▼ Il tweet del giorno
Berlusconi: "Presidente della Convenzione? Solo una battuta". Come quando prometteva un milione di posti di lavoro ed il rimborso dell'IMU.
— Il Triste Mietitore (@TristeMietitore) 08 maggio 2013
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martedì 19 marzo 2013
La #BuonaItalia (forse @Bill_Emmott aveva ragione)
Il giorno dopo le elezioni mi dissi molto delusa riguardo il risultato del voto. Credevo che davanti a me si prospettasse uno scenario politico non in grado di difendere i diritti che questo paese da tanto richiedeva e di cui aveva estremamente bisogno.
Eppure pochi giorni fa, con l’elezione di due persone di altissimo profilo morale e civico quali Laura Boldrini e Piero Grasso, si è acceso in me un qualcosa: e se Bill Emmott avesse ragione? Se il momento di porre la parola “the End” non fosse ancora arrivato e la “buona Italia” avesse ancora la possibilità di riscattarsi?
Durante il weekend, riflettendo sull’accaduto, mi sono venute in mente tante storie.
C’è la storia di Massimo, imprenditore vicentino impegnato nel settore tessile, costretto suo malgrado a licenziare 10 dei suoi dipendenti per non far fallire la sua piccola azienda attanagliata dalla crisi. Sul luogo di lavoro Massimo considerava tutti come fratelli, avendo lavorato al loro fianco per ben 12 anni. Oggi, solo il sorriso della figlia Marianna, 7 anni, riesce a togliergli dalla testa la disperazione comparsa sul viso dei suoi dipendenti quando diede loro la notizia del licenziamento.
Penso a Karim, nato a Roma nel 1995 e figlio dell’Italia multietnica di nuova generazione, essendo nato da una coppia di egiziani residenti in Italia da tantissimi anni. Dopo essersi diplomato al liceo Righi, Marco ha fatto richiesta per avere la cittadinanza italiana. Il mese scorso ha compiuto 18 anni, ma ancora il suo paese non lo considera a tutti gli effetti un cittadino italiano. E’ un grande fan di Luigi Mastrangelo, vorrebbe giocare nella nazionale di pallavolo e regalare al suo paese una medaglia, ma il non possedere la cittadinanza italiana rimane un ostacolo per la realizzazione del suo sogno.
Il mio pensiero va poi a Silvia, una ragazza di 25 anni laureata in Fisica con 110 e lode che si è vista costretta a lasciare la Sardegna, una delle regioni col più alto tasso di disoccupazione del paese. Oggi lavora in Svizzera e mentre spera di poter mettere le proprie conoscenze a disposizione della propria isola, osserva sognante la bandiera dei quattro mori appesa sopra la scrivania della sua camera a Ginevra.
Mi viene in mente Giovanni, operaio 62enne di Modena. Giovanni ha due figlie, entrambe vanno all’università, una di loro vorrebbe partire all’estero per frequentare un Master alla LSE. Oggi Giovanni non sa come spiegare che non riuscirà più a pagar loro le rate per i loro studi poiché il Governo, dopo 36 anni di contributi pagati e 4 di mobilità, ha deciso di etichettarlo come esodato, non dandogli il diritto di ricevere una pensione dopo aver svolto per una vita il suo lavoro.
Penso a Claudia, studentessa in Ingegneria nell’Università di Palermo. I successi nello studio mai potranno riempire quel vuoto creatosi tre anni fa, quando una serie di colpi d’ arma da fuoco raggiunsero “per errore” suo padre, causandone la morte alla sola età di 53 anni. Da allora, è entrata a far parte dell’associazione Libera e si impegna per dare, nel suo piccolo, un futuro alla sua regione.
Annamaria, invece, è un’ insegnante di italiano, storia e geografia in una scuola media lombarda. Ha tre classi, per un totale di 76 alunni. Ogni giorno si reca a lavoro felice di fare quello che ha sempre sognato fin da piccola: formare le generazioni del futuro. Neppure l’ingratitudine di alcuni esponenti politici nei confronti del suo lavoro riesce a toglierle l’orgoglio di esser parte di quella fondamentale istituzione italiana che è la scuola pubblica.
Infine, c’è la storia di Amina, cittadina eritrea. Amina ha una figlia di 2 anni, Amal, un nome arabo che ha il significato di “speranza”. Amina ha scelto questo nome mossa proprio dalla speranza di dare a sua figlia la possibilità di vivere in un paese libero dalle guerre civili, dai soprusi e dalla violenza. Ha speso quei pochi soldi che aveva per arrivare in Libia e imbarcarsi per l’Italia, ma a largo delle coste di Lampedusa la nave è stata intercettata dalle autorità italiane, le quali hanno riaccompagnato Amina, Amal e altre 200 persone verso Tripoli contro la loro volontà e senza dar loro la possibilità di presentare una richiesta d’asilo così come richiede il diritto internazionale.
Perché vi ho raccontato tutte queste storie? Ebbene, perché sabato pomeriggio, in quelle due aule del Parlamento, la mia storia e quella di queste persone si sono intrecciate.
Tutti quanti abbiamo ascoltato i discorsi dei nuovi Presidenti della Camera e del Senato e abbiamo visto in loro la “buona Italia”, quella che con orgoglio rivendica la difesa dei diritti delle persone che, per un attimo o per una vita, hanno lasciato in Italia una storia da raccontare.
