▼ Il tweet del giorno

Visualizzazione post con etichetta crisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta crisi. Mostra tutti i post

martedì 14 maggio 2013

Intervistato.com | Debora Serracchiani @serracchiani



Debora Serracchiani, deputata al Parlamento Europeo per il Partito Democratico, ha risposto alle nostre domande a proposito della situazione politica in Italia, le prospettive per i giovani, e soprattutto le idee e le proposte del PD per migliorare il quadro economico e sociale.


Qualche giorno fa abbiamo avuto il piacere di intervistare Debora Serracchiani, avvocatessa e politica italiana, deputata al Parlamento europeo per il Partito Democratico e membro del gruppo Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici al Parlamento europeo.

Abbiamo chiesto a Debora la sua opinione riguardo all'attuale situazione del Governo italiano. A suo avviso il declino del Presidente del Consiglio è evidente a tutti, e a causa della sua incapacità di
occuparsi delle sue questioni personali al posto di quelle del Paese, anche il Paese viene trascinato insieme a lui in questo declino.
C'è sicuramente bisogno di un cambiamento, di figure nuove, e la speranza è che ciò accada al più presto. [video]

Un'altra domanda che abbiamo fatto a Debora è stata riguardo alle sue proposte concrete per il futuro lavorativo dei giovani. 
Innanzitutto a suo avviso bisogna intervenire sulle modalità di entrata nel mondo del lavoro, non sulle modalità di uscita. In secondo luogo le tipologie contrattuali sono troppe e mal utilizzate, anche e soprattutto perché non sottoposte ad alcuna forma di controllo.
Le sue proposte dunque sarebbero: più controllo sulle tipologie contrattuali, stabilire un contratto iniziale a tempo indeterminato da far crescere in base all'anzianità e al contributo apportato all'azienda, pagare di più i precari rispetto agli ordinari, migliorare gli ammortizzatori sociali e incentivare le assunzioni dei giovani attraverso facilitazioni per quel che riguarda i contributi previdenziali. [video]

Abbiamo chiesto a Debora come sarebbe stata la sua manovra finanziaria: in primo luogo non avrebbe aspettato Novembre 2011 per far sapere al Paese che la situazione era tale da rendere necessari dei provvimenti impopolari.
I punti principali su cui sarebbe intervenuta sarebbero stati far contribuire di più i cittadini che possono permettersi di dare di più, fare delle operazioni molto intensive sull'evasione fiscale, trasferire le tasse sui patrimoni, riducendo quelle a chi lavora e chi produce, dare la possibilità alle piccole e piccolissime imprese di accedere al credito in forma agevolata, tagliare i costi della politica e infine provvedere a un taglio del cuneo fiscale. [video]

Debora ha anche espresso la sua opinione in merito all'utilizzo di strumenti social nella comunicazione politica: a suo avviso bisogna sicuramente investire nella rete, ma allo stesso tempo mantenere forte il contatto con le persone e con il territorio. [video]

Inoltre le abbiamo chiesto che cosa pensa dei movimenti "occupy" e della tendenza da parte dei cittadini di riappropriarsi della politica. A suo avviso si tratta di movimenti importanti, che trattano temi che riguardano non solo l'Europa, ma il mondo intero, come la finanza, le scelte politiche per la tutela delle banche e delle assicurazioni.
Debora ha tuttavia specificato di non condividere tutte le posizioni: per quel che riguarda ad esempio il debito, il senso di responsabilità e il desiderio di rendere migliore il paese la portano a cercare di occuparsi anche di un debito che ha solo ereditato e che non ha contribuito a creare. [video]

Per quanto riguarda Matteo Renzi, Debora pensa che si tratti di una risorsa per il PD, è un amministratore di una città importante che ha messo l'accento sul tema del rinnovamento della classe politica.
Ne condivide alcune idee e si confronta su altre, ma del resto è importante confrontarsi all'interno dello stesso partito appunto sulle idee e mai sui cognomi o sulle persone. [video]

Abbiamo chiesto a Debora cosa pensa di Beppe Grillo: sebbene non ne condivida alcune posizione più estreme, lei stessa ha sottolineato che Grillo si è occupato di molte questioni importanti, in primo luogo il cortocircuito tra società, banche e finanza.
Il PD dovrebbe imparare ad interloquire con l'elettorato di Grillo, anche perché ci sono molti punti sui quali i due movimenti concordano: non lo reputa quindi responsabile per le sconfitte del centro-sinistra, che dovrebbe invece interrogarsi sul perché non riesce a dialogare con gli elettori. [video]

Invito tutti dunque a visionare l'intervista integrale, molto più ricca di dettagli, riflessioni e informazioni rispetto a questa mia breve sintesi.

Buona visione!

Maria Petrescu


Intervistato.com | Debora Serracchiani

A few days ago we had the pleasure of interviewing Debora Serracchiani, Italian lawyer and politician, Member of the European Parliament on behalf of the Democratic Party and member of the group Progressive Alliance of Socialists and Democrats.

We asked Debora her opinion about the current situation of the Italian Government. She thinks that the Prime Minister's downhill trend is there for all to see, and because of his inability to take care of his personal matters instead of the country's problems, Italy as well is being dragged down with him.
There is certainly the need for change, the need for new figures, and hopefully change will happen as soon as possible. [video]

Another question we asked Debora was about her practical proposals for young people's occupational future.
First of all, in her opionion it is necessary to intervene on how people enter the world of work, not on how people exit it. Secondly the types of available contracts are way too many and misused, also and mostly because they aren't controlled in any way.
Her proposals would be: more control on the types of contracts, creating an initial permanent contract that can be modified based on length of service and the contribution to the company, paying  fixed term employees more than those with a permanent contract, making social safety nets better and stimulating companies into hiring young people by lowering the amount of social security contributions they have to pay. [video]

We asked Debora how her financial manneuver would have been: first of all, she wouldn't have waited November 2011 to let the country know that the situation was severe enough to make some unpopular decisions necessary.
The main points on which she would have intervened would have been making citizens that can afford paying more taxes actually contribute more, making some intensive operations on tax evasion, transfering taxes on assets and reducing those of who works and produces, giving the possibility to small and very small companies to access credit with facilitations, cutting off the costs of politics and finally reducing taxes. [video]

Debora has also expressed her opinion about the use of social tools in political communication: she thinks that it is necessary to invest in the web, but at the same time maintain a strong contact with people and territory. [video]

We have also asked what she thinks about the "occupy" movements and the tendency of citizens to get hold of politics again. In her opinion these are important movements, that treat topics that not only regard Europe, but the whole world, such as finance, political choices for the protection of banks and insurances.
Debora has also specified she doesn't agree with all positions: as for the debt issue, her sense of responsibility and the desire to make it a better country bring her to also take care of a debt that she has only inherited, and she hasn't contributed to create. [video]

As for Matteo Renzi, Debora thinks he is a resource for PD, he is the administrator of an important city who has pointed out the topic of the rechange of the political class.
She shares some of his ideas and discusses others, but in the end it is important to discuss inside the same party, and discuss ideas: not surnames or people. [video]

We asked Debora what her opinion about Beppe Grillo is: even though she doesn't share some extreme positions of his, she has stressed that Grillo has been dealing with many important matters, first of all the short circuit between society, banks and finance.
The Democratic Party should ask itself why it can't interact with those who vote Grillo, especially because there are many points on which the two movements agree: she doesn't hold him responsible for the defeats her party has suffered, she thinks the Democratic Party should start talking to those who vote him. [video]

I invite everyone to view the full interview, much richer in details, insights and information than my brief synthesis.

Enjoy!

Maria Petrescu

lunedì 29 aprile 2013

10minuticon Andrew Keen @ajkeen #ijf13



Pochi giorni fa Andrew Keen, autore di "Cult of the Amateur" e "Digital Vertigo", ci ha concesso una interessante intervista a proposito di editoria e futuro dei giornali.


In primo luogo abbiamo chiesto ad Andrew come si sia evoluto il suo pensiero riguardo alla dura critica del web 2.0 che ha portato avanti negli ultimi anni: a suo avviso la sua è una critica condivisa da molte altre figure, ed esposta in maniera dettagliata all'interno del libro "Cult of the Amateur", pubblicato nel 2007. All'epoca il testo fu molto criticato in quanto sollevava due o tre questioni molto spinose: il concetto che la free digital economy non fosse sostenibile, e che sarebbe stato davvero difficile per coloro che producono contenuti fare soldi con la pubblicità, e questo si è rivelato in gran parte vero.


Allo stesso modo, le case discografiche, gli editori, i produttori, si trovano in una crisi ancora più profonda oggi: non che stiano sprecando soldi, ma la verità è che la maggior parte dei blog non si sono trasformati in business di successo, e spesso offrono i propri contenuti gratuitamente. Nemmeno utilizzando una rete distribuita come YouTube è possibile guadagnare. Un altro aspetto è quello legato alla pirateria, che secondo Andrew distrugge l'industria culturale e lascia indietro caos e anarchia, sia in termini culturali che politici.

