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martedì 9 aprile 2013

Una nuova originalità



Nella mia famiglia c'è' un piccolo problema, che permane da tanto tempo. Non riusciamo mai a trovare le password della linea ADSL quando ci servono e abbiamo urgenza. Il cd viaggia sempre da una stanza all'altra in funzione dei vari PC che abbiamo. 

C'è' il PC fisso in ufficio, la tavoletta praticamente dappertutto, il PC portatile, l'altro PC portatile, l'altro PC fisso.

Un giorno, mio marito molto nervoso per questo inconveniente ha ideato un metodo per risolvere “definitivamente” il problema: fare tante copie delle credenziali e seminarli per tutta la casa. Non so quanto questo sia pratico, visto che siamo disordinati ma sicuramente è un metodo originale.

Mi sono fatta la domanda, che cos'è' che ci rende originali in quello che facciamo e diciamo? Il termine "originalità" è spesso usato come un complimento alla creatività degli artisti, scrittori, ecc.

Mi ricordo che anni fa, nei tempi dell'università, quando dovevamo trascrivere ricerche, testi etc, l'unico modo era di re- editare tutto il testo e nel processo creativo si modificava il più delle volte lo stesso aggiungendo una nostra visione personale. Alle volte diventava più facile ed immediato iniziare un progetto ex novo piuttosto che modificarne uno esistente. Questo portava a sviluppare la propria creatività ed a portare un contributo personale in ogni cosa, un progetto unico.

L'evoluzione software ha introdotto una nuova funzione fin dagli anni '80, taglia e incolla detta anche “cut & paste”. Col tempo, grazie al taglia e incolla l'originalità nello sviluppare nuovi progetti si è affievolita. Adesso i ragazzi a scuola con un po' di polso (per muovere il mouse) e una connessione ad internet stampano tesine ad hoc ricche di argomenti, ma dense di cosa? Esiste ancora un pensiero basato sulla ricerca e sulla conoscenza?

Come già si è visto tante volte, anche i grandi scrittori, uomini politici, giornalisti, professori sono stati accusati di mancanza di originalità, di aver aderito al nuovo culto del“cut & paste”.

Ma cosa ci vuole veramente per essere originali in quello che facciamo? Per iniziare dovremmo affidarci alle forze che abbiamo dentro di noi, ai nostri sogni, alle fantasie e al gioco per creare un interpretazione individuale di quello che vogliamo creare. Ognuno ha dentro di se la forza di creare, quindi bisogna seguire il proprio istinto, accettare di rischiare esprimendo le proprie idee piuttosto che guardare quello che fanno gli altri, copiando schemi preimpostati ed avere paura dei giudizi altrui.

L'originalità vuol dire in primo luogo essere se stessi, essere originali con la propria vita.

Certamente è difficile essere originali, si tende a prendere sempre come punto di riferimento una cosa già esistente, già creata da qualcuno altro. Diventiamo creativi anche cambiando quello che non ci soddisfa e l'originalità sta nel trovare le “imperfezioni” in un certo stile e nel desiderio di migliorarlo, di portare il proprio contributo. Come fecce Gaudi  quando portò una revisione allo stile gotico, nella costruzione del palazzo Guell. Lui pensò che era certo uno stile ma uno stile incompleto: “l'arte gotica è imperfetta [...] è lo stile del compasso, della formula, della ripetizione a catena.”

L'originalità parte dall' indipendenza del nostro pensiero e ha come basi lo studio e la forza di esprimersi ed di sperimentare nuove idee, anche se mai messe in pratica, la forza di provare come se tutto fosse possibile.

Essere originale significa anche liberarsi dal giogo delle produzioni ispirate al passato, significa lasciare alle spalle le abitudini e di cercare di dare una propria interpretazione a quello che si vuole creare. Dall'altra parte invece, si dovrebbe trovare un interlocutore aperto alle sperimentazioni, pronto ad accogliere il nuovo, il diverso perché l'originalità ha bisogno di collaborazione e di esprimersi in totale libertà. Libertà del proprio pensiero e libertà insieme agli altri. 

Portiamo dentro di noi un istinto di tradizionalismo e conservazione, che crea un' avversità rispetto alla novità, alla diversità. Una persona originale uscirà sempre fuori dai schemi e quindi potrebbe capitare di essere esclusa dalla società, se la società è solo un cumulo di persone guidate da un pensiero rigido e piatto. La forza delle masse offre la possibilità di sviluppare l'umanità ma anche di annichilirla. Quindi il nemico dell'originalità sta nella standardizzazione delle idee,  nella perdita del pensiero creativo a favore del pensiero ripetitivo del  “cut & paste”.
Si corre il pericolo di avere generazioni che mancano di originalità, che si trasformano e si creano come masse capaci solo di reagire e gridare e non di esprimere e pensare. 

La forza dell'originalità sta nella profondità del contenuto che esprime e  non sempre portare qualcosa di nuovo vuol dire essere originali, come non tutto quello che è originale deve essere per forza ricco di sostanza per durare nel tempo.

