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martedì 9 aprile 2013
Una nuova originalità
Nella mia famiglia c'è' un piccolo problema, che permane da tanto tempo. Non riusciamo mai a trovare le password della linea ADSL quando ci servono e abbiamo urgenza. Il cd viaggia sempre da una stanza all'altra in funzione dei vari PC che abbiamo.
C'è' il PC fisso in ufficio, la tavoletta praticamente dappertutto, il PC portatile, l'altro PC portatile, l'altro PC fisso.
Un giorno, mio marito molto nervoso per questo inconveniente ha ideato un metodo per risolvere “definitivamente” il problema: fare tante copie delle credenziali e seminarli per tutta la casa. Non so quanto questo sia pratico, visto che siamo disordinati ma sicuramente è un metodo originale.
Mi sono fatta la domanda, che cos'è' che ci rende originali in quello che facciamo e diciamo? Il termine "originalità" è spesso usato come un complimento alla creatività degli artisti, scrittori, ecc.
Mi ricordo che anni fa, nei tempi dell'università, quando dovevamo trascrivere ricerche, testi etc, l'unico modo era di re- editare tutto il testo e nel processo creativo si modificava il più delle volte lo stesso aggiungendo una nostra visione personale. Alle volte diventava più facile ed immediato iniziare un progetto ex novo piuttosto che modificarne uno esistente. Questo portava a sviluppare la propria creatività ed a portare un contributo personale in ogni cosa, un progetto unico.
L'evoluzione software ha introdotto una nuova funzione fin dagli anni '80, taglia e incolla detta anche “cut & paste”. Col tempo, grazie al taglia e incolla l'originalità nello sviluppare nuovi progetti si è affievolita. Adesso i ragazzi a scuola con un po' di polso (per muovere il mouse) e una connessione ad internet stampano tesine ad hoc ricche di argomenti, ma dense di cosa? Esiste ancora un pensiero basato sulla ricerca e sulla conoscenza?
Come già si è visto tante volte, anche i grandi scrittori, uomini politici, giornalisti, professori sono stati accusati di mancanza di originalità, di aver aderito al nuovo culto del“cut & paste”.
Ma cosa ci vuole veramente per essere originali in quello che facciamo? Per iniziare dovremmo affidarci alle forze che abbiamo dentro di noi, ai nostri sogni, alle fantasie e al gioco per creare un interpretazione individuale di quello che vogliamo creare. Ognuno ha dentro di se la forza di creare, quindi bisogna seguire il proprio istinto, accettare di rischiare esprimendo le proprie idee piuttosto che guardare quello che fanno gli altri, copiando schemi preimpostati ed avere paura dei giudizi altrui.
L'originalità vuol dire in primo luogo essere se stessi, essere originali con la propria vita.
Certamente è difficile essere originali, si tende a prendere sempre come punto di riferimento una cosa già esistente, già creata da qualcuno altro. Diventiamo creativi anche cambiando quello che non ci soddisfa e l'originalità sta nel trovare le “imperfezioni” in un certo stile e nel desiderio di migliorarlo, di portare il proprio contributo. Come fecce Gaudi quando portò una revisione allo stile gotico, nella costruzione del palazzo Guell. Lui pensò che era certo uno stile ma uno stile incompleto: “l'arte gotica è imperfetta [...] è lo stile del compasso, della formula, della ripetizione a catena.”
L'originalità parte dall' indipendenza del nostro pensiero e ha come basi lo studio e la forza di esprimersi ed di sperimentare nuove idee, anche se mai messe in pratica, la forza di provare come se tutto fosse possibile.
Essere originale significa anche liberarsi dal giogo delle produzioni ispirate al passato, significa lasciare alle spalle le abitudini e di cercare di dare una propria interpretazione a quello che si vuole creare. Dall'altra parte invece, si dovrebbe trovare un interlocutore aperto alle sperimentazioni, pronto ad accogliere il nuovo, il diverso perché l'originalità ha bisogno di collaborazione e di esprimersi in totale libertà. Libertà del proprio pensiero e libertà insieme agli altri.
