo quindi questi 450 miliardi di spesa che supporremo essere finanziati da 450 miliardi di entrate fiscali (il famoso pareggio di bilancio). Per far contento Caporale, taglieremo i 450 miliardi e li porteremo a 400. Immediatamente noteremo che il PIL sarà sceso da 1000 a 950. Non un grande risultato, il -5%. Ma cosa vuol dire tagliare di 50 miliardi la spesa pubblica? Cos'è precisamente la spesa pubblica?
Caporale non lo dice, ma la spesa pubblica sono gli stipendi dei dipendenti dello stato, gli acquisti delle pubbliche amministrazioni, la sanità, la scuola, eccetera eccetera. Ora, trascuriamo gli effetti sociali, parliamo solo di numeri. Se lo stato taglia la sua spesa, vorrà dire che il settore privato (cioè noi cittadini) riceveremo meno soldi e che saremo costretti a fornirci di servizi pagandoli direttamente.
Vediamo quindi che accade in concreto dopo il taglio. Probabilmente una parte di dipendenti pubblici verrà licenziata o vedrà calare il proprio stipendio. Nel momento in cui ciò accade, queste persone avranno meno reddito da spendere. E' quindi chiaro che ci si può attendere un calo dei consumi. Purtroppo non finisce qui. Le imprese che producono beni di consumo, vedranno calare la domanda e quindi a loro volta chiuderanno o licenzieranno. Avremo quindi ancora più persone senza lavoro o con un reddito ridotto. Queste persone, a loro volta, faranno meno acquisti, e così via. Lo stesso vale ovviamente se lo stato taglia gli acquisti, oppure, e peggio, se taglia gli investimenti.
Il risultato finale è che il PIL non calerà solo di quel 5%, ma di un 5% moltiplicato per un certo fattore, chiamato “moltiplicatore fiscale”. Quanto vale? Il Fondo Monetario Internazionale ha calcolato 1,5 – 1,7 (il che significa che ogni taglio alla spesa pubblica di un euro procura un calo del PIL di 1,7 euro) facendo ammenda per averlo sottostimato quando ha consigliato austerità ai paesi periferici europei.
Ma la storia continua. Poiché il reddito nazionale è calato, e abbiamo creato tutti questi disoccupati, il gettito fiscale dello stato diminuirà o, nella migliore delle ipotesi, non crescerà di quanto ci si sarebbe aspettato, per cui le finanze pubbliche ne risentiranno. E, ancora, la massa di disoccupati chiederà sussidi, diventando un peso per lo stato.
A questo punto si alza Oscar Giannino e dice: d'accordo, ma noi diminuiremo le tasse così i cittadini potranno spendere. Peccato però che il moltiplicatore delle tasse è molto minore di quello della spesa (e questo ce lo dice sempre il FMI, mica i Marxisti per Tabacci), intorno a 0,3-0,5.
Il motivo è semplice: solo una parte del maggiore reddito disponibile grazie alla riduzione delle imposte verrà spesa, soprattutto in una situazione di incertezza come quella attuale, mentre la parte maggiore verrà prudentemente risparmiata. Come diceva Keynes, durante una crisi i “sacrifici” sono un'assurdità e la riduzione della spesa statale è una follia oltraggiosa:
“Ogni volta che qualcuno taglia la sua spesa, sia come individuo, sia come Consiglio Comunale o come Ministero, il mattino successivo sicuramente qualcuno troverà il suo reddito decurtato; e questa non è la fine della storia. Chi si sveglia scoprendo che il suo reddito è stato decurtato o di essere stato licenziato in conseguenza di quel particolare risparmio, è costretto a sua volta a tagliare la sua spesa, che lo voglia o meno […] e anche quando il singolo riceve il potere di acquisto aggiuntivo, di solito sceglie la sicurezza o, quanto meno, pensa che sia virtuoso risparmiare e non spendere.”
Keynes Blog
Certo, poi chiunque vuole eliminare gli sprechi, perché no. Ma le risorse risparmiate andrebbero reinvestite interamente in una migliore spesa, non in un inutile e deleterio risparmio forzato.
Guido Iodice | @guiodic
Dear Caporale, the State is not a family
"If the PD did its job, it would tell us Italians that the public expense has reached a stratospheric level, and continues to grow, year after year. And there is no tax, supertax, IMU or other patrimonial that will ever manage to keep up with it. Italy is a family that spends every month more than three times what it earns, which accumulates debt and barely manages to pay interests without going into the capital that it will have to give back anyway."
This is what Antonello Caporale writes in a post for his blog on Fatto Quotidiano, but unfortunately he is completeley wrong, as it is easy to prove, even without the statement about the expense being three times higher than incomes (in reality the difference is just a few percentage points higher, and all due to interests on public titles that we cannot control.