Certamente abbiamo bisogno di generazioni fatte di personalità distinte fra loro, più originali, capaci di fare domande, di cambiare e soprattutto di creare.

Daniela Butcu | @danib1977


A new originality

“I've always hated this country and today even more because it doesn't have respect for its children. But I'm not leaving out of hate, I'm leaving because I hope that one day my son will understand that we'll be living better. I think this is the most difficult moment of my life."

I've had the lyrics of this song in mind for the entire weekend. They just came to me as I walked among the city crowd; just like the famous "singer without an audience" of the Iene who entered by surprise in various manifestations to steal the scene to the protagonists, I had the feeling I was assaulted from several sides by many minstrels trying to attract an audience with their verse.

I would have liked to dance away on a swing rhythm and go home. At every corner there's someone asking for something. Kids and young people who stop you in a friendly manner to ask for a signature against drugs, middle age ladies with bags full of oranges to get funds for the research against cancer (which by the way is a great initiative), retired old men holding signs reading "Are we crazy?" who want you by their side against the implementation of the incinerator, the foreign kids who want to sell you lighters and paper napkins.

Even they have evolved. They have a new marketing technique, they don't say the price they want, but leave the choice to you (maybe because they figured out that the price they get is always overestimated compared to the real value of the object they're offering). And the list goes on and on. There's really anything on the streets of a city, everyone uses their own method, one smarter than the other. If you happen to walk in the same spot two or three times, they stop you every single time, so you have to get filled with paper or apologize and explain you've already been informed.

In this metropolitan jungle, assaulted by people and information, we feel "attacked" and we close ourselves to others, we can't see details anymore, we can't distinguish those who really need our help anymore. We become immune to sounds, to people who touch us, who stop us, who look at us only because the whole situation causes a reaction of self defense. And we give in to mechanical daily gestures that lead us to get away from the environment and our peers, and implicitly from the world.

At least, that's what happened to me. I realized that every time I went out it was very hard not to disconnect from the others and enter some sort of trance that lasted until the end of the street, where I could walk in some place and have a moment of peace.

Daniela Butcu | @danib197

domenica 3 marzo 2013

Sul coraggio e la libertà di cambiare



“Odio questo paese da una vita e oggi anche di più perché non ha rispetto dei propri figli. Ma non me ne vado per odio, me ne vado perché spero che un giorno il mio figlio capisca che staremo vivendo meglio. Credo che sia il momento più duro della mia vita. “

Queste sono le parole di una mia amica, che sogna da una vita di cambiare paese, sogna di trovare il posto giusto per lei e ora, finalmente ha preso la decisione di fare il grande passo. Non è mai troppo tardi per cambiare, se è quello che si desidera.

Cosa vuol dire il cambiamento, se non una trasformazione, una crescita ed un miglioramento di se stessi. Tutto intorno a noi cambia continuamente, la natura, il tempo, i costumi, tutto si evolve, si trasforma, cresce oppure muore. Il cambiamento è l'essenza della vita stessa. Allora perchè cambiare ci fa tanto paura, perché le persone a volte fanno di tutto per non cambiare?

Ci sono molteplici le situazioni nelle quali rifiutiamo il cambiamento e continuiamo ad aggrapparci alle cose, alle persone, alle situazioni, ai ricordi. Vediamo spesso donne che rimangono per anni in matrimoni infelici, “accettando” anche le violenze domestiche. Moltissime persone fanno lavori che non amano, solo per avere il “posto fisso”, vivendo ogni giorno con la consapevolezza che non sono al posto giusto e rubando magari il lavoro ad una persona veramente adatta a quella situazione. Rimangono incastrate in situazioni per le quali non sono portate perché pensano di non poter fare altro che quello che fanno e hanno paura di ricominciare a studiare, a imparare un mestiere nuovo, a fare qualcosa che veramente li piace.

Affrontare il cambiamento vuol dire avere il coraggio di scegliere la cosa giusta anche se la più difficile. Dovremmo scegliere di liberare la nostra forza e buttarci dallo scoglio, fare un salto nella vita. Il senso di tutte le cose sta nel calore della trasformazione, della strada che dobbiamo percorrere e nel desiderio della conoscenza. Come viviamo il cambiamento, questo dipende da noi.

Quindi il coraggio di cambiare è anche un atto di amore verso noi stessi, è il desiderio di inseguire i propri sogni. Perché in tutto ciò capita spesso che ci si scorda una cosa essenziale: se stessi ed i sogni che nascondiamo dentro di noi. Ci dimentichiamo lungo il nostro viaggio che l'emozione e l'animazione per qualcosa di vero, ci indica la strada da seguire passo per passo.

In questo momento di crisi che stiamo attraversando, più che mai abbiamo bisogno di tirare fuori le risorse che abbiamo dentro di noi e che magari abbiamo lasciato giacere nel profondo del nostro cuore. Certamente sarà difficile cambiare, anche per causa delle vecchie mentalità che ancora sono presenti in ciascuno di noi, dal politico allo studente, dal funzionario pubblico allo scienziato e cosi via. “La liberazione, se realmente ci sta a cuore”, scriveva E. Cioran, “deve procedere da noi stessi: a nulla serve cercarla altrove, in un sistema già fatto o in qualche dottrina orientale.”

