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Visualizzazione post con etichetta social network. Mostra tutti i post
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martedì 30 aprile 2013

Il panorama dei #socialmedia



Nei social media, i ricchi diventano più ricchi

Uno dei problemi più comuni che incontriamo quando studiamo la storia del mondo è la distribuzione ineguale del denaro. Questo ha causato problemi gravi fin da quando il concetto di denaro è stato inventato. E' un ciclo senza fine da cui gli esseri umani non sono ancora stati in grado di uscire. E funziona in questo modo:

I ricchi hanno un sacco di soldi. I poveri cominciano ad essere arrabbiati e decidono che vogliono protestare. Quello con cui si scontrano, ovviamente, è il fatto che i ricchi, con i loro soldi, possono evitare praticamente tutto quello che vien loro gettato. Questo rende i poveri ancora più arrabbiati finché, inevitabilmente, la situazione non si fa brutta.

Si potrebbe pensare che con tutte le meraviglie della tecnologia moderna, potremmo finalmente avere la possibilità di prevedere questo triste ciclo, eppure ancora ci perseguita. Ora, persino nel reame dei social media, la distribuzione equa della "ricchezza", comunque la si possa definire in termini online, sta diventano sempre meno equa. Considearate le seguenti categorie di influenza online, se volete, e ditemi se questo corrisponde anche alla vostra esperienza.

Blogging

Per poter costruire il vostro blog, avete bisogno di promuovere i vostri post e sperare che ciò che state scrivendo avrò risonanza. Lavorate duro a tutti vostri post, sperimentate, e la maggior parte delle volte non vedete un compenso molto alto per tutto quel duro lavoro. Vi trovate in una situazione da Catch-22. Le persone tendono a non leggere post di siti che non conoscono, ma non possono scoprire il vostro sito se nessuno ne parla. Questo ovviamente non è un problema per il blogger che ha molti subscriber o una grande community. Può scrivere di quasi qualsiasi cosa ed è statisticamente certo di ottenere più reazioni rispetto ai tuoi post.

Twitter

Quando mi sono iscritta a Twitter per la prima volta, il grande obiettivo era arrivare a 100 follower. Pensavo che sarebbe stato molto divertente, e siccome iniziavo da 0, sarebbe stato anche un buon benchmark. All'inizio, tutto andava bene. Quando si è nuovi su Twitter, si viene seguiti da un sacco di spam bots. Ma ricordo di essere rimasta bloccata a 67 follower per un periodo di tempo che sembrò lungo mesi. A volte arrivavo a 70, ma poi tornavo indietro a 65. Ogni volta che ottenevo un nuovo follower, facevo festa. Beh, non è vero, ma comunque ero molto felice. La cosa interessante di Twitter, tuttavia, è che più follower hai, e più le persone vogliono seguirti. Le persone che hanno già molti follower riescono a far crescere la loro community o network molto più rapidamente delle persone che vogliono (o hanno bisogno) di arrivare nello stesso punto.

Facebook pages
La stessa formula è vera per le Facebook fanpage. Dicono che i post che vengono commentati o condivisi hanno più probabilità di finire nei newsfeed delle persone. Tuttavia, non si possono avere molti commenti o condivisioni se non si hanno molti fan, e non si possono avere molti fan se nessuno vede i nostri contenuti.

Sembra tutto molto ingiusto, e non sono sicura di cosa potrebbe essere fatto in proposito. Ho solo voluto evidenziare che questo trend in effetti esiste. Se siete nuovi nel ondo online e state pensando che forse è una cosa che vi stavate immaginando, vi posso assicurare che è vera! Quindi pensiamoci. Come possiamo cambiarla? 

Marjorie Clayman | @margieclayman



Social media today

In Social Media, the Rich Get Richer

One of the most common problems you encounter as you study world history is the unequal distribution of money. This has thrust cultures into distress probably since the concept of money was first developed. It’s an endless cycle that humans have not yet been able to escape. It goes like this:

The rich get a lot of money. The poor start to get upset about this and decide they want to protest. What they encounter, of course, is the fact that the rich, with their money, can stave off pretty much anything that gets thrown at them. This makes the poor even more angry until, inevitably, the situation becomes ugly.

You might think that with all of the wonders of modern technology we would finally have the ability to forego this sad cycle, but it haunts us still. Now, even in the realm of social media, the even distribution of “wealth,” however you define that in online terms, is becoming increasingly uneven. Consider the following categories of online “influence,” if you will, and tell me if this has been your experience.

Blogging


In order to build your blog, you need to promote your posts and hope that what you are writing will resonate. You work really hard on all of your posts, you do a lot of experimentation, and most of the time you don’t see much reward for all of that hard work. You find yourself in a catch-22. People don’t tend to read blog posts from sites they don’t know, but they can’t learn about your site if nobody is talking about it. This is of course not a problem for the blogger who has a lot of subscribers or a big blog community. They can post almost anything and it’s certain, statistically, to get more reactions than your posts.

Twitter


When I first signed up on Twitter, my big goal was to get up to 100 followers. I thought that would be great fun and since I was starting from 0, it would also be a pretty good benchmark. At first, things went ok. When you’re new to Twitter you get followed by a lot of “follow-back” spam bots. But I remember very clearly being stuck at just about 67 followers for what had to be months. Sometimes I’d get up to 70, then I’d sink back down to 65.  Every time I got a new follower I threw a parade for myself. Well, that’s not really true, but it made me happy. The interesting thing about Twitter, though, is that the more followers you have, the more people want to follow you.  The people who already have a lot of followers grow their community or network much faster than people who really want (or need) to get there.

Facebook pages

The same formula is true for Facebook pages. They say that posts that get shares or comments are more likely to show up in peoples’ newsfeed. However, you can’t get a lot of shares or comments if you don’t have a lot of fans, and you can’t get more fans if nobody sees your content.

It all seems highly unfair, and I am not really sure what could be done about it. I just wanted to point out that this trend does in fact exist. If you are new to the online world and are thinking maybe you’re just imagining things, I can assure you – you are not! So, let’s think about it. How can we change this?

Marjorie Clayman | @margieclayman

martedì 5 marzo 2013

L'arroganza può far cadere un impero



Nel corso della mia serie di storia qui a Intervistato, abbiamo già parlato di Roma un paio di volte. Abbiamo parlato di come i Romani abbiano continuato a trattare male i Visigoti, e come ciò portò infine al sacco di Roma ed effettivamente alla fine dell'Impero Romano. Abbiamo parlato anche di Annibale e i suoi elefanti, che sorpresero Roma con un'idea molto fuori dal comune.