Non esiste dunque una soluzione miracolosa per questo problema: su Internet tutti possono pubblicare, ma questo non significa che abbiano anche la possibilità di sostenersi economicamente con quelle attività. Questa economia non rende il self-publishing un business sostenibile, e persino le aziende più innovative come Spotify hanno moltissime difficoltà a rimanere a galla, e i ricavi sono davvero minimi. Tutte queste sono le ragioni per cui Andrew è molto scettico riguardo al modo in cui le nuove piattaforme possano supportare una economia culturale dando la possibilità agli artisti di guadagnarsi da vivere, che in fondo è ciò che più lo interessa sia a livello personale che politico.

La speranza riposta nella democratizzazione dell'accesso agli strumenti di pubblicazione era che il merito potesse venire premiato, ma secondo Andrew il vecchio sistema di riconoscimento del talento non era poi così fallace. Non era certamente perfetto, ma del resto non lo è nemmeno il nuovo, secondo cui la selezione avverrebbe naturalmente in base al numero di visualizzazioni di YouTube: purtroppo però in quei casi si tratta di persone capaci di costruire un video virale di 30 secondi, e di utilizzare una serie di strumenti di marketing relativamente sofisticati. Grande scetticismo, dunque, sul concetto che la democratizzazione della cultura stia effettivamente permettendo al talento di emergere.

Abbiamo inoltre parlato di finanziamenti pubblici ai giornali, a suo avviso una grande piaga: esiste la possibilità di avere giornali di successo senza finanziamenti pubblici, e di esempi ce ne sono diversi, a partire dal New York Times. Hanno un impatto negativo perché generano risentimento, ed è difficile pensare che siano oggettivi. Bisogna basarsi sul mercato, e se un mercato per il prodotto giornale non esiste, allora vuol dire che le persone non se lo meritano e vivranno senza: quello di avere i giornali non è un diritto dato da Dio, quindi se l'economia non funziona, allora moriranno.

L'unico modo per sopravvivere online è il paywall, tutti gli altri modelli di business non funzionano, e le notizie non dovrebbero essere gratuite, non più di quanto non lo sia il cibo, l'affitto o una macchina, peché i giornalisti devono poter essere pagati. Quella delle notizie gratuite è un'idea carina, ma nella pratica è assurda.

Maria Petrescu | @sednonsatiata


10minuteswith Andrew Keen

First of all we asked Andrew how his criticism of web 2.0 evolved in time: his is a critique shared by many other figures, and explained in detail in his book "Cult of the amateur", published in 2007. At the time the book was criticized because he made two or three arguments, he suggested that the free digital economy wasn't viable, and that it would be very hard for those producing content to make money off advertising, which actually proved to be a correct prediction.

In the same way, records comanies, publishers, producers, are in more of a crisis now than before. He doesn't intend that they're wasting money, but the truth is that most blogs didn't develop into real businesses, and mostly they're giving stuff away for free. Even with a distributed network like YouTube it's hard to make any money. Another matter is the piracy, which is very bad because it destroys the cultural industry and leaves behind chaos and anarchy, both from a political and a cultural point of view.

There is no miraculous solution, the Internet allows everyone to publish, but doesn't enable you to make a living out of it. This economy doesn't make self publishing a viable business, and even the sexy businesses like Spotify are struggling to stay afloat, and the revenue for artists is really minimum. This is why Andrew is skeptical about the way the new technological platforms can support a cultural economy and give artists the possibility of earning a living, which is what interests him most both at a personal and political level.

The hope was that the democratization of access to publishing tools would reward merit, but according to Andrew the old system for recognizing talent wasn't so bad after all. It wasn't perfect, but neither is the new one, according to which the selection happens naturally based on the number of views on YouTube: unfortunately the most viewed are people who are able to build a 30 second viral video and have the capacity of using relatively sophisticated marketing tools. He is very dubious on the concept that the democratization of culture is actually allowing talent to rise.

We also talked about state aids to newspapers, in his opinion a great plague: there is the possibility to have successful newspaper without any kind of State aids, and there are several examples to prove it, starting with The New York Times. They have a negative impact because they generate resentment, and it's really hard to guarantee that they are objective, whereas the best newspapers are the biased ones, in Andrew's opinion. These decisions must be based on the market, and if the market for newspapers is non existent, then people don't deserve them and will have to live without them: having newspapers isn't a God given right, so if the economy doesn't work, they will disappear.

The only way to survive online is the paywall, all other business models don't work, and news shouldn't be free, not more than food, rent or cars, because journalists must be paid. The idea of free news is cute, but in practice it is absurd.

Maria Petrescu | @sednonsatiata

lunedì 18 marzo 2013

#girlfriendinacoma: intervista con Annalisa Piras @annalisap e Bill Emmott @bill_emmott



La scorsa settimana abbiamo intervistato gli autori di "Girlfriend in a coma", la regista Annalisa Piras e il narratore Bill Emmott, ex direttore del The Economist.


In primo luogo abbiamo chiesto sia ad Annalisa che a Bill come è nata l'idea del film: la genesi sta in una conversazione iniziata quasi 11 anni fa con Bill Emmott, quando fece la famosa copertina "Why Berlusconi is unfit to lead Italy". All'epoca Annalisa intervistò l'allora direttore del The Economist, e da lì nacque una conversazione e un'amicizia sulle sorti dell'Italia, la cui situazione già all'epoca sembrava piuttosto seria. La preoccupazione e l'affetto di Bill per l'Italia sono aumentati di pari passo con il deteriorarsi delle condizioni del paese.

Abbiamo chiesto come mai il film sia stato trasmesso da una TV commerciale, ovvero La7, e non da un servizio pubblico come la RAI: purtroppo la RAI non si è mostrata interessata al film. Sono stati contattati diversi distributori, broadcaster, vari festival italiani di cinema, e la risposta è sempre stata la stessa, ovvero che il film non era interessante. Secondi gli autori, invece, un'analisi così approfondita, fatta all'estero, sembrava potesse essere un esercizio di riflessione utile, e tantissime persone stanno confermando che è così anche per loro.

Molti sono rimasti stupiti nel vedere che il film, in Italia, venga sempre definito come il film "di Bill Emmott", senza dare alcun credito alla regista Annalisa Piras. Questo ha sollevato moltissimi interrogativi, di varia natura. Per quale motivo la BBC e la CNN parlano del film di Piras ed Emmott, ed intervistano entrambi, mentre in Italia passa "il film di Bill Emmott"? Maschilismo? Provincialismo? Vengono messi in serio dubbio l'accuratezza in questo giornalismo, e le domande che vengono sollevate appartengono sicuramente alla riflessione sull'Italia di oggi e sul sistema di informazione.

Il giornalismo in Italia viene spesso accusato di essere poco credibile e poco watchdog, perché non fa domande "scomode". Secondo Annalisa questo fatto è responsabile di tanti problemi del paese al momento. Un sistema di informazione sano è una funzione fondamentale di qualsiasi democrazia, aiuta i cittadini a capire il momento storico, a dare conto dell'attività dei governanti, e aiuta l'accountability, per rendere le persone responsabili di fronte ai cittadini per il loro operato. Quando però il giornalismo è malato e non funziona, non funziona nemeno la democrazia.

Il provincialismo italiano ha radici profonde: innanitutto la scarsa sicurezza e fiducia nelle istituzioni e negli organi di stampa, che non godono di fiducia e credibilità perché non sono indipendenti e non pensano al bene comune. L'attenzione con cui si guarda ai media stranieri probabilmente è dovuta a un complesso di inferiorità, una sensazione che i giornalisti stranieri siano migliori di quelli italiani. Questo non è necessariamente vero, perché l'Italia ha giornalisti eccezionali che non hanno nulla da invidiare ai colleghi stranieri come capacità. Ma nel sistema in cui si trovano spesso sono intimiditi dal potere, non sono liberi e seguono agende che non sono quelle dell'informazione. Il giornalismo deve inseguire la verità sempre e comunque ad ogni costo, e purtroppo in Italia spesso non è così.

Abbiamo parlato anche del tema della complessità del funzionamento della macchina amministrativa in Italia: agli autori è stato spesso detto che erano naif, che avevano semplificato eccessivamente e che non capivano la complessità dell'Italia. Però basta guardare il risultato: questa complessità è stata fonte di inefficienze e di declino per il paese. La questione è molto semplice: o un governo funziona oppure no; o un sistema di stampa è libero e indipendente, o non lo è.

Un'altra domanda che abbiamo fatto a Bill riguarda la perplessità di alcuni nel vedere che come figure rappresentative della "buona Italia" erano stati scelti personaggi come Elsa Fornero e Sergio Marchionne. Secondo Bill è ingiusto attribuire a Elsa Fornero la responsabilità per i provvedimenti che sono stati presi dal governo Monti, che si è trovato ad affrontare una situazione di grave difficoltà, un debito importante, e una situazione disastrosa in cui non hanno avuto molta scelta.