Siamo lo specchio di quello che facciamo ripetutamente, quindi, alleniamoci su questo, sul desiderio di sentirci liberi di inseguire i sogni. Nessun cambiamento positivo non si verificherà nella nostra vita fino a quando ci si aggrappa al pensiero che la ragione che ci impedisce di vivere bene è fuori di noi. Fino a quando continueremmo a dare la colpa a quelli che ci trattano ingiustamente, tipo un marito violento, un capo esigente, situazioni di costrizione e limitazione sociale, la situazione non cambierà. Solo noi siamo responsabili e la chiave sta in noi stessi, perché tutti abbiamo la libertà ed il potere di scegliere.

Chiudo con i versi della canzone "People have the power" di Patti Smith, che è un vero inno dedicato alla libertà:

"Ascolta: Io credo che tutto quello che sogniamo
può arrivare e può farci arrivare alla nostra unione
noi possiamo rivoltare il mondo
noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra
noi abbiamo il potere
La gente ha il potere..."

Daniela Butcu | @danib1977


About the courage and freedom to change

“I've always hated this country and today even more because it doesn't have respect for its children. But I'm not leaving out of hate, I'm leaving because I hope that one day my son will understand that we'll be living better. I think this is the most difficult moment of my life."

I've had the lyrics of this song in mind for the entire weekend. They just came to me as I walked among the city crowd; just like the famous "singer without an audience" of the Iene who entered by surprise in various manifestations to steal the scene to the protagonists, I had the feeling I was assaulted from several sides by many minstrels trying to attract an audience with their verse.

I would have liked to dance away on a swing rhythm and go home. At every corner there's someone asking for something. Kids and young people who stop you in a friendly manner to ask for a signature against drugs, middle age ladies with bags full of oranges to get funds for the research against cancer (which by the way is a great initiative), retired old men holding signs reading "Are we crazy?" who want you by their side against the implementation of the incinerator, the foreign kids who want to sell you lighters and paper napkins.

Even they have evolved. They have a new marketing technique, they don't say the price they want, but leave the choice to you (maybe because they figured out that the price they get is always overestimated compared to the real value of the object they're offering). And the list goes on and on. There's really anything on the streets of a city, everyone uses their own method, one smarter than the other. If you happen to walk in the same spot two or three times, they stop you every single time, so you have to get filled with paper or apologize and explain you've already been informed.

In this metropolitan jungle, assaulted by people and information, we feel "attacked" and we close ourselves to others, we can't see details anymore, we can't distinguish those who really need our help anymore. We become immune to sounds, to people who touch us, who stop us, who look at us only because the whole situation causes a reaction of self defense. And we give in to mechanical daily gestures that lead us to get away from the environment and our peers, and implicitly from the world.

At least, that's what happened to me. I realized that every time I went out it was very hard not to disconnect from the others and enter some sort of trance that lasted until the end of the street, where I could walk in some place and have a moment of peace.

Daniela Butcu | @danib1977

domenica 24 febbraio 2013

#DirittiUmani: la fiaba quotidiana



E la principessa e il principe si sposarono e vissero felici e contenti per il resto dei loro giorni. Questo è il finale di quasi tutte le favole che sentiamo da piccoli. Ma nella realtà c'è sempre una grande differenza dopo le classiche parole:… E vissero felici e contenti.

Quando si arriva al gran finale delle fiabe, in genere ci sono il Principe e la Principessa felici, ma quante volte nella realtà le cose sono sempre cosi? Nelle favole che leggiamo ai nostri figli c'è sempre un principe che protegge e salva la sua principessa. Tutt'ora nelle favole i principi sono cosi, buoni, altruisti, hanno la forza e la usano per proteggerci.

Tutt'oggi non solo nelle favole i maschi sono cosi. Ma ancora oggi ed anche nelle società più evolute i principi diventano bestie che picchiano e maltrattano fisicamente le loro compagne, le insultano e le trasformano da principesse in schiave. Si tratta di violenza contro le donne da parte dei maschi.

A ottobre dell'anno scorso, L'Italia ha firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Questonuovo trattato è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza.

L' art. 3 della Convenzione definisce "La violenza contro le donne" come “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne” e si intendono tutti gli atti di violenza di genere che si traducono in, o sono suscettibili di provocare, danno fisico, sessuale, psicologico o economico o sofferenza alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia in pubblico che nella vita privata.

Purtroppo, la violenza sulle donne resta un problema attuale anche in Italia, e secondo i dati dell'ISTAT è in continua crescita il numero delle vittime di femminicidio. Nel 2012 in Italia 117 donne sono state uccise da un familiare o conoscente. I dati rivelano anche che la violenza domestica risulta la più diffusa, in quasi 70% dei casi. Quindi la violenza sulle donne è un grande problema in primo luogo della convivenza domestica, nonché di relazioni umani fra uomo e donna. Secondo lo stesso ISTAT, il 93% dei casi non vengono segnalati, rimanendo sconosciuti, invisibili, inesistenti.