Roma - il suo potere e la sua caduta - può insegnarci molto su come possiamo presentarci e conservarci nel mondo online. Fin dall'inizio, i Romani pensavano di essere una forza con cui fare i conti. Conquistaronoi vicini, poi le regioni, e finalmente interi Paesi. Diedero vita a battaglie epiche, inglobarono altre culture nella propria, e crearono un impero che è davvero difficile da immaginare nel mondo moderno, molto più frammentario. Per molto tempo, sembrò che l'impero Romano non potesse essere sconfitto. Era il centro di potere più forte del mondo. Niente poteva cambiare le cose.

A dire il vero, la spaccatura definitiva per l'impero Romano fu la sua stessa tracotanza. Se qualcuno pensava davvero che Roma fosse impossibile da conquistare, erano proprio i Romani. Pensavano di poter trattare tutti in qualsiasi maniera, senza subire alcuna consegenza. Era questa credenza, non un esercito, non una persona, che finalmente causò la caduta di Roma. I Romani erano così tanto sicuri di essere invincibili che fallirono nel vedere quando i tempi cominciarono a cambiare. Fallirono nel leggere i segnali tutto intorno a loro.

Nel mondo dei social media, l'arroganza può essere un nemico esattamente allo stesso modo. Quando cominciamo con i social media, si spera che crediamo in noi stessi e nelle nostre capacità. Mentre il tempo passa, cominciamo ad acquisire follower su Twitter. I nostri blog ricevono più commenti e più sottoscrizioni. La pagina fan comincia ad acquistare più fan. E' difficile, specialmente con questo tipo di lessico, non sentirsi fiduciosi. Avete dei follower! E' incredibile, vero?

Più si sta nel mondo online, e più questo vapore si accumula. Forse adesso le persone ti chiamano un esperto o modello, o leader di pensiero. Cominci a sentire che non puoi sbagliare. Se qualcuno ti accusa di sbagliare, i tuoi followers e amici attaccano quella persona e la liquidano come "invidiosa". Il mondo, come si usa dire, è la tua ostrica.

Ed è qui che le cose diventano pericolose.

Quando si diventa troppo arroganti, ci si può trovare ad attaccare le persone senza un reale motivo. Si crea distanza persino con gli amici. I supporter forse non vogliono più essere associati al tuo nome. L'impero inizia a tremare. E sì, può succedere anche a te. E' successo all'Impero Romano!

Non lasciate che l'arroganza vi renda deboli. Non c'è niente di sbagliato nell'essere fiduciosi, ma esagerare può avere solo conseguenze negative per voi e coloro che vi stanno attorno. Siate cauti.

Marjorie Clayman | @margieclayman


Arrogance can take down your Empire

Over the course of my history series here at Intervistato, we’ve already talked about Rome a couple of times. We talked about how the Romans kept mistreating the Visigoths and how that eventually led to the sack of Rome and really, the end of the Roman empire. We also talked more recently about Hannibal and his elephants, who took Rome by surprise as a result of out-of-the-box thinking.

Rome – its power and its fall – can teach us a lot about how we can present ourselves and preserve ourselves in the online world. From the beginning, Romans believed they were a force to be reckoned with. They conquered their neighbors, then they conquered regions, and finally they took over entire countries. They hosted epic battles, enveloped other cultures into their own, and grew an empire that really is hard to imagine in today’s more segmented modern world. For a long time, it seemed like the Roman empire could not be defeated. It was the most powerful core of strength in the world. Nothing could unseat it.

Of course, the ultimate crack in Rome’s empire was its own hubris. If anybody believed Rome was unconquerable, it was the Romans. They believed they could treat anyone in any way without consequences. It was that belief, not one single army, not one single person, that ultimately caused Rome’s downfall. The Romans were so sure they were invincible that they failed to see when times began to change. They failed to read the signs that were all around them.

In the world of social media, arrogance can be an enemy in the exact same way. When we start out in social media, we hopefully believe in ourselves and our capabilities. As time goes on, we start to gain followers on Twitter. Maybe our blogs start getting more comments and more subscribers. Your Facebook page may start to earn you more “friends” or “fans.” It’s hard, especially with that kind of terminology, not to feel pretty confident. You have followers! That is pretty amazing, right?

The longer you stay on in the online world, the more this steam can build up. Maybe now people are calling you an expert or a role model or a thought leader. You’re starting to feel like you can’t do anything wrong. If someone accuses you of being wrong, your followers and friends attack that person or you dismiss them by calling them a “hater.” The world, as they say, is your oyster.

That’s where it gets dangerous.

When you get too arrogant, you can find yourself lashing out at people for no real reason. You can create distance between yourself and your friends. Your supporters may not want to be associated with you any more. Your empire will start to crumble. Oh yes, it can happen to you. It happened to the Roman empire.

Don’t let arrogance make you weak. There is nothing wrong with being confident, but taking it too far can only have negative repercussions for you and those around you. Be cautious.

Marjorie Clayman | @margieclayman

lunedì 25 febbraio 2013

La realtà è molto più complessa dell'apparenza



Ho ricevuto una richiesta da @CPolemos la scorsa settimana. "Quando scriverai qualcosa su Genghis Khan?" Come ogni blogger che desidera tenere il suo pubblico felice, mi sono detta: "Bene, questo sarà il mio prossimo post!".

Ecco il punto su Genghis Khan. Quando si pensa a lui di sfuggita, si può pensare semplicemente "Quel tizio era una persona orribile". Era un assassino brutale, un leader malizioso ed aggressivo, e un violento in generale. E' facile liquidarlo come "il cattivo", ma come uno speciale della BBC evidenziava, se si pensa solo in questo modo, si rischia di perdere una storia molto più complicata. Sapevate che Temujin (il nome che Genghis Khan aveva prima di diventare un grande leader) perse il padre perché gli altri membri della tribù lo avvelenarono? Sapevate che Temujin veniva costantemente tradito dalle persone a cui teneva di più? Avete mai pensato quanto deve essere stato difficile sopravvivere, per un piccolo clan nelle steppe aride della Mongolia moderna?

Nessuno di questi singoli fattori può scusare e giustificare l'uccisione e la tortura di innumerevoli persone, è ovvio. Però fanno apparire Genghis Khan come una persona multi dimensionale invece di un personaggio caricaturale piatto, facile da capire e facile da scartare.

Nel mondo dei social media, è altrettanto facile scartare le persone una volta che si pensa di averle capite. "Quella persona è popolare", potreste dire. "Quella persona è sempre di malumore." "Sono più in gamba rispetto a quella persona, non riesce nemmeno a fare questo o quello." Tuttavia, così come c'è molto di più nella storia di Genghis Khan rispetto al suo semplice essere "cattivo", quasi sempre c'è molto di più nella storia delle persone che incontriamo sulle piattaforme di social media, rispetto a quel che possiamo vedere a una prima occhiata.