Let's see what would happen - and actually has happened - if we applied the logic of a family balance to a State or an entire economy. To do this, let's say that the national income (GDP) is, during one year, 1000 billion and that 45% of it is public expense. It's good to remember that the income of an entire economy is equal to the sum of consumes, of investments, of net exportations (which is the difference between export and import) and even public expense.
So we have these 450 bilion of expenses that we suppose will be financed by 450 bilion of taxes income (the famous balance parity). In order to make Caporale happy, we'll cut the 450 billion and take them to 400. Immediately we're going to notice that the GDP has gone from 1000 to 950. It's not a great result, -5%. But what does it mean to cut 50 billion of public expenses? What exactly is the public expense?
Caporale doesn't tell us, but the public expenses are the salaries of the State employees, the purchases of the public administrations, sanity, school and so on and so forth. Now, let's go over the social effects, let's simply talk about the numbers. If the State cuts its expenses, it means that the private sector (us citizens) will receive less money, and we will be constrained to get the services by paying out right.
Let's see what happens effectively after the cut. Probably one part of public employees will be fired, or will have their wages reduced. When that happens, these people will have less incomes to spend. So it's clear that we can expect a lowering of purchases. But it's not over. The enterprises which produce goods will see the demand decrease, so they will have to close or fire some of their employees. So we'll see even more people without a job or with a reduced income. These people, again, will buy less, and so on. The same thing happens obviously if the State cuts on purchases or, even worse, if it cuts on investments.
The final result is that the GDP won't only drop by 5%, but a 5% which is multiplied by a certain factor, called "fiscal multiplicator". How much is it worth? The International Monetary Fund has calculated 1,5 - 1,7 (which means that every cut to public expense of 1 euro causes of decrease in the GDP equale to 1,7 euro) apologizing for underestimating it when advising austerity to countries who were on the brink of crisis.
But the story continues. Because the national income has dropped, and we created all these unemployed people, the incomes of the State will drop further, or - in the best case scenario - it won't grow as much as we might expect, which will make the State finances suffer. And again, the mass of unemployed people will ask for support, becoming a burden for the State itself.
At this point Oscar Giannino gets up and says: allright, but we will lower the taxes, so that citizens will be able to spend more. Too bad the tax multiplier is much lower than the expense one (which is something the IMF says, not someone random), around 0,3 - 0,5%.
The reason is simple: only one part of the income, higher because of the reduction of taxes, will be spent, especially in a situation of uncertainty as the one we're living right now, while the biggest part will be carefully saved.
As Keynes used to say, during a crisis "sacrifices" are absurde and the reduction of state expense an outrageous folly: "Every time someone cuts on expenses, both as an individual and as Council or Ministery, the following morning someone will find their incomes shortened; and that's not the end of the story. Whoever wakes up to discover that they have less income, or they have been fired as a consequence of a particular attempt to save some money, is constrained to cut on expenses, whether they like it or not [...] and even when the indicidual receives an additive buying power, usually they choose the safety or at least thinks that it is better to save, not spend."
Of course, everyone then wants to eliminate waste, why not. But the saved resources should be invested entirely in a better expense, not in a useless and harmful forced saving.
Guido Iodice | @guiodic
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mercoledì 5 dicembre 2012
Il falso mito dell'italiano sfaticato e del tedesco super efficiente
Produttività, produttività, produttività! E' questa la parola d'ordine del governo, di Confindustria, degli editoriali dei giornali: “La produttività del lavoro in Italia è molto più bassa di quella tedesca, ecco perché siamo in crisi”.
Raramente si spiega però cosa voglia dire e la terminologia tecnica (“produttività del lavoro”) lascia intendere che il problema siano i lavoratori. Magari, come dice la Fornero, perché da noi c'è il sole, si mangia bene, la gente si rilassa. Oppure, come sostiene il sottosegretario Polillo, perché facciamo troppe vacanze.
Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla. Una misura largamente utilizzata è la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora. Collegato alla produttività abbiamo il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in salari, contributi e altre spese relative al personale, produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.
A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:
e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.
Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro (somma di salari, contributi e altre spese relative ai lavoratori) nei paesi dell'OCSE.
Insomma, non lavoriamo poco e non percepiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?
Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.
Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo di non produrre automobili, cioè prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.
Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.
Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettanto decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti, e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui costi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:
Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.
Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.
Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.
Guido Iodice | @guiodic
The false myth of the Italian inefficiency and German perfection
Productivity, produttività, produttività! This is the mantra of the government of Confindustria, of the newspapers: "Productivity of work in Italy is lower than in Germany, that's why we're in crisis."
Rarely do they explain what the technical terminology ("work productivity") truly means, and leaves to understand that the problem are the workers themselves. Because maybe, as Fornero says, we have sun and good food, and people relax. Or, as Polillo says, because we have too many vacations.
Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla, ma i due fondamentali sono la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora, e il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in termini di salari, contributi e altre spese produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.
A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:
e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.
Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro nei paesi dell'OCSE.
Insomma, non lavoriamo poco e non prendiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?
Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.
Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è anche in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo anche di non produrre automobili, cioè che prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.
Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.
Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettante decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui prezzi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:
Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.
Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.
Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.
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mercoledì 3 ottobre 2012
Il mondo alla rovescia del sottosegretario #Polillo
Il sottosegretario Gianfranco Polillo – secondo cui bisognerebbe fare meno ferie per uscire dalla crisi economica, mentre invece le aziende mandano i dipendenti in quelle ferie illimitate chiamate disoccupazione – può apparire bizzarro ai più, ma è solo perché vive in un mondo alla rovescia, dove è l'offerta che crea la domanda.
Nel suo mondo alla rovescia, quando il sottosegretario Polillo va a comprare il pane, chiede sempre al fornaio: “Avete per caso il pane di ieri?”. E il fornaio ogni giorno risponde: “No, l'abbiamo tutto finito ieri sera”. E il sottosegretario è contento, perché la produzione è stata uguale alla domanda.
Nel suo mondo alla rovescia, il sottosegretario Polillo si reca al supermercato 10 minuti prima della chiusura e vi trova gli scaffali completamente vuoti, perché la gente ha comprato esattamente ciò che il supermercato aveva messo sugli scaffali, tranne ovviamente quei 100 grammi di prosciutto che servivano al sottosegretario Polillo il quale, con piena soddisfazione, esce dal supermercato mentre dietro di lui si chiude la saracinesca.
Nel suo mondo alla rovescia, il sottosegretario Polillo vuol comprare una nuova auto per il nipote e poiché è un italiano che ci tiene al suo paese, la vuole di produzione nazionale. Così chiama direttamente Marchionne e gli chiede se c'è una Panda pronta consegna. “Controllo subito”, gli risponde l'amministratore Fiat, che dopo una breve pausa aggiunge: “Ecco, mio caro sottosegretario, mi dicono che c'è, e guarda caso è proprio l'ultima. Altri cinque minuti e non l'avrebbe trovata”. Al che il sottosegretario, un po' stizzito, risponde: “Impossibile, l'offerta deve sempre eguagliare la domanda. Se l'ho trovata non è per caso o per fortuna, ma per la Legge di Giovanni Battista Say!” (il sottosegretario Polillo è uomo all'antica e ancora italianizza i nomi come s'usava un tempo).
Nel suo mondo alla rovescia, il sottosegretario Polillo pensa che il consumo non sia importante, ma l'importante sia semplicemente produrre. A chi vendere si vedrà. Nel mondo alla rovescia del sottosegretario Polillo la disoccupazione non esiste e il mercato si regola benissimo da sé. Lo Stato non ha nulla da fare, se non guardarlo operare con aria compiaciuta. Ed è esattamente quello che il sottosegretario Polillo fa, ogni giorno, nel suo mondo alla rovescia.
Guido Iodice | @guiodic
The upside down world of undersecretary Polillo
The undersecretary Gianfranco Polillo - in his opinion it is necessary to do less vacations to get out of the economic crisis, while the companies send the employees to those illimited vacations called unemployment - may appear bizarre to most people, but it is only because he lives in an upside down world, where it is the offer that creates the demand.
In his upside down world, when the undersecretary Polillo goes to buy some bread, he asks the baker: "Do you happen to have yesterday's bread?". And the baker answers every day: "No, we finished it all last night". And the undersecretary is happy, because the production has been equal to the demand.
In his upside down world, the undersecretary Polillo goes to the supermarket 10 minutes before closing, and finds the shelves completely empty, because the customers have bought exactly what the supermarket had put on the shelves, except for the 100 gr. of ham that the undersecretary Polillo needed, and who, completely satisfied, exists the supermarket while the doors close behind him.
In his upside down world, the undersecretary Polillo wants to buy a new car for his nephew and because he is an Italian that cares for his country, he wants it of national production. So he calles Marchionne directly and asks whether there's a Panda ready for delivery. "I'll check right away", says the FIAT administrator, and after a brief pause he adds: "Here, my dear undersecretary, they tell me it's there, and it's the last one. Another five minutes and you wouldn't have found it." So the undersecretary, a little bit angry, answers: "Impossible, the offer must always equal the demand. If I found it it's not by chance or luck, but for the Law of Giovanni Battista Say!" (the undersecretary Polillo is an old fashioned man and he still italianizes the names, as was done in past times).
In his upside down world, the undersecretary Polillo thinks that consume isn't important, but the important thing is simply to produce. To whom to sell, we'll see. In the upside down world of undersecretary Polillo the unemployment doesn't exist and the market regulates itself just fine. The State has nothing to do if not watch it operate with a satisfied look. And it's exactly what undersecretary Polillo does, every day, in his upside down world.
Guido Iodice | @guiodic
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