Finalmente con l'adesione alla Convenzione sopra citata, dovrebbe essere possibile delineare un quadro completo di politiche e misure per la protezione e l'assistenza a tutte le vittime della violenza contro le donne e la violenza domestica. Ogni paese che aderisce e quindi anche l'Italia, dovrebbe garantire l'effettiva attuazione delle sue disposizioni e quindi adottare la legge di ratifica della convenzione.

A quanto spiega Marina Calloni, ordinario di filosofia politica nell'Università di Milano-Bicocca, in Italia ancora non c'è una legge organica che disciplini in maniera completa questo grave problema, un metodo uniforme che possa coinvolgere con un approccio integrato e strategico tutti i soggetti implicati, non ci sono azioni standardizzate per prevenire e monitorare il fenomeno della violenza contro le donne.

Volevo capire meglio come sono organizzate sul territorio le associazioni che aiutano le donne in difficoltà e ho fatto alcune domande ad una mia amica che è stata responsabile di una casa di accoglienza per le donne maltrattate. La prima cosa che mi ha detto è che non esiste una normativa a livello nazionale che regoli questo aspetto, ma ogni provincia fa come crede. Lei definisce il sistema come un sistema a “macchia di leopardo”.

C'è tanto volontariato, associazionismo, cooperative, ognuno nel suo piccolo porta avanti un progetto indirizzato ad aiutare le donne che subiscono violenze. C'è il telefono rosa che offre accoglienza telefonica 24h su 24 anche ai minori che subiscono violenza in famiglia. Ci sono le forze di polizia dove le donne vanno a sporgere le denuncia che poi indirizzano le donne a rivolgersi ai Servizi Sociali. Ci sono i giudici, i mediatori culturali, ci sono leggi che tutelano le donne, come quello contro lo stalking. Ci sono centri specializzati anche nell'inserire la donna in un ambito sociale e renderla indipendente, associazioni che offrono assistenza legale, sociale, psicologica ed economica alle vittime della violenza.

Ma quello che manca è una regolamentazione unitaria. C'è una regolamentazione per i malati mentali, per i minori che delinquono, per gli anziani, per tante categorie sociali ma non per le donne aggredite. La mia amica mi spiega che c'è tanta diversità di servizi offerte alle donne ma non c'è una rete di collegamento trasparente, l'informazione rimane bloccata in piccole macchie di leopardo, la comunicazione viene troncata e alla donna risulta difficile capire come funziona veramente il sistema e quali sono le prospettive che la aspettano nel momento nel quale decide di abbandonare una situazione di violenza, isolamento sociale e sottomissione. Le donne a volte non sanno neanche a chi rivolgersi e non hanno neanche una struttura familiare solida che le possa aiutare.

La violenza domestica è un fenomeno complesso, ed anche se ogni donna ha la sua storia la tipologia è simile: per molto tempo la maggior parte delle donne non denunciano subito il loro partner, ma si rivolgono ai centri sociali solo quando veramente sentono di rischiare la vita.

La storia di Clara non è una fiaba ma una delle tante storie contemporanee. Clara è una delle tante donne in fuga dal marito. Per tutta la vita ha fatto la casalinga, ha dato vita e ha cresciuto tre figli e dopo una vita di violenze subite dal marito, è dovuta scappare e rifugiarsi in una casa per le donne maltrattate. Clara ha vissuto una vita benestante, ma il prezzo da pagare è stato l'isolamento sociale, senza amici e famiglia, la possessività, la sottomissione fino ad arrivare decine di volte in grave condizioni in ospedale. Solo quando ha sentito veramente di rischiare la vita ha avuto il coraggio di scappare e lasciare alle spalle il suo calvario, grazie anche all'aiuto di psicologi e assistenti sociali del Centro Antiviolenza.

Il ruolo dei Centri Antiviolenza per le donne è importantissimo. Oltre ad offrire la prima accoglienza, i centri offrono servizi legali, psicologi, educatori e gruppi di sostegno e di servizi speciali per i bambini delle donne in fuga, orientamento ed accompagnamento al lavoro. Perché è altrettanto importante capire i bisogni di ogni donna e accompagnarla nel miglior modo ad uscire dal ciclo della violenza. Le case rifugio, invece, spesso ad indirizzo segreto, ospitano oltre alle donne anche i loro figli minorenni per un periodo di emergenza.

Ma come funzionano questi centri? Da dove provengono i fondi destinati alle donne maltrattate? Molti Centri Antiviolenza si sono organizzati costituendo una rete territoriale di sostegno alle donne che subiscono violenza e coinvolgendo le forze dell’ordine, i pronto soccorsi, i servizi sociali ed altri enti sensibili al tema. Alcuni sono autofinanziati, alcuni sono stati creati con finanziamenti pubblici, con partnership collaborative pubblico-private e fonti di finanziamento esterne.

Ma i centri non sono considerati un servizio pubblico, come un ospedale, per esempio. Così, alcuni, dopo la fase iniziale di finanziamento ricevuto, con il tempo rischiano la chiusura per mancanza di risorse sufficienti, anche a causa dei tagli alle politiche sociali. Tante di questi centri sono stati costretti a chiudere, come è il caso della casa rifugio coordinata dalla mia amica.

Come risulta dal libro scritto dal giornalista Riccardo Iacona “Se questi sono gli uomini”, in Italia si contano circa 150 associazioni che si occupano di violenza contro le donne, ma ancora poche rispetto alle decine di nuovi casi e ancora pochi sono i fondi stanziati dal governo per l'attuazione delle politiche sociali.

Per concludere, ormai è riconosciuto che un contesto di disuguaglianza sociale e discriminazione tra i sessi è un terreno fertile per la violenza domestica. Quindi da una parte è una questione di cultura, abbiamo il problema del modello maschile e femminile che si trova in un processo di trasformazione e quindi l'educazione dovrebbe essere centrata sui nuovi rapporti e modelli di relazione fra uomo e donna che insieme dovrebbero scoprire e costruire un nuovo senso dei rapporti, della reciprocità, della dignità dello stare insieme.

Sarà sicuramente un processo lungo, ma uomini e donne devono lottare insieme e collaborare per fare qualcosa di concreto a livello culturale e sociale e non cadere nella trappola dalla violenza, del rovescio della medaglia dove gruppi di femministe più radicali, come testimonia una delle prime fondatrici di rifugi per donne vittime di violenza Erin Pizzey, “sotto la copertura dei centri anti-violenza che danno loro fondi e strutture per portare avanti la guerra di genere contro gli uomini, le femministe hanno iniziato a diffondere dati tendenziosi. [...] Vidi le femministe costruire le loro fortezze di odio contro gli uomini, dove insegnavano alle donne che tutti gli uomini erano stupratori e bastardi. Testimoniai il danno fatto ai bambini in tali rifugi. Osservai i “gruppi di consapevolezza” progettati per plagiare le donne e farle credere che i loro mariti fossero nemici da sradicare. [...] Milioni di uomini e bambini hanno sofferto nelle mani di questo malvagio movimento femminista”.

Dall'altra parte ci sono le leggi e le istituzioni che devono aiutare e proteggere le donne maltrattate. C'è bisogno di un piano nazionale contro la violenza, e di fondi per assicurare i servizi alle donne abusate. Il quadro politico e giuridico frammentario e la limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne, infatti, è uno dei punti deboli.

Negli ultimi anni ci sono state tante campagne di sensibilizzazione delle istituzioni sul territorio, eventi, raccolte fondi e sensibilizzazioni nelle scuole, pubblicazione di materiale di sensibilizzazione e formazione. Il 14 febbraio 2013 in occasione del evento One Bilion Rising un miliardo di donne e uomini di 189 paesi del mondo balleranno insieme in nome della consapevolezza e della solidarietà, protestando contro la violenza. “Un miliardo di donne violate è un’atrocità” sostiene Eve Ensler, l'ideatrice di questo evento, “un miliardo di donne che danzano è una rivoluzione”.

In attesa della giornata internazionale della donna del prossimo 8 marzo, i politici che regalo ci faranno?

“La violenza contro le donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. E forse è la più pervasiva. Non conosce limiti geografici, limiti culturali o di ricchezza. Fintanto che continua non possiamo dichiarare di fare reali progressi verso l'uguaglianza, lo sviluppo e la pace.”-  
Kofi Annan

Daniela Butcu | @danib1977


The daily fable

And the prince and princess got married and lived happily ever after together for the rest of their days. This is the ending of almost all the fables we hear when we're young. But in reality there's always a great difference after the classical words... "and they lived happily ever after".

When we arrive at the great ending of the fables, generally the Prince and the Princess are happy, but how often in reality the things are always that way? In the stories we read our kids there's always a prince who protects and saves his princess. Still in fables the princes are like that, good, caring, strong and willing to protect us.

And yet today not only in fables men are like that. But today, even in the most advanced societies, princes become beasts who strike and mistreat their omen physically, they insult them and turn them from princesses to slaves. It's about the violence of men against women.

In October last year, Italy has signed the Convention of the European Council on prevention and fight against violence towards women and domestic violence. This new treaty is the first international tool which is legally constraining, which creates a complete juridical scenario to protect women against all kinds of violence.

The 3rd article of the Convention defines "violence against women" as a "violation of human rights and a form of woman discrimination" and include all types of gender violence which translate into, or can cause, physical, sexual, psychological, economical damages or suffering in woman, including the threats of these acts, the constraints or the arbitrary deprivation of freedom, both in public and in private life.

