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mercoledì 5 dicembre 2012

Il falso mito dell'italiano sfaticato e del tedesco super efficiente



Produttività, produttività, produttività! E' questa la parola d'ordine del governo, di Confindustria, degli editoriali dei giornali: “La produttività del lavoro in Italia è molto più bassa di quella tedesca, ecco perché siamo in crisi”. 

Raramente si spiega però cosa voglia dire e la terminologia tecnica (“produttività del lavoro”) lascia intendere che il problema siano i lavoratori. Magari, come dice la Fornero, perché da noi c'è il sole, si mangia bene, la gente si rilassa. Oppure, come sostiene il sottosegretario Polillo, perché facciamo troppe vacanze.

Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla. Una misura largamente utilizzata è la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora. Collegato alla produttività abbiamo il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in salari, contributi e altre spese relative al personale, produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.

A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:



e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.

Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro (somma di salari, contributi e altre spese relative ai lavoratori) nei paesi dell'OCSE.



Insomma, non lavoriamo poco e non percepiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?

Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.

Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo di non produrre automobili, cioè prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.

Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.



Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettanto decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti, e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui costi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:



Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.

Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.

Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.

Guido Iodice | @guiodic


The false myth of the Italian inefficiency and German perfection


Productivity, produttività, produttività! This is the mantra of the government of Confindustria, of the newspapers: "Productivity of work in Italy is lower than in Germany, that's why we're in crisis."

Rarely do they explain what the technical terminology ("work productivity") truly means, and leaves to understand that the problem are the workers themselves. Because maybe, as Fornero says, we have sun and good food, and people relax. Or, as Polillo says, because we have too many vacations.

Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla, ma i due fondamentali sono la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora, e il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in termini di salari, contributi e altre spese produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.

A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:

e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.

Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro nei paesi dell'OCSE.

Insomma, non lavoriamo poco e non prendiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?

Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.

Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è anche in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo anche di non produrre automobili, cioè che prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.

Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.

Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettante decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui prezzi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:

Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.

Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.

Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.

venerdì 29 giugno 2012

Nel segno di Mario



Questa mattina ero al bar mentre aspettavo la corriera che da Modena mi avrebbe riportato verso la Bassa. C'era una certa quiete dopo il trambusto della notte, passata tra bagordi e clacsonate al ritmo dell'ossessivo riff che fu di quel "Seven Nation Army", hit dei White Stripes di qualche anno fa (per chi non ricordasse).

Mentre entravo la mia mente si era già predisposta alla chiacchiera da bar, quella classica che ci si può aspettare dopo una cavalcata come quella azzurra che nel giro di una manciata di giorni ha fatto fuori i maestri del calcio Inglesi e i tedeschi, vecchi compagni di sfide epiche sempre finite (grazie a dio) con la vittoria Italiana.

I vecchietti, già pimpanti di prima mattina, discutevano animatamente attorno ai tavolini, qualche canchero tirato qui, un bianchino ordinato là e a far da tappeto il ronzio del condizionatore scalcagnato e l'audio di una TV troppo bassa che rimandava in loop le immagini della partita Italia-Germania (a dire il vero tutte le partite tra Italia-Germania).

Mario qui, Mario là, Mario grande, Mario eroe, ma hai visto cosa ha fatto? E alla sua età, davvero bravo.
Erano esaltati, vedevi i loro volti brillare di una gioia quasi infantile.
Quando ho deciso di inserirmi nella conversazione uno di loro ha urlato al barista: hey, vogliamo cambiare canale? Basta col calcio. Metti sulla borsa.
Il barista (cinese) intimidito e interdetto dalla sculacciata verbale (forse pensava di aver fatto cosa gradita sintonizzando il televisore sull'elogio calcistico azzurro) ha cambiato.

Sullo schermo si vedevano le borse salire mentre giungevano le notizie di uno spread che si abbassava. Qualche secondo di silenzio e poi eccoli riprendere con ancora più veemenza. Sole24ore alla mano, occhio agli indici. Poi un urlo: Forza Mario!!
Allora ho chiesto. Scusate, ma di che Mario parlate? Monti, mi hanno risposto loro. Pensavo a Balotelli ho ribattuto. Ma quello mica ha potere sui soldi delle pensioni che abbiamo investito hanno risposto.

Eccolo, questa mattina il loro eroe. Mario, il tecnico. Mario il loro coetaneo. Mario che stanotte ha combattuto un'altra sfida contro la Germania e mezza Europa. Vincendo. Questa mattina i vecchietti al bar tifavano Mario Monti, non Balotelli. Anche questa è l'Italia.

Matteo Castellani Tarabini

Photo credit: Wired.it


In the sign of Mario

This morning I was at a bar while waiting for the bus that from Modena would bring me back to the countryside. There was a certain silence after the celebrations of the night, spent drinking and blowing the horn on the rhythm of "Seven Nation Army", hit of the White Stripes a few years ago (for those who don't remember).

While I was walking in, my mind was already prepared to the bar chat, the classical chat you can expect after a ride as the blue one that in a few days has eliminated the soccer masters, the English and the Germans, old fellows of epical challenges always ended (fortunately) with the Italian victory.

The old men, fresh in the morning, were discussing animately around tables, a few complaints here, a glass of white wine there and in the background the buzzing of the old air conditioner and the faint audio of the TV airing the same images of the Italy - Germany match (honestly, all the Italy - Germany matches).

Mario here, Mario there, Mario great, Mario the hero, did you see what he's done? At his age, really good.

They were ecstatic, you could see their faces glow of an almost childish joy.

When I decided to join in the conversation, one of them shouted to the barman: "Hey, could we change channel? Enough soccer. Let's see the financial markets".

The barman (Chinese), intimidated and surprised by the verbal aggression (maybe he thought it would be a good move to keep the TV on the celebration of the Italian success) changed channel.

On the monitor you could see the stocks rise while news of the lowering spread arrived. A few seconds of silence and then they started again with more energy. Sole24Ore in their hands, eyes on the numbers. Then a shout: Go Mario!!

Then I asked. Excuse me, what Mario are you talking about? Monti, they answered. I thought Balotelli, I answered. But that one doesn't have any power on our retirements, they replied.

There he is, their hero this morning. Mario the technician. Mario, same age as them. The Mario who tonight has fought another challenge against Germany and the whole of Europe. Winning. This morning the old men at the bar were cheering Mario Monti, not Balotelli. This is Italy as well.

Matteo Castellani Tarabini

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