Portiamo dentro di noi un istinto di tradizionalismo e conservazione, che crea un' avversità rispetto alla novità, alla diversità. Una persona originale uscirà sempre fuori dai schemi e quindi potrebbe capitare di essere esclusa dalla società, se la società è solo un cumulo di persone guidate da un pensiero rigido e piatto. La forza delle masse offre la possibilità di sviluppare l'umanità ma anche di annichilirla. Quindi il nemico dell'originalità sta nella standardizzazione delle idee, nella perdita del pensiero creativo a favore del pensiero ripetitivo del “cut & paste”.
Si corre il pericolo di avere generazioni che mancano di originalità, che si trasformano e si creano come masse capaci solo di reagire e gridare e non di esprimere e pensare.
La forza dell'originalità sta nella profondità del contenuto che esprime e non sempre portare qualcosa di nuovo vuol dire essere originali, come non tutto quello che è originale deve essere per forza ricco di sostanza per durare nel tempo.
Certamente abbiamo bisogno di generazioni fatte di personalità distinte fra loro, più originali, capaci di fare domande, di cambiare e soprattutto di creare.
Daniela Butcu | @danib1977
A new originality
“I've always hated this country and today even more because it doesn't have respect for its children. But I'm not leaving out of hate, I'm leaving because I hope that one day my son will understand that we'll be living better. I think this is the most difficult moment of my life."
I've had the lyrics of this song in mind for the entire weekend. They just came to me as I walked among the city crowd; just like the famous "singer without an audience" of the Iene who entered by surprise in various manifestations to steal the scene to the protagonists, I had the feeling I was assaulted from several sides by many minstrels trying to attract an audience with their verse.
I would have liked to dance away on a swing rhythm and go home. At every corner there's someone asking for something. Kids and young people who stop you in a friendly manner to ask for a signature against drugs, middle age ladies with bags full of oranges to get funds for the research against cancer (which by the way is a great initiative), retired old men holding signs reading "Are we crazy?" who want you by their side against the implementation of the incinerator, the foreign kids who want to sell you lighters and paper napkins.
Even they have evolved. They have a new marketing technique, they don't say the price they want, but leave the choice to you (maybe because they figured out that the price they get is always overestimated compared to the real value of the object they're offering). And the list goes on and on. There's really anything on the streets of a city, everyone uses their own method, one smarter than the other. If you happen to walk in the same spot two or three times, they stop you every single time, so you have to get filled with paper or apologize and explain you've already been informed.
In this metropolitan jungle, assaulted by people and information, we feel "attacked" and we close ourselves to others, we can't see details anymore, we can't distinguish those who really need our help anymore. We become immune to sounds, to people who touch us, who stop us, who look at us only because the whole situation causes a reaction of self defense. And we give in to mechanical daily gestures that lead us to get away from the environment and our peers, and implicitly from the world.
At least, that's what happened to me. I realized that every time I went out it was very hard not to disconnect from the others and enter some sort of trance that lasted until the end of the street, where I could walk in some place and have a moment of peace.
Daniela Butcu | @danib197
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lunedì 3 dicembre 2012
#Startup italiane, è ora di prendere l’aereo!
Caro Intervistato,
lo so è passato qualche tempo, ma questa lettera è nata nell’istante in cui ho messo un piede sulla scaletta del mio volo verso Boston.
Come coccolato speaker dell’evento “Wake Up Italia”, organizzato dal gruppo NOVA di Boston a metà Novembre, ho avuto l’opportunità unica di visitare l’epicentro della forza economica e innovatrice del mondo occidentale (Harvard e MIT), conoscere studenti e startupper italiani (ma non solo) che hanno deciso di studiare e/o stabilirsi nella East Coast, ed elaborare una punto di vista decisamente diverso dal piovoso panorama Milanese (e qui se ti piace trova pure la metafora che preferisci).