Un altro dei "peccati" dell'Italia è di voler delegittimare certe figure e non lasciarle parlare a causa di pregiudizi legati ad azioni passate: è stato questo il caso, ad esempio, di Giuliano Amato, la cui presenza nel film ha sollevato critiche molto accese.

In chiusura abbiamo parlato di cosa porterà il futuro, e di come "Girlfriend in a coma" potrebbe diventare un punto di partenza importante per la ricostruzione e la ripresa del paese.

Naturalmente questa non è che una brevissima sintesi degli argomenti affrontati nell'intervista, che vi invito a visionare nella sua interezza.

Maria Petrescu | @sednonsatiata


Girlfriend in a coma: our interview with Annalisa Piras and Bill Emmott

Last week we interviewed the authors of the documentary film "Girlfriend in a coma", director Annalisa Piras and narrator Bill Emmott, former editor of The Economist.

First of all we asked both Annalisa and Bill how the idea of the movie was born: the origin lies in a conversation begun almost 11 years ago when Bill Emmott published the infamous cover of the Economist that declared Berlusconi unfit to lead Italy. At that time Annalisa interviewed him, and that was the beginning of a conversation and a friendship about the destiny of Italy, which was in a situation that was already serious at that time. Bill's preoccupation and affection for Italy grew along with the deteriorating situation of the conditions of our country.

We asked how come the movie was aired by a commercial TV, La7, and not a public service, such as RAI: unfortunately RAI wasn't intersted in the documentary. Several distributors, broadcasters, cinema festivals were contacted, and the answer was always the same, that the movie wasn't interesting. According to the authors, such an in depth analysis, done abroad, could be a useful thinking exercise, and many people are confirming that it is the same for them.

Many have remained amazed in seeing that the film in Italy is defined as "Bill Emmott's film", and giving no credit to the director Annalisa Piras. This has aroused a lot of questions: why do BBC and CNN talk about Piras and Emmott's movie and interview both, while in Italy they only talk about "Bill Emmott's film"? Maschilism? Provincialism? The accuracy of this journalism is put in doubt, and the questions surely belong to a reflexion on today's Italy and its information system.

Journalism in Italy is often accused of being not believable and not enough of a watchdog, because it doesn't ask questions. According to Annalisa this fact is to be held responsible for many problems of the country at the moment. A healthy information system is a fundamental function of any democracy, it helps citizens to understand the historical moment, reporting on the activity of those holding the power, and helps the accountability, in order to make people responsible in front of the citizens for their doings. When journalism is sick and doesn't work, democracy doesn't work either.

Finally we talked about what the future will bring, and how "Girlfriend in a coma" might become an important starting point to rebuild the country.

Of course, this is only a brief synthesis of the topics we talked about during the interview, so please watch it in its full version!

 Maria Petrescu | @sednonsatiata

martedì 19 febbraio 2013

Il Paese con la maschera



Questa volta non parlo di politica, o forse si. Volevo scrivere del Carnevale, così ho deciso di andare a Venezia. Quando sono tornato però della voglia di parlarne nemmeno l'ombra. Era svanita tutta nel tragitto ferroviario tra Bologna e Venezia Santa Lucia.

Con E. avevo deciso di fare un salto a Venezia perché avevo in mente di scrivere del Carnevale. Mi son detto che non poteva esserci luogo migliore della città lagunare per intercettarne l'aria, così domenica scorsa (10 febbraio) siamo andati. Cosa avrei scritto non lo sapevo ancora, ma ero certo che una volta arrivato lo avrei capito. Mi sbagliavo.

Di buon mattino ci siamo diretti alla stazione di Bologna. Il treno che nasceva lì era vuoto quando si è fermato sul binario. Siamo saliti e abbiamo preso i due posti adiacenti all'ingresso della carrozza. Quelli destinati, in caso di necessità, a disabili, donne incinte o con figli piccoli al seguito, anziani. Se posso evito sempre di sedermi al centro del vagone. Pochi minuti dopo il treno straripava, la gente seduta lungo il corridoio o sulle mensoline (quelle con il cassettino del rusco). Qualcuno, molti a dire il vero, è rimasto lungo la linea gialla impossibilitato fisicamente a salire.

Il treno è partito con la sua sovrabbondanza di umanità ammassata. Pochi minuti dopo mi chiedono se posso cedere il mio posto ad una ragazza con un figlio di 14 mesi. Mi alzo. E. si sposta nel mio seggiolino e io finisco in braccio ad E. mentre la ragazza si siede. Il treno è pieno di bambini, ammassati come maiali anche nel "tinello" per la salita e discesa dei passeggeri. Nessuno si alza per farli sedere, nessuno cede un cm quadrato del suo preziosissimo spazio vitale. Cominciano le fermate, e ad ogni giro la scena è quella di un paese che cerca, spesso inutilmente, di salire a bordo del convoglio diretto a Carnevale.

Lungo i binari all'altezza delle porte scorgo protezione civile e polizia armata di fischietto. Dovrebbero garantire l'ordine e la sicurezza, già precaria, di chi sale o scende dal carro bestiame. Non lo fanno. Appena il treno si ferma arretrano limitandosi a fischiare ogni tanto nel vano e poco motivato tentativo di sedare le risse che, fermata dopo fermata, si fanno più frequenti. Il ritardo si accumula insulto dopo insulto, spintone dopo spintone. Dallo spazio tra le due porte di salita e discesa arrivano male parole, c'è nervosismo. Non vedo i bambini mascherati, probabilmente pressati dentro un girone infernale di cui, forse, dimenticheranno fra qualche anno.

C'è un treno ogni ora, ma tutti vogliono salire su quello. C'è un treno ogni ora e su questo non c'è più spazio. Apriamo i finestrini perché l'aria è rarefatta. Noi possiamo, e penso ai bambini, quelli stipati tra i servizi igienici e le porte che ad ogni fermata fischiano. Da lì arrivano le urla dei genitori, genitori contro genitori. Nuovi passeggeri che, non appena la porta che li dovrebbe condurre al carnevale si apre, si mascherano da pirati disperati. Abbandonati per anni sull'isola deserta. Il nostro treno è quasi un miraggio, la nave che appare nel nulla e che aspettavano da anni. Che giorno è oggi, Mercoledì?

A Padova ci fermiamo per 15 minuti. Un uomo e una donna stanno litigando. Lei vuole salire per forza, lui cerca di non cadere giù dal treno che preme ed è un niente essere espulsi come pus da un brufolo. E' stallo. Nei due seggiolini davanti a noi stanno due signori, mezzi italiani mezzi tedeschi. Non si capisce. Continuano a ripetere che in Germania queste cose non succedono. Ma quando una donna dell'est chiede se possono fare un poco di spazio alla piccola figlia di 5 anni, insaccata come una salciccia nel budello, rispondono che no. In mezzo c'è il bracciolo, è fisso, non si può mica levare. Ho capito, not in my back yard. Sono più italiani che tedeschi. La piccola finisce seduta in bilico tra due schienali, la in alto, come se fosse la piccola regina inconsapevole, sul trono di un regno ormai allo sfascio.

Ci sono tutti su quel treno. Sto appoggiato al finestrino e penso che nemmeno mi ricordo più del carnevale, o che carnevale è già su quel treno, o meglio, la farsa, grottesca di una idea distorta di carnevale. O forse assomiglia di più ad una maschera. Quella del nostro paese. Quella che a fatica tentiamo ogni volta di togliere, ma poi niente. Forse ci siamo affezionati, alla maschera. Fisso la piccola di 14 mesi, sorride e sbatte i suoi piedini contro le mie ginocchia. Bel mondo ti aspetta, penso. Cresci piano, che qua non siamo mica pronti, sai.

Venezia Santa Lucia. L'olfatto è sopraffatto dall'odore di salsedine, e mare e legno impregnato e muri bagnati. Come un petardo di odori che improvviso esplode nel tuo naso. L'umanità varia scende dal treno, noi con loro. Poi i canali, le maschere, i suoni, la gioia, forse finta, anch'essa una maschera per celare il nervoso, l'ansia, i guai, il paese reale.

Volevo scrivere un post sul carnevale, ma si è perso lungo il viaggio. Forse è altrove, il carnevale. L'allegria non è qui ora. Non a Venezia, non in Italia. Forse c'è, ma è mascherata, in attesa di svelarsi in tempi migliori.

Matteo Castellani Tarabini | contepaz83

Photo Credit: Emanuela Carabelli


The country with a mask

This time I won't talk about politics, or maybe yes. I wanted to write about the Carnival, so I decided to go to Venice. But when I came back I didn't have any desire to speak about it. It was gone during the travel between Bologna and Venice Santa Lucia.

So the Pope speaks again. He does it with a message delivered by the apostolic nuncios to all State leaders. In the text the Pope quotes what he consideres the threats to peace. Beyond the right to work, Benedict XVI puts in the list euthanasia, abortion and gay marriage. All topics on which Italy for years (and not only Italy, yesterday Europe has voted on the "Fundamental Rights in the European Union" that has to do with many of the topics "enemies of peace", according to the Pope) carries on an extremely intense debate that sees the clash of political, civil and religious forces.