Questo punto mi ha colpita a livello personale qualche anno fa. Parlavo quasi ogni giorno con una persona che pensavo di cominciare a conoscere abbastanza bene. Sembrava gentile, ambizioso, e sembrava costruire un seguito forte su Twitter e sul suo blog. Ho pensato che fosse una persona felice, che i suoi affari fossero fiorenti, e questo è esattamente il modo in cui si presentava online.

In realtà, nulla avrebbe potuto essere più lontano dalla verità. Questa persona che pensavo di conoscere era disoccupata oppure occupata occasionalmente con lavori manuali da mesi. L'ho scoperto dopo aver saputo che aveva ucciso il figlio di 18 mesi, e poi se stesso. Non avrei potuto sbagliarmi di più sul suo conto.

In altri casi, una persona che si pensa essere cattiva, potrebbe semplicemente attraversare un periodo molto difficile. Una persona che sembra fredda e distante può essere in realtà molto gentile, ma solo molto protettiva dei propri sentimenti.

Ovviamente si spera che non abbiate nessun personaggio come Genghis Khan nella vostra community online. Può anche essere stato complesso, ma molto probabilmente non era proprio una persona carina in generale. Ma è sempre meglio, nel mondo online, guardare un po' oltre i tweet e oltre l'avatar. Ricordate sempre che probabilmente non conoscete tutta la storia. Infatti, probabilmente non conoscete nemmeno metà della storia. Date la possibilità alle persone di rivelarvi qualcosa di più, se lo vogliono. Date alle persone il beneficio del dubbio. Non cadete nella tentazione di ridurre le persone a personaggi piatti da cartone animato.

Marjorie Clayman | @margieclayman


More complex than they appear

I received a request from @CPolemos last week. “When are you going to write about Genghis Khan?” Like any good blogger wanting to keep the audience happy, I said, “Um, that’ll be my next post!”

Here’s the thing about Genghis Khan. When you think about him in passing, you may simply think, “That guy was a horrible person.” He was a brutal killer, a malicious and aggressive leader of men, and an abuser of people in general. It’s easy to dismiss him as a simple villain, but as a BBC special on the great Khan pointed out, if you simply think in that way, you miss a much more complicated story. Did you know that Temujin (the name Genghis Khan carried before he became the great leader) lost his father because others in their tribe poisoned him? Did you know that Temujin was perpetually betrayed by people he cared about? Have you ever considered how tough it must have been for a small clan to survive on the rough steppes of modern-day Mongolia?

None of these single factors excuse the murder and torture of countless people, of course. However, it does make Genghis Khan appear as a multi-dimensional person instead of a flat, easy-to-understand, easy to dismiss cartoon character.

In the world of social media, it is just as easy to dismiss people once you think you understand them. “That person is popular,” you might say to yourself. “That person is just bitter all the time.” “I am smarter than that person, they can’t even do this or that.” However, just like there is much more to the story of Genghis Khan than him being simply “evil,” there is almost always more to the story of individuals we meet on social media platforms than what we can readily see.

This point truly struck me on a personal level a couple of years ago. I talked almost every day to a person whom I thought I was getting to know pretty well. He seemed kind, ambitious, and he seemed to be developing a pretty strong following on Twitter and via his blog. I assumed that he was a happy person, that his business was thriving, and that he was exactly how he presented himself online.

As it turned out, nothing could have been further from the truth. This person I thought I knew had been unemployed and/or working manual labor jobs for months. I found out about this after learning that he had killed his 18-month-old son, then himself. I could not have been more wrong about him.

In other cases, a person whom you think is just mean may actually be going through a really hard time. A person who seems cold and distant may actually be extremely nice, just protective of their own feelings.

Of course, one would hope that you don’t have any characters like Genghis Khan in your online community. He may be complex but he probably was not a nice guy in general. But it’s always best in the online world to look a little beyond the tweets and beyond the avatar. Remember that you probably don’t know the whole story. In fact, you may not even know half of the story. Give people a chance to reveal more to you, if they want to. Give people a little benefit of the doubt. Don’t fall into the temptation of reducing people to a flat, cartoon-like nature.

Marjorie Clayman | @margieclayman

venerdì 7 dicembre 2012

Intervistato.com | Olivier Blanchard @thebrandbuilder



Qualche tempo fa abbiamo avuto il piacere di intervistare Olivier Blanchard, autore di The Brand Builder e Social Media ROI: abbiamo parlato di quanto i social media possano influire effettivamente sull'andamento di un'azienda, e quali possono essere i fattori determinanti.

In primo luogo abbiamo chiesto quale sarà l'evoluzione dell'utilizzo dei social media nel business: Olivier sostiene che già si vede una massiccia adozione dei social media da parte delle aziende. In questo momento il primo passo è avere una presenza sui canali, e presidiarli in maniera costante: la pagina su Facebook, l'account Twitter, ma anche l'account Pinterest, che sembra essere la moda del momento.

C'è tanta fretta per non rimanere indietro, ma sicuramente questa prima fase sarà seguita da altri passaggi evolutivi che coinvolgeranno innanzitutto gli analytics, visti proprio come analisi dei dati: infatti una delle grandi opportunità offerte dai social è il fatto che le persone diano così tante informazioni personali a piattaforme come Facebook o Twitter, e ciò permette una profilazione estremamente dettagliata e puntuale, che porta poi a rendere molto più mirato l'intervento di advertising e targeting. [video]

La seconda evoluzione, di cui si è parlato fin dall'inizio di questo processo, è quella dell'umanizzazione dei brand e delle corporation, che molto spesso può essere difficile. Nella maggior parte dei casi l'utente non può sapere chi parla per conto del brand, e non è detto che sia sempre la stessa persona da un mese all'altro. Certo, ci sono stati degli esperimenti (come quello del brand Ford), per far interagire gli utenti con persone vere, non solo con il logo dell'azienda. [video]

Abbiamo chiesto ad Olivier dove stia il limite quando si parla di privacy e dati personali: secondo Olivier è importante permettere alle persone di capire effettivamente che cosa stanno autorizzando e per quale motivo stanno cedendo i loro dati. Spesso le condizioni d'uso sono lunghissimi testi scritti in “legalese” che nessuno realmente legge: sarebbe dunque interessante far capire all'utente per cosa verranno usati quei dati e l'utilità di ricevere pubblicità rilevante per l'utente stesso.