In tutti quanti noi riprendeva vigore quel sogno di un’Italia migliore, un’Italia emozionante da raccontare ai propri figli e ai propri nipoti, un’Italia di cui vantarsi all’estero, perché simbolo di onestà, impegno civile e aiuto verso chi più ne ha bisogno.
Tutti noi, guardando i visi commossi di Laura Boldrini e Pietro Grasso mentre enunciavano quelle fortissime parole in difesa dei diritti, ci siamo sentiti rassicurati, protetti.
Tutti noi, in attesa di vedere quelle parole prender forma all’interno dell’ordinamento italiano, ci auguriamo che esse, durante quegli attimi intensi, abbiano raggiunto il più ampio numero di parlamentari possibili, affinché essi possano svolgere il lavoro che i cittadini hanno loro affidato: darci l’emozione di credere veramente che un futuro migliore, in Italia, sia possibile.
Veronica Orrù | @verocrok
The Good Italy (maybe Bill Emmott was right)
The day after the elections I declared myself very disappointed by the result of the vote. I believed that in front of me would unfold a political scenario unable to defend the rights this country had been asking for such a long time, and that are desperately needed.
And still the other day, with the election of two people of great moral and civic profile such as Laura Boldrini and Piero Grasso, something lit inside of me: what if Bill Emmott was right? What if the time to say "the End" isn't here yet and "good Italy" still has the possibility to save itself?
During the weekend, thinking about what happened, many stories came to my mind. There's the story of Massimo, an entrepreneur from Vicenza who works in the textile field, forced to fire 10 of his employees in order to not let his small company fail in the midst of the crisis. At work Massimo considered everyone as his brothers, since he had worked alongside them for 12 years. Today, only the smile of his daughter Marianna, 7 years old, manages to take out of his mind the despair on his employees' faces when he told them he had to fire them.
I think of Karim, born in Rome in 1995 and son of a multiethnic, new generation Italy, born to a couple of Egyptians who have been residing in Italy for many years. After the diploma at the Liceo Righi, Marco has requested the Italian citizenship. Last month he turned 18, but his country still doesn't consider him an Italian citizen at all effects. He's a great fan of Luigi Mastrangelo, he'd like to play in the national volley team and give his country a medal, but not having the Italian citizenship remains an obstacle for the realization of his dream.
My thoughts go to Silvia, a 25 year old girl with a diploma in Physics, 110 cum laude, who has been forced to leave Sardinia, one of the regions with the highest unemployment rate in the country. Today she works in Switzerland and whilke she hopes to put her knowledge to good work in her island, she looks dreaming at the four mores flag over the desk in her Geneve room.
Giovanni comes to my mind, a 62 year old worker from Modena. Giovanni has two daughters, both go to the university, one of them would like to go abroad to get a Master at LSE. Today Giovanni doesn't know how to explain that he won't be able to pay their fees because the Government, after 36 years of paid contributions and 4 in mobility, has decided to label him as "esodato", not giving him the right to receive a pension after working his entire life.
I think of Claudia, student of Engineering at the University of Palermo. The successes in her studies will never be able to fill the void created three years ago, when a few bullets reached her father by mistake, causing his death at only 53. Since then, she entered the association Libera, and works to give a future to her region.
Annamaria is an Italian, History and Geography teacher in a middle school of Lombardy. She has three classes, for a total of 74 pupils. Every day she goes to work happy of doing what she's always dreamed of, since she was a little girl: forming tomorrow's generations. Not even the ingratitude of some political exponents toward her work manages to take away the pride of being part of that fundamental institution that is the public school.
Finally there's the story of Amina, who has a 2 year old daughter, Amal, an Arabic name that means "hope". Amina has chosen this name with the hope to give her daughter the possibility to live in a country free from civil war, violence and abuse. She spent the little money she had to get to Lybia and embark for Italy, but near Lampedusa the boat was intercepted by the Italian authorities, who have accompanied Amina, Amal and other 200 people towards Tripoli, against their will, and without giving them the possibility to present asilum request, as guaranteed by international right.
Why have I told you all these stories? Well, because on Saturday afternoon, in those two Parliament rooms, my story and that of these people have intersected.
Veronica Orrù | @verocrok
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martedì 26 febbraio 2013
#Elezioni2013: in direzione ostinata e contraria
Assolutamente impreparata a uno scenario di questo tipo (mai trascurare la legge di Murphy!), avevo in mente tutto un altro articolo, ma visti i risultati cercherò di evitare l’ennesima analisi dei numeri e delle possibili alleanze.
Mille pensieri mi son passati per la testa nelle ultime ventiquattro ore. Anzi, a dirla tutta, negli ultimi mesi.
Da sempre affezionata alla politica tout court, ho sempre pensato di vivere in un paese che mi stava stretto: diseguaglianza sociale, mancanza di diritti civili, arroganza e corruzione.
Eppure, durante ogni campagna elettorale, che per me è sempre stato un continuum e mai un preciso momento dell’anno, quel pensiero mi ha sempre dato la forza di battermi per delle idee e dei programmi.
Ogni volta che ho tolto dal ripiano del mio scaffale la mia tessera elettorale, mi son sentita sempre parte di un qualcosa, motore di un cambiamento. Tuttavia l’indomani del voto non ha mai rispecchiato le aspettative della vigilia. Nelle ore successive agli spogli rabbia e amarezza si fondevano, un po’ per il dubbio di non aver fatto abbastanza, un po’ per la consapevolezza di esser sempre parte della minoranza.
Di una cosa sono certa: tra i miei stati d’animo non era presente la “speranza”. Son passati esattamente trentacinque mesi dal giorno in cui smisi di usare questa parola : accadde subito dopo un profondo intervento trasmesso a Rai Per Una Notte di Mario Monicelli, artista e uomo a cui devo tutta la mia stima. La speranza, anzi la falsa speranza di queste elezioni era racchiusa nelle promesse di restituzione IMU, nelle urla populiste, nell’ idea che si potessero raggiungere degli obiettivi aggirando la legge e calpestando la democrazia, senza pagarne le conseguenze.
Sarà per colpa di questa falsa speranza, dello scarso interesse a smascherarla, che il risultato elettorale fa si che oggi l’Italia si debba preparare ad affrontare una situazione di instabilità precaria, in balia di un Parlamento frazionato e difficilmente propenso al compromesso per il bene del paese.
Noi potevamo fare di più, potevamo esser diversi, potevamo accogliere più giovani, potevamo esser più esperti, potevamo esser più comunicativi, potevamo evitare di porci sulla difensiva o forse potevamo rinunciare all’ idea di una base solida e solidale in nome di un leader carismatico capace di trascinare maggiormente le masse.
Potevamo esser qualsiasi cosa: ma probabilmente niente avrebbe convinto la maggioranza degli italiani dell’ importanza della competenza e della responsabilità verso il paese, del valore dell’onestà in campagna elettorale e nella vita in generale, della bellezza della diversità delle persone ma dell’uguaglianza dei loro diritti.
Sinceramente, non riesco ad avere rammarico nei confronti di queste elezioni: ho visto donne rivoltarsi contro la violenza quotidiana subita dai propri compagni, anziani entusiasti di partecipare alla vita politica per il bene dei propri nipoti, piccoli imprenditori sostenuti dai propri concittadini nella loro lotta alla mafia, omosessuali fiduciosi della realizzazione di un futuro col proprio partner garantito da diritti oramai riconosciuti nella maggior parte delle democrazie occidentali, ragazzi che si sentono italiani desiderosi di poter un giorno esser accolti con più affetto nel nostro paese senza essere chiamati, peraltro erroneamente, immigrati.
E se politica significa amministrazione della città (o del paese, nel nostro caso) per il bene di tutti, non importa quante campagne elettorali perderò, quanta rabbia accumulerò, quante delusioni politiche avrò, quante volte dovrò restare minoranza: non scenderò a compromessi su questi temi soltanto perché la maggior parte dei miei concittadini non è ancora pronta a un cambiamento simile, alla mia piccola rivoluzione.
Per questo motivo, in vista del vostro cambiamento e in attesa di nuove elezioni (che, ahinoi, si svolgeranno ben presto), oggi porterò una maglietta a cui tengo particolarmente, mostrando a testa alta dove volgo il mio sguardo rispetto alle vostre idee: in direzione ostinata e contraria.
Veronica Orrù | @verocrok
In opposite and obstinate direction
I was absolutely unprepared to a scenario like this one (never underestimate Murphy's law!), I had a totally different article in mind, but given the results, I'll try to avoid yet another analysis of numbers and possible allegiances.
A thousand thoughts have gone through my head during the last 24 hours. Actually the last few months, to be honest.
I've always been affectionate to politics tout court, I've always thought I live in a country which is too small for me: social inequality, lack of civil rights, arrogance and corruption. And yet, during each elections campaign, which for me has been a continuum and not just a precise moment of the year, that thought has always given me the strength to fight for ideas and programs.
Every time I took out from the drawer my elections card, I've always felt part of something, engine of change. However the day after the vote has never reflected the expectations of the eve. During the following hours, anger and bitterness fused together, a little for the doubt for not having done enough, a little for the awareness that I've always been a part of the minority.
Of one thing I am certain: there was no "hope" among my feelings. Thirtyfive months have passed since I've stopped using that word: it happened right after a deep intervention aired by Rai Per Una Notte by Mario Monicelli, artist and a man I owe all of my esteem to. Hope, or the false hope of these elections was closed inside the promises of giving back the IMU, the populist shouts, the idea that we could reach goals by not respecting the law and disrespecting democracy, without paying any consequences.
Maybe it's because of this false hope, of the scarce interest in unveiling it, that the elections result constrains Italy to prepare to face a situation of instability, in the hands of a fractioned Parliament and hardly open to compromise for the good of the country.
We could have done more, we could have been different, we could have received more young people, we could have been more expert, more communicate, avoid putting ourselves on the defensive or maybe we could give up the idea of a solid base in the name of a charismatic leader capable of moving the masses more.
We could have been anything: but probably nothing would have convinced the majority of Italians of the importance of competence and responsibility towards the country, of the value of honesty in elections campaign and in life in general, of the beauty of diversity of people, but of the equalness of their rights.
Honestly, I can't be sorry towards these elections: I've seen women revolt against the daily violence suffered on the hands of their lovers, old people enthusiastic for participating in the politic life for the good of their grandchildren, small entrepreneurs sustained by their fellow town citizens in their fight against mafia, homosexuals confiding in the realization of a future with their partner guaranteed by rights that are now recognized in the majority of western democracies, young people who feel Italian willing to be one day received with more affection within our country without being - wrongly - called immigrants.
And if politics means administration of the city (or the country, in this case) for the good of everyone, it doesn't matter how many elections campaigns I will lose, how much anger I will accumulate, how many political disappointments I'll have, how many times I'll have to remain in minority: I won't compromise on these topics only because the majority of citizens still isn't ready to a change, to this small revolution.
For this reason, in anticipation of your change and waiting for new elections (which unfortunately will happen soon enough), today I will wear a t-shirt which I care particularly about, showing where I direct my eyes compared to your ideas: in obstinate and opposite direction.
Veronica Orrù | @verocrok
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venerdì 8 febbraio 2013
Divieto di #tortura: il vero banco di prova per la nostra #democrazia
Alla luce della sentenza emessa dal Tribunale di sorveglianza di Bologna sul caso Aldrovandi, la quale ha condannato tre dei quattro poliziotti ad una pena di 6 mesi di carcere per eccesso colposo in omicidio colposo, il dibattito sul reato di tortura ha ripreso vigore tra l’opinione pubblica italiana, benché il tentativo di introduzione dello stesso all'interno del nostro codice penale sia fallito molteplici volte prima della conclusione del suo iter parlamentare.
Oggi ancor di più ci si chiede come sia possibile che i responsabili di tali reati possano soltanto ricevere una pena di sei mesi, beneficiando dell’indulto e usufruendo della prescrizione per dei crimini che a livello normativo internazionale sono considerati crimini contro l’umanità e perciò non dovrebbero essere prescrittibili.
Lo Stato italiano è firmatario di molteplici documenti redatti dall’ Organizzazione delle Nazioni Unite in tema di divieto di tortura: Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, Patto internazionale sui diritti civili e politici, Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti e il suo Protocollo opzionale.
Essa fu inoltre tra i primi paesi firmatari della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, trattato internazionale redatto dal Consiglio d’Europa nel 1950 che sottopone l’Italia alla giurisdizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nonostante l’impegno preso tramite la ratifica dei documenti sopra elencati, il nostro paese non ha mai inserito il reato di tortura all’interno del suo codice penale.
Al contrario di quello che in molti pensano, la nostra Costituzione (e in particolare l’art. 13) non è di per sé sufficiente a garantire una condanna ad una pena adeguata in casi simili. Affinché ciò accada è necessario, in conformità all’ art. 4 della Convenzione, inserire all’ interno del nostro codice penale il reato che dia una definizione più esaustiva di tortura e di trattamenti crudeli, inumani e degradanti e stabilisca le pene da infliggere ai responsabili della sua violazione.
I giudici italiani, nei casi come quello di Luciano Rapotez (1955) o quelli, più recenti, della scuola Diaz e delle morti di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, non hanno che potuto mettere in luce la propria impotenza nel poter condannare i responsabili a una pena adeguata.
Nel 2007, il Comitato ONU contro la tortura (CAT) ha redatto le sue considerazioni riguardo la situazione esistente in Italia in materia di tortura. Ebbene, ciò che ne traspare non è assolutamente un parere positivo, viste le enormi questioni ancora irrisolte dallo Stato italiano quali il sovraffollamento delle carceri, l’uso sproporzionato e l’eccessiva durata della detenzione preventiva, la lesione delle garanzie fondamentali per le persone arrestate dalla polizia ( con particolare riguardo verso il Decreto Pisanu del 2005), la detenzione prolungata dei richiedenti asilo nei Centri di Permanenza Temporanea (specialmente dopo l’introduzione della legge Bossi-Fini del 2002), le espulsioni collettive da Lampedusa che violano il principio di non-refoulement enunciato nell’ art. 3 della Convenzione, la violazione del medesimo principio nei casi di sospetto coinvolgimento in attività terroristiche (secondo le procedure presenti nell’ art.3 del Decreto Pisanu), il mancato addestramento delle forze dell’ordine italiane all’ impiego di mezzi non violenti e il conseguente uso eccessivo della forza durante le manifestazioni di Napoli (marzo 2001), di Genova (luglio 2001), nell’ambito del Summit del G8 e in Val di Susa (2005) e durante le partite di calcio, l’inesistenza di badge identificativi che assicurino la responsabilità individuale delle forze dell’ordine in caso di comportamenti vietati dalla Convenzione (con particolare riferimento al caso del G8 di Genova).
Il carattere non vincolante del Rapporto del CAT permette all’Italia di evitare sanzioni per non aver tenuto conto delle raccomandazioni del Comitato, ma ciò non toglie il fatto che il nostro Paese continui ad essere decisamente indietro in tema di divieto di tortura e, più in generale, di tutela dei diritti umani (tema illustratoci da Matteo Castellani Tarabini nel suo articolo qualche giorno fa).
La recente ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione è soltanto un piccolo passo compiuto dal nostro Paese in materia, anche se sarà dovere del Parlamento legiferare in materia e compiere, così, un degno atto di civiltà.
Eppure oggi, molti parlamentari continuano a non dare importanza all’ argomento o, ancor peggio, a reinterpretare i fatti arrivando addirittura ad accusare le stesse vittime. Accadde nel 2008, quando Roberto Castelli dichiarò in un’ intervista a Repubblica che i trattamenti inumani e degradanti avvenuti per mano delle forze dell’ordine nella caserma di Bolzaneto fossero tesi dei pm da non prender come oro colato, che i fatti fossero stati “equivocati dagli imputati” e che l’obbligo per i detenuti di rimanere nella posizione del cigno per ore non fosse “anomalo in una notte come quella”, anche perché anche “i metalmeccanici stanno in piedi otto ore al giorno e non si sentono umiliati e offesi”.
All’ormai ex Ministro della Giustizia non venne mai in mente che la Convenzione ONU firmata e ratificata dal paese che egli rappresentava non ammette la derogabilità del divieto, e ancor meno pensò di scusarsi per le dichiarazioni riguardo dei fatti che furono considerati da Amnesty International come “la più grande sospensione dei diritti democratici di un paese occidentale dopo la fine della seconda guerra mondiale”. Secondo Castelli, la colpa del mancato inserimento del reato di tortura all’ interno del codice penale è “del legislatore di sinistra che ha presentato un testo inaccettabile, in cui si parlava di torture di natura psicologica, per cui io potrei accusare di tortura Prodi visto che ogni volta che lo vedo mi sento male".
Qualche giorno fa, invece, è stata la volta di Carlo Giovanardi, il quale ha accusato Ilaria Cucchi di sfruttare la morte del fratello avvenuta, secondo il senatore del PdL, per mano dei “suoi amici spacciatori”. A nessuno, neppure tra i membri del suo ufficio stampa, è mai venuto in mente di fargli notare che la creazione di un' autorità nazionale indipendente per i diritti umani in linea coi Principi di Parigi e l'istituzione di un meccanismo nazionale di prevenzione secondo le linee poste dal Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura avrebbero potuto evitare la tragedia della morte di Stefano Cucchi e di tanti altri carcerati tanto quanto avrebbero potuto intervenire con misure adeguate per ovviare alle indegne condizioni in cui son costretti a vivere i detenuti all’ interno delle carceri italiane.
E’ ovvio che sia assolutamente necessario spostare il dibattito affinché le vittime siano considerate come tali e vengano loro riconosciuti ampi diritti, in linea con il diritto internazionale e le convenzioni ratificate dal nostro paese.
Così come sosteneva il giurista Antonio Cassese, “la tortura costituisce l’aspetto patologico dell’assenza di democrazia”, perciò il suo divieto è una delle prime pietre da posare per dimostrare l’effettività del nostro stato di diritto. E noi, come cittadini italiani, ci auguriamo che essa venga posata ben presto.
Veronica Orrù | @verocrok
Photo credit: Rachael Roberts
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lunedì 10 dicembre 2012
#Monti si dimette, #Berlusconi torna: l'Italia sull'orlo di una crisi (di nervi)
Monti rassegnerà le sue dimissioni all’indomani dell’approvazione della legge di stabilità e di bilancio. Ciò è quello che hanno appreso tutti coloro che son rimasti sabato sera a casa.
Tramite il pretesto di una dichiarazione del Ministro Passera ad Agorà (“Si torna indietro? Non è un bene per l’Italia. Dobbiamo dare la sensazione che il Paese va avanti”, nda), Berlusconi torna prepotentemente ad occupare la scena politica italiana.
Il passo indietro della stragrande maggioranza dei membri del PDL riguardo il tema primarie è alquanto disarmante. Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Alessandro Cattaneo sono gli unici ad essersi opposti. Tatticamente parlando, la mossa del Cavaliere è comprensibile alla luce dell’impegno del Consiglio dei Ministri per l’approvazione di un decreto riguardo l’incandidabilità dei condannati. Tale legge proibirebbe ai più di candidarsi, Silvio Berlusconi in primis.
Per questo motivo, il PDL ha tolto la fiducia al governo in una serie di provvedimenti.
Mario Monti ha però fermamente reagito alle mosse del PDL. A sorpresa, presentandosi al Quirinale, ha dichiarato di voler rassegnare le dimissioni successivamente all’approvazione della legge di stabilità. La nota del Quirinale riguardo l’incontro col Presidente Napolitano è molto chiara quanto fortemente critica. Il Presidente del Consiglio, non ritenendo una situazione del genere adatta per poter espletare il proprio mandato, ha espressamente dichiarato che “accerterà quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità di provocare l'esercizio provvisorio - rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo - siano pronte a concorrere all'approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità e di bilancio.” Dichiarazioni forti, che restituiscono a Berlusconi la patata bollente della crisi.
Ma non è finita.
Berlusconi ha fatto bene i calcoli. Con l’attuale Porcellum, che assegna i seggi al Senato su base regionale, il PDL punta alla vittoria nelle grandi regioni come la Lombardia e il Veneto, presentando un’alleanza con la Lega di Roberto Maroni. Come illustra il Professore Roberto D’Alimonte ne Il Sole 24 Ore, il punteggio alla Camera risulterebbe scontato. Il premio su base regionale del Senato, invece, porrebbe Berlusconi nella condizione di togliere al PD+SEL la maggioranza di 158 senatori necessaria.
Ci si chiede la reazione delle opposizioni. Giuseppe Civati auspica nel suo blog che la propria coalizione si focalizzi sui programmi. Il consigliere regionale PD della Lombardia chiede al PD (e alla coalizione di centro-sinistra) di abbandonare la retorica anti-berlusconiana e di giocare la propria partita. “La tentazione è forte”, dice Civati, ma il centro-sinistra dovrebbe puntare a sfruttare il suo vantaggio e a giocare la propria partita.
Il segretario PD e ormai candidato della coalizione dei progressisti Pierluigi Bersani inizia perciò la sua campagna elettorale tramite la pubblicazione di una sua intervista al Wall Street Journal, in cui illustra le sue politiche per l’Italia, inserendola nel più quadro ampio europeo. Parole d’ordine: lavoro, lotta all’evasione fiscale, minor uso del contante, ruolo delle nuove generazioni.
Ci si chiede se Pierluigi Bersani riuscirà a vincere la propria battaglia anche in Lombardia e Veneto, che oramai divengono i nostri Ohio. Ma ancor di più, ci si chiede se la politica italiana nel suo complesso non offuscherà l’orizzonte di ripresa che tutti noi auspichiamo soltanto per meri interessi personali.
Veronica Orrù | @verocrok
Monti resigns, Berlusconi returns: Italy on the edge of a crisis
Monti will resign the day after the approvation of the stability and budget law. This is what everyone who remained at home on Saturday night learned from the news.
With the pretext of a declaration of minister Passera at Agorà ("Are we going back? It's not good for Itay. We must give the feeling that we're going forward"), Berlusconi returns to strongly occupy the Italian political scene.
The step backward of the majority of PDL members regarding the primaries is quite disarming. Guido Crosetto, Giorgia Meloni and Alessandro Cattaneo were the only ones to oppose. Tactically speaking, the Chevalier's move is understandable in the light of the work of the Minister Council for the approvation of a decree regarding the impossibility to candidate those who have been condemned for crimes. This law would forbid the majority to candidate, Silvio Berlusconi in particular.
For this reason, the PDL has denied the trust to the government in a series of decisions. Mario Monti has firmly reacted to PDL's moves. Surprising everyone, presenting himself at the Quirinale, he declared that he wants to resign the day after the approvation of the stability law. The note regarding the encounter with President Napolitano is very clear and very critical. The Premier, considering this situation not adequate for his mandate, has expressly declared that he will "clear as soon as possible whether the political forces that dunnot want to take responsibility for provoking a provvisory exercies - making the consequences of a government crisis even worse, also at an European level - are ready to help in the approval of the laws of stability and budget." Strong statements, which give back to Berlusconi the hot potato of the crisis.
But it's not all.
Berlusconi has calculated well. With the current Porcellum, which gives the seats in Senate on a regional basis, the PDL aims to the victory in the big regions such as Lombardy and Veneto, presenting an allegiance with Roberto Maroni's Lega. As Professor Roberto D'Alimonte illustrates in Il Sole 24 Ore, the points at the House would be obvious. The prize on a regional basis of the Senate, on the contrary, would put Berlusconi in the condition of taking away to PD and SEL the majority of 158 necessary senators.
Ci si chiede la reazione delle opposizioni. Giuseppe Civati auspica nel suo blog che la propria coalizione si focalizzi sui programmi. Il consigliere regionale PD della Lombardia chiede al PD (e alla coalizione di centro-sinistra) di abbandonare la retorica anti-berlusconiana e di giocare la propria partita. “La tentazione è forte”, dice Civati, ma il centro-sinistra dovrebbe puntare a sfruttare il suo vantaggio e a giocare la propria partita.
Il segretario PD e ormai candidato della coalizione dei progressisti Pierluigi Bersani inizia perciò la sua campagna elettorale tramite la pubblicazione di una sua intervista al Wall Street Journal, in cui illustra le sue politiche per l’Italia, inserendola nel più quadro ampio europeo. Parole d’ordine: lavoro, lotta all’evasione fiscale, minor uso del contante, ruolo delle nuove generazioni.
Ci si chiede se Pierluigi Bersani riuscirà a vincere la propria battaglia anche in Lombardia e Veneto, che oramai divengono i nostri Ohio. Ma ancor di più, ci si chiede se la politica italiana nel suo complesso non offuscherà l’orizzonte di ripresa che tutti noi auspichiamo soltanto per meri interessi personali.
Veronica Orrù | @verocrok
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venerdì 23 novembre 2012
#Gaza e #Israele: la narrazione mediatica nel web 2.0 e la #twitterwar
Negli ultimi giorni, successivamente all’inizio dell’offensiva israeliana Pillar of Cloud, abbiamo assistito ad un dibattito sul ruolo dei social media in quella che è stata rinominata la “Twitter War”.
Per compiere un’analisi più accurata, sarebbe utile procedere per tappe storiche, individuando i cambiamenti avvenuti nel mondo dell’informazione rispetto al conflitto in questione.Fin dalla nascita di Israele, i palestinesi ebbero pochissima rilevanza nei media, i quali focalizzarono i loro articoli sul conflitto tra i maggiori paesi arabi e l’appena nata democrazia israeliana. L’immagine di un conflitto tra uno stato ebraico e gli stati arabi, infatti, si sposava perfettamente con le logiche narrative dei media internazionali e al contempo condannava i palestinesi ad essere un popolo senza nome e senza identità.
Fu persistente il tentativo, da parte israeliana, di vietare l'utilizzo del termine “Stato palestinese”. A ciò, furono funzionali le dichiarazioni di Golda Meir al Sunday Times nel 1969: “There were no such thing as Palestinians.[…] They didn't exist.”
Arrivò perciò il momento di creare la condizione necessaria per cui fosse possibile ottenere uno spazio all’interno delle narrazioni mediatiche internazionali: la costruzione una forte identità palestinese.
Fatah riuscì a proporre un’immagine palestinese da offrire all'opinione pubblica e tramite l’Intifada del 1987 inizio quel processo da molti rinominato “palestinizzazione” del conflitto. Ciononostante, i media main stream (telegiornali e tv) continuarono ad allinearsi alle fonti politiche (israeliane e statunitensi), lasciando ai margini la narrazione palestinese. Ciò si evidenziò maggiormente durante i cosiddetti accordi di Camp David, dove gli israeliani montarono una macchina mediatica che fu messa in moto all’indomani del rifiuto di Arafat che portò al fallimento delle trattative. Tutti i media mainstream accettarono la versione ufficiale israeliana e nessuno, salvo alcuni articoli d’opinione isolati che però non minarono l’interpretazione dominante, si propose di indagare sul motivo del rifiuto delle offerte israeliane da parte del leader di Fatah.
Sarà soltanto con l’avvento di Internet che i palestinesi potranno riscattarsi.
Alla vigilia dell’Operazione Piombo Fuso, le uniche informazioni (riguardanti sia degli spaccati di vita quotidiana sia delle analisi politiche) esterne ai media mainstream erano reperibili per la maggior parte nei blog degli attivisti (primo fra tutti, in Italia, quello di Vittorio Arrigoni) e delle ONG (Amnesty in primis). L’uso dei social network non era ancora diffuso capillarmente a livello mondiale e Twitter, Facebook e Tumblr non erano ancora concepiti come strumento di diffusione delle notizie.
Sembra evidente che l’operazione Pillar of Cloud si differenzi fortemente sotto questo aspetto dai fatti precedenti.
Twitter , grazie alla sua capacità di gestire facilmente l’enorme flusso di informazioni, è diventato il mezzo di diffusione delle notizie più accreditato.
Oramai tutti i principali media mainstream hanno un account twitter e all’interno dei loro siti gestiscono pagine riportanti esclusivamente il live blogging di Twitter. I giornalisti delle maggiori testate usano il loro personale account per riportare breaking news, articoli presenti nelle pagine online del proprio giornale o anche all’interno dei loro blog personali. Molti attivisti e giornalisti freelance, primo fra tutti @harryfear, hanno messo a disposizione della rete aggiornamenti minuto per minuto riguardo la situazione a Gaza.
Ciò che più è risultato sorprendente è stato l’uso del social network per dichiarare l’inizio delle operazioni e offrire aggiornamenti costanti sia di propaganda sia riguardo le operazioni stesse.
Nel momento in cui scrivo, l’account @IDFSpokesperson ha avuto un incremento di circa 130.000 followers (da 71.000 circa dell’inizio delle operazioni a 200.000 circa), mentre @AlqassamBrigade, account del braccio militare di Hamas, ha decuplicato i suoi followers nel giro di 8 giorni.Come scrive nel suo blog Augusto Valeriani, docente di Mass Media e Conflitti internazionali dell’Università di Forlì, Israele ha posto tra le sue priorità la pianificazione di “una vera e propria campagna twitter e social in genere”: i suoi video di propaganda si adattano perfettamente ai tempi comunicativi del social media marketing. Valeriani ritiene che Israele domini la “dimensione social del conflitto” eppure, a mio parere, la supremazia israeliana diventa giorno per giorno sempre meno netta.
Le foto dei bambini uccisi e dei danni causati dai droni sulla striscia di Gaza vengono retwittati di continuo tramite gli hashtag #warcrimes e #humanrights.
L’hashtag #Gazaunderattack ha avuto un numero enormemente maggiore di retweet rispetto a quelli creati da Israele, #PillarofDefense e #IsraelonFire.
Il movimento di hacktivisti Anonymous, tramite il comunicato #OPIsrael, ha dichiarato di sostenere la causa palestinese, riuscendo ad attaccare migliaia di siti israeliani e filo-israeliani (tra cui quello dell’IDF e dell’AIPAC) e suggerendo agli abitanti della striscia come ristabilire una connessione via Internet nel caso in cui questa fosse stata interrotta dal governo israeliano.
Come molti hanno fatto notare, i palestinesi e i sostenitori della loro causa hanno compreso che i successi comunicativi della primavera araba derivavano dal fatto che, nel mondo del web 2.0, fosse necessario adattarsi ad un tipo di comunicazione orizzontale . Al contrario, sembra che Israele stia nettamente fallendo sotto questo punto di vista.
Così come ha tenuto a far notare il Ministro degli esteri britannico William Hague, vista le nuove dinamiche politiche createsi nella regione, Israele rischierebbe di rimanere sempre più isolato e di perdere il supporto internazionale nel caso di un’invasione via terra.
Più che di porci, come ha fatto il Washington Post, la domanda “Is Hamas winning the Twitter war?” (che personalmente ritengo commetta l’errore di considerare il solo gruppo politico e non la popolazione palestinese nel suo insieme), io credo che la questione sia un’altra: Israele sta perdendo la guerra dell’informazione?
In un mondo sempre più interconnesso, l’opinione pubblica ha oramai la possibilità di mettere in discussione le interpretazioni dominanti fornite dai governi e dai media mainstream, divenendo parte attiva nella costruzione di narrazioni alternative e nella descrizione degli eventi.
Ci si chiede perciò se l’impegno di Israele nell’uso dei social network ai fini propagandistici sarà sufficiente per vincere la cosiddetta “battaglia dei cuori e delle menti”, condizione necessaria per mantenere quel consenso così fortemente necessario per la politica estera israeliana.
Veronica Orrù | @verocrok
Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83
Gaza and Israel: the media narration in web 2.0
During the last few days, after the beginning of the Israeli offensive called Pillar of Cloud, we have assisted to a debate on the role of social media in what has been renominated the "Twitter war".
In order to do a more accurate analysis, it would be useful to proceed by historical points, finding the changes happened in the world of information regarding that particular conflict. Since the birth of Israel, the Palestinians had very little relevance on media, which focalized their articles on the conflict between the main Arabic countries and the newly born Israeli democracy. The image of a conflict between a Jewish country and the Arabic states was perfect for the narrative logics of international media and at the same time condemned Palestinians to a people without name and without identity.
The attempt on the Israeli side to forbid the use of the term "Palestinian State" was very persistent. For this purpose, Golda Meir's statements at the Sunday Times in 1969 were quite functional: “There were no such thing as Palestinians.[…] They didn't exist.”
So the moment came to create the necessary condition for which it was possible to obtain a space inside the international mediatic narrations: building a strong Palestinian identity.
Fatah managed to propose a Palestinian image to offer the public opinion and through the Entifade of 1987 the process many called "palestinization" of the conflict began. In spite of this, the mainstream media (tvs and news reports) continued to allign to political sources (Israeli and American), leaving the Palestinian narration on the side. This was much in evidence during the so called Camp David agreements, where Israeli mounted a media machine that was started the day after Arafat's denial that brought to the failure of negotiations. All mainstream media accepted the Israeli version and nobody, except for some isolated opinion articles that didn't mine the dominant interpretation anyway, proposed to research the motive of the decline of Israeli offers by the Fatah leader.
It will only be with the arrival of Internet that Palestinians will be able to have their redemption.
Before the Molten Lead Operation, the only information (regarding both daily life and political analyses) external to mainstream media were available mainly on activists blogs (first of all, in Italy, Vittorio Arrigoni's) and the NPOs (Amnesty International among others). The use of social networks was still not diffused as capillarly at a world level, and Twitter, Facebook and Tumblr were still not seen as a tool to diffuse news. It seems obvious that the operation Pillar of Cloud is different from the others under this particular point of view.
Twitter, thanks to its capacity to easily manage the enormous flow of information, has become the most reliable mean for news diffusion. Now all of the mainstream media have a Twitter account and manage pages exclusively dedicated to Twitter live-tweeting on their websites. Journalists of the most important newspapers use their own personal account to report breaking news, articles of their online newspaper and of their personal blogs. Many activists and freelance journalists, first of all @harryfear, have started to give minute-by-minute updates on the situation in Gaza.
What is even more surprising was the use of social media to announce the beginning of the operations and offer constant updates, both propaganda and regarding the operations themselves.
As I write, the account @IDFSpokesperson has had an increase of about 130.000 followers (from 71.000 at the beginning of the operations to 200.000), while @AlqassamBrigade, account of the military arm of Hamas, has increased its followers tenfold in 8 days. As Augusto Valeriani, Professor of Mass Media and International Conflicts at the University of Forlì writes in his blog, Israel has posed among its priorities the planning of a "proper Twitter and social campaign": the propaganda videos are perfectly adapted to the communication timings of social media marketing. Valeriani believes that Israel dominates the "social dimension of the conflict", but in my opinion the Israeli supremacy becomes less and less stable every day.
The pictures of killed children and the damages caused by drones in the Gaza strip are retweeted continuously with the hashtags #warcrimes and #humanrights. The hashtag #Gazaunderattack has had an enormous number of retweets, many more than those created by Israel, #PillarofDefense and #Israelonfire.
The movement of hacktivists called Anonymous, through the #OPIsrael announcement, has declared to sustain the Palestinian cause, managing to attack thousands of Israeli and pro-Israwli websites (among which the IDF and AIPAC), suggesting to strip inhabitants how to re-establish an Internet connection in case it was interrupted by the Israeli government.
As many noticed, Palestinians and supporters of their cause have understood that the communication successes of the Arab Spring derived from the fact that, in the world of web 2.0, it was necessary to adapt to a horizontal communication. On the contrary, it seems that Israel is definitely failing from this point of view.
As the British Foreign Affairs Minister William Hague pointed out, given the new political dynamics created in the region, Israel risks to remain more and more isolated and lose the international support in case of an invasion.
Rather than ask ourselves, as the Washington Post did, the question "Is Hamas winning the Twitter war?" (which personally I believe makes the mistake of considering just the political group and not the Palestinian population in its entirety), I believe the matter is different: is Israel losing that war of information?
In a world that is more and more connected, public opinion has the possibility to put in discussion the dominant interpretations given by governments and mainstream media, becoming an active part of the building of alternative narrations and the description of events.
We ask ourselves whether Israel's work in the use of social media for propaganda will be sufficient to win the so called "battle of hearts and minds", a necessary condition to maintain that consensus that is so necessary for Israeli foreign politics.
Veronica Orrù | @verocrok
Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83
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