But what the Pope mentions isn't something the Church has to do with. On the contrary. And the fact that he says that such delicate topics are threats to peace is very serious, and is against common sense. And even though the message has been sent to all leaders, one might think that the Vatican has started its elections campaign in Italy. A vice that the Church in Italy never loses and that a certain political party tends to satisfy, for its own elections interest.

Gay unions (but I don't understand why we should call it marriage), of which in Milan with Pisapia, thanks to the approvation of civil unions, the administration is trying to define the guidelines, are a topic that in 2013 (we're basically there), in a country that calls itself as civil and democratic shouldn't even find any obstructionism. Same thing for euthanasia and abortion. They're civilization battles. A civil society that for the past few years has been carrying forward battles and debates to engage public opinion, to open new hopes of democracy, principles that go towards the autodetermination of the individual. Certainly not threats to peace.

These are threats that the Church sees for itself, that's the point. It's the fear of new breaches, of a new 1870. Or the fear of losing that influence that, in spite of everything, has remained since. At least here in Italy. And what better occasion than before the elections? With a strong political instability. Where games and allegiances are still to be defined and where it is necessary to form a new Catholic force, an expression of the Church in Parliament, to remind and impose the vision. The Church is here, who loves us will follow us. All the rest is a threat (not to peace, but to the Church). It seems like something we already heard before, in other occasions, not too long ago. And in the meanwhile the Pope meets and blesses Rebecca Kadaga, the promoter in Uganda of death penalty for gay people.

It's not enough to be on Twitter in order to be on top of times, it's not enough to unite with joy to understand the world. The battles are elsewhere, the openings, the fields on which to discuss. But this time around the foot in the pope shoe seems more firm and decided than ever. A few centuries behind.

Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83

martedì 12 febbraio 2013

Caro Caporale, lo Stato non è una famiglia



“Se il Pd facesse il suo mestiere direbbe a noi italiani che la spesa pubblica ha raggiunto un livello stratosferico, circa 800 miliardi di euro, e continua a galoppare, anno dopo anno. E non c’è tassa, sovrattassa, Imu o altra patrimoniale che riuscirà mai a tenergli testa. L’Italia è una famiglia che spende ogni mese più del triplo di quel che incassa, e cumula debiti e a stento ripaga gli interessi senza riuscire a scalfire il capitale che comunque dovrà restituire.”

Così scrive Antonello Caporale in un post del suo blog sul Fatto Quotidiano.

Purtroppo Caporale è completamente fuori strada, come è facile dimostrare, anche al netto dell'azzardata affermazione circa il fatto che la spesa supera di tre volte le entrate (in realtà il disavanzo pubblico è di pochi punti percentuali e tutti dovuti agli interessi sui titoli pubblici che non possiamo controllare).

Vediamo cosa succederebbe – e cosa in effetti è successo – se applicassimo la logica del bilancio famigliare ad uno stato o a una intera economia. Per fare ciò, poniamo che il reddito nazionale (PIL) sia, in un certo anno, 1000 miliardi e che di questo il 45% sia la spesa pubblica. Difatti, è bene ricordarlo, il reddito di una intera economia è pari alla somma dei consumi, degli investimenti, delle esportazioni nette (cioè la differenza tra esportazioni e importazioni) e, con grande cruccio di Caporale, anche della spesa pubblica.

Abbiamo quindi questi 450 miliardi di spesa che supporremo essere finanziati da 450 miliardi di entrate fiscali (il famoso pareggio di bilancio). Per far contento Caporale, taglieremo i 450 miliardi e li porteremo a 400. Immediatamente noteremo che il PIL sarà sceso da 1000 a 950. Non un grande risultato, il -5%. Ma cosa vuol dire tagliare di 50 miliardi la spesa pubblica? Cos'è precisamente la spesa pubblica?

Caporale non lo dice, ma la spesa pubblica sono gli stipendi dei dipendenti dello stato, gli acquisti delle pubbliche amministrazioni, la sanità, la scuola, eccetera eccetera. Ora, trascuriamo gli effetti sociali, parliamo solo di numeri. Se lo stato taglia la sua spesa, vorrà dire che il settore privato (cioè noi cittadini) riceveremo meno soldi e che saremo costretti a fornirci di servizi pagandoli direttamente.

Vediamo quindi che accade in concreto dopo il taglio. Probabilmente una parte di dipendenti pubblici verrà licenziata o vedrà calare il proprio stipendio. Nel momento in cui ciò accade, queste persone avranno meno reddito da spendere. E' quindi chiaro che ci si può attendere un calo dei consumi. Purtroppo non finisce qui. Le imprese che producono beni di consumo, vedranno calare la domanda e quindi a loro volta chiuderanno o licenzieranno. Avremo quindi ancora più persone senza lavoro o con un reddito ridotto. Queste persone, a loro volta, faranno meno acquisti, e così via. Lo stesso vale ovviamente se lo stato taglia gli acquisti, oppure, e peggio, se taglia gli investimenti.

Il risultato finale è che il PIL non calerà solo di quel 5%, ma di un 5% moltiplicato per un certo fattore, chiamato “moltiplicatore fiscale”. Quanto vale? Il Fondo Monetario Internazionale ha calcolato 1,5 – 1,7 (il che significa che ogni taglio alla spesa pubblica di un euro procura un calo del PIL di 1,7 euro) facendo ammenda per averlo sottostimato quando ha consigliato austerità ai paesi periferici europei.

Ma la storia continua. Poiché il reddito nazionale è calato, e abbiamo creato tutti questi disoccupati, il gettito fiscale dello stato diminuirà o, nella migliore delle ipotesi, non crescerà di quanto ci si sarebbe aspettato, per cui le finanze pubbliche ne risentiranno. E, ancora, la massa di disoccupati chiederà sussidi, diventando un peso per lo stato.

A questo punto si alza Oscar Giannino e dice: d'accordo, ma noi diminuiremo le tasse così i cittadini potranno spendere. Peccato però che il moltiplicatore delle tasse è molto minore di quello della spesa (e questo ce lo dice sempre il FMI, mica i Marxisti per Tabacci), intorno a 0,3-0,5.

Il motivo è semplice: solo una parte del maggiore reddito disponibile grazie alla riduzione delle imposte verrà spesa, soprattutto in una situazione di incertezza come quella attuale, mentre la parte maggiore verrà prudentemente risparmiata. Come diceva Keynes, durante una crisi i “sacrifici” sono un'assurdità e la riduzione della spesa statale è una follia oltraggiosa:

Ogni volta che qualcuno taglia la sua spesa, sia come individuo, sia come Consiglio Comunale o come Ministero, il mattino successivo sicuramente qualcuno troverà il suo reddito decurtato; e questa non è la fine della storia. Chi si sveglia scoprendo che il suo reddito è stato decurtato o di essere stato licenziato in conseguenza di quel particolare risparmio, è costretto a sua volta a tagliare la sua spesa, che lo voglia o meno […] e anche quando il singolo riceve il potere di acquisto aggiuntivo, di solito sceglie la sicurezza o, quanto meno, pensa che sia virtuoso risparmiare e non spendere.
Keynes Blog

Certo, poi chiunque vuole eliminare gli sprechi, perché no. Ma le risorse risparmiate andrebbero reinvestite interamente in una migliore spesa, non in un inutile e deleterio risparmio forzato.

Guido Iodice | @guiodic


Dear Caporale, the State is not a family

"If the PD did its job, it would tell us Italians that the public expense has reached a stratospheric level, and continues to grow, year after year. And there is no tax, supertax, IMU or other patrimonial that will ever manage to keep up with it. Italy is a family that spends every month more than three times what it earns, which accumulates debt and barely manages to pay interests without going into the capital that it will have to give back anyway."

This is what Antonello Caporale writes in a post for his blog on Fatto Quotidiano, but unfortunately he is completeley wrong, as it is easy to prove, even without the statement about the expense being three times higher than incomes (in reality the difference is just a few percentage points higher, and all due to interests on public titles that we cannot control.

Let's see what would happen - and actually has happened - if we applied the logic of a family balance to a State or an entire economy. To do this, let's say that the national income (GDP) is, during one year, 1000 billion and that 45% of it is public expense. It's good to remember that the income of an entire economy is equal to the sum of consumes, of investments, of net exportations (which is the difference between export and import) and even public expense.

So we have these 450 bilion of expenses that we suppose will be financed by 450 bilion of taxes income (the famous balance parity). In order to make Caporale happy, we'll cut the 450 billion and take them to 400. Immediately we're going to notice that the GDP has gone from 1000 to 950. It's not a great result, -5%. But what does it mean to cut 50 billion of public expenses? What exactly is the public expense?

Caporale doesn't tell us, but the public expenses are the salaries of the State employees, the purchases of the public administrations, sanity, school and so on and so forth. Now, let's go over the social effects, let's simply talk about the numbers. If the State cuts its expenses, it means that the private sector (us citizens) will receive less money, and we will be constrained to get the services by paying out right.

Let's see what happens effectively after the cut. Probably one part of public employees will be fired, or will have their wages reduced. When that happens, these people will have less incomes to spend. So it's clear that we can expect a lowering of purchases. But it's not over. The enterprises which produce goods will see the demand decrease, so they will have to close or fire some of their employees. So we'll see even more people without a job or with a reduced income. These people, again, will buy less, and so on. The same thing happens obviously if the State cuts on purchases or, even worse, if it cuts on investments.

The final result is that the GDP won't only drop by 5%, but a 5% which is multiplied by a certain factor, called "fiscal multiplicator". How much is it worth? The International Monetary Fund has calculated 1,5 - 1,7 (which means that every cut to public expense of 1 euro causes of decrease in the GDP equale to 1,7 euro) apologizing for underestimating it when advising austerity to countries who were on the brink of crisis.

But the story continues. Because the national income has dropped, and we created all these unemployed people, the incomes of the State will drop further, or - in the best case scenario - it won't grow as much as we might expect, which will make the State finances suffer. And again, the mass of unemployed people will ask for support, becoming a burden for the State itself.

At this point Oscar Giannino gets up and says: allright, but we will lower the taxes, so that citizens will be able to spend more. Too bad the tax multiplier is much lower than the expense one (which is something the IMF says, not someone random), around 0,3 - 0,5%.

The reason is simple: only one part of the income, higher because of the reduction of taxes, will be spent, especially in a situation of uncertainty as the one we're living right now, while the biggest part will be carefully saved.

As Keynes used to say, during a crisis "sacrifices" are absurde and the reduction of state expense an outrageous folly: "Every time someone cuts on expenses, both as an individual and as Council or Ministery, the following morning someone will find their incomes shortened; and that's not the end of the story. Whoever wakes up to discover that they have less income, or they have been fired as a consequence of a particular attempt to save some money, is constrained to cut on expenses, whether they like it or not [...] and even when the indicidual receives an additive buying power, usually they choose the safety or at least thinks that it is better to save, not spend."

Of course, everyone then wants to eliminate waste, why not. But the saved resources should be invested entirely in a better expense, not in a useless and harmful forced saving.

Guido Iodice | @guiodic

sabato 12 gennaio 2013

Dialoghi con Gennariello: che cos'è questa crisi?



1 - Che cos'è questa crisi?


Gennariello (studente di scuola media superiore): Mi spieghi come mai questa crisi non finisce più?

Pasquale: Secondo te, perché?

Gennariello: Non lo so. È cominciata quando avevo otto anni, oggi ne ho quindici. Sono passati sette anni…

Pasquale: Sei sicuro che sia iniziata sette anni fa?

Gennariello: Il professore di storia ci ha detto che è iniziata nel 2006. “La crisi finanziaria dei subprime negli Stati Uniti, che poi si è diffusa in tutto il mondo” – ha detto proprio così. Ma non ha saputo dirci quando finirà.

Pasquale: Non può saperlo - perché non è soltanto una crisi finanziaria.

Gennariello: Cioè?

Pasquale: È anche una crisi economica, e sociale, politica, istituzionale, intellettuale e morale.

Gennariello: Una crisi composta da tante crisi! Queste crisi tutte insieme che cosa vogliono dire?

Pasquale: Che questa è una crisi di civiltà. Non funziona più la civiltà moderna. Lo sai cos’è la civiltà moderna?

Gennariello: Certo! Stiamo studiando proprio il Rinascimento, il superamento della crisi del Medioevo, Machiavelli… – queste cose qui. La civiltà moderna è nata nel Quattrocento.

Pasquale: Bene. E, come ogni cosa che nasce, ogni civiltà cresce, matura, invecchia… e muore. La civiltà moderna sta morendo. È in crisi non una sua parte, un suo settore, è l’intero suo organismo ad essere in crisi. E non è in crisi da pochi anni, ma dai primi decenni del secolo scorso.

Gennariello: Davvero? Ma nessuno dice queste cose.

Pasquale: Alcuni lo hanno detto. Il primo è stato Gramsci, negli anni Trenta del Novecento. Nei suoi Quaderni del carcere parla di ‘crisi organica”.

Gennariello: È più grave di quanto pensassi, allora! E si può uscire da una crisi organica, da una crisi di civiltà?

Pasquale: Il professore di storia vi ha spiegato come siamo usciti, sei secoli fa, dalla crisi del Medioevo, cioè dalla crisi della civiltà precedente a questa?

Gennariello: Certo! Con le scienze, la scienza politica di Machiavelli, e le arti, l’architettura di Brunelleschi, la scultura di Michelangelo, e nuovi modi di pensare, di coltivare la terra, di navigare i mari…

Pasquale: Proprio così. La crisi di una civiltà si supera attraverso la costruzione di una nuova civiltà. Anche la civiltà medievale è nata dal superamento della crisi della civiltà precedente, la civiltà greca e romana.

Gennariello: Ma allora, perché i politici, e gli economisti, dicono che la supereremo, questa crisi, fra uno o due o tre o anche di più anni, ma la supereremo senza cambiare radicalmente il nostro modo di pensare e di agire, soltanto diventando più attenti e più buoni?

Pasquale: Una gran parte di loro, i politici al potere, e gli economisti in cattedra, non lo sanno nemmeno, che questa è una crisi di civiltà – per ignoranza. E quei pochi che lo sanno, o lo intuiscono, hanno un ruolo dominante in questa vecchia civiltà moderna, e preferiscono tacerlo, per non mettere in discussione il potere e il prestigio di cui godono. Certo, potrebbero elaborare e costruire nuove forme di organizzazione politica, oltre i partiti (in crisi), e nuove forme di conoscenza e progettazione economica, oltre la scienza economica esistente (in crisi) – ma sono troppo frivoli e conservatori per farlo.

Gennariello: E quanto tempo ci vorrà per costruire una nuova civiltà?

Pasquale: Decenni. Nel migliore dei casi, questa crisi di civiltà durerà decenni.

Pasquale Misuraca | @pasqualmisuraca


Dialogues with Gennariello: what is this crisis?

Gennariello (highschool student): Can you explain why is it that this crisis doesn't end?

Pasquale: What do you think?

Gennariello: I don't know. It started when I was 8, now I'm 15. Seven years have passed...

Pasquale: Are you sure it started 7 years ago?

Gennariello: Our history teacher told us it started in 2006. "The financial crisis of subprimes in the US, that spread in the whole world" - he said just that. But he couldn't tell us when it will end.

Pasquale: He can't know - because it's not just a financial crisis.

Gennariello: Which means?

Pasquale: It is also an economical crisis, and social, political, institutional, intellectual and moral.

Gennariello: A crisis composed by many crises! What do they all mean together?

Pasquale: That this is a crisis of civilization. Modern civilization doesn't work anymore. Do you know what the modern civilization is?

Gennariello: Of course! We're studying the Renaissance, the overcoming of the Middle Ages crisis, Machiavelli... - that kind of stuff. The modern civilization was born in the fifteenth century.

Pasquale: Good. And, as every thing that is born, every civilization grows, matures, gets old... and dies. Modern civilization is dying. Not one part or section of it is in crisis, it's the whole organism that's in crisis. And it hasn't been so for just a few years, but from the first decades of last century.

Gennariello: Really? But nobody says these things.

Pasquale: Some have. The first was Gramsci, in the Thirties. In his notebooks from prison he talks about an "organic crisis".

Gennariello: It's more serious than I thought, then! And is it possible to get out of an organic crisis, a civilization crisis?

Pasquale: Has your history teacher explained how we got out, six centuries ago, from the Middle Ages crisis, which is the civilization crisis that preceded this one?

Gennariello: Of course! With the sciences, the political science of Machiavello, and arts, Brunelleschi's architecture, Michelangelo's sculpture, and new ways of thinking of cultivating the land, of navigating the seas...

Pasquale: Just so. The civilization crisis is overcome by building a new civilization. The middle ages civilization as well was born from overcoming the crisis of the preceeding civilization the Greek and Roman civilization.

Gennariello: But then how is it that politicians and economists say that will overcome this crisis, in one or two or three or even more years, but we will overcome it without changin radically our way of thinking and acting, but just becoming more careful and better?

Pasquale: A great part of them, the politicians who hold the power, and the economists don't even know that this is a civilization crisis - because of ignorance. And the few who do know, or sense it, have a dominant role in this old modern civilization, and they prefer not to say, in order to not risk the power and prestige they have. Of course, they could elaborate and build new forms of political organization, beyond parties (in crisis), and new forms of knowledge and economical project, beyond the existing economical science (in crisis) - but they are too frivolous and conservative to do it.

Gennariello: And how long will it take to build a new civilization?

Pasquale: Decades. In the best of cases, this civilization crisis will last decades.

Pasquale Misuraca | @pasqualmisuraca

lunedì 10 dicembre 2012

#Monti si dimette, #Berlusconi torna: l'Italia sull'orlo di una crisi (di nervi)



Monti rassegnerà le sue dimissioni all’indomani dell’approvazione della legge di stabilità e di bilancio. Ciò è quello che hanno appreso tutti coloro che son rimasti sabato sera a casa.

Tramite il pretesto di una dichiarazione del Ministro Passera ad Agorà (“Si torna indietro? Non è un bene per l’Italia. Dobbiamo dare la sensazione che il Paese va avanti”, nda), Berlusconi torna prepotentemente ad occupare la scena politica italiana.

Il passo indietro della stragrande maggioranza dei membri del PDL riguardo il tema primarie è alquanto disarmante. Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Alessandro Cattaneo sono gli unici ad essersi opposti. Tatticamente parlando, la mossa del Cavaliere è comprensibile alla luce dell’impegno del Consiglio dei Ministri per l’approvazione di un decreto riguardo l’incandidabilità dei condannati. Tale legge proibirebbe ai più di candidarsi, Silvio Berlusconi in primis.

Per questo motivo, il PDL ha tolto la fiducia al governo in una serie di provvedimenti.
Mario Monti ha però fermamente reagito alle mosse del PDL. A sorpresa, presentandosi al Quirinale, ha dichiarato di voler rassegnare le dimissioni successivamente all’approvazione della legge di stabilità. La nota del Quirinale riguardo l’incontro col Presidente Napolitano è molto chiara quanto fortemente critica. Il Presidente del Consiglio, non ritenendo una situazione del genere adatta per poter espletare il proprio mandato, ha espressamente dichiarato che “accerterà quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità di provocare l'esercizio provvisorio - rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo - siano pronte a concorrere all'approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità e di bilancio.” Dichiarazioni forti, che restituiscono a Berlusconi la patata bollente della crisi.
Ma non è finita.

Berlusconi ha fatto bene i calcoli. Con l’attuale Porcellum, che assegna i seggi al Senato su base regionale, il PDL punta alla vittoria nelle grandi regioni come la Lombardia e il Veneto, presentando un’alleanza con la Lega di Roberto Maroni. Come illustra il Professore Roberto D’Alimonte ne Il Sole 24 Ore, il punteggio alla Camera risulterebbe scontato. Il premio su base regionale del Senato, invece, porrebbe Berlusconi nella condizione di togliere al PD+SEL la maggioranza di 158 senatori necessaria.

Ci si chiede la reazione delle opposizioni. Giuseppe Civati auspica nel suo blog che la propria coalizione si focalizzi sui programmi. Il consigliere regionale PD della Lombardia chiede al PD (e alla coalizione di centro-sinistra) di abbandonare la retorica anti-berlusconiana e di giocare la propria partita. “La tentazione è forte”, dice Civati, ma il centro-sinistra dovrebbe puntare a sfruttare il suo vantaggio e a giocare la propria partita.

Il segretario PD e ormai candidato della coalizione dei progressisti Pierluigi Bersani inizia perciò la sua campagna elettorale tramite la pubblicazione di una sua intervista al Wall Street Journal, in cui illustra le sue politiche per l’Italia, inserendola nel più quadro ampio europeo. Parole d’ordine: lavoro, lotta all’evasione fiscale, minor uso del contante, ruolo delle nuove generazioni.

Ci si chiede se Pierluigi Bersani riuscirà a vincere la propria battaglia anche in Lombardia e Veneto, che oramai divengono i nostri Ohio. Ma ancor di più, ci si chiede se la politica italiana nel suo complesso non offuscherà l’orizzonte di ripresa che tutti noi auspichiamo soltanto per meri interessi personali.

Veronica Orrù | @verocrok


Monti resigns, Berlusconi returns: Italy on the edge of a crisis

Monti will resign the day after the approvation of the stability and budget law. This is what everyone who remained at home on Saturday night learned from the news.

With the pretext of a declaration of minister Passera at Agorà ("Are we going back? It's not good for Itay. We must give the feeling that we're going forward"), Berlusconi returns to strongly occupy the Italian political scene.

The step backward of the majority of PDL members regarding the primaries is quite disarming. Guido Crosetto, Giorgia Meloni and Alessandro Cattaneo were the only ones to oppose. Tactically speaking, the Chevalier's move is understandable in the light of the work of the Minister Council for the approvation of a decree regarding the impossibility to candidate those who have been condemned for crimes. This law would forbid the majority to candidate, Silvio Berlusconi in particular.

For this reason, the PDL has denied the trust to the government in a series of decisions. Mario Monti has firmly reacted to PDL's moves. Surprising everyone, presenting himself at the Quirinale, he declared that he wants to resign the day after the approvation of the stability law. The note regarding the encounter with President Napolitano is very clear and very critical. The Premier, considering this situation not adequate for his mandate, has expressly declared that he will "clear as soon as possible whether the political forces that dunnot want to take responsibility for provoking a provvisory exercies - making the consequences of a government crisis even worse, also at an European level - are ready to help in the approval of the laws of stability and budget." Strong statements, which give back to Berlusconi the hot potato of the crisis.
But it's not all.

Berlusconi has calculated well. With the current Porcellum, which gives the seats in Senate on a regional basis, the PDL aims to the victory in the big regions such as Lombardy and Veneto, presenting an allegiance with Roberto Maroni's Lega. As Professor Roberto D'Alimonte illustrates in Il Sole 24 Ore, the points at the House would be obvious. The prize on a regional basis of the Senate, on the contrary, would put Berlusconi in the condition of taking away to PD and SEL the majority of 158 necessary senators.

Ci si chiede la reazione delle opposizioni. Giuseppe Civati auspica nel suo blog che la propria coalizione si focalizzi sui programmi. Il consigliere regionale PD della Lombardia chiede al PD (e alla coalizione di centro-sinistra) di abbandonare la retorica anti-berlusconiana e di giocare la propria partita. “La tentazione è forte”, dice Civati, ma il centro-sinistra dovrebbe puntare a sfruttare il suo vantaggio e a giocare la propria partita.

Il segretario PD e ormai candidato della coalizione dei progressisti Pierluigi Bersani inizia perciò la sua campagna elettorale tramite la pubblicazione di una sua intervista al Wall Street Journal, in cui illustra le sue politiche per l’Italia, inserendola nel più quadro ampio europeo. Parole d’ordine: lavoro, lotta all’evasione fiscale, minor uso del contante, ruolo delle nuove generazioni.

Ci si chiede se Pierluigi Bersani riuscirà a vincere la propria battaglia anche in Lombardia e Veneto, che oramai divengono i nostri Ohio. Ma ancor di più, ci si chiede se la politica italiana nel suo complesso non offuscherà l’orizzonte di ripresa che tutti noi auspichiamo soltanto per meri interessi personali.

Veronica Orrù | @verocrok

mercoledì 5 dicembre 2012

Il falso mito dell'italiano sfaticato e del tedesco super efficiente



Produttività, produttività, produttività! E' questa la parola d'ordine del governo, di Confindustria, degli editoriali dei giornali: “La produttività del lavoro in Italia è molto più bassa di quella tedesca, ecco perché siamo in crisi”. 

Raramente si spiega però cosa voglia dire e la terminologia tecnica (“produttività del lavoro”) lascia intendere che il problema siano i lavoratori. Magari, come dice la Fornero, perché da noi c'è il sole, si mangia bene, la gente si rilassa. Oppure, come sostiene il sottosegretario Polillo, perché facciamo troppe vacanze.

Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla. Una misura largamente utilizzata è la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora. Collegato alla produttività abbiamo il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in salari, contributi e altre spese relative al personale, produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.

A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:



e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.

Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro (somma di salari, contributi e altre spese relative ai lavoratori) nei paesi dell'OCSE.



Insomma, non lavoriamo poco e non percepiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?

Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.

Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo di non produrre automobili, cioè prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.

Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.



Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettanto decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti, e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui costi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:



Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.

Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.

Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.

Guido Iodice | @guiodic


The false myth of the Italian inefficiency and German perfection


Productivity, produttività, produttività! This is the mantra of the government of Confindustria, of the newspapers: "Productivity of work in Italy is lower than in Germany, that's why we're in crisis."

Rarely do they explain what the technical terminology ("work productivity") truly means, and leaves to understand that the problem are the workers themselves. Because maybe, as Fornero says, we have sun and good food, and people relax. Or, as Polillo says, because we have too many vacations.

Ma cos'è la produttività? Vi sono molti modi per misurarla, ma i due fondamentali sono la “produttività oraria”, cioè quanto prodotto un lavoratore realizza in un'ora, e il “costo del lavoro per unità di prodotto”, cioè quanto costa, in termini di salari, contributi e altre spese produrre qualcosa. Ma ecco il punto su cui fare attenzione: il “prodotto” viene calcolato generalmente in termini monetari, non di quantità, visto che non possiamo mischiare automobili a confetture di frutta. Per cui la produttività oraria significa quanto PIL l'Italia realizza con un'ora di lavoro di un lavoratore e il “costo del lavoro per unità di prodotto” significa quanto salario, contributi e altre spese legate al personale sono necessarie per produrre 1 euro di PIL.

A questo punto possiamo capire dove sta l'inghippo. Il problema è che i lavoratori italiani lavorano meno ore di quelli tedeschi? No, è il contrario. Gli italiani lavorano molte più ore dei tedeschi, come si evince da questo grafico:

e guardate i famosi “sfaticati” greci, loro lavorano molto più di noi.

Allora, si dirà, il problema è che i lavoratori italiani costano troppo alle aziende. Neppure: ecco la classifica del costo del lavoro nei paesi dell'OCSE.

Insomma, non lavoriamo poco e non prendiamo salari troppo alti. Il problema è quindi da un'altra parte. Dove? Perché nonostante lo sforzo lavorativo e nonostante i salari non elevati, la nostra “competitività” è bassa?

Pensiamo ad un lavoratore della terra. Se deve arare il campo con le mani nude gli può servire una settimana per smuovere la terra di un piccolo appezzamento. Se ha una zappa, allora ci metterà un giorno. E se invece ha un trattore, impiegherà solo un'ora. Il problema è quindi nell'altro fattore produttivo oltre al lavoro, cioè il capitale.

Proviamo a capirne le cause. Quel che sappiamo è che le nostre imprese non investono in ricerca e sviluppo, non ammodernano i macchinari, sono generalmente piccole, così che non possono ottimizzare i costi come fanno le grandi imprese. Ma sappiamo anche che il problema è anche in ciò che (non) produciamo: ad esempio non produciamo software, pannelli solari, prodotti tecnologici e tra poco rischiamo anche di non produrre automobili, cioè che prodotti che hanno un elevato valore aggiunto (in sostanza costa relativamente poco produrli e vengono venduti a prezzi relativamente elevati). La Grecia fa molto peggio di noi, vista la debolezza del suo settore industriale.

Allora, si dirà, la Germania è il campione della produttività europea. Sicuramente loro producono in modo più efficiente di tutti, grazie alla proverbiale organizzazione tedesca. I loro prodotti sono migliori e la gente è disposta a pagarli di più. La risposta è che sì, i tedeschi sono bravi, ma non i più bravi di tutti. Questo grafico mostra la produttività oraria di alcuni paesi europei.

Come si nota la Germania è messa decisamente meglio dell'Italia, la Spagna e la Grecia, ma altrettante decisamente è indietro rispetto alla Francia e addirittura leggermente al di sotto della media europea. Quindi la Germania non è “il campione” della produttività. Ma allora come si spiega che la Francia importa dalla Germania più di quanto esporti e non il contrario? La risposta è che la Germania sta competendo sui prezzi. Da 10 anni i salari dei lavoratori tedeschi sono fermi, quindi mentre la produttività oraria cresceva, con i salari stagnanti il “costo del lavoro per unità di prodotto” precipitava, come mostra questo grafico:

Per non parlare della compressione della domanda interna grazie ai lavori sottopagati (i cosiddetti mini jobs), che ha provocato la frenata delle importazioni. Gli altri paesi, invece, chi più, chi meno, hanno visto aumentare i salari con la produttività.

Insomma, diciamo la verità: i tedeschi – leggasi: le classi dirigenti tedesche – stanno facendo i “furbi”, approfittando della mancanza di regole europee sui costi dei dipendenti. Impongono ai paesi periferici la stretta sui bilanci pubblici, l'austerità, le riforme regressive sul mercato del lavoro, ma di regole contro la “deflazione salariale” che vadano a colpire i loro interessi non se ne parla. Forti dell'egemonia economica che hanno conquistato grazie alla mancanza di regole, la trasformano in egemonia politica che usano per fare in modo che le regole continuino a favorirli.

Nei giorni scorsi le parti sociali hanno firmato un accordo sulla “produttività”. Come al solito si è fatto un passo indietro in termini di tutele, lasciando ai contratti di secondo livello (che poi non si fanno quasi mai) una serie di regole sulla flessibilità di orari e mansioni e sul recupero dell'inflazione, svuotando il contratto nazionale e colpendo i già bassi salari. Sono le stesse ricette che si applicano da 20 anni a questa parte: flessibilità, deflazione salariale. Ma abbiamo visto che il grosso del problema produttività in Italia è di tutt'altra origine. E come nei precedenti 20 anni queste misure non serviranno a nulla, se non a dare un po' di ossigeno ai settori più arretrati del sistema produttivo italiano, invece di puntare decisamente su l'innovazione di prodotto e di processo.

mercoledì 28 novembre 2012

40 domande a @pbersani, tra #primarie ed #elezioni2013: risponderà? #pb2013



Siamo arrivati a Bersani, dopo Renzi e Vendola, tocca al segretario rispondere alle domande che Intervistato ha raccolto dalla rete. Segretario dal 2009, con un partito uscito malconcio dalla sconfitta elettorale, le do atto di averci messo la faccia in un periodo che definire difficile è dire poco. In tre anni è successo di tutto e secondo molti "prestigiosi commentatori" siamo ancora in una fase di "transizione".


Prima o poi però da qui, da questo pantano bisognerà uscirne, bisognerà lanciare un progetto per questa Italia adesso in mano ai tecnici, bisognerà trovare una sintesi fra le parti in causa. Non parlo del PD, agitato fra renziani e giovani turchi, o della coalizione che verrà, ma del paese. Ci vuole coraggio e lei ne ha fatto il suo claim elettorale. Niente da dire, ma poi ci sono le elezioni da vincere e ci sono tante cose da fare.


E bisogna farle e farle almeno nel migliore dei modi possibili, magari se si ascoltasse di più la rete, e in maniera diversa, qualche proposta seria si trova, anche perché qui ci sono cittadini, gente che lavora e gente che vorrebbe lavorare.

Però è difficile mettere insieme posti letto in ospedale e F35, infrastrutture e recupero del territorio, che sembra venire giù ad ogni temporale, spending review e servizi sociali. Qui c'è bisogno di cambiare, ma non per vezzo o perché ce lo chiede l'Europa, ma per due motivi: le regole e le soluzioni usate non funzionano più e perché lo chiede il paese.

E' una parola importante questa - Paese - qualcosa che sa di lontano e sembra essere svanita, forse è stata l'illusione di una nazione, visto che l'Italia sembra una galassia che si raduna intorno ai proprio campanili, reali o costruiti abilmente da vari imbonitori che si sono succeduti negli ultimi anni, troppo anni.

Non c'è solo il lavoro, ci sono anche i diritti. Stamattina leggo che ha avuto il primo si alla Camera la proposta di legge che equipara i figli naturali a quelli nati all'interno del matrimonio. Era ora, visto che la famiglia, di cui tutti si sono riempiti la bocca, sembra ancora essere il cardine del paese. Ma quale famiglia?


Qui bisogna aprire gli occhi, le cose sono cambiate. Tutto è cambiato. Qui bisogna che manca una parola a tutti i dibattiti che stanno sorgendo, cioè responsabilità. Quelle della politica e quelle dei cittadini, bisogna ridisegnare un patto in tutta la società.


Lei come lo vuole questo patto? Quali sono le responsabilità che intende prendersi? Per ora vorremmo che prendesse quella di rispondere a queste domande.

Simone Corami | @psymonic


40 questions for Pierluigi Bersani

We've arrived at Bersani, after Renzi and Vendola, so it's the secretary's turn to answer the questions that Intervistato.com collected online. Secretary since 2009, with a party that wasn't very well put after the elections defeat, he did put his name on the line in a time that defining difficult is too little. In three years everything happened, and according to some prestigious commentators, we're still in a phase of transition.

Sooner or later we'll have to get out of this mess, though, we'll have to launch a project for this Italy now in the hands of technicians, we'll have to find a synthesis between the parts. I'm not talking about the PD, agitated between Renzi supporters and young turks, or the coalition, but about the country. We need courage and Bersani made it his elections claim. Nothing to say, but there are elections to win and many things to do.

And they must be done in the best possible way, maybe listening to the Web more, and in a different way, some serious proposal can come out, because here there are citizens, people who work and people who wants to work. But it's difficult to put together beds in hospitals and F35s, infrastructures and territory, that seem to collapse every time it rains, spending review and social services. There's a need for change, but not because Europe is asking for it, but for two reasons: rules and solutions used until now don't work anymore, and because the country is asking for it. It's an important word - Country - something that seems faraway and almost vanished, maybe the illusion of a nation, since Italy looks like a galaxy that reunites around its bell towers, real or built by those who wanted to control the people for so many years.

And not only work, rights as well. This morning I read about the first yes at the House for the law that makes rights equal for legitimate and natural sons. It was about time, since the family everyone's talking about seems to still be an important pillar of the country. But which family? We have to keep our eyes open, things have changed. Everything has changed. Here one word is lacking from all the debates, which is responsibility. That of politics and of citizens, we must redesign a pact for society. How do you see this pact? What are the responsibilities you intend to take? For now we would like you to take the responsibility of answering these questions.

Simone Corami | @psymonic

sabato 10 novembre 2012

Comunicazione politica: la responsabilità della #Fornero



In un passaggio del nuovo libro di Vespa la Fornero è parsa più preoccupata dell'abito da mettere non tenendo conto dei problemi del monaco che avrebbe dovuto affrontare da li in avanti.

Già, è uscito il nuovo libro di Bruno Vespa, Il Palazzo e la piazza. Crisi, consenso e protesta da Mussolini a Beppe Grillo - che a leggere così, parrebbe anche una cosa seria. Sembra che ci sia una parte, tra le tante, dedicata alla Fornero: si parla della sera in cui è stata chiamata dall'amico Mario Monti per diventare ministro del Lavoro, e della mattina dopo, quando, dopo aver prenotato il volo per Roma, è stata assalita dalla domanda delle domande. No, non si è chiesta “sarò davvero in grado?”. Peggio, molto peggio. “Stavo scegliendo un tailleur-pantalone nero per la cerimonia al Quirinale, quando mi telefonò Lucia Annunziata (...): 'Ricordi che questo giorno è per sempre' mi disse. 'Scelga l'abito che le piace di più'.” E chi non è donna non può capire: il domandone, “Che mi metto?”, è un qualcosa che può non farti dormire la notte, un qualcosa di esistenziale, di viscerale. Un qualcosa che già è tanto che la Fornero dopo la telefonata, in preda all’isteria, non si sia precipitata al centro commerciale più vicino perché, come tutte, non aveva ‘niente da mettersi’. Eppure sembrerebbe che lei, fiduciosa, si sia affidata per la scelta alla sua colf rumena di 27 anni: “'Qual è l'abito che ti piace di più?' le chiesi. […] Pensai che se piaceva a una ragazza, doveva piacere a tutti.”

Forse alla Fornero quel giorno sembrava tutto in discesa, o quantomeno tutto più facile. Forse la via che stava per intraprendere le appariva (solo) tremendamente stimolante e carica di aspettative. Carica anche di responsabilità, certo: ma in una luce tutta propositiva. Perché, pensava, se riesco a piacere ai ragazzi, dovrò – fuor di metafora - piacere a tutti.

Eppure premendo il tasto forward fino ad oggi, l’immagine che ci appare è molto diversa. E dovevamo capirlo già dal primo pianto non controllato: la situazione che si è trovata davanti non era né facile, né in discesa, e se n’è accorta subito. Tanto che piacere ai ragazzi, ora come ora, le interessa poco. Anzi, non perde occasione, con numerosi scivoloni, per avvilire gli spiriti già fiaccati di una generazione che esce ogni giorno di casa con le spanne aperte e tese, in attesa di una manna dal cielo che non arriva. Generazione che, paradosso, proprio da lei pende (sbagliando) per capire da dove iniziare per costruirsi il futuro.

E di questa dimensione, quasi mistica, il ministro Fornero non ha ancora la piena coscienza: “Se ci siete voi dovrò pensare a ogni parola”, ha detto ai giornalisti lo scorso 5 Novembre, tentando di cacciarli dalla sala in cui interveniva a Torino, “una persona parla per quaranta minuti, dicendo cose pacate e sensate, ma poi una semplice battuta diventa il titolo dei giornali e solleva polemiche che vanno avanti per settimane.” E’ chiaro che sta perdendo, e in maniera preoccupante, il contatto con la realtà. Con buona pace di tuttiquelliche:“Un politico deve stare molto attento alla comunicazione, ma è anche vero che il minimo errore non ti viene perdonato” che si leggono in giro negli ultimi giorni: un’affermazione del genere, proferita da quelle labbra, non solo è piagnucolosa, non solo è paradossale, ma è - udite udite -  addirittura inaccettabile.

Mills sosteneva che sarebbe “realistico da un punto di vista sociologico, moralmente giusto, e politicamente indispensabile esigere molto dagli uomini di potere, e attribuire loro la responsabilità del corso di specifici eventi.” Rimaniamo, per non spingerci troppo oltre, sul ‘politicamente indispensabile’. Parliamo di un governo tecnico. Un governo di emergenza, di expertise, che non abbiamo scelto, non abbiamo messo in discussione: calato, dall’alto, per la nostra salvezza. E’ chiaro che il ruolo ricoperto da chi ha potere, in questo momento storico, assume una valenza enorme. Forse non ce n’è la completa percezione, ma la responsabilità relativa al discorso ‘lavoro’ in Italia ha dimensioni non del tutto misurabili: al di là dei provvedimenti presi (di cui non si parlerà in questa sede), il feedback che si riceve dall’altro lato della barricata è un misto di speranza, rabbia, lotta, immaturità; un mix non certo facile da gestire, e un peso notevole, sia umano che politico. Che, però, la Fornero si è caricata in piena libertà di intendere e di volere.

La presenza dei giornalisti all’incontro dell’Unione Industriale del 5 Novembre, nonostante il tentativo di “porte chiuse”, si deve ad un cronista, che a nome di tutti si è alzato in piedi e ha detto: «Non ce ne andiamo, perché noi, come voi, stiamo facendo il nostro lavoro e abbiamo il diritto di farlo». Ogni tanto c’è bisogno di specificarlo. Perché per la maggior parte di noi tornare in redazione con il block notes bianco è un po’ come tornare a casa la sera, dai campi, con la cesta vuota: hai buttato un giorno di lavoro, e nessuno ti pagherà.

Carol Verde | @car0lverde


Political communication: Fornero's responsibilities

In a passage of Vespa's new book Fornero has appeared more worried by the dress to wear, not taking into account the problems of the mon that she would have to face from that point on.

Yes, Vespa's new book is out, "The Palace and the square". Crisis, consent and protest from Mussolini to Beppe Grillo. Which, reading it this way, would seem something serious. It seems that there's a part, among many, dedicated to Fornero, about the night she was called by her friend Mario Monti to become Minister of Welfare, and the morning after, when - after booking the flight to Rome - she was struck by the question of questions. No, she didn't ask herself whether she would be capable. Worse, much worse. "I was choosing a black tailleur for the cerimony at the Quirinale, when Lucia Annunciata called. 'Remember that this day is forever. Choose the clothes you like most'." Who isn't a woman cannot understand. The question "what am I going to wear?" is something that can prevent you from sleeping at night, something existential, deep inside. Something that it's already important that Fornero after the phone call, histerical, didn't go to the nearest shopping center because, like all women, had "nothing to wear". It would seem that she relied for the choice on her 27 year old Romanian servant: "What is the dress you like most?" I asked her. I thought that if a girl liked it, everybody would like it."

Perhaps Fornero that day saw everything downhill, or easier. Perhaps the road she was about to start on appeared just incredibly stimulating and filled with hopes. Also filled with responsibilities, of course: but in a positive light. Because, she though, if I can manage to be liked by young people, then i will be liked by everyone.

But if we push the fast forward button until today, the image we see is very different. And we should have understood it from the first uncontrolled cry. The situation she found in front of her was not easy, nor downhill, and she realized that immediately. So much that being liked by young people, now, is of little interest to her. Actually she misses no occasion, with numerous gaffes, to offend the already weak spirits of a generation that goes out the door every day with open hands, waiting for grace from the sky that never comes. Generation that, paradoxally, relies on her (mistake) to understand where to start its future.

And of this dimentions, almost mystical, minister Fornero still doesn't have full consciousness: "If you're here I'll have to weigh each word" she told journalists last November the 5th, trying to get them out of the room in which she spoke in Turin, "someone talks for 40 minutes, saying calm and sensible things, and then a simple joke becomes the title of newspapers and creates useless discussions that go on for weeks". It's clear that she's losing, in a worrying manner, the contact with reality. In spite of those who say that "A politician must be very careful with communication, but it's true that the minimal error is not forgiven" that you can read all over during the last fe days: such a statement from those lips isn't just whining, not only paradoxal, but simply unacceptable.

Mills stated that it would be "realistic from a sociological point of view, morally right, and politically indispensable to ask much from men and women of power, and give them the responsibility of the course of specific events". Let's remain, in order to not go too far, on the "politically indispensable". We're talking about a technical government. An emergency, expertise government, which we haven't chose, we haven't discussed about: it was imposed from above for our salvation. It's clear that the role covered by who has power, in this historical moment, has an enormous value. Perhaps there is no complete perception of this, but the responsibility relative to the "work" matter in Italy has dimensions that aren't fully measurable: beyond the things that have been done, the feedbacl received from the other side of the wall is a mixture of hope, anger, fight, immaturity: a mix that is certainly not easy to manage, and a noticeable weight, bot from a human and a political point of view. Which Fornero has freely decided to take on herself, though.

The presence of journalists at the meeting of the Industrial Union on November the 5th, in spite of the attempt to make it "closed doors", is thanks to a journalist who in the name of all has stood up and said: "We're not leaving because we, as you, are doing are jobs and we have the right to do it". Every now and then we need to specify it. Because for most of us coming back to the redaction with an empty block notes is a bit like coming back in the evening from the land with an empty basket: you've thrown away a day of work, and nobody will pay you.

Carol Verde | @car0lverde

▼ Leggi i migliori della settimana

2