C'è comunque una grande differenza tra Grande Fratello e Grande Madre, a suo parere: il Grande Fratello di Orwell è un tema che ricorre spesso quando si parla di privacy, trattamento dei dati personali e il modo in cui questi ultimi vengono utilizzati e conservati da aziende e istituzioni. Il concetto di “Grande Madre”, invece, prevede che i dati vengano utilizzati a favore dell'utente, proteggendolo dallo spreco di tempo presentando il brand giusto al momento giusto, con del contenuto che sia realmente utile. [video]

Un'altra domanda che abbiamo fatto riguarda l'impatto che i social media possono avere all'interno di un'azienda: ci ha spiegato che potrebbe funzionare o non funzionare, a seconda di come vengono implementate le attività e quale è il focus. E' possibile infatti che con 100 persone che ci lavorano, una campagna non abbia alcun effetto perché ha mancato il target, oppure creare una comunità estremamente attiva e coinvolta con un budget prossimo allo zero, ma che funziona perché si è realmente riusciti ad entrare insintonia con la community stessa. [video]

L'obiettivo finale ad ogni modo è ottenere risultati tangibili, al di là del numero dei fan e dei followers sui vari canali: generare più introiti e/o risparmiare svolgendo le proprie attività con mezzi più economici. Si tratta di buonsenso, probabilmente, ma è utile ricordare che avere una presenza sui social media non è gratuito: l'utilizzo delle piattaforme è gratuito, ma sono necessarie persone qualificate per scrivere, implementare strategie e produrre contenuti.

In chiusura abbiamo parlato del ROI, che Olivier identifica in maniera tradizionale con il Return on Investment: le altre diciture, come Return on Influence o addirittura ROE, Return on Engagement, per quanto possano approfondire e ampliare il discorso, non sono propriamente corrette. Inoltre, un altro aspetto da ricordare è che non esiste un ROI di un medium, ma di un'attività. Per questa ragione si può parlare del ROI di una campagna, ma non del ROI di un medium come Facebook o la TV. [video]

Naturalmente invito tutti a visionare l'intervista integrale, molto più ricca di questa mia breve sintesi!

Buona visione!

Maria Petrescu | @sednonsatiata



Intervistato.com | Olivier Blanchard

Some time ago we had the pleasure of interviewing Olivier Blanchard, author of The Brand Builder and Social Media ROI: we talked about what effect social media can have on businesses, and what the determining factors can be.

First of all we asked what the evolution in the use of social media for businesses: Olivier says that we can already see a massive adoption of social media by brands. Now the first step is to have an online presence and constantly monitor them: the Facebook wall, the Twitter account, and also the Pinterest boards, which seem to be very popular at the moment.

There's a rush not to be left behind, but certainly this first phase will be followed by other passages that will involve especially analytics, seen as data analysis: in fact, one of the great opportunities offered by social networks is the fact that people give such an incredible amount of information to these platforms, which allows brands to profile them in a very detailed manner, and thus targeting ads in a much more precise way. [video]

The second evolution, which has been discussed since the beginning of this process, is the humanization of brands and corporations, which can be sometimes very difficult. In the majority of cases the user cannot know who's talking on behalf of the brand, and it might not always be the same person, or the same person from one month to the other. Of course, there have been experiments (like in the case of Ford), in order to make users interact with real people instead of the brand logo. [video]

We asked Olivier what the limit is when we talk about privacy and personal data: he believes it is important to allow people to understand what they're authorizing and why they're giving away their data. Terms and conditions are often long texts written in "legalese" that nobody actually reads: it would be interesting to make the user understand how that data will be used and the utility of receiving advertising that is relevant for the user himself.

There is however a great difference between Big Brother and Big Mother, in his opinion: Orwell's Big Brother is a theme that recurrs every time we talk about privacy, personal data treatment and the way they are used and stored by brands and institutions. The concept of Big Mother, on the other hand, is a more positive one: the data is used in favor of the user, protecting his time from waste by presenting the right brand at the right moment, with content that is truly relevant and useful. [video]

Another question we asked is about the impact social media can have inside a company: he explained it might work or not work, depending on how activities are implemented, and what the focus is. It might happen that a campaign falls flat even though 100 people worked on it, because it missed the point. On the other hand, it might happen that a butcher shop creates an extremely active and engaged community with 0 budget, because they managed to connect with that community. [video]

The final goal is to obtain tangible results, beyond the fan and follower numbers on the various channels: so generating revenue and/or saving money by doing activities in a more cost-effective way. It is probably common sense, but it is also useful to remind that having an online presence on social media isn't for free: the platforms are free, but you need qualified people to write, implement strategies and produce content.

Finally we talked about ROI, which Olivier identifies traditionally with Return on Investment: other names, such as Return on Influence or ROE, Return on Engagement, aren't correct. They do help go in depth and understanding the various ramifications, though. Furthermore, another thing we must remember is that there is no such thing as the ROI of a medium, but only of an activity. This is why we can talk about the ROI of a campaign, but not about the ROI of a medium like Facebook or the TV. [video]

I invite everyone to view the full interview, much richer than my brief synthesis!

Enjoy!

Maria Petrescu | @sednonsatiata

lunedì 3 dicembre 2012

Il neo-tribalismo digitale e la distanza della politica



La politica discute di nuove forme di organizzazione, di come ripensare il proprio modello e di conseguenza le forme della leadership e le sue dinamiche di legittimazione. In questo dibattito il web, la Rete entra per lo più, quando va bene, come nuovo media, come nuova forma di propaganda digitale. 

Con il web si parla agli elettori, si fa campagna elettorale digitale. “Guardate Obama”, si sente ripetere nei convegni, ha vinto sfruttando bene Internet. Quello che però sta sfuggendo al dibattito, a mio avviso, non è tanto l’analisi del ruolo della Rete come media, come potente “cinghia di trasmissione” dei messaggi politici e come possibile combustibile del consenso quanto del suo ruolo paradigmatico e socio-culturale.

Ciò che, infatti, prima era un paradigma sociale confinato fra le maglie di Internet oggi sta esondando nel contesto sociale reale, influenzandone anzi, mutandone profondamente le dinamiche di funzionamento. Questa esportazione di un modello sociale da un ambiente digitale verso quello offline sta mutando non solo le forme organizzative collettive ma sta modificando anche la scala di valori di riferimento che attiva queste forme. Dall’altra parte l’impatto investe in pieno i modelli della leadership, fino ai meccanismi di legittimità e legittimazione. Il tutto in un contesto in cui il consenso si sta via via riducendo a fidelizzazione, ovvero a un processo di  "scelta temporanea” e labile, basata su pochi, a volte elementari elementi attivanti che è facile sostituire con altri.

Jon Postel, considerato il vero padre fondatore di Internet, nel 1981, postulò la legge che porta il suo nome e che descrive il “funzionamento sociale” della Rete: “Sii prudente in quello che fai, sii liberale in quello che accetti dagli altri” (“be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others”). Interpretata in chiave sociologica, questa legge stabilisce che in Rete è necessario essere “prudenti” e quindi rigorosi, rispettosi, esatti e precisi per ciò che in Rete si propone agli altri. Mentre bisogna essere “liberali” ovvero favorire e rispettare la libertà di pensiero e d'iniziativa altrui nell’atto di ricevere. In sostanza Postel postulò che la Rete è un ecosistema sociale il cui motore è la comunicazione basata sullo scambio, sull’apporto di valore da parte di ognuno, sull’interazione, sull’ascolto, sul rispetto dell’altro. Chi entra e comunica in Rete si assume una responsabilità per ciò che dice o fa ma anche una responsabilità verso l’altro, ovvero l’impegno a interagire, ad ascoltare, a condividere.