Unfortunately, violence against women remains a problem even in Italy, and according to the ISTAT data, the number of victims of feminicide is in constant growth. In 2012 117 women have been killed by a family member or friend in Italy. The data reveal that domestic violence is the most common, in almost 70% of cases. So violence against women is a great problem first of all for domestic living, and also the relationships between man and woman. According the same ISTAT, 93% of cases aren't even reported, and remain unknown, invisible, non existent. 

What does it mean to have an opinion? It doesn't mean anything if that opinion doesn't belong to us. I'm starting this post by giving your the conclusion of my thoughts. But that's just my opinion.

We read newspapers, we watch TV and listen to many politicians, journalists, VIPs and famous people with fake tits who have opinions about everything, about how to eat, how to dress, what to think about one person or the other, on what's right to do or how it would be right to answer in a certain situation. On everything that is related to our existence. And so our opinions are nothing but the mirror of somebody else's point of view.

There are even accountants who instead of taking care of your balance, spend time writing philosophy treaties about friendship between man and woman. Who then go into politics and spread the idea that the future of a city is in the creation of a luxury area. And people vote them, because after all they have an opinion.

We need to change perspective, the way of seeing things by creating an opinion that is truly ours, based on our own knowledge. The question is: is it us who choose, based on our convictions, or do we let ourselves fooled by what is given to us already chewed?  What do we really base our choices upon? After all these years we're in the same situation of crisis, unhappiness and pessimism, and yet we continue to not have our own opinion.

Many people don't want to think, analyze and take responsibility for their individual choices, by putting the signature on a choice based on ideas that are given to us by others and that are not the result of their own analysis. They leave everything in the hands of the greedy of power, the ones that take the power for themselves and don't do anything to earn it.

During the last few years we've seen a general disinterest, a lack of affection for politics, I feel like people take everything lightly by letting themselves fascinated by the words of whoever shouts the loudest.

We're more and more attracted by gossip, by tv shows covered in insults, because whatever amazes us in a negative way makes us angry: so we waste our time thinking of useless things. Because when we're stunned and angry we can express our opinion. It's that easy, no need for studies in order to understand what's going on. The trend matters, we're a little bit snobs, and we're afraid of what others might say if we think or act differently.

We really need to understand that nothing's going to go back to how it was, and now more than ever we must open our hearts and minds and be less suspicious about cultural change, to what's different, and learn to listen, analyze and ask questions. And from here start to give answers that truly belong to us and are not imposed by others' opinions.

Daniela Butcu | @danib1977

giovedì 14 febbraio 2013

Società moderna e indifferenza: l'ottundimento della #solidarietà



"Solo me ne vò per la città
passo tra la folla che non sa
e non vede il mio dolore....”
Ho avuto in mente i versi di questa canzone per tutto il week-end. Mi sono venuti spontanei mentre passeggiavo in mezzo alla folla cittadina; cosi come il famoso “cantante senza pubblico” delle Iene che entrava di sorpresa a varie manifestazioni per rubare la scena ai protagonisti, io avevo la sensazione di essere assaltata da tutte le parti da tanti “menestrelli” in cerca di attirare pubblico con i loro versi.

Avrei voluto in ritmi di swing filarmela e tornare a casa mia. Ad ogni angolo di strada c'è qualcuno che ti chiede qualcosa. Ragazzi e giovani che ti fermano amichevolmente per chiederti una firma contro la droga, signore di mezza età con in mano sacchi di arance per raccogliere donazione per la ricerca contro il cancro (che fra altro è una bella iniziativa), signori in pensione con in mano manifesti con su scritto “Ma siam pazzi!??” che ti vogliono dalla loro parte contro l'implementazione dell' inceneritore, i ragazzi stranieri che ti vogliono vendere accendini e fazzolettini.

Anche loro si sono evoluti. Hanno una nuova tecnica di marketing, non ti dicono il prezzo che vogliono ma lasciano a te la scelta (forse perché hanno capito che comunque il prezzo che ottengono è sempre sopravalutato rispetta al valore dell'oggetto che ti offrono). E la lista continua. C'è veramente di tutto per le strade della città, ognuno utilizza il suo metodo, uno più ingegnoso dell'altro. Se per caso ti capita di dover fare due tre volte “le vasche”, ti fermano ogni volta e cosi ti tocca di riempirti di manifesti oppure di doverti scusare e spiegare che sei già a conoscenza.

In questa giungla metropolitana, assaltati da persone ed informazioni, ci sentiamo “attaccati” e
quindi diventiamo più chiusi rispetto al prossimo e non vediamo più i dettagli, non distinguiamo più chi veramente ha bisogno di aiuto. Diventiamo più immuni ai suoni, alla gente che ti tocca, ti ferma, ti guarda solo perché si scatena una specie di reazione di autodifesa. E ci lasciamo andare in atti quotidiani meccanici che ci portano a distaccarci dall'ambiente e dal prossimo, e implicitamente dal mondo.

Almeno a me è successo questo. Me ne sono accorta che ogni volta che uscivo dovevo fare tanta fatica per non dissociarmi dagli altri ed entrare in una specie di trance fino alla fine della strada dove potevo entrare in qualche angolo e godermi un momento di pace. Mi è capitato di non vedere situazioni che meritavano il mio interesse oppure di non dare una mano a qualcuno che aveva bisogno di aiuto.

Stiamo diventando più distaccati emozionalmente dagli altri e questo ci crea un disinteresse anche per il mondo, per la società. Ci lasciamo coordinati dal desiderio di non essere disturbati o coinvolti in nessun modo nelle faccende/ lotte dei piccoli gruppi o delle singole persone.

Tutta la nostra indifferenza ha come base il fatto che non ci informiamo abbastanza e cosi non
riusciamo a scegliere secondo criteri validi nell' immensità di richieste/ offerte/ informazioni/
gruppi/ movimenti/ cause sociali e cosi via. In questo modo non riusciamo a trovare un senso per farci coinvolgere, agire, aiutare, non riusciamo a trovare un senso alle relazioni sociali e poi ci lamentiamo di essere troppo annoiati. Alla fine smettiamo di comunicare e di essere in sintonia con il prossimo e con il mondo.

La strada è la fotografia fedele della nostra società, popolata da tanti passanti indifferenti e distratti dove ciascuno passa vicino al suo prossimo come si passa vicino ad un muro. Non dobbiamo fare dalla nostra indifferenza un modo di relazionarci con il mondo, ma usiamola solo come un piccolo momento di riflessione. Un momento silenzioso per indagare, per farci un'opinione e per tornare sulla strada cambiati e con idee che ci appartengano e non guidate dai canoni convenzionali, dalle regole sociali standardizzate o dalle suggestioni collettive.

Chiudo la mia riflessione con una citazione di A. Gramsci:

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia
inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.

Daniela Butcu | @danib1977


Modern society and indifference: the lowering of solidarity

"I walk alone in the city
walk among the crowd who doesn't know
and doesn't see my pain..."


I've had the lyrics of this song in mind for the entire weekend. They just came to me as I walked among the city crowd; just like the famous "singer without an audience" of the Iene who entered by surprise in various manifestations to steal the scene to the protagonists, I had the feeling I was assaulted from several sides by many minstrels trying to attract an audience with their verse.

I would have liked to dance away on a swing rhythm and go home. At every corner there's someone asking for something. Kids and young people who stop you in a friendly manner to ask for a signature against drugs, middle age ladies with bags full of oranges to get funds for the research against cancer (which by the way is a great initiative), retired old men holding signs reading "Are we crazy?" who want you by their side against the implementation of the incinerator, the foreign kids who want to sell you lighters and paper napkins.

Even they have evolved. They have a new marketing technique, they don't say the price they want, but leave the choice to you (maybe because they figured out that the price they get is always overestimated compared to the real value of the object they're offering). And the list goes on and on. There's really anything on the streets of a city, everyone uses their own method, one smarter than the other. If you happen to walk in the same spot two or three times, they stop you every single time, so you have to get filled with paper or apologize and explain you've already been informed.

In this metropolitan jungle, assaulted by people and information, we feel "attacked" and we close ourselves to others, we can't see details anymore, we can't distinguish those who really need our help anymore. We become immune to sounds, to people who touch us, who stop us, who look at us only because the whole situation causes a reaction of self defense. And we give in to mechanical daily gestures that lead us to get away from the environment and our peers, and implicitly from the world.

At least, that's what happened to me. I realized that every time I went out it was very hard not to disconnect from the others and enter some sort of trance that lasted until the end of the street, where I could walk in some place and have a moment of peace.

Daniela Butcu | @danib1977

martedì 5 febbraio 2013

Opinione sulle opinioni



Che cosa vuol dire avere un'opinione? Non vuol dire niente se l'opinione non ci appartiene. Inizio questo post proponendovi già la conclusione dei miei pensieri. Però questa è solo la mia opinione.

Leggiamo i giornali, ascoltiamo in televisione tanti politici, giornalisti, personaggi famosi, vip con le tette finte che hanno opinioni su tutto, su come mangiare, su come vestirsi, su cosa pensare di una persona o dell'altra, su cosa è giusto fare o come sia corretto rispondere in una certa situazione. Insomma su tutto quello che è legato alla nostra esistenza. E così le nostre opinioni sono uno specchio dei punti di vista altrui.

Ci sono perfino i commercialisti che invece di occuparsi del tuo bilancio passano il tempo a scrivere trattati di filosofia riguardanti l'amicizia fra uomo e donna. Che poi si inseriscono nella politica propagandando l'idea che il futuro di una città stia nella creazione di un polo di lusso. E la gente li vota, perché loro hanno tutto sommato un'opinione.

Dobbiamo cambiare prospettiva, il modo di vedere le cose creando un parere che ci appartenga veramente, basato sulla nostra conoscenza. La domanda è: siamo noi che scegliamo, secondo le nostre convinzioni oppure ci lasciamo abbindolare da quello che ci viene dato già pronto?
Su cosa effettivamente si basano le nostre scelte? Dopo tutti questi anni siamo nella stessa situazione di crisi, di scontentezza e pessimismo, eppure continuiamo a non avere una opinione.

Tante persone non vogliono più pensare, analizzare e sopratutto prendersi la responsabilità di una scelta individuale, mettendo la firma su una scelta basata sulle idee che ci vengono trasmesse dagli altri e non secondo la loro analisi. Lasciano tutto nelle mani di quelli avidi di potere, che il potere se lo prendono, mica lo guadagnano.

Negli ultimi anni si è visto un disinteresse generale, un disaffezione per la politica, mi sembra che la gente prende tutto con leggerezza lasciandosi irretire dalle parole di chi grida di più.

Siamo più attirati dalla frivolezza, dal pettegolezzo, dagli show televisivi dove regnano gli insulti, perché tutto quello che stupisce in maniera negativa e che fa scalpore ci fa indignare: così sprechiamo il nostro tempo pensando a cose futili.  Perché quando siamo stupiti ed adirati possiamo esprimere una nostra opinione. E' cosi semplice e non c'è neanche bisogno di fare uno studio concreto, di informarsi per poter capire con la propria logica quello che sta succedendo.  Conta tanto il trend, siamo anche un po' snob ed abbiamo paura di quello che potrebbero dire gli altri se pensassimo o agissimo in maniera differente.

Dobbiamo capire che nulla tornerà come una volta e che ora più che mai dobbiamo aprire il cuore e la mente ai cambiamenti culturali, a quello che è diverso, dobbiamo imparare ad ascoltare, analizzare e farsi delle domande. E da qui iniziare a dare delle risposte che ci appartengano veramente e non imposte da opinioni altrui.

Mi viene in mente un vecchio koan japponese che parla di un professore universitario che si recò un giorno da un maestro zen e gli disse:

“Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi”.
“Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro. Ed incominciò a versare il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. “Non vedi che la tazza è piena?”
“Come questa tazza” disse il maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture, perché le si possa versare dentro qualcos’altro. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”.

Siamo in un periodo di transizione. Credo che sia arrivato il momento di buttar via le vecchie credenze, anche quella che è sempre la colpa dei politici corrotti. Lasciar stare i rimpianti, i rancori e chiedersi che cosa possiamo fare nel nostro piccolo per portare un cambiamento.

Io dico, iniziamo dall'avere una nostra opinione. Partiamo da un concetto di filosofia nietzschiana, pensando ad un mondo fondato sull'esistenza dell’eterno ritorno. Pensare che un domani tutto si ripeterà, che potremmo rivivere infinite volte quello che abbiamo già vissuto nel passato. E tutto quello che apparentemente ora ci sembra leggero potrà avere un peso significativo sul futuro.
Che tutto ciò che non abbiamo approfondito e studiato, le nostre indecisioni e le nostre posizioni potranno diventare un peso insopportabile.

Per questo bisogna esserci ora, cogliere l'occasione per poter capire, analizzare e farsi una propria opinione.

Daniela Butcu | @danib1977


Opinion about opinions

What does it mean to have an opinion? It doesn't mean anything if that opinion doesn't belong to us. I'm starting this post by giving your the conclusion of my thoughts. But that's just my opinion.

We read newspapers, we watch TV and listen to many politicians, journalists, VIPs and famous people with fake tits who have opinions about everything, about how to eat, how to dress, what to think about one person or the other, on what's right to do or how it would be right to answer in a certain situation. On everything that is related to our existence. And so our opinions are nothing but the mirror of somebody else's point of view.

There are even accountants who instead of taking care of your balance, spend time writing philosophy treaties about friendship between man and woman. Who then go into politics and spread the idea that the future of a city is in the creation of a luxury area. And people vote them, because after all they have an opinion.

We need to change perspective, the way of seeing things by creating an opinion that is truly ours, based on our own knowledge. The question is: is it us who choose, based on our convictions, or do we let ourselves fooled by what is given to us already chewed?  What do we really base our choices upon? After all these years we're in the same situation of crisis, unhappiness and pessimism, and yet we continue to not have our own opinion.

Many people don't want to think, analyze and take responsibility for their individual choices, by putting the signature on a choice based on ideas that are given to us by others and that are not the result of their own analysis. They leave everything in the hands of the greedy of power, the ones that take the power for themselves and don't do anything to earn it.

During the last few years we've seen a general disinterest, a lack of affection for politics, I feel like people take everything lightly by letting themselves fascinated by the words of whoever shouts the loudest.

We're more and more attracted by gossip, by tv shows covered in insults, because whatever amazes us in a negative way makes us angry: so we waste our time thinking of useless things. Because when we're stunned and angry we can express our opinion. It's that easy, no need for studies in order to understand what's going on. The trend matters, we're a little bit snobs, and we're afraid of what others might say if we think or act differently.

We really need to understand that nothing's going to go back to how it was, and now more than ever we must open our hearts and minds and be less suspicious about cultural change, to what's different, and learn to listen, analyze and ask questions. And from here start to give answers that truly belong to us and are not imposed by others' opinions.

Daniela Butcu | @danib1977

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