Partiamo da lontano: Cambridge, l’area universitaria che si affaccia sulla riva opposta del Charles River di Boston, può essere tranquillamente considerata La Mecca delle università, un luogo che a differenza dei nostri atenei tratta gli studenti come preziosissimi investimenti da far crescere - e non come costi da ridurre.
Qui gli studenti vengono da molti Paesi del mondo, vivono Cambridge come una tappa di passaggio, perché poi tornano a casa e mettono in pratica quanto imparato.
Dalle strutture sportive ai dormitori, dai luoghi di studio agli incubatori, tutto nasce col chiarissimo obiettivo di forgiare leader di livello internazionale. Nel caso di Harvard parliamo di finanza e soprattutto politica, voci che qui non ci si preoccupa di trattare come strettamente correlate; mentre al MIT, che si presenta con un track record di 77 Premi Nobel, è davvero evidente quanto il processo d’innovazione sia circolare e costante, dalle semplici rastrelliere per il bike sharing alle sofisticate infrastrutture di trasmissione digitale oggi utilizzate per il MIT OpenCourseware.
I benefici sono due: da un lato vengono calamitati gli studenti più ambiziosi, i quali trattano il MIT (o Harvard) come “prima scelta”, dall’altro è pressoché impossibile che una mente di talento rimanga inespressa, anzi viene costantemente spinta e trascinata dalla forza dei popolosi gruppi di studio e
approfondimento, persone geniali che spostano in alto l’asticella dei temi trattati. Scordatevi Jersey Shore o MTV e stupitevi dell’assenza (o quasi) di McDonalds!
Caro Intervistato, il biglietto che andrebbe preso è lo stesso di molti studenti qui, ovvero andata e ritorno: nessuno di noi, nella “piccola Italia”, ha nulla da invidiare ai cervelloni che affollano vialetti e corridoi del MIT o di Harvard. Anzi un’esasperata ricerca della specializzazione porta via quella vision nei confronti della realtà e del mercato, quella curiosità a tutto tondo che trasforma
un eccezionale studente in un imprenditore alla Zuckerberg (o Amar Bose se preferisci). Certo parlare di vision in un luogo che contiene la più alta concentrazione di Premi Nobel al mondo, e che poco più in là in termini di leadership offre 7 presidenti degli Stati Uniti, appare anche a me assurdo. Ma una volta messa la sciarpa (fa freddino), cominciato a stringere mani e avviato un po’ di sano networking, è chiaro come non siamo noi italiani ad aver bisogno del loro modello socio-economico, ma loro della nostra mentalità curiosa, aperta e a tratti romantica, che non riconduce tutto a soldi o competitività.
Caro Intervistato, è arrivata l’ora di mollare spaghetti e mandolino per cominciare a parlare inglese, pubblicare i listini in dollari e attaccare frontalmente un mercato che non vede l’ora di comprare un
prodotto “visionario” e soprattutto Made in Italy. Il prodotto americano è bello senz’anima, l’unica eccezione che ti senti citare ha una mela morsicata di colore bianco e il suo fondatore non ha mai studiato da quelle parti.
È ora di ridimensionare gli obiettivi nel provinciale mercato italiano, per vari motivi:
- Perché da noi, per quanto capillare e “ben compreso”, il mercato vale una frazione di quello statunitense (e tutto l’indotto culturale ad esso collegato).
- Perché in Italia e in Europa la crisi non offre prospettive paragonabili - senza contare che un piccolo successo negli USA garantisce autorevolezza anche nel Vecchio Continente e perfino in Italia!
- Perché la concorrenza (specialmente nel settore IT) è culturalmente di stampo americano, e imparare a batterla significa trovare la strada per la leadership sul mercato internazionale.
- Perché il “nuovo consumatore” invece è in Europa, e saper perseguire obiettivi di business sostenibile (qualcosa che in America sembra ancora dietro l’angolo) non può che essere vincente già nel medio periodo.
- Perché in Italia sappiamo fare le cose con stile. E anche se stilisticamente facciamo una schifezza, possiamo sempre dire che è “Made in Italy” e gli conferisce un’anima!
Caro Intervistato, per le startup è giunto il momento di prendere l’aereo e guardare l’America da vicino. Perché nulla in questo momento mi toglie dalla testa che se da noi c’è una crisi finanziaria, da loro ce n’è una delle idee.
Stefano Pepe | @jimmy3dita
Italian startups, it's time to take the plane!
Dear Intervistato,
I know it's been a while, but this letter was born the instant I stepped on the stairs of my flight to Boston. As a speaker of the "Wake up Italia" event, organized by the NOVA group in Boston in November, I had the unique opportunity of visiting the epicenter of the economical and innovative force of the western world (Harvard and MIT), knowing Italian students and startuppers who decided to study and/or settle on the East Coast, and elaborate a point of view that is definitely different from the rainy Milan landscape.
We'll start from far away: Cambridge, the university area on the opposite side of the Charles River of boston, can be considered the Mecca of universities, a place that unlike our universities treats students like precious investments to grow, not costs to cut.
Here students come from many countries of the world, live Cambridge as a pitstop, because then they go back home and put in practice what they learnt. From the sports structures to dorms, from studying places to incubators, everything is born with the clear intent of forging international level leaders. In the case of Harvard we speak about finance and politics, two things that here aren't treated as necessarily correlated. While at the MIT, which has a record of 77 Nobel prizes, it is truly evident how much the innovation process is circular and constant, from simple bike sharing racks to complicated digital transmission infrastructures used today for the MIT OpenCourseware.
The benefits are double: on the one side the most ambitious students are attracted, people who treat the MIT or Harvard as the first choice, on the other it is impossible for a talented mind to remain unexpressed, it is actually constantly pushed and promoted by the force of big study groups, brilliant people that truly set the bar for the topics that are treated. Forget about Jersey Shore or MTV and wonder upon the absence (or almost) of McDonald's!
Dear Intervistato, the ticket that should be bought is the same of many students here, there and back again: none of us in the small Italy has anything to envy to the brains that walk the corridors of the MIT or Harvard. On the contrary, an exasperated research of specialization takes away that vision towards reality and market, that curiosity that transforms an exceptional student in an entrepreneur Zuckerberg style (or Amar Bose if you prefer). Of course, talking about vision in a place that detains the highest concentration of Nobel prizes in the world, and that offered 7 United States presidents, looks absurd to me as well. But once you put on your scarf (it's kind of cold), started shaking hands and started a bit of networking, it is clear that it's not us Italians who need their socio-economical model, it's them who need or curious mentality, open and sometimes romantic, that doesn't bring everything down to money or competitivity.
Dear Intervistato, it's time to leave spaghetti to start speaking English, publish prices in dollars and attack frontally a market that can' wait to buy a visionary, made in Italy product. The American product is beautiful without a soul, the only exception is a bitten apple, and its founder never studied there.
It's time to redimension the goals of the provincial Italian market, for various reasons:
Because here, even though capillar and well diffused, the market is worth a fraction of the American one (with all the collateral culture connected to it)
Because in Italy and Europe the crisis doesn't offer comparable perspectives - without counting that a small success in the USA guarantees authority in the Old Continent and even in Italy!
Because competition (especially in the IT field) is culturally American, and beating it means finding the way to leadership on the international market
Because the "new consumer" is in Europe, and knowing how to pursue sustainable business goals (something that in America seems to be around the corner) is already a success in the mid-term.
Because in Italy we know how to do things in style. And even if it's rubbish, we can always say it's made in Italy, and give it a soul!
Dear Intervistato, for startups it's time to take the plane and visit America. Because nothing at the moment can make me forget that we have a financial crisis, but they have a crisis of ideas.
Stefano Pepe | @jimmy3dita
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