Sino a pochi anni fa questo modello sociale era ristretto all’interno di una ristretta elite di alchimisti digitali che parlavano un linguaggio oscuro ai più e che avevano costruito un mondo digitale di tipo reticolare, basato, appunto, sulla condivisione piena e trasparente, sulla collaborazione, sull’eguaglianza di tutti con tutti e su una dinamica di costruzione della leadership basata sul riconoscimento del valore di uno da parte del resto dei componenti la comunità. Una sorta di tribalismo digitale esclusivo e isolato dal “mondo reale”, dal quale non mutuava alcun modello di comportamento o valore e che, a sua volta non ne esportava. La stessa base concettuale dell’algoritmo di Google si basa sui “voti” che una singola pagina web riceve dalla Rete stessa, considerando come voti i link che verso quella pagina puntano e che quindi ne considerano interessante e attendibile il contenuto.

L’avvento del web ha sciolto il nodo della complessità tecnica e ha cooptato in rete chiunque e ha
trasformato Internet in un prolungamento digitale del contesto sociale. Quelli che prima erano  sacerdoti di un culto oscuro sono diventati operai che, in sala macchine, lavorano per rendere semplice la complessità tecnica delle infrastrutture di rete, di protocolli e algoritmi di compressione. Il Web, oggi, è user-friendly, non offre barriere concettuali di alcun tipo. Quello che però non è cambiato è il modello sociale che lo regola. In Rete tutto è condivisibile, tutti possono anzi devono dir la propria, tutti sono esattamente allo stesso livello, con i medesimi diritti e doveri. Una forma spinta di democratizzazione del modello sociale, si è spinto a dire qualche analista, portando il web come primo esempio della fattibilità concreta della democrazia diretta o della democrazia continua. Dall’altra parte, però, questa forma di democrazia digitale non ha eliminato ma anzi ha rafforzato una sorta di modello tribale che, questa volta, riguarda tutti gli abitanti della Rete.

Sul web si formano community, vere e proprie comunità che si saldano attorno a fattori di coesione costituiti da interessi condivisi, necessità, esigenze. Al loro interno si evidenziano leadership incarnate da soggetti definiti influencers, ovvero singoli che riescono a costruirsi una reputazione online, per quello che dicono, per come lo dicono, per il loro bagaglio di informazioni, e, soprattutto per la capacità di soddisfare le esigenze immediate della community stessa. I processi di creazione di queste community possono e sono spesso indotti dall’esterno, attraverso la proposizione di un bisogno, un’esigenza appunto indotta, come nel caso di community nate su input di brand commerciali, attorno a marchi o ai cosiddetti “lovebrand”. Più in generale le piattaforme entro cui queste community “vivono”, (i grandi social network, ad esempio) sono controllate da oligopolisti digitali che impongono le loro regole di funzionamento e, di fatto, controllano le community stesse o ne influenzano pesantemente il funzionamento, imponendo, ad esempio limiti censori sui temi affrontati e sulle modalità con cui possono essere affrontati.

Sin qui il mondo digitale. La politica sinora si è posta solo l’esigenza d’imparare a interagire con questo modello e ripensare i propri paradigmi comunicativi per poter “essere in rete” in maniera efficiente. Quello che il dibattito sui nuovi modelli organizzativi non sta tenendo in considerazione, come dicevo prima, e che rischia di vanificare qualsiasi ipotesi è che il modello sociale del web è ormai esondato nel contesto sociale reale.

La società è attraversata da fenomeni di tribalismo momentaneo, fenomeni di mobilitazione e aggregazione di movimenti e gruppi che si coagulano su piccoli interessi, privi di prospettiva storica e di visione futura. Non esistono programmi, visioni della forma sociale, idee, strategie. Non esistono contesti sociali, grandi valori condivisi tantomeno ideologie o appartenenze culturali. Esiste un unico, immediato interesse da soddisfare: l’acqua, il caro vita, la distribuzione egualitaria della ricchezza, la lotta all’economia finanziaria, il rifiuto di pagare un tributo, la protesta contro un’opera pubblica, sino al piccolo interesse urbano.

Battaglie completamente decontestualizzate, astratte dalla stessa società che le produce, completamente introflesse nella comunità di quanti condividono quell’interesse. Interesse minimalista, condiviso solo perché è immediatamente percepito come presente e saliente dai singoli e perché ne tocca la sfera più personale e immediata. La mobilitazione così perde prospettiva e progettualità, perde visione, perde la capacità di saldare la passione e la lotta politica sull’impegno a costruire. Il coinvolgimento si esaurisce nella soddisfazione minimalista del singolo interesse isolato.

Una dinamica esattamente identica alle community digitali, anch’esse coagulate intorno a un singolo interesse, decontestualizzato e senza visione prospettica. Interesse che si esaurisce nella sua
soddisfazione immediata e disintermediata e che quindi non ammette sovrastrutture organizzative, forme di regolamentazione della partecipazione. Le community si autoconvocano, decidono coralmente la forma di lotta più consona, la mettono in atto, valutano collettivamente i risultati e pianificano la strategia, sino alla soddisfazione dell’esigenza o al suo venir meno, il che provoca il liquefarsi della community. La similitudine fra dinamica on e offline è evidente e ormai invalsa come paradigma unico di attivazione sociale.

Anche la formazione delle leadership è del tutto simile. All’interno di movimenti spontanei offline e
community online si identificano influencers che prendono la guida del movimento sulla base di una
legittimazione collettiva, che va costantemente confermata –come è nel web – e che non risponde ad alcuna regola o istituzionalizzazione del ruolo, tantomeno a teorizzazioni della sua legittimità, a dinamiche di alternanza garantite da regole “costituzionali”. Il leader è tale perché lo decide la tribù, tribù che poi, proprio per la percezione di parità orizzontale e di pari ruolo, tende a mantenere una struttura reticolare e a gemmare altre community o semplicemente a sciogliersi, per tornare a coagularsi nuovamente su temi e interessi completamente diversi, riproponendo altre leadership.

Di fronte a questo mutamento ormai consolidato e in via di ulteriore evoluzione, la politica ha reagito balbettando. Dal tentativo di “mettere il cappello” sul singolo movimento ad agevolarne la lotta per scopi elettorali i tentativi si sono sempre infranti sull’impossibilità di forzare le nuove categorie della mobilitazione e dell’impegno nelle vecchie stanze dell’organizzazione di partito. Semplicemente i movimenti non sentono condivisi i loro interessi e non accettano la presenza al loro interno dei partiti e dei loro esponenti. Sono percepiti come “altro”, come non parte della community, della tribù e, soprattutto non ne riconoscono la leadership politica mentre, dall’altra parte, la politica non può che riproporre le proprie categorie organizzative, gerarchiche e funzionali, che impediscono di riconoscere le leadership autogenerate dalle forme tribali perché aliene e non legittimate da meccanismi elettorali codificati, in grado anche, fra l’altro, di sintetizzare i pesi interni della struttura-partito.

Qualcuno potrebbe percepire echi lontani di incompatibilità fra movimenti extraparlamentari e grandi partiti ideologici. Ma in quella fase storica lo scontro era di tipo ideologico, sulle forme di lotta. La “forma” politica, il volano della mobilitazione, la visione prospettica della lotta politica erano profondamente condivise. Qui sono due paradigmi sociali incompatibili e strutturalmente diversi che si confrontano e si scontrano. E’ la motivazione profonda dell’attivazione e dell’impegno a divergere, è la percezione della politica come “vecchia”, aliena e incapace di condividere e far proprie le battaglie delle tribù a provocare l’esclusione della politica stessa dalle comunità autoconvocate.

La stessa cosa che accade online, quando per entrare a far parte della community devi dimostrare di condividerne interessi e dinamiche interne oltre a essere in grado di “portare valore”, contributo fattivo, proprio come postulava Postel. In ultimo essere pronto a riconoscere le leadership. In buona sostanza la community accetta solo ciò e chi percepisce come omogeneo e utile alla causa e, come un organismo vivo, espelle o marginalizza tutto ciò che percepisce come inutile o peggio, dannoso.

Ma se la politica non è riuscita ancora a interpretare ed entrare in comunicazione con questo nuovo paradigma sociale, le aziende questa dinamica l’hanno, invece, ben compresa e stanno impegnando uomini e budget per intercettare, creare, gestire queste community, creando un cross molto forte fra digitale e reale. La tendenza, infatti, è quella di indurre la nascita, nutrire e foraggiare fenomeni tribali comunitari sulla Rete, per poi trasferirne forma e nesso di connessione nel mondo offline, attraverso il coinvolgimento reale e diretto delle persone. Sono le aziende, quindi, oggi, i soggetti in grado d’interagire e interpretare questo modello, ad illuminare e percorrere il ponte fra off e online. Se da un lato le aziende stanno interpretando un paradigma che si è già consolidato, dall’altro stanno decisamente contribuendo a rafforzare una cultura del tribalismo minimalista, soprattutto nelle giovani generazioni, che lo assumono così come unico il modello mobilitativo e di aggregazione sociale attiva.

A questo punto appare evidente come il ripensare i modelli organizzativi della politica non possa prescindere dal considerare questa trasmigrazione di modelli e paradigmi sociali dal digitale al reale. Non possa non considerare nel dibattito questo fenomeno di neo-tribalismo a geometria variabile e questo alleggerimento culturale e concettuale dei fattori di mobilitazione e di aggregazione. Non sono più i grandi temi, i modelli sociali condivisi prospetticamente, tantomeno le ideologie a essere fattori attivanti e nessi di coesione sociale. Si sta assistendo a una progressiva scarnificazione dell’ideale politico sino alla sua riduzione a mero interesse immediato, disintermediato e a-prospettico.

Un nuovo modello organizzativo della politica non potrà che cercare di essere in grado di creare un fattore di connessione per coagulare una community intorno a interessi questa volta non più minimalisti ma inseriti in un contesto storico, in un sistema prospettico di idee.

La sfida è innanzitutto culturale e su due fronti. Interno verso quella che è la classe politica, che dovrà comprendere profondamente il mutamento che sta vivendo, ed esterno, per contrastare l’immiserimento della prospettiva sociale e aggregativa e sostituirla con scale di valori che abbiano un valore prospettico e socialmente e culturalmente costruttivo. Solo così questi nuovi modelli aggregativi potranno essere mutuati e dar vita a una nuova forma organizzativa della politica.

Daniele Chieffi | @danielechieffi



Digital neo-tribalism and the distance of politics

Politics discusses new forms of organization, of how to rethink the model and consequently the forms of leadership, and its dynamics of legitimation. In this debate the web enters as the new media, as a new form of digital propaganda. With the web you can speak to voters, you can do a digital elections campaign. "Look at Obama", we can hear during conferences, he won using the Internet the right way.

What the debate lacks, in my opinion, isn't so much the analysis of the role of the Web as a media, as a powerful transmission belt of political messages and possible fuel of consensus, as its paradigmatic and socio-cultural role. What before was a social paradigm confined in the webs of the Internet, now is flooding the real social context, influencing and changing its working dynamics. This exportation of a social model from a digital environment towards an offline one is not only changing collective organizing forms, but also modifying the reference value chain that activates these forms. On the other side the impact influences the leadership models, until the legitimacy and legitimation mechanisms. All in a context in which consensus is slowly transforming into fidelization, a process of temporary, unstable choice, based on a few elementary, activating elements that can be easily substituted with others.

Jon Postel, considered the true founding father of the Internet, in 1981 postulated a law that carries his name and that describes the "social functioning" of the Web: "Be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others”. Interpreted in a sociological key, this law establishes that on the Web you need to be conservative, so rigorous, respectful, exact and precise for what the Web proposes to others. But you also need to be liberal, so favor and respect the freedom of though and initiative in the act of receiving. In substance Postel said that the Web is a social ecosystem in which the engine is listening and respecting others. Who enters and communicates on the web takes responsability for what he says or does, but also a responsibility towards others, so the promise to interact, listen, share.

Until a few years ago this social model was restricted inside a small elite of digital alchemists who talked a language obscure to most, and who had built a reticular digital world based on full and transparent sharing, on collaboration, on the equality of everyone with everyone and a dynamic of building of the leadership based on recognizing the value of one by the rest of the components of the community. A sort of exclusive, digital tribalism, isolated from the "real world", from which it didn't borrow any kind of behavior or value model, and that didn't export any either. The same conceptual basis of Google's algorithm is based on "votes" that a single page receives from the Web itself, considering as votes the links that point towards that page and that consequently consider its content interesting and reliable.

The web has resolved the knot of technical complexity and brought on the web anyone, transforming the Internet in a digital expansion of the social context. Those who were the priests of an obscure cult have become workers who, in the engine room, work to make technical complexity of Web infrastructures, protocols and compression algorithms easier. The web today is user friendly, it doesn't have any kind of conceptual barriers. What hasn't changed is the social model that regulates it. On the Web anything is sharable, anyone can, and must express their opinions, everyone is exactly at the same level, with the same rights and duties. An extreme form of democratization of the social model, some analyst said, taking the web as the first example of pratical possibility of direct democracy or continuous democracy. On the other side, however, this form of digital democracy hasn't eliminated, but has reinforced a sort of tribal model that, this time, regards all the users of the Web.

Sul web si formano community, vere e proprie comunità che si saldano attorno a fattori di coesione costituiti da interessi condivisi, necessità, esigenze. Al loro interno si evidenziano leadership incarnate da soggetti definiti
influencers, ovvero singoli che riescono a costruirsi una reputazione online, per quello che dicono, per come lo dicono, per il loro bagaglio di informazioni, e, soprattutto per la capacità di soddisfare le esigenze immediate della community stessa. I processi di creazione di queste community possono e sono spesso indotti dall’esterno, attraverso la proposizione di un bisogno, un’esigenza appunto indotta, come nel caso di community nate su input di brand commerciali, attorno a marchi o ai cosiddetti “lovebrand”. Più in generale le piattaforme entro cui queste community “vivono”, (i grandi social network, ad esempio) sono controllate da oligopolisti digitali che impongono le loro regole di funzionamento e, di fatto, controllano le community stesse o ne influenzano pesantemente il funzionamento, imponendo, ad esempio limiti censori sui temi affrontati e sulle modalità con cui possono essere affrontati.

Sin qui il mondo digitale. La politica sinora si è posta solo l’esigenza d’imparare a interagire con questo modello e ripensare i propri paradigmi comunicativi per poter “essere in rete” in maniera efficiente. Quello che il dibattito sui nuovi modelli organizzativi non sta tenendo in considerazione, come dicevo prima, e che rischia di vanificare qualsiasi ipotesi è che il modello sociale del web è ormai esondato nel contesto sociale reale.

La società è attraversata da fenomeni di tribalismo momentaneo, fenomeni di mobilitazione e aggregazione di movimenti e gruppi che si coagulano su piccoli interessi, privi di prospettiva storica e di visione futura. Non esistono programmi, visioni della forma sociale, idee, strategie. Non esistono contesti sociali, grandi valori condivisi tantomeno ideologie o appartenenze culturali. Esiste un unico, immediato interesse da soddisfare: l’acqua, il caro vita, la distribuzione egualitaria della ricchezza, la lotta all’economia finanziaria, il rifiuto di pagare un tributo, la protesta contro un’opera pubblica, sino al piccolo interesse urbano. Battaglie completamente decontestualizzate, astratte dalla stessa società che le produce, completamente introflesse nella comunità di quanti condividono quell’interesse. Interesse minimalista, condiviso solo perché è immediatamente percepito come presente e saliente dai singoli e perché ne tocca la sfera più personale e immediata. La mobilitazione così perde prospettiva e progettualità, perde visione, perde la capacità di saldare la passione e la lotta politica sull’impegno a costruire. Il coinvolgimento si esaurisce nella soddisfazione minimalista del singolo interesse isolato.

Una dinamica esattamente identica alle community digitali, anch’esse coagulate intorno a un singolo
interesse, decontestualizzato e senza visione prospettica. Interesse che si esaurisce nella sua
soddisfazione immediata e disintermediata e che quindi non ammette sovrastrutture organizzative, forme di regolamentazione della partecipazione. Le community si autoconvocano, decidono coralmente la forma di lotta più consona, la mettono in atto, valutano collettivamente i risultati e pianificano la strategia, sino alla soddisfazione dell’esigenza o al suo venir meno, il che provoca il liquefarsi della community. La similitudine fra dinamica on e offline è evidente e ormai invalsa come paradigma unico di attivazione sociale.

Anche la formazione delle leadership è del tutto simile. All’interno di movimenti spontanei offline e
community online si identificano influencers che prendono la guida del movimento sulla base di una
legittimazione collettiva, che va costantemente confermata –come è nel web – e che non risponde ad alcuna regola o istituzionalizzazione del ruolo, tantomeno a teorizzazioni della sua legittimità, a dinamiche di alternanza garantite da regole “costituzionali”. Il leader è tale perché lo decide la tribù, tribù che poi, proprio per la percezione di parità orizzontale e di pari ruolo, tende a mantenere una struttura reticolare e a gemmare altre community o semplicemente a sciogliersi, per tornare a coagularsi nuovamente su temi e interessi completamente diversi, riproponendo altre leadership.

Di fronte a questo mutamento ormai consolidato e in via di ulteriore evoluzione, la politica ha reagito
balbettando. Dal tentativo di “mettere il cappello” sul singolo movimento ad agevolarne la lotta per scopi elettorali i tentativi si sono sempre infranti sull’impossibilità di forzare le nuove categorie della mobilitazione e dell’impegno nelle vecchie stanze dell’organizzazione di partito. Semplicemente i movimenti non sentono condivisi i loro interessi e non accettano la presenza al loro interno dei partiti e dei loro esponenti. Sono percepiti come “altro”, come non parte della community, della tribù e, soprattutto non ne riconoscono la leadership politica mentre, dall’altra parte, la politica non può che riproporre le proprie categorie organizzative, gerarchiche e funzionali, che impediscono di riconoscere le leadership autogenerate dalle forme tribali perché aliene e non legittimate da meccanismi elettorali codificati, in grado anche, fra l’altro, di sintetizzare i pesi interni della struttura-partito.

Qualcuno potrebbe percepire echi lontani di incompatibilità fra movimenti extraparlamentari e grandi partiti ideologici. Ma in quella fase storica lo scontro era di tipo ideologico, sulle forme di lotta. La “forma” politica, il volano della mobilitazione, la visione prospettica della lotta politica erano profondamente condivise. Qui sono due paradigmi sociali incompatibili e strutturalmente diversi che si confrontano e si scontrano. E’ la motivazione profonda dell’attivazione e dell’impegno a divergere, è la percezione della politica come “vecchia”, aliena e incapace di condividere e far proprie le battaglie delle tribù a provocare l’esclusione della politica stessa dalle comunità autoconvocate.

La stessa cosa che accade online, quando per entrare a far parte della community devi dimostrare di condividerne interessi e dinamiche interne oltre a essere in grado di “portare valore”, contributo fattivo, proprio come postulava Postel. In ultimo essere pronto a riconoscere le leadership. In buona sostanza la community accetta solo ciò e chi percepisce come omogeneo e utile alla causa e, come un organismo vivo, espelle o marginalizza tutto ciò che percepisce come inutile o peggio, dannoso.

Ma se la politica non è riuscita ancora a interpretare ed entrare in comunicazione con questo nuovo
paradigma sociale, le aziende questa dinamica l’hanno, invece, ben compresa e stanno impegnando uomini e budget per intercettare, creare, gestire queste community, creando un cross molto forte fra digitale e reale. La tendenza, infatti, è quella di indurre la nascita, nutrire e foraggiare fenomeni tribali comunitari sulla Rete, per poi trasferirne forma e nesso di connessione nel mondo offline, attraverso il coinvolgimento reale e diretto delle persone. Sono le aziende, quindi, oggi, i soggetti in grado d’interagire e interpretare questo modello, ad illuminare e percorrere il ponte fra off e online. Se da un lato le aziende stanno interpretando un paradigma che si è già consolidato, dall’altro stanno decisamente contribuendo a rafforzare una cultura del tribalismo minimalista, soprattutto nelle giovani generazioni, che lo assumono così come unico il modello mobilitativo e di aggregazione sociale attiva.

A questo punto appare evidente come il ripensare i modelli organizzativi della politica non possa prescindere dal considerare questa trasmigrazione di modelli e paradigmi sociali dal digitale al reale. Non possa non considerare nel dibattito questo fenomeno di neo-tribalismo a geometria variabile e questo alleggerimento culturale e concettuale dei fattori di mobilitazione e di aggregazione. Non sono più i grandi temi, i modelli sociali condivisi prospetticamente, tantomeno le ideologie a essere fattori attivanti e nessi di coesione sociale. Si sta assistendo a una progressiva scarnificazione dell’ideale politico sino alla sua riduzione a mero interesse immediato, disintermediato e a-prospettico.

Un nuovo modello organizzativo della politica non potrà che cercare di essere in grado di creare un fattore di connessione per coagulare una community intorno a interessi questa volta non più minimalisti ma inseriti in un contesto storico, in un sistema prospettico di idee.

La sfida è innanzitutto culturale e su due fronti. Interno verso quella che è la classe politica, che dovrà comprendere profondamente il mutamento che sta vivendo, ed esterno, per contrastare l’immiserimento della prospettiva sociale e aggregativa e sostituirla con scale di valori che abbiano un valore prospettico e socialmente e culturalmente costruttivo. Solo così questi nuovi modelli aggregativi potranno essere mutuati e dar vita a una nuova forma organizzativa della politica.

Daniele Chieffi | @danielechieffi

venerdì 23 novembre 2012

La (non) risposta di @matteorenzi alle 50 domande dei lettori



Ogni tanto la politica si rinnova. Cambia facce, prospettive, ideali, e si ripropone con un viso pulito che promette cambiamenti radicali e apertura al nuovo.

[Qui le 50 domande dei lettori]

E' forse anche per questo motivo che, verso l'inizio del mese Novembre, abbiamo coinvolto i nostri lettori in un progetto che rispecchiava in tutto e per tutto la tendenza riscontrata in questi ultimi mesi nella politica italiana, ovvero quella di aprirsi al dialogo con la Rete e con i cittadini che attraverso i social media cercano di informarsi riguardo a temi che li riguardano da vicino.

Abbiamo cominciato da Matteo Renzi, che dell'importanza della Rete ha fatto un pilastro della propria campagna elettorale in vista delle primarie del centro-sinistra, e che sui social network ha costruito gran parte della propria immagine di politico giovane e "rottamatore".

Così, il 7 Novembre, abbiamo pubblicato un post su Facebook, invitando tutti a raccontare la domanda che avrebbero voluto fare a Matteo Renzi, nel caso avessimo avuto la possibilità di intervistarlo. Allo stesso tempo, abbiamo lanciato su Twitter gli hashtag #intervistatu #Renzi, attraverso i quali molti altri utenti si sono uniti all'appello ed hanno sottoposto i propri quesiti. La partecipazione è stata notevole: in pochi giorni sono arrivate circa 50 domande sui temi più svariati, dal conflitto d'interessi al fine vita, dal mondo della finanza ai provvedimenti contro le infiltrazioni mafiose e il crimine organizzato, tema notoriamente ignorato nei programmi dei candidati, Renzi incluso.

Il 12 Novembre è uscito il post con Storify annesso che raccoglieva tutto il materiale arrivato dagli utenti, dai tweet ai commenti su Facebook. Il post ha riscontrato un grande entusiasmo dei lettori, che a quel punto si sono messi in attesa delle risposte di Matteo Renzi. Nel giro di poche ore, abbiamo ricevuto un tweet dall'account Adesso Partecipo, con la richiesta di mandare la trascrizione delle domande raccolte nello Storify, richiesta poi sospesa in quanto lo staff ha affermato "stiamo già facendo".

Il 15 abbiamo comunque inviato le 50 domande trascritte allo staff via email, ed aspettato un'ulteriore risposta, solo per ricevere il seguente tweet:

Un impegno preso è considerato sacro, quindi abbiamo aspettato le risposte che, a quel punto, pensavamo sarebbero arrivate in poche ore. Aspettativa delusa nelle giornate successive, durante le quali abbiamo continuato tuttavia a sollecitare una risposta.

Il 20 Novembre arriva però un tweet di Matteo Renzi, che ci promette che risponderà alle domande "entro domani ciao".

Magra consolazione presto disattesa dal silenzio durante il giorno successivo, e il giorno dopo ancora. Dopo ulteriori solleciti, arriva finalmente un'altra promessa, corredata da quelle che sembrano delle scuse per il ritardo:

Soltanto un giorno, e finalmente i nostri lettori avrebbero avuto, dopo ben 10 giorni di attesa, una risposta alle proprie domande. Ma ancora una volta sono rimasti delusi: ulteriore sollecito, ed oggi arriva questa risposta:

Non neghiamo qualche attimo di perplessità nel leggere questa (non) risposta. Se realmente fosse stata questa, allora certamente non ci sarebbero voluti 11 giorni, e sicuramente non ci sarebbe stato bisogno di promettere e rimandare tante volte.

Se si fosse trattato solamente di andare a vedere il testo del programma per avere una risposta, l'avrebbero fatto tutti coloro che hanno inviato la propria domanda: ma se si guarda attentamente, molti temi mancano, altri sono affrontati in maniera estremamente marginale, e manca del tutto una risposta chiara e concreta.

Del resto, è vero che 50 domande sono tante, ma se un politico vuole fare il premier di un paese, 50 domande non saranno certamente un problema, specialmente per qualcuno che si presenta come un attento ascoltatore e frequentatore della Rete. Abbiamo scelto di non censurare le domande dei lettori, non selezionarle e non rivederle in quanto le esigenze e i dubbi che affiorano da quelle raccolte possono essere quelle di chiunque, e le risposte influenzano la vita di tutti, non solo di coloro che quei dubbi li hanno esternati.

Non siamo da soli, peraltro: si attende risposta anche alle 6 domande di Greenpeace, per le quali l'alibi della lunghezza non c'è. Eppure, anche lì, silenzio. Ma un impegno preso è sacro, come dicevamo. Peