▼ Il tweet del giorno

Visualizzazione post con etichetta internet. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta internet. Mostra tutti i post

giovedì 28 marzo 2013

La morte della condivisione e la Rete gossippara



Recentemente, durante una lezione, spiegavo ai miei studenti che “la condivisione è uno degli atti che possiamo compiere e che innesca la viralità dei contenuti, insieme con il voto (leggi “like” o “+1”) e il commento”. 

Mentre parlavo mi sono reso conto, però, che il concetto di condivisione che stavo spiegando era puramente meccanico ed emozionale: un paio di click, magari una riga per dire quanto piaceva o non piaceva quel contenuto e via. Il tutto, però era, ed è, piuttosto lontano da quello che solo pochi anni fa, intesseva di sé la “filosofia di Internet”.

Giuseppe Granieri, nel suo Blog generation, spiega bene come i blogger fossero dediti a trovare “contenuti interessanti in Rete e a condividerli con gli altri”. Un lavoro a volte certosino di ricerca, selezione e “messa a disposizione collettiva” di nuovo sapere. D’altronde la Rete stessa, non certo Arpanet ma Internet in sé, nacque per collegare Università e quindi “mettere a sistema” il sapere. L’obiettivo era la tanto sbandierata “intelligenza collettiva, superiore alla semplice somma di quelle che la compongono”. In buona sostanza il concetto era che il ragionare insieme, il mettere in rete le intelligenze, avrebbe portato a un arricchimento collettivo altrimenti irraggiungibile separatamente.

Tornando a ciò che stavo spiegando ai miei studenti, appare evidente che non sia più così. Si condivide nell’ottica della semplice trasmissione di una informazione, poco di diverso dalla tendenza, nelle riunioni fra amici, del dire “ma lo sai cosa è successo o cosa hanno fatto Tizio o a Caio?” e ad accompagnare e ad accogliere questa informazione solo espressioni emotive, istintive: bello, brutto, divertente, sconcertante, incredibile, ecc. La torsione del concetto di condivisione, operata dai Social Network lo ha portato molto ma molto vicino a ciò che viene chiamato Gossip. Più che “condividi”, lo script di Facebook si dovrebbe chiamare “trasmetti” o “spiffera”.

E’ la dinamica del passaparola, mi risponderà qualcuno. In fondo, il web altro non è che la proiezione digitale della società umana e quindi ne replica le dinamiche, bello o brutte che siano. Qui però il problema non è che questo fenomeno sia bello o brutto, giusto o sbagliato è che non ci porta a nulla, anzi, ci crea parecchi problemi, a cominciare ad esempio, dalla sempre minore affidabilità delle informazioni che viaggiano sulla Rete. La dinamica del gossip non prevede ovviamente né una verifica della veridicità dell’informazione né, tantomeno, alcuna preoccupazione in termini di responsabilità rispetto al fatto che, comunque, stiamo “pubblicando qualcosa”.

Se a questo aggiungiamo i tempi del Web e le dinamiche dell’attenzione delle persone, appare abbastanza ovvio che, alla fine, si reagisca in maniera istintiva, immediata, trasmettendo emozioni e non “sapere” e che, anzi, si tenda ad evitare di usufruire di contenuti complessi, impegnativi. Anche questo post, per esempio, sarà sicuramente troppo lungo per la maggior parte delle persone che ci entreranno in contatto.

Ma che ne è del buon Jon Postel, vero padre fondatore di Internet, che nel 1981, postulava la legge che porta il suo nome e che descrive il “funzionamento sociale” della Rete: “Sii prudente in quello che fai, sii liberale in quello che accetti dagli altri” (“be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others"), che poi vuol dire che in Rete è necessario essere “prudenti” e quindi rigorosi, rispettosi, esatti e precisi per quel che riguarda ciò che si propone agli altri. Mentre bisogna essere “liberali” ovvero disposti ad ascoltare e favorire e rispettare la libertà di pensiero e d'iniziativa altrui nell’atto di ricevere.

In sostanza Postel postulò che la Rete è un ecosistema sociale il cui motore è la comunicazione basata sullo scambio, sull’ascolto, sul rispetto dell’altro, sull’apporto di valore da parte di ognuno, sull’interazione. Chi entra e comunica in Rete si assume una responsabilità per ciò che dice o fa ma anche una responsabilità verso l’altro, ovvero l’impegno a interagire, ad ascoltare, a condividere. Appunto, a condividere, in un’ottica di impegno e contributo in termini di valore, non certo di gossip.

Questa legge è ormai lettera morta, in una Rete dove fluiscono miliardi di contenuti e in cui la viralità è uno strumento sempre più incoraggiato per fini commerciali e dove finanche i cosiddetti influencers si misurano non tanto sulla qualità di ciò che dicono quanto su quanto riescano a ingaggiare le loro communities: la visibilità prima di tutto.

Mi rileggo e ho la sensazione di aver parlato come i simpatici vecchietti che dicono “eh, ai miei tempi le cose erano diverse”. Sarà, ma io continuo a pensare che questa Rete gossippara e sempre più simile alla televisione commerciale sia, più che altro, una gigantesca occasione mancata.

Daniele Chieffi | @danielechieffi


The death of sharing and the gossipy Web

Recently during one of my lessons, I was explaining to my students that "sharing is one of the things we can do that triggers the virality of content, along with the vote (read "like" or "+1") and the comment."

As I was talking I realized, however, that the concept of sharing that I was explaining was purely mechanical and emotional: a couple of clicks, perhaps a line to explain why we like or dislike that content and that's it. It is all very far from what, just a few years a go, made the "philosophy of the Internet".

Giuseppe Granieri, in his Blog generation, explains very well how bloggers were dedicated to finding "interesting content on the web and sharing it with others". A sometimes weary work of research, selection and publication of new knowledge. The web itself, not Arpanet but Internet itself, was born to connect Universities and make knowledge available. The goal was the much advertised "collective intelligence, superior to the simple sum of the ones composing it". In essence, the concept was that reasoning together, putting intelligences together, would have brought to a collective enrichment that was impossible to reach separately.

Coming back to what I was explaining to my students, it appears obvious that it's not like that anymore. We share in the optic of the simple transmission of an information, not very different from the tendency, during friends reunions, of saying "do you know what happened or what Tizio or Caio did"? and to accompany this information only with emotional instinctive expressions: nice ugly, funny, surprising, incredible, and so on. The torsion of the concept of sharing, oeprated by social networks, has taken it much nearer what is commonly called Gossip. More than "Share", the Facebook button should be called "Transmit" or "Whisper".

It's the word of mouth dynamic, someone will answer me. In the end, the web is nothing more than the digital projection of human society and thus replicates its dynamics, whether they be nice or ugly. Here the problem isn't that the phenomenon is ugly or beautiful, right or wrong, it's that it doesn't take us anywhere, and actually only creates more problems, starting for example from the scarce reliability of information travelling on the web. The gossip dynamics doesn't include a verification of the veridicity of information per se, nor any preoccupation in terms of responsibility of the fact that we're actually publishing something.

If we add the times of the Web and the dynamics of people's attention, it appears pretty obvious that, in the end, we react in an instinctive, immediate way, trnsmitting emotions and not "knowledge" and that we tend to avoid complex content. This post itself, for example, will surely be too long for the majority of people who will see it.

But what happened to the good Jon Postel, true founding father of the Internet, who in 1981 formulated the law which carries his name and that describes the social function of the web: "Be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others", which means that online it is necessary to be careful, and thus rigorous, respectful, exact and precise regarding what we propose to others. And we must be liberal,  which means open to listen and favor and respect the freedom of thought and initiative of others in the act of receiving.

In substance Postel said that the web is a social ecosystem in which the engine is the communication based on exchange, listening, respect of one another, bringing value, interaction. Who enters and communicates online has the responsibility for what they say and does, but also a responsibility towards the others, which is the taslk of interacting, listening, sharing. Sharing in a view of added value, not gossip.

This law is now dead, on a web where billions of contents flow and in which the virality is a tool that is more and more encouraged for commercial reasons, and where even the so called influencers are measured not on the quality of what they say, but on how well they can engage their communities: visibility before everything else.

I read myself and I have the sensation of having written like those nice old people who say "well, when I was young things were quite different". Might be, but I continue to think that this gossipy web, more and more similar to the commercial television is, more than anything, a huge missed opportunity.

Daniele Chieffi | @danielechieffi 

mercoledì 19 dicembre 2012

L'Internet delle cose è già realtà, e cambierà tutto #IoT



“340 Undecillion”  Un numero quasi impronunciabile, 340 trilioni di trilioni di trilioni, o 2x10^38, se preferite. Un numero con 39 cifre che corrisponde agli indirizzi assegnabili dall’ IPv6, il successore dell’IPv4, oramai vecchio di 31 anni, ma ancora largamente in uso. 

Perchè è importante, questo IPv6 ? Beh, innanzitutto perchè va a colmare uno dei limiti del vecchio protocollo, ovvero, il “basso” numero di indirizzi attuali che stanno diventando sempre più rari e costosi, ma sopratutto potrebbe dare il via in modo clamoroso a quello che viene chiamato ”Internet delle cose” (IoT / Internet of Things).

Il momento è quello giusto: le tecnologie attuali permettono di condensare in poco spazio e a poco costo degli oggetti “smart” che, fino a poco tempo fa, erano impensabili; si pensi solo al già citato Raspberry_PI, ma anche alle italianissime schede Arduino, e molte altre che si stanno affacciando al mercato e agli sviluppatori.

L’argomento è nell’aria già da qualche anno, ma, grazie anche appunto alle schede low cost come Arduino e alcuni servizi pionieri, come COSM (ex Patchube) e l’italiano Paraimpu è già possibile creare in poco tempo delle applicazioni che facciano da “ponte” tra il mondo fisico e il mondo della rete. Ultimamente, alcuni produttori di elettronica di consumo, come Belkin, hanno cominciato a produrre degli interruttori comandabili da remoto direttamente da PC o Smartphone, ma anche da servizi come IFTTT; il che apre parecchie possibilità alla fantasia, si pensi solo che IFTTT ha, al momento, 59 canali, che vanno da Twitter a Facebook a Dropbox, tutti interfacciabili con un dispositivo fisico.

L’esempio più lampante è quello di poter, ad esempio, accendere una lampadina con un check in di foursquare, o un tweet. E se le lampadine fossero 12, e fossero montate su un Albero di Natale? E’ L’esperimento che si stà tenendo a Lonate Pozzolo, dove un Albero di Natale di 12 metri, realizzato con 34.000 bottiglie di plastica riciclate, si accende mediante parole chiave come “pace”, “amore”, “gioia” e altre; il tutto grazie a Paraimpu e alcune schede Arduino.

Altri oggetti che stanno arrivando sul mercato sono i termostati NEST, oggetti intelligenti e di design (NEST è stato realizzato dallo stesso creatore dell’ iPod),  ma molto arriverà nei prossimi mesi. La Cina ha deciso di investire 800 milioni di dollari nell IoT, i fabbricanti di chip stanno sfornando oggetti sempre più piccoli e in grado di dialogare ( tipicamente via IP) con altri oggetti e con servizi centrali. Alcuni servizi già ci sono, altri ne nasceranno sicuramente, appoggiati ai grandi Cloud e al BigData.

L’IPv6, come già detto, è stato lanciato ufficialmente quest’anno, ed è in grado di mappare, teoricamente, ogni oggetto di questa terra, tanto che qualcuno ha già azzardato che in un prossimo futuro sarà possibile tracciare la vita delle banconote da 20 Dollari, che risultano essere tra le più falsificate.

Noi, più realisticamente, ci aspettiamo che finalmente gli elettrodomestici che abbiamo in casa comincino a dialogare tra loro, non solo per dirci che in frigo il latte è finito, ma anche e sopratutto in ottica di risparmio energetico, ottimizzazione e domotica. L’internet delle cose è già realtà, e cambierà tutto.

Luca Perencin | @No_CQRT


The Internet of Things is already a reality and will change everything

"340" Undecillion" - an almost impossible to pronounce number, 340 trillions of trillions of trillions, or 2x10^38, if you prefer. A number with 39 digits that corresponds to the addresses that the IPv6 can assign, the successor of the IPv4, now 31 years old, and still largely in use.

Why is it important, this IPv6? Well, first of all because it fills one of the gaps of the old protocol, which is the low number of current addresses that are becoming more and more rare and expensive, but mostly because it might allow the kickoff of what is called Internet of Things.

It's the right time: the current technologies allow to condense in a little space and with little money smart objects that would have been unthinkable. Just think about the Raspberry_PI, but also the Italian Arduino boards, and others that are just now starting to appear on the market and among developers.

L’argomento è nell’aria già da qualche anno, ma, grazie anche appunto alle schede low cost come Arduino e alcuni servizi pionieri, come COSM (ex Patchube) e l’italiano Paraimpu (paraimpu.com) è già possibile creare in poco tempo delle applicazioni che facciano da “ponte” tra il mondo fisico e il mondo della rete. Ultimamente, alcuni produttori di elettronica di consumo, come Belkin, hanno cominciato a produrre degli interruttori comandabili da remoto direttamente da PC o Smartphone, ma anche da servizi come IFTTT; il che apre parecchie possibilità alla fantasia, si pensi solo che IFTTT ha, al momento, 59 canali, che vanno da Twitter a Facebook a Dropbox, tutti interfacciabili con un dispositivo fisico.

L’esempio più lampante è quello di poter, ad esempio, accendere una lampadina con un check in di foursquare, o un tweet. E se le lampadine fossero 12, e fossero montate su un Albero di Natale? E’ L’esperimento che si stà tenendo a Lonate Pozzolo, dove un Albero di Natale di 12 metri, realizzato con 34.000 bottiglie di plastica riciclate, si accende mediante parole chiave come “pace”, “amore”, “gioia” e altre; il tutto grazie a Paraimpu e alcune schede Arduino. (www.ecoalbero.it)

Altri oggetti che stanno arrivando sul mercato sono i termostati NEST, oggetti intelligenti e di design (NEST è stato realizzato dallo stesso creatore dell’ iPod),  ma molto arriverà nei prossimi mesi; La Cina ha deciso di investire 800 milioni di dollari nell IoT, i fabbricanti di chip stanno sfornando oggetti sempre più piccoli e in grado di dialogare ( tipicamente via IP) con altri oggetti e con servizi centrali. Alcuni servizi già ci sono, altri ne nasceranno sicuramente, appoggiati ai grandi Cloud e al BigData.

L’IPv6, come già detto, è stato lanciato ufficialmente quest’anno, ed è in grado di mappare, teoricamente, ogni oggetto di questa terra, tanto che qualcuno ha già azzardato che in un prossimo futuro sarà possibile tracciare la vita delle banconote da 20 Dollari, che risultano essere tra le più falsificate.

Noi, più realisticamente, ci aspettiamo che finalmente gli elettrodomestici che abbiamo in casa comincino a dialogare tra loro, non solo per dirci che in frigo il latte è finito, ma anche e sopratutto in ottica di risparmio energetico, ottimizzazione e domotica. L’internet delle cose è già realtà, e cambierà tutto.

Luca Perencin | @No_CQRT

giovedì 13 dicembre 2012

L'#Opinionedeifatti: Chiudete l'Internet



Riflessioni ad alto tasso di THC: democraticamente, dal basso, vorrei mandarvi tutti affanculo. Così, per sentirmi un po' grillino e vedere di nascosto l'effetto che fa.

Essere grillini è come praticare uno sport estremo: non sei di destra, non sei di sinistra, non sei un radicale, ma grazie ad un paradigma di politica ad cazzum hai la possibilità di accettare scelte organizzative imposte dall'alto, ma con una parvenza di collettivo e collaborativo. Sostanzialmente è come iscriversi al forum di Spinoza, con la differenza che il blog di riferimento non pubblica battute, ma sfuriate di Beppe Grillo.

Lo stesso Grillo che, dalla sua utenza admin, distribuisce direttive allo staff, che provvede a coinvolgere la community e a far sentire tutti parte di un bellissimo gioco dell'oca che ha come traguardo la democrazia, la rivoluzione e la libertà.
32.000 votanti alle "Parlamentarie". Jocelyn, su Rai2, faceva 4 milioni di telespettatori. Vuoi mettere? Con numeri del genere avrebbe potuto candidarsi GialloZafferano (ma poi chi l'avrebbe spiegato a Bersani?)

Il tutto perché la community web dei grillini è sostanzialmente un Frankenstein ideologico, un'ammucchiata di ambientalisti, vegani, alternativi, indignati, disobbedienti, 99%s, popoli viola, popoli arancioni, blogger, luttazziani delusi, casalinghe disperate e fan di Dexter. Gente che passa la giornata su facebook, twitter, youtube, che si fa ragione a colpi di link su wikipedia, che conosce a memoria gli editoriali di Travaglio e non si fa mancare una spolverata di Saviano. Gente a cui una volta stava simpatico Di Pietro (a qualcuno, per un certo periodo, stava simpatico pure Gianfranco Fini). Ma le community non sono fatte per salvare i Paesi o per fare le rivoluzioni. Pensate che in Egitto, Libia e Tunisia abbiano abbattuto i governi guardando Servizio Pubblico, in streaming, tutti i giovedì?

E come lo governi un Paese come l'Italia con una creatura del genere? Se il piano è vestire la bestia in frac e rimettersi a cantare Puttin' on the Ritz per i prossimi 20 anni, no, grazie, abbiamo già dato. Ma se riuscite ad immaginarvi uno scenario plausibile, perché non ce lo fate leggere nei commenti? È così che funziona tra grillini, oppure no?
Sì, ok, e poi chiudiamo l'Internet, come promesso.

Dopo, però. Adesso non posso.
Sono impegnato a trollare il Papa.

Gaspare Bitetto | @waxenit


Close the Internet

Democratically, from down below, I'd like to send you all to hell. Just to feel a bit like a Grillo fan and see what it's like.

Being a Grillo fan is like practicing extreme sports: you're not on the right, not on the left, you're not a radical, but thanks to a paradigm of fucked up politics you have the possibility of accepting organizing choices that are imposed from above, but with an impression of collective collaboration. Substantially it's like signing up to Spinoza, with the difference that the blog doesn't publish jokes, but Beppe Grillo's angry posts.

The same Grillo who, from his admin user, distributes directives to the staff, which engages the community and makes everyone feel part of a beautiful game with the goal of democracy, revolution and freedom. 32.000 voters at the Parlamentaries. Jocelyn, on Rai 2, had 4 milion viewers. Can you imagine? With these numbers, even GialloZafferano could have candidated (but then who would have explained to Bersani?).

Everything because the Grillo community is basically an ideological Frankenstein, a mix of environmentalists, vegans, alternatives, disobbedients, 99%s, violet people, orange people, bloggers, disappointed luttazzians, desperate housewives and Dexter fans. People who spend their day on Facebook, Twitter, YouTube, that claims to be right with links on Wikipedia, who know Travaglio's editorials by heart and even a bit of Saviano. People who once liked Di Pietro (someone, for some time, even liked Gianfranco Fini). But communities aren't made to save countries or do revolutions. Do you think that in Egypt, Libya and Tunisia they overthrown the regimes by watching Servizio Pubblico in streaming every Thursday night?

And how do you even rule a country like Italy with a creature like that? If the plan is to dress the beast in a suit and go back to singing Puttin' on the Ritz for the next 20 years, no thanks, we've already been there. But if you imagine a plausible scenario, why don't you let us read it in the comments?
That's how it works among Grillo fans, isn't that right?
Yeah, ok, and then we close the Internet, as promised.

Later, though. Not I can't.
I'm busy trolling the Pope.

Gaspare Bitetto | @waxenit

lunedì 3 dicembre 2012

Il neo-tribalismo digitale e la distanza della politica



La politica discute di nuove forme di organizzazione, di come ripensare il proprio modello e di conseguenza le forme della leadership e le sue dinamiche di legittimazione. In questo dibattito il web, la Rete entra per lo più, quando va bene, come nuovo media, come nuova forma di propaganda digitale. 

Con il web si parla agli elettori, si fa campagna elettorale digitale. “Guardate Obama”, si sente ripetere nei convegni, ha vinto sfruttando bene Internet. Quello che però sta sfuggendo al dibattito, a mio avviso, non è tanto l’analisi del ruolo della Rete come media, come potente “cinghia di trasmissione” dei messaggi politici e come possibile combustibile del consenso quanto del suo ruolo paradigmatico e socio-culturale.

Ciò che, infatti, prima era un paradigma sociale confinato fra le maglie di Internet oggi sta esondando nel contesto sociale reale, influenzandone anzi, mutandone profondamente le dinamiche di funzionamento. Questa esportazione di un modello sociale da un ambiente digitale verso quello offline sta mutando non solo le forme organizzative collettive ma sta modificando anche la scala di valori di riferimento che attiva queste forme. Dall’altra parte l’impatto investe in pieno i modelli della leadership, fino ai meccanismi di legittimità e legittimazione. Il tutto in un contesto in cui il consenso si sta via via riducendo a fidelizzazione, ovvero a un processo di  "scelta temporanea” e labile, basata su pochi, a volte elementari elementi attivanti che è facile sostituire con altri.

Jon Postel, considerato il vero padre fondatore di Internet, nel 1981, postulò la legge che porta il suo nome e che descrive il “funzionamento sociale” della Rete: “Sii prudente in quello che fai, sii liberale in quello che accetti dagli altri” (“be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others”). Interpretata in chiave sociologica, questa legge stabilisce che in Rete è necessario essere “prudenti” e quindi rigorosi, rispettosi, esatti e precisi per ciò che in Rete si propone agli altri. Mentre bisogna essere “liberali” ovvero favorire e rispettare la libertà di pensiero e d'iniziativa altrui nell’atto di ricevere. In sostanza Postel postulò che la Rete è un ecosistema sociale il cui motore è la comunicazione basata sullo scambio, sull’apporto di valore da parte di ognuno, sull’interazione, sull’ascolto, sul rispetto dell’altro. Chi entra e comunica in Rete si assume una responsabilità per ciò che dice o fa ma anche una responsabilità verso l’altro, ovvero l’impegno a interagire, ad ascoltare, a condividere.

Sino a pochi anni fa questo modello sociale era ristretto all’interno di una ristretta elite di alchimisti digitali che parlavano un linguaggio oscuro ai più e che avevano costruito un mondo digitale di tipo reticolare, basato, appunto, sulla condivisione piena e trasparente, sulla collaborazione, sull’eguaglianza di tutti con tutti e su una dinamica di costruzione della leadership basata sul riconoscimento del valore di uno da parte del resto dei componenti la comunità. Una sorta di tribalismo digitale esclusivo e isolato dal “mondo reale”, dal quale non mutuava alcun modello di comportamento o valore e che, a sua volta non ne esportava. La stessa base concettuale dell’algoritmo di Google si basa sui “voti” che una singola pagina web riceve dalla Rete stessa, considerando come voti i link che verso quella pagina puntano e che quindi ne considerano interessante e attendibile il contenuto.

L’avvento del web ha sciolto il nodo della complessità tecnica e ha cooptato in rete chiunque e ha
trasformato Internet in un prolungamento digitale del contesto sociale. Quelli che prima erano  sacerdoti di un culto oscuro sono diventati operai che, in sala macchine, lavorano per rendere semplice la complessità tecnica delle infrastrutture di rete, di protocolli e algoritmi di compressione. Il Web, oggi, è user-friendly, non offre barriere concettuali di alcun tipo. Quello che però non è cambiato è il modello sociale che lo regola. In Rete tutto è condivisibile, tutti possono anzi devono dir la propria, tutti sono esattamente allo stesso livello, con i medesimi diritti e doveri. Una forma spinta di democratizzazione del modello sociale, si è spinto a dire qualche analista, portando il web come primo esempio della fattibilità concreta della democrazia diretta o della democrazia continua. Dall’altra parte, però, questa forma di democrazia digitale non ha eliminato ma anzi ha rafforzato una sorta di modello tribale che, questa volta, riguarda tutti gli abitanti della Rete.

Sul web si formano community, vere e proprie comunità che si saldano attorno a fattori di coesione costituiti da interessi condivisi, necessità, esigenze. Al loro interno si evidenziano leadership incarnate da soggetti definiti influencers, ovvero singoli che riescono a costruirsi una reputazione online, per quello che dicono, per come lo dicono, per il loro bagaglio di informazioni, e, soprattutto per la capacità di soddisfare le esigenze immediate della community stessa. I processi di creazione di queste community possono e sono spesso indotti dall’esterno, attraverso la proposizione di un bisogno, un’esigenza appunto indotta, come nel caso di community nate su input di brand commerciali, attorno a marchi o ai cosiddetti “lovebrand”. Più in generale le piattaforme entro cui queste community “vivono”, (i grandi social network, ad esempio) sono controllate da oligopolisti digitali che impongono le loro regole di funzionamento e, di fatto, controllano le community stesse o ne influenzano pesantemente il funzionamento, imponendo, ad esempio limiti censori sui temi affrontati e sulle modalità con cui possono essere affrontati.

Sin qui il mondo digitale. La politica sinora si è posta solo l’esigenza d’imparare a interagire con questo modello e ripensare i propri paradigmi comunicativi per poter “essere in rete” in maniera efficiente. Quello che il dibattito sui nuovi modelli organizzativi non sta tenendo in considerazione, come dicevo prima, e che rischia di vanificare qualsiasi ipotesi è che il modello sociale del web è ormai esondato nel contesto sociale reale.

La società è attraversata da fenomeni di tribalismo momentaneo, fenomeni di mobilitazione e aggregazione di movimenti e gruppi che si coagulano su piccoli interessi, privi di prospettiva storica e di visione futura. Non esistono programmi, visioni della forma sociale, idee, strategie. Non esistono contesti sociali, grandi valori condivisi tantomeno ideologie o appartenenze culturali. Esiste un unico, immediato interesse da soddisfare: l’acqua, il caro vita, la distribuzione egualitaria della ricchezza, la lotta all’economia finanziaria, il rifiuto di pagare un tributo, la protesta contro un’opera pubblica, sino al piccolo interesse urbano.

Battaglie completamente decontestualizzate, astratte dalla stessa società che le produce, completamente introflesse nella comunità di quanti condividono quell’interesse. Interesse minimalista, condiviso solo perché è immediatamente percepito come presente e saliente dai singoli e perché ne tocca la sfera più personale e immediata. La mobilitazione così perde prospettiva e progettualità, perde visione, perde la capacità di saldare la passione e la lotta politica sull’impegno a costruire. Il coinvolgimento si esaurisce nella soddisfazione minimalista del singolo interesse isolato.

Una dinamica esattamente identica alle community digitali, anch’esse coagulate intorno a un singolo interesse, decontestualizzato e senza visione prospettica. Interesse che si esaurisce nella sua
soddisfazione immediata e disintermediata e che quindi non ammette sovrastrutture organizzative, forme di regolamentazione della partecipazione. Le community si autoconvocano, decidono coralmente la forma di lotta più consona, la mettono in atto, valutano collettivamente i risultati e pianificano la strategia, sino alla soddisfazione dell’esigenza o al suo venir meno, il che provoca il liquefarsi della community. La similitudine fra dinamica on e offline è evidente e ormai invalsa come paradigma unico di attivazione sociale.

Anche la formazione delle leadership è del tutto simile. All’interno di movimenti spontanei offline e
community online si identificano influencers che prendono la guida del movimento sulla base di una
legittimazione collettiva, che va costantemente confermata –come è nel web – e che non risponde ad alcuna regola o istituzionalizzazione del ruolo, tantomeno a teorizzazioni della sua legittimità, a dinamiche di alternanza garantite da regole “costituzionali”. Il leader è tale perché lo decide la tribù, tribù che poi, proprio per la percezione di parità orizzontale e di pari ruolo, tende a mantenere una struttura reticolare e a gemmare altre community o semplicemente a sciogliersi, per tornare a coagularsi nuovamente su temi e interessi completamente diversi, riproponendo altre leadership.

Di fronte a questo mutamento ormai consolidato e in via di ulteriore evoluzione, la politica ha reagito balbettando. Dal tentativo di “mettere il cappello” sul singolo movimento ad agevolarne la lotta per scopi elettorali i tentativi si sono sempre infranti sull’impossibilità di forzare le nuove categorie della mobilitazione e dell’impegno nelle vecchie stanze dell’organizzazione di partito. Semplicemente i movimenti non sentono condivisi i loro interessi e non accettano la presenza al loro interno dei partiti e dei loro esponenti. Sono percepiti come “altro”, come non parte della community, della tribù e, soprattutto non ne riconoscono la leadership politica mentre, dall’altra parte, la politica non può che riproporre le proprie categorie organizzative, gerarchiche e funzionali, che impediscono di riconoscere le leadership autogenerate dalle forme tribali perché aliene e non legittimate da meccanismi elettorali codificati, in grado anche, fra l’altro, di sintetizzare i pesi interni della struttura-partito.

Qualcuno potrebbe percepire echi lontani di incompatibilità fra movimenti extraparlamentari e grandi partiti ideologici. Ma in quella fase storica lo scontro era di tipo ideologico, sulle forme di lotta. La “forma” politica, il volano della mobilitazione, la visione prospettica della lotta politica erano profondamente condivise. Qui sono due paradigmi sociali incompatibili e strutturalmente diversi che si confrontano e si scontrano. E’ la motivazione profonda dell’attivazione e dell’impegno a divergere, è la percezione della politica come “vecchia”, aliena e incapace di condividere e far proprie le battaglie delle tribù a provocare l’esclusione della politica stessa dalle comunità autoconvocate.

La stessa cosa che accade online, quando per entrare a far parte della community devi dimostrare di condividerne interessi e dinamiche interne oltre a essere in grado di “portare valore”, contributo fattivo, proprio come postulava Postel. In ultimo essere pronto a riconoscere le leadership. In buona sostanza la community accetta solo ciò e chi percepisce come omogeneo e utile alla causa e, come un organismo vivo, espelle o marginalizza tutto ciò che percepisce come inutile o peggio, dannoso.

Ma se la politica non è riuscita ancora a interpretare ed entrare in comunicazione con questo nuovo paradigma sociale, le aziende questa dinamica l’hanno, invece, ben compresa e stanno impegnando uomini e budget per intercettare, creare, gestire queste community, creando un cross molto forte fra digitale e reale. La tendenza, infatti, è quella di indurre la nascita, nutrire e foraggiare fenomeni tribali comunitari sulla Rete, per poi trasferirne forma e nesso di connessione nel mondo offline, attraverso il coinvolgimento reale e diretto delle persone. Sono le aziende, quindi, oggi, i soggetti in grado d’interagire e interpretare questo modello, ad illuminare e percorrere il ponte fra off e online. Se da un lato le aziende stanno interpretando un paradigma che si è già consolidato, dall’altro stanno decisamente contribuendo a rafforzare una cultura del tribalismo minimalista, soprattutto nelle giovani generazioni, che lo assumono così come unico il modello mobilitativo e di aggregazione sociale attiva.

A questo punto appare evidente come il ripensare i modelli organizzativi della politica non possa prescindere dal considerare questa trasmigrazione di modelli e paradigmi sociali dal digitale al reale. Non possa non considerare nel dibattito questo fenomeno di neo-tribalismo a geometria variabile e questo alleggerimento culturale e concettuale dei fattori di mobilitazione e di aggregazione. Non sono più i grandi temi, i modelli sociali condivisi prospetticamente, tantomeno le ideologie a essere fattori attivanti e nessi di coesione sociale. Si sta assistendo a una progressiva scarnificazione dell’ideale politico sino alla sua riduzione a mero interesse immediato, disintermediato e a-prospettico.

Un nuovo modello organizzativo della politica non potrà che cercare di essere in grado di creare un fattore di connessione per coagulare una community intorno a interessi questa volta non più minimalisti ma inseriti in un contesto storico, in un sistema prospettico di idee.

La sfida è innanzitutto culturale e su due fronti. Interno verso quella che è la classe politica, che dovrà comprendere profondamente il mutamento che sta vivendo, ed esterno, per contrastare l’immiserimento della prospettiva sociale e aggregativa e sostituirla con scale di valori che abbiano un valore prospettico e socialmente e culturalmente costruttivo. Solo così questi nuovi modelli aggregativi potranno essere mutuati e dar vita a una nuova forma organizzativa della politica.

Daniele Chieffi | @danielechieffi



Digital neo-tribalism and the distance of politics

Politics discusses new forms of organization, of how to rethink the model and consequently the forms of leadership, and its dynamics of legitimation. In this debate the web enters as the new media, as a new form of digital propaganda. With the web you can speak to voters, you can do a digital elections campaign. "Look at Obama", we can hear during conferences, he won using the Internet the right way.

What the debate lacks, in my opinion, isn't so much the analysis of the role of the Web as a media, as a powerful transmission belt of political messages and possible fuel of consensus, as its paradigmatic and socio-cultural role. What before was a social paradigm confined in the webs of the Internet, now is flooding the real social context, influencing and changing its working dynamics. This exportation of a social model from a digital environment towards an offline one is not only changing collective organizing forms, but also modifying the reference value chain that activates these forms. On the other side the impact influences the leadership models, until the legitimacy and legitimation mechanisms. All in a context in which consensus is slowly transforming into fidelization, a process of temporary, unstable choice, based on a few elementary, activating elements that can be easily substituted with others.

Jon Postel, considered the true founding father of the Internet, in 1981 postulated a law that carries his name and that describes the "social functioning" of the Web: "Be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others”. Interpreted in a sociological key, this law establishes that on the Web you need to be conservative, so rigorous, respectful, exact and precise for what the Web proposes to others. But you also need to be liberal, so favor and respect the freedom of though and initiative in the act of receiving. In substance Postel said that the Web is a social ecosystem in which the engine is listening and respecting others. Who enters and communicates on the web takes responsability for what he says or does, but also a responsibility towards others, so the promise to interact, listen, share.

Until a few years ago this social model was restricted inside a small elite of digital alchemists who talked a language obscure to most, and who had built a reticular digital world based on full and transparent sharing, on collaboration, on the equality of everyone with everyone and a dynamic of building of the leadership based on recognizing the value of one by the rest of the components of the community. A sort of exclusive, digital tribalism, isolated from the "real world", from which it didn't borrow any kind of behavior or value model, and that didn't export any either. The same conceptual basis of Google's algorithm is based on "votes" that a single page receives from the Web itself, considering as votes the links that point towards that page and that consequently consider its content interesting and reliable.

The web has resolved the knot of technical complexity and brought on the web anyone, transforming the Internet in a digital expansion of the social context. Those who were the priests of an obscure cult have become workers who, in the engine room, work to make technical complexity of Web infrastructures, protocols and compression algorithms easier. The web today is user friendly, it doesn't have any kind of conceptual barriers. What hasn't changed is the social model that regulates it. On the Web anything is sharable, anyone can, and must express their opinions, everyone is exactly at the same level, with the same rights and duties. An extreme form of democratization of the social model, some analyst said, taking the web as the first example of pratical possibility of direct democracy or continuous democracy. On the other side, however, this form of digital democracy hasn't eliminated, but has reinforced a sort of tribal model that, this time, regards all the users of the Web.

Sul web si formano community, vere e proprie comunità che si saldano attorno a fattori di coesione costituiti da interessi condivisi, necessità, esigenze. Al loro interno si evidenziano leadership incarnate da soggetti definiti
influencers, ovvero singoli che riescono a costruirsi una reputazione online, per quello che dicono, per come lo dicono, per il loro bagaglio di informazioni, e, soprattutto per la capacità di soddisfare le esigenze immediate della community stessa. I processi di creazione di queste community possono e sono spesso indotti dall’esterno, attraverso la proposizione di un bisogno, un’esigenza appunto indotta, come nel caso di community nate su input di brand commerciali, attorno a marchi o ai cosiddetti “lovebrand”. Più in generale le piattaforme entro cui queste community “vivono”, (i grandi social network, ad esempio) sono controllate da oligopolisti digitali che impongono le loro regole di funzionamento e, di fatto, controllano le community stesse o ne influenzano pesantemente il funzionamento, imponendo, ad esempio limiti censori sui temi affrontati e sulle modalità con cui possono essere affrontati.

Sin qui il mondo digitale. La politica sinora si è posta solo l’esigenza d’imparare a interagire con questo modello e ripensare i propri paradigmi comunicativi per poter “essere in rete” in maniera efficiente. Quello che il dibattito sui nuovi modelli organizzativi non sta tenendo in considerazione, come dicevo prima, e che rischia di vanificare qualsiasi ipotesi è che il modello sociale del web è ormai esondato nel contesto sociale reale.

La società è attraversata da fenomeni di tribalismo momentaneo, fenomeni di mobilitazione e aggregazione di movimenti e gruppi che si coagulano su piccoli interessi, privi di prospettiva storica e di visione futura. Non esistono programmi, visioni della forma sociale, idee, strategie. Non esistono contesti sociali, grandi valori condivisi tantomeno ideologie o appartenenze culturali. Esiste un unico, immediato interesse da soddisfare: l’acqua, il caro vita, la distribuzione egualitaria della ricchezza, la lotta all’economia finanziaria, il rifiuto di pagare un tributo, la protesta contro un’opera pubblica, sino al piccolo interesse urbano. Battaglie completamente decontestualizzate, astratte dalla stessa società che le produce, completamente introflesse nella comunità di quanti condividono quell’interesse. Interesse minimalista, condiviso solo perché è immediatamente percepito come presente e saliente dai singoli e perché ne tocca la sfera più personale e immediata. La mobilitazione così perde prospettiva e progettualità, perde visione, perde la capacità di saldare la passione e la lotta politica sull’impegno a costruire. Il coinvolgimento si esaurisce nella soddisfazione minimalista del singolo interesse isolato.

Una dinamica esattamente identica alle community digitali, anch’esse coagulate intorno a un singolo
interesse, decontestualizzato e senza visione prospettica. Interesse che si esaurisce nella sua
soddisfazione immediata e disintermediata e che quindi non ammette sovrastrutture organizzative, forme di regolamentazione della partecipazione. Le community si autoconvocano, decidono coralmente la forma di lotta più consona, la mettono in atto, valutano collettivamente i risultati e pianificano la strategia, sino alla soddisfazione dell’esigenza o al suo venir meno, il che provoca il liquefarsi della community. La similitudine fra dinamica on e offline è evidente e ormai invalsa come paradigma unico di attivazione sociale.

Anche la formazione delle leadership è del tutto simile. All’interno di movimenti spontanei offline e
community online si identificano influencers che prendono la guida del movimento sulla base di una
legittimazione collettiva, che va costantemente confermata –come è nel web – e che non risponde ad alcuna regola o istituzionalizzazione del ruolo, tantomeno a teorizzazioni della sua legittimità, a dinamiche di alternanza garantite da regole “costituzionali”. Il leader è tale perché lo decide la tribù, tribù che poi, proprio per la percezione di parità orizzontale e di pari ruolo, tende a mantenere una struttura reticolare e a gemmare altre community o semplicemente a sciogliersi, per tornare a coagularsi nuovamente su temi e interessi completamente diversi, riproponendo altre leadership.

Di fronte a questo mutamento ormai consolidato e in via di ulteriore evoluzione, la politica ha reagito
balbettando. Dal tentativo di “mettere il cappello” sul singolo movimento ad agevolarne la lotta per scopi elettorali i tentativi si sono sempre infranti sull’impossibilità di forzare le nuove categorie della mobilitazione e dell’impegno nelle vecchie stanze dell’organizzazione di partito. Semplicemente i movimenti non sentono condivisi i loro interessi e non accettano la presenza al loro interno dei partiti e dei loro esponenti. Sono percepiti come “altro”, come non parte della community, della tribù e, soprattutto non ne riconoscono la leadership politica mentre, dall’altra parte, la politica non può che riproporre le proprie categorie organizzative, gerarchiche e funzionali, che impediscono di riconoscere le leadership autogenerate dalle forme tribali perché aliene e non legittimate da meccanismi elettorali codificati, in grado anche, fra l’altro, di sintetizzare i pesi interni della struttura-partito.

Qualcuno potrebbe percepire echi lontani di incompatibilità fra movimenti extraparlamentari e grandi partiti ideologici. Ma in quella fase storica lo scontro era di tipo ideologico, sulle forme di lotta. La “forma” politica, il volano della mobilitazione, la visione prospettica della lotta politica erano profondamente condivise. Qui sono due paradigmi sociali incompatibili e strutturalmente diversi che si confrontano e si scontrano. E’ la motivazione profonda dell’attivazione e dell’impegno a divergere, è la percezione della politica come “vecchia”, aliena e incapace di condividere e far proprie le battaglie delle tribù a provocare l’esclusione della politica stessa dalle comunità autoconvocate.

La stessa cosa che accade online, quando per entrare a far parte della community devi dimostrare di condividerne interessi e dinamiche interne oltre a essere in grado di “portare valore”, contributo fattivo, proprio come postulava Postel. In ultimo essere pronto a riconoscere le leadership. In buona sostanza la community accetta solo ciò e chi percepisce come omogeneo e utile alla causa e, come un organismo vivo, espelle o marginalizza tutto ciò che percepisce come inutile o peggio, dannoso.

Ma se la politica non è riuscita ancora a interpretare ed entrare in comunicazione con questo nuovo
paradigma sociale, le aziende questa dinamica l’hanno, invece, ben compresa e stanno impegnando uomini e budget per intercettare, creare, gestire queste community, creando un cross molto forte fra digitale e reale. La tendenza, infatti, è quella di indurre la nascita, nutrire e foraggiare fenomeni tribali comunitari sulla Rete, per poi trasferirne forma e nesso di connessione nel mondo offline, attraverso il coinvolgimento reale e diretto delle persone. Sono le aziende, quindi, oggi, i soggetti in grado d’interagire e interpretare questo modello, ad illuminare e percorrere il ponte fra off e online. Se da un lato le aziende stanno interpretando un paradigma che si è già consolidato, dall’altro stanno decisamente contribuendo a rafforzare una cultura del tribalismo minimalista, soprattutto nelle giovani generazioni, che lo assumono così come unico il modello mobilitativo e di aggregazione sociale attiva.

A questo punto appare evidente come il ripensare i modelli organizzativi della politica non possa prescindere dal considerare questa trasmigrazione di modelli e paradigmi sociali dal digitale al reale. Non possa non considerare nel dibattito questo fenomeno di neo-tribalismo a geometria variabile e questo alleggerimento culturale e concettuale dei fattori di mobilitazione e di aggregazione. Non sono più i grandi temi, i modelli sociali condivisi prospetticamente, tantomeno le ideologie a essere fattori attivanti e nessi di coesione sociale. Si sta assistendo a una progressiva scarnificazione dell’ideale politico sino alla sua riduzione a mero interesse immediato, disintermediato e a-prospettico.

Un nuovo modello organizzativo della politica non potrà che cercare di essere in grado di creare un fattore di connessione per coagulare una community intorno a interessi questa volta non più minimalisti ma inseriti in un contesto storico, in un sistema prospettico di idee.

La sfida è innanzitutto culturale e su due fronti. Interno verso quella che è la classe politica, che dovrà comprendere profondamente il mutamento che sta vivendo, ed esterno, per contrastare l’immiserimento della prospettiva sociale e aggregativa e sostituirla con scale di valori che abbiano un valore prospettico e socialmente e culturalmente costruttivo. Solo così questi nuovi modelli aggregativi potranno essere mutuati e dar vita a una nuova forma organizzativa della politica.

Daniele Chieffi | @danielechieffi

martedì 20 novembre 2012

Internet (non) dimentica



Cosa resta dei ricordi? una vecchia foto, un oggetto del passato, un libro. Aprendo un vecchio baule, anche dopo anni, si resta sempre colpiti dal fatto che i nostri ricordi, spesso sopiti, vengano risvegliati improvvisamente da un oggetto, magari una vecchia foto, che, nonostante il passare degli anni, riesce ancora ad evocare in noi sentimenti ed emozioni.

Sembra banale, ma questo è anche dovuto al fatto che, una foto stampata, se mantenuta in ambiente ideale, si conserva perfettamente anche per centinaia di anni.
Proviamo a fare un paragone con le foto attuali, completamente digitali. La nostra macchina fotografica sarà ancora funzionante fra un centinaio di anni? la schedina SD al suo interno?

E, se le abbiamo salvate sul nostro computer, esso ci sarà ancora fra cento anni? La risposta a tutte queste domande è “no, non credo che ci saranno”. E allora, che fine faranno, le nostre foto, i nostri ricordi?

Internet e le recenti tecnologie hanno cambiato il modo in cui fruiamo dei nostri ricordi, la digitalizzazione ha permesso di produrre a basso costo testi, foto, video e altro. Tutto sembra andare in quella direzione, la creazione di contenuti digitali “nativi”, che non necessitino nemmeno più di essere salvati in un dispositivo locale, ma sulla famosa nuvola di cui si parla tanto, di questi tempi.

E' questo il futuro che ci aspetta? Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro di qualche anno:
Le prime fotocamere digitali commerciali sono apparse nei primi anni 90, qualcuno ricorderà ancora la Sony Mavica FD5, una fotocamera digitale che usava, come supporto di registrazione, un floppy disk da 3,5”, scattando foto ad una risoluzione di 640x480px. Allora il mercato era agli esordi, e ancora nessuno pensava che, a meno di quindici anni di distanza, avremmo avuto in tasca dispositivi in grado di scattare foto a 8, 10 o più Megapixel.

Internet? Basta andare indietro ai primi servizi di hosting gratuiti, come Geocities acquisito poi da Yahoo e definitivamente chiuso nel 2009, o a Deja News, gli archivi di Usenet, poi acquisiti da Google e diventati Google Groups. Vogliamo parlare dei PC domestici? Siamo passati dai pochi GigaByte dei primi Hard Disk ai Terabyte attuali, dai primi nastri, o tape, su cassetta, per i backup dei sistemi server, al backup sul Cloud.

In pochi anni abbiamo visto crearsi incredibile massa di informazioni, sempre crescenti e sempre presenti, fino, appunto, alle prime dismissioni e chiusure. Personalmente, ho avuto modo di fare un esperimento interessante. Ho recuperato un vecchio backup da un PC di qualche anno fa, e ho ritrovato una lista di “bookmark”, di preferiti, di siti che ritenevo interessanti allora. Ho provato ad aprire alcuni di questi link, ma, amaramente, ho dovuto constatare che quasi tutti erano riferiti a siti non più esistenti, modificati o spostati nel frattempo. Dove è finita, allora questa massa di informazioni, siti, ricordi?

Qualcuno potrà obiettare che molta era “fuffa”, contenuti di poco conto, ma chi decide la qualità dei contenuti se non gli stessi fruitori? C’è già qualcuno che si chiede dove finiranno tutti i contenuti dei grandi social network, quando chiuderanno, o se ha senso, anche se qualcuno rabbrividirà al pensiero, mantenere in vita degli account anche quando il proprietario in vita non lo è più.

Una vera risposta non c’è; perché ancora non sappiamo se fra quindici anni Facebook, Twitter o quello che sarà arrivato nel frattempo, saranno ancora in vita e accessibili, di certo sappiamo che tutti i grandi fornitori di servizi Cloud si stanno attrezzando per salvare, per quanto possono, i loro dati in una forma che non sia per l’uso temporaneo, ma una specie di conservazione a lungo termine, e, in una forma di passato che ritorna, grandi produttori sono tornati a produrre i “tape”, ovvero supporti a nastro, ovviamente più veloci e capienti di un tempo. Ma cosa rimane di tutto il resto?

Fortunatamente, esistono delle fondazioni che, da anni, si occupano di preservare il più possibile la memoria e la traccia del nostro passato recente digitale, una fra tutte, Archive.org. una fondazione che dal 1996 scatta delle “istantanee” continue sul web, con motore speciale che si occupa della catalogazione continua di tutte le risorse ricercabili. Un lavoro immane, ma che permette, ad esempio, di andare a controllare come fosse Google nel 1998, o visitare siti che nel frattempo sono stati chiusi. Nonostante gli sforzi, non tutto riesce ad essere salvato o indicizzato, e molto andrà comunque perso.

Internet, dunque, dimentica facilmente. Nel frattempo, voi fate un backup.

Luca Perencin | @No_CQRT


The Internet forgets

What remains of memories An old photo, an object from the past, a book.

When you open an old trunk, even after years, you always remain astonished by the fact that our memories, often dormient, are suddenly brought to life by an object, perhaps an old photo that, in spite of the passing years, still manages to cause sentiments and emotions in us.

It sounds trivial, but it's also due to the fact that a printed photo, if kept in the right conditions, can be perfectly conserved for hundreds of years. Let's do a comparison with photos nowadays, which are completely digital. Will our photocamera still be working in a hundred years? The SD card inside?

And if we saved them on our computer, will that be around in a hundred years? The answer to all of these questions is presumably "no, no they won't". So what's going to happen to our photos, our memories?

Internet and recent technologies have changed the way we enjoy our memories, the digitalization has allowed us to produce low cost text, photo, video and more. Everything seems to be going in that direction, the creation of "native" digital content, that doesn't need to be saved on a local device, but on the famous cloud everyone's talking about, these days.

Is this the future in store for us? In order to understand we need to go back a few years: the first digital commercial photocameras came out in the early 90s, someone will surely remember the Sony Mavica FD5, a digital camera that used, as a support, a 3,5'' inch floppy dish, and took photos with a resolution of 640x480px. The market was in its prime, and nobody thought that, in less than 15 years, we'd have in our pockets devices capable of taking photos at 8, 10 or more Megapixels.

Internet? Just go back to the first free hosting services, like Geocities bought by Yahoo and then finally closed in 2009, or Deja News, the first Usenet archives, then bought by Google and turned into Google Groups. Do we want to talk about domestic PCs? We've gone from the few GigaByte of the first hard disks to the terabyte we have now, from the first tapes for server backup, to cloud backup.

In just a few years we've seen a huge mass of information come to life, always growing, and always present until the first downs and closures. Personally, I had the chance to do an interesting experiment. I got an old backup from a PC from a few years ago, and found a list of bookmarks, of websites I found interesting at that time. I tried opening some of these links, but with some bitterness I had to aknowledge that almost all of them pointed to websites no longer existent, modified or moved in the meanwhile. Where has this whole mass of information gone?

Someone might say that there was a lot of junk, low quality content, but who decides on the quality of content if not the users themselves? There is already someone wondering where all the content of big social networks will end up, when they will close, or whether it makes sense, even if someone will shiver at the thought, to keep alive accounts after their owner is no longer alive.

There is no true answer; because we still don't know whether in 15 years Facebook, Twitter or what we'll have at that point, will still be live and working, but we do know that all the great suppliers of Cloud services are getting ready to save, as much as possible, the data in a form that isn't for temporary use, but a long term conservation, and like in a past form that returns, some great producers have gone back to producing tapes, obviously faster and bigger than before. But what happens to all the rest?

Fortunately there are some foundation that, for years, have been busy trying to preserve as much as possible the memory and track of our recent digital past, one among all, Archive.org., a foundation that since 1996 makes continuous photos of the web, with a special motor that deals with the continuous catalogation of all reserachable resources. A huge work, but that allows, for example, to go check how Google was in 1998, or visit websites that in the meanwhile have closed. In spite of the effort, not everything makes its way to being saved, and much will be lost anyway.

So the Internet easily forgets. In the meanwhile, you do a backup.

Luca Perencin | @No_CQRT

lunedì 25 giugno 2012

Intervistato.com | Giovanni Scrofani @jovanz74



Qualche tempo fa abbiamo avuto il piacere di intervistare Giovanni Scrofani, fondatore di Gilda35 e profondo conoscitore della storia di Internet e delle comunità hacker.


In primo luogo abbiamo chiesto che cos'è Gilda35: si tratta di una comunità online, un gruppo di persone che hanno un comune interesse per le tematiche relative agli approcci creativi nell'ambito dei social network. 

Il progetto è nato nel 2010, quando un tweet di Giovanni è casualmente finito in home page di Twitter. Naturalmente questo lo ha talmente incuriosito da determinarlo a fare del reverse engineering sull'algoritmo, facendo delle prove distribuite insieme a 35 amici. E' proprio da questo episodio quindi che nasce anche il nome: “gilda” infatti è un termine che viene dal mondo dei giochi di ruolo, dal “gergo da smanettoni anni '90″, come lo definisce Giovanni. Scoprirono quindi come dominare l'algoritmo dei top tweet, riuscendo a mandare in home page qualsiasi contenuto volessero, e si resero conto delle sue finalità evolutive sul mondo dei social network.

Twitter fino a quel momento era stato un newsnetwork utilizzato dagli attivisti per comunicare e trasferire notizie: con questo passaggio si iniziarono a intravedere anche finalità ludiche e ricreative. [video]

Abbiamo chiesto a Giovanni anche che cosa ne pensa dell'utilizzo che i VIP fanno di Twitter, specialmente considerando quel che è stato fatto con Il Più Grande Spettacolo Dopo il Weekend da Fiorello: a suo avviso i VIP usano i social come persone qualsiasi, affidandovi frammenti di vita, fotografie di amici e famiglia. E' però anche molto sorpreso dalla facilità con cui questo avviene. Negli anni '90 dover dare nome, cognome e indirizzo per registrarsi su un sito Internet sarebbe stato impensabile, molto probabilmente a causa della forte cultura dell'anonimato, per cui la privacy era un valore principe. [video]

Un'altra domanda fatta a Giovanni è legata alla definizione di Gilda35, legata al concetto di satira dadaista: è un concetto che viene dai forum che frequentava appunto negli anni '90, quando Internet cominciava a diffondersi in Italia. Non c'erano gli strumenti culturali per affrontare una novità di quel genere, ed era vissuto come qualcosa di nuovo ed inedito in modo molto forte. Del resto era stato atteso per decenni, essendo in origine un progetto militare per creare una rete che potesse resistere persino a un attacco nucleare.

Questo scenario quasi fantascientifico portò anche all'introduzione di nuovi concetti come l'informazione vivente, la singolarità, l'intelligenza collettiva derivante dall'interazione tra uomo e macchina: tuttavia, quando Internet finalmente arrivò, ci si trovò spaesati. In alcuni gruppi si iniziò a parlare di dadaismo, e molte idee che poi sono diventate patrimonio comune delle comunità online, e degli ambienti in cui si parlava di attivismo, hacking e controcultura, venivano proprio da questo movimento.

Improvvisamente si era creata la possibilità di creare forme di creatività inedite. I meme, ad esempio, nella loro semplicità fanno considerazioni geniali, persino portare avanti campagne politiche in modo inedito. Basti pensare a Occupy Wall Street, che nasce come uno scherzo di AdBusters[video]

Abbiamo chiesto a Giovanni che cosa è Anonymous: si tratta di una comunità online gigantesca, non nata su Wikileaks. E' molto più grande e importante di Wikileaks, e nasce sulle reti di 4chan, una imageboard anonima. Anonymous dà molta importanza alla figura dell'anonimato, principio affermato con forza specialmente durante le iniziative contro Scientology, che è stata oggetto di una serie di manifestazioni organizzate da Anonymous.

I social network dunque fanno da cassa di risonanza di questa importante presenza online, mentre l'anonimato permette una creatività spaventosa. Sui social network ci si limita al repost, a riproporre contenuti, mentre l'anonimato non solo fa esplodere le capacità creative, ma paradossalmente permette di parlare di politica in modo libero. [video]

Infine abbiamo chiesto come evolverà, a suo avviso, l'utilizzo dei social network e di Internet in sé come strumento. Secondo Giovanni, quando si parla di Internet bisogna farsi dei grandi bagni di umiltà. Si tratta di un fenomeno immenso, di cui vediamo solamente una minima parte. [video]

Vi invito naturalmente a visionare l'intervista integrale, molto più ricca rispetto a questa mia breve sintesi.

Buona visione!

Maria Petrescu | @sednonsatiata



Intervistato.com | Giovanni Scrofani

Some time ago we had the pleasure of interviewing Giovanni Scrofani, founder of Gilda35 and great expert of the history of Internet and hacker communities.

First of all we asked what Gilda35 is: it's an online community, a group of people who have a common interest for topics related to creative approaches in the field of social networks.

The project was born in 201, when one of Giovanni's tweets happened to end up in Twitter's home page. Naturally this made him very curious, so he decided to do some reverse engineering on the algorythm, and do some distributed attempts together with other 35 friends. It's from this episode that the name was born: "gild" is a term that comes from roleplaying, the 90s nerd language, as Giovanni calls it. They discovered how to dominate the top tweet algorythm, and managed to put in home page whatever content they wanted. This made them realize the evolutive goals on the world of social networks.

Until that moment Twitter had been a newsnetwork, used by activists to communicate and transfer news: with this passage they started to see playful and recreative goals. [video]

We asked Giovanni what he thinks about the use VIPs make of Twitter, especially considering what has been done with Il Più grande spettacolo dopo il weekend by Fiorello: he thinks VIPs use social networks as normal people do, publishing fragments of life, photos of friends and family. He is very surprised though by the ease with which this happens. In the 90s, having to give name and surname to register on an Internet website would have been outrageous, most probably because of the strong anonimity culture, for which privacy was a fundamental value. [video]

Another question we asked Giovanni is linked to the definition of Gilda35, related to the concept of dada satire: it's a concept that comes from the forums he used to read in the 90s, when Internet was starting to spread in Italy. There were no cultural tool sto deal with such a new scenario, and it was lived as something new in a very strong fashion. People have been awaiting it for decades, since it originally was a military project to create a web that could resist even a nuclear attack.

This almost Sci-Fi scenario brought us to the introduction of new concepts such as living information, singularity, collective intelligence derived from the interaction between man and machine: however, when Internet finally came, people were confused. In some groups there started to be talk of dadaism, and a lot of ideas that became common patrimony of online communities, activists, hackers and counterculture, came exactly from this movement.

All of the sudden there was the possibility to create new forms of creativity. Memes, for example, in their simplicity do some brilliant statements, and can even bring forth political campaigns. Just think about Occupy Wall Street, that was born as an AdBusters joke. [video]

We asked Giovanni what Anonymous is: it's a huge online community, not born on Wikileaks. It's bigger and more important than Wikileaks, and it was born on the web of 4chan, an anonymous imageboard. Anonymous gives a lot of importance to the anon figure, a principle that was strongly afirmed during the initiatives against Scientology.

Social networks mean resonance for this important online presence, while anonimity allows for an incredible creativity. On social networks we're limited to repost, and re-propose contents, while anonimity not only explodes creative capacities, but strangely it allows us to talk about politics freely. [video]

Finally we asked how, in his opinion, the use of social networks and Internet per se as a tool wil evolve. Giovanni thinks that when we talk about Internet we should all be very humble. It is immense, and we can only see a tiny part of it. [video]

I invite you to view the full interview, much richer than my brief synthesis.

Enjoy!

Maria Petrescu | @sednonsatiata

giovedì 21 giugno 2012

Prossimamente: Salvo Mizzi @salvomizzi



Fra pochi giorni avremo il piacere di intervistare Salvo Mizzi, attualmente responsabile Consumer Social Network, Project Leader in Working Capital e Corporate Fellow TI Kauffman Society in Telecom Italia.

Laureato in filosofia all'Università degli Studi di Napoli 'Federico II', ha una lunga esperienza pubblicitaria, iniziata in BBDO a Roma, passando per Pasquale Barbella, Armando Testa e Young & Rubicam. A metà degli anni '90 ha scoperto le potenzialità del medium Internet, del quale è stato davvero un pioniere in Italia.

La prima webtv italiana, Mytv, nata nel 2000, è stata infatti una sua idea: convinto che la dimensione video avrebbe presto dominato il web, e conscio del fatto che l'Italia non aveva il cable, è riuscito a coinvolgere grandi gruppi editoriali nella realizzazione di qualcosa di veramente innovativo per l'epoca.

Nel 2005 è divenuto advisor multimedia di Tim, con l'obiettivo di innovare e tentare nuove strade, e dopo qualche anno è diventato Project Leader di Working Capital, un acceleratore di impresa che investe nelle migliori startup italiane del settore digital, aiutandole a fare il grande passo dall'incubazione al mercato.

Fino al 2011 è stato responsabile Internet Media & Digital Communication, portando anche questa volta grande innovazione.

Avremo modo di parlare di nuovi media, strategie e modelli, ma anche delle sue prospettive su quello che è uno scenario in continua evoluzione.

Naturalmente aspettiamo le vostre domande attraverso il form qui sotto!

Maria Petrescu | @sednonsatiata





Coming up soon: Salvo Mizzi

In just a few days we'll have the pleasure of interviewing Salvo Mizzi, currently Consumer social network Responsible, Working Capital Project Leader and Corporate Fellow TI Kauffman Society in Telecom Italia.

After his degree in philosophy at the University of Naples Federico II, he got a great experience in advertising, starting in BBDO in Rome, and continuing with Pasquale Barbella, Armando Testa and Young & Rubicam. In the mid 90s he discovered the potential of Internet, of which he has been a true pioneer in Italy.

The first Italian webtv, mytv, born in 2000, was one of his ideas: he was convinced that video would dominate the web, and he was aware of the fact that Italy didn't have cable, so he managed to involve big editorial groups in the realization of something that was truly new for that time.

In 2005 he became multimedia advisor in Tim, with the goal of innovating and finding new paths, and after a few more years he become Project Leader of Working Capital, the enterprise accelerator that invests in the best Italian startups in the digital sector, helping them make the big step from incubation to the market.

Until 2011 he was responsible for Internet Media & Digital Communication, bringing great innovation in this role as well.

We'll have the chance to talk about new media, strategies and models, but also about his perspectives on a scenario that is continuously shifting.

Of course, we are waiting for your questions on the form below!

Maria Petrescu | @sednonsatiata

lunedì 20 febbraio 2012

#FreeSaeed e la libertà di Internet in #Iran



In questi giorni si decide il destino di Saeed Malekpour, programmatore e webdesigner condannato a morte in Iran. Sfortunatamente solo pochissimi ne stanno parlando, e le speranze di riuscire a salvarlo sono davvero scarse.

Saeed è nato nel 1975 in Iran. Dopo essersi laureato alla Sharif University di Teheran, nel 2004 Saeed si è trasferito in Canada con la moglie Fatima, conosciuta durante un torneo di scacchi, e dal 2005 è diventato un residente permanente.

Nell'Ottobre del 2008 Malekpour decide di rientrare nel paese di origine per assistere il padre gravemente malato e ormai morente, ma le autorità iraniane lo arrestano con l'accusa di creazione e moderazione di siti pornografici. Malekpour aveva creato un software per caricare foto su Internet, che è stato poi usato (a sua insaputa) per la costruzione di un sito per adulti.

Saeed è stato trasferito nella prigione di Evin, e inizialmente tenuto in isolamento senza rappresentazione legale per un intero anno. Un anno dopo il suo arresto, Malekpour ha confessato i suoi crimini alla TV di stato iraniana. In seguito ha ritrattato la sua confessione in alcune lettere inviate dalla prigione: "Gran parte della mia confessione è stata estorta sotto pressione, tortura fisica e psicologica, minacce a me e alla mia famiglia, e false promesse di rilascio immediato se avessi fornito una falsa confessione [...]. Questo trattamento aveva lo scopo di forzarmi a scrivere quello che i miei interrogatori mi dettavano, e costringermi a interpretare un ruolo davanti alle videocamere, secondo i loro scenari."

Nel Dicembre del 2010, Saeed è stato condannato a morte dopo essere stato trovato colpevole di "creazione e moderazione di siti per adulti", "agitazione contro il regime", e "insulto alla santità dell'Islam." Nel Giugno del 2011, tuttavia, la Corte Suprema dell'Iran ha annullato il verdetto a causa delle proteste del governo Canadese. Dopo questo sovvertimento, Malekpour è rimasto in prigione mentre il suo caso veniva rivisto.

Nonostante la decisione iniziale, la Corte Suprema ha annunciato che il suo verdetto non era concludente e ha rimandato il caso alla corte che aveva giudicato Malekpour inizialmente. La condanna a morte è stata confermata, e nel Gennaio 2012 la Corte Suprema ha respinto l'appello degli avvocati di Malekpour. Il governo Canadese ha condannato questa decisione e chiesto il rilascio immediato di Saeed.

Anche Amnesty International ha chiesto il suo rilascio, descrivendo il caso come parte di un "attacco generalizzato alla libertà di espressione in vista delle elezioni parlamentari iraniane nel mese di Marzo."

Di seguito trovate uno Storify in costante aggiornamento per seguire gli sviluppi di questo caso. L'hashtag ufficiale da usare su Twitter per diffondere notizie è #FreeSaeed. Maryam è un'attivista per i diritti umani che attualmente si sta occupando del caso di Saeed:

Maria Petrescu

Fonte: Wikipedia





#FreeSaeed and the freedom of Internet in #Iran

During these days the fate of Saeed Malekpour is being decided. Saeed is a programmer and webdesigner who was been sentenced to death in Iran. Unfortunately not many are talking about it, and the hopes of saving him are growing thin.

Saeed was born in 1975 in Iran. He is a graduate of the Sharif University of Technology in Tehran. In Iran, Malekpour married Fatima Eftekhari whom he met at a chess competition. In 2004, Malekpour went to Canada with his wife to pursue educational opportunities. He became a permanent resident of Canada.

In October 2008, Malekpour visited his dying father in Iran, and Iranian authorities arrested Malekpour during his visit, accusing him of designing and moderating pornographic websites. Malekpour had designed a photo uploading software, and according to his supporters that software was being used without his knowledge for the creation of an adult website.

Malekpour has been kept in Iran's Evin prison, and was initially placed for almost a year in solitary confinement without legal representation. A year after his arrest, Malekpour confessed to his crimes on Iranian state television. He later retracted the confession in letter sent from inside prison. Malekpour wrote, "A large portion of my confession was extracted under pressure, physical and psychological torture, threats to myself and my family, and false promises of immediate release upon giving a false confession to whatever the interrogators dictated ... Such mistreatment was aimed at forcing me to write what the interrogators were dictating, and to compel me to play a role in front of the camera based on their scenarios."

In December 2010, Malekpour was sentenced to death after being found guilty of "designing and moderating adult content websites", "agitation against the regime", and "insulting the sanctity of Islam". In June 2011, however, the Supreme Court of Iran reportedly annulled the verdict in the face of Canadian government protests. Following the reversal, Malekpour was set to remain in jail while a judicial review into his case was held.

Despite its earlier decision, the Supreme Court announced its verdict was inconclusive and remanded the case to the court that originally sentenced Malekpour. The death sentence was upheld, and in January 2012, the Supreme Court rejected an appeal from Malekpour's lawyers. The Canadian government condemned the decision and called for Malekpour's immediate release.

Amnesty International also called for his release, describing the case as part of a general "crackdown on freedom of expression ahead of the Iranian parliamentary elections in March".

Above this post you can find a constantly updating Storify with which you can follow the evolutions of this case. The official hashtag to use on Twitter to spread the news is #FreeSaeed. Maryam is a human rights activist who is currently in charge of Saeed's case:

Maria Petrescu

mercoledì 15 febbraio 2012

Prossimamente: Massimo Mantellini @mante



Il nostro prossimo intervistato è Massimo Mantellini, che da molti anni costituisce un punto di riferimento per quel che riguarda i temi inerenti la tecnologia e Internet, sia sul web che sulla carta stampata.

Massimo Mantellini da oltre un decennio scrive di internet e di tecnologia sul web e sulla carta stampata, trattando in particolare i temi del diritto all'accesso, della tutela della privacy e della politica delle reti.

Editorialista di Punto Informatico fin dalla sua nascita, nel 1996, collabora anche con l'Espresso. Dal 2001 cura un blog personale, Manteblog, uno dei blog tecnologici più seguiti in Italia. Dal 2010 aggiorna anche un blog tecnologico per ilpost.it, testata web diretta da Luca Sofri.

Per Telecom Italia cura Eraclito, luogo di incontro sul web fra i temi aziendali e la rete Internet italiana, definito un esperimento comunicativo con l'obiettivo di rappresentare il “tutto scorre” dei temi che circondano Telecom Italia e la rete partendo dalle conversazioni raccolte in rete e dalle informazioni riportate dall’azienda stessa o comparse sui media.

Massimo ha mantenuto per anni rubriche di commento su mensili come Internet Magazine e Internet News ed ha scritto per molto tempo per Nòva24, inserto tecnologico de Il Sole 24 Ore. Inoltre quest'anno sarà ospite e speaker dell'International Journalism Festival di Perugia.

Noto per la profondità e precisione con cui coglie e descrive i rapidi cambiamenti nella rete e nei suoi utilizzi, recentemente ha scritto un interessante articolo per Punto Informatico a proposito di Twitter, di cui riportiamo qui un frammento:

"Il successo di Twitter, a differenza di quanto è accaduto a Facebook, sembra passare attraverso una logica broadcast con una spruzzata di improbabile interazione: la piattaforma acquista valore ed attenzione non tanto - come credevano i suoi fondatori all'inizio - nella costruzione di una ragnatela di rapporti interpersonali mediati da una sorta di sistema SMS allargato, ma attraverso la discesa in campo di una serie di emettitori forti, capaci di attirare l'attenzione del grande pubblico. Attorno ad essi cresce una vasta nuvola popolare di rimandi e brevi commenti, hashtag e replay di semplice esecuzione ma di modesto valore comunicativo visto che il sistema stesso mal si presta ad una conversazione organica e tracciabile. Pensato come piattaforma sociale per piccoli gruppi, Twitter - come spesso capita alle creature esposte agli utilizzi prevalenti degli utenti - è diventato un feed prevalentemente informativo ampio e velocissimo ma con ridotte attitudini relazionali."

Avremo modo di parlare di Internet, delle nuove tecnologie e come queste impattano sulla società, sulle aziende, ma anche sui singoli utenti.


Naturalmente se volete proporre una domanda da fargli, compilate semplicemente il form qui sotto.

Maria Petrescu

Photo credit: Aurora Ghini





Coming up soon: Massimo Mantellini

Our next interviewee is Massimo Mantellini, who has been a reference point for years for the topics regarding technology and Internet, both on the web and on printed magazines.

Massimo Mantellini has been writing about Internet and technology for more than a decade both on the web and on magazines, talking in particular about the topics of the right to access, privacy and web politics.

He has been writing for Punto Informatico since it opened, in 1996, and he also collaborates with l'Espresso. In 2001 he started his personal blog, Manteblog, which is one of the most read technology blogs in Italy. In 2010 he starts a technology blog for ilpost.it, a web newspaper directed by Luca Sofri.

For Telecom Italia he curates Eraclito, a web based meeting point for company topics and the Italian Internet web, defined as a communication experiment which has the goal to represent the "panta rei" of the themes about Telecom Italia and the web, starting from the conversations online and from information that was provided by the company itself or appeared on various media.

Massimo has kept for years editorials for monthly issues such as Internet Magazine and Internet News, and has written for a long time for Nòva24, Il Sole 24 Ore's technology insert. He will also be a guest and speaker at the International Journalism Festival this year.

Well known for the depth and accuracy with which he describes the fast changes of the web and its uses, he has recently published and interesting post for Punto Informatico about Twitter, of which we publish here a fragment:

"Twitter's success, unlike what happened to Facebook, seems to pass through a broadcast logic with a hint of improbable interaction: the platform gains value and attention not when - as its founders thought in the beginning - there's the construction of a web of personal relationships mediated by a sort of enlarged SMS system, but through the introduction of a series of strong emittents, capable of capturing the public's attention. Around them a vast popular cloud of references and short comments, hashtags and replays that are easy to do but of scarce communicative value since the system itself isn't quite fit for an organic and traceable conversation. Designed as a social platform for small groups, Twitter - as often happens to creatures exposed to the users' prevalent uses - has become a dominantly informative feed, very wide and very fast, but with scarce relational attitudes."

We'll have the chance to talk about Internet, new technologies and how these impact society, businesses, but also single users in a broad scenario.

Of course, if you want to propose a question, simply fill in the form above!

Maria Petrescu

martedì 25 ottobre 2011

10minuticon Massimo Melica @massimomelica



Durante questa intervista con Massimo Melica, avvocato ed esperto di diritto applicato alle nuove tecnologie, abbiamo affrontato il tema della legislazione applicata alla rete, e soprattutto dei tentativi di censura più volte tentati sia in Italia che all'estero.


Questa settimana si inaugura una nuova rubrica di Intervistato.com: 10minuticon, video interviste da 10 minuti con personalità che si sono distinte in Rete.

Qualche giorno fa abbiamo avuto il piacere di intervistare Massimo Melica, esperto di diritto applicato alle nuove tecnologie.
Massimo inizia a occuparsi di questa materia agli inizi degli anni '90, quando la stessa ancora non esisteva, scrivendo dell'uso di carte di credito e bancomat.

Tutte le tematiche sociali che portano le persone al dialogo e alla discussione diventano oggetto di interesse del diritto, che dunque ne regola le diatribe.
Internet è visto dunque come la sfida culturale più importante dell'uomo: secondo Massimo bisogna imparare a disciplinare il dialogo attraverso uno strumento che abbatte le barriere territoriali, le barriere spazio-tempo e soprattutto immagazzina ciò che noi affermiamo: è quindi necessario adottare un uso sempre più responsabile e consapevole della Rete, più etico di quello che era possibile usare anni fa. [video]

Per quel che riguarda la legislazione in materia di nuove tecnologie, Massimo sostiene che una parte della normativa esistente può essere applicata, ma è chiaramente auspicabile che il diritto si fondi su dei paradigmi nuovi, che possano favorire effettivamente l'uso delle nuove tecnologie. [video]

Abbiamo chiesto a Massimo come è nato Open Politics, che raccoglie tutte le buone iniziative legate alla politica che nascono in Rete, con le loro caratteristiche di trasparenza, risparmio, contestazione verso la casta. L'idea è di costituirne l'anima progettuale, in grado di staccarsi dalla Rete e di parlare all'intera popolazione che è formata sia da persone che usano regolarmente le nuove tecnologie, sia da coloro che ancora non si sono avvicinati a questo mondo. [video]

Una democrazia informata che passa necessariamente, dunque, per l'istruzione e l'elevazione del livello culturale di chi è chiamato ad esprimere la propria preferenza. [video]

Per quel che riguarda le strutture organizzative dei partiti, uno degli aspetti più salienti è il fatto che queste sono nate in un  periodo storico nel quale non c'era Internet, né la possibilità di un dialogo diretto con gli elettori.
L'ipotesi di portare quindi persone nuove nei partiti sembra quindi poco efficace senza una reale innovazione anche per quel che riguarda le strutture, in modo da staccarsi dal modo tradizionale di gestire il potere del partito e sfruttare la base per costruire un sistema politico trasparente e in grado di risolvere realmente i problemi. [video]

La politica oggi non dialoga con la Rete, e secondo Massimo bisogna fare molta attenzione a non confondere il marketing politico con la politica vera e propria.
L'obiettivo quindi è di far sì che il sistema diventi meritocratico, che la politica venga fatta in assoluta trasparenza e che dialogando in Rete le persone trovino nuove soluzioni nell'arte di governare. [video]

Abbiamo chiesto l'opinione esperta di Massimo per quel che riguarda il DDL intercettazioni: a suo avviso è necessario tutelare la privacy dei soggetti terzi e far sì che le intercettazioni non penalmente rilevanti non vengano diffuse pubblicamente.
Per quanto riguarda il comma 29, invece, si tratta di un testo molto generico a livello giuridico: si fa menzione di "siti", ma senza specificare se si tratta di blog, testate giornalistiche registrate oppure pagine Facebook, rendendo evidente il fatto che il legislatore non conosce la materia che tenta di regolare. [video]

Abbiamo concluso chiedendo quali sono i passi da intraprendere per arrivare a un concetto reale di open politics: secondo Massimo è necessario affidarsi all'ascolto, al dialogo e alla mediazione, e pensare delle politiche nuove che siano orientate al bene comune.
A suo avviso unirsi per trovare le soluzioni ai problemi più stringenti è possibile e bisogna farlo non solo per vivere in maniera dignitosa, ma anche per garantire un futuro alle prossime generazioni. [video]

Invito quindi tutti a guardare l'intervista con Massimo, molto più ricca di riflessioni e dettagli a questa mia breve sintesi.

Buona visione!

Maria Petrescu


10minuticon Massimo Melica

This week we present a new section of Intervistato.com: 10minuteswith, video interviews 10 minutes long with personalities that have distinguished themselves online.

A few days ago we had the pleasure of interviewing Massimo Melica, expert of law applied to the new technologies.
Massimo started dealing with this matter in the early 90s, when it actually didn't exist yet, writing about the use of credit cards and cash mashines.

All the social thematics that bring the people to dialogue and discussion become object of interest for the law, that regulates its pathologies.
The Internet is seen as man's most important cultural challenge: in Massimo's opinion it is necessary to learn to discipline the dialogue through a tool that erases territorial barriers, space-time barriers and most importantly stores everything we say: it is necessary to adopt a more and more responsible and aware use of the Web, more ethical than what it was possible to use years ago. [video]

As for the legislation of new technologies, Massimo says that a part of the existing code can be applied, but it is clearly desirable that we find new paradigms that can effectively favor the use of new technologies. [video]

We asked Massimo how Open Politics was born, the project that puts all the online born politics related initiatives together, with their characteristics of transparency, saving, dispute against the caste. The idea is to be their projectual core, able to take a step back from the Web and to talk to the entire population, which is made both of people who regularly use new technologies, and the people who haven't yet approached this world. [video]

An informed democracy that necessarily starts with proper education and the elevation of the cultural level of the people who are called to express their preference through their vote. [video]

As for the organizational structures of parties, one of the most important aspects is the fact that they were born in a period when there was no Internet, nor the possibility of a direct dialogue with the voters.
The idea of bringing new people in parties seems to be uneffective without real innovation of the structures, getting away from the traditional way of managing the power inside the party and starting to exploit the base to build a transparent political system capable of actually solving problems. [video]

Politics today doesn't talk with the Web, and in Massimo's opinion it is necessary to be very careful not to confuse political marketing with actual politics.
The goal is to make the system meritocratic, to achieve perfectly transparent politics and allowing people who dialogue online to find new solutions in the art of ruling. [video]

We asked Massimo's expert opinion about the DDL wiretappings: in his opinion it is necessary to protect the privacy of third parts and avoid publishing wiretappings that are not relevant to the goals of the trial.
As for Comma 29, the text is very generic at a legal level: it mentions "websites" without specifying whether they mean blogs, registered newspapers or Facebook pages, revealing that the legislator doesn't really know the topics on the table. [video]


We finished asking what are the necessary steps to make open politics possible: in Massimo's opinion we should rely on listening, dialogue and mediation, and think of new politics that are oriented to the common good.
Uniting people with the goal of finding solutions to the greatest problems is possible and we should do it not only to live in a dignified manner, but also for the well being of future generations. [video]

I invite everyone to watch the interview with Massimo, much richer in details and insights than my brief synthesis.

Enjoy!

Maria Petrescu

▼ Leggi i migliori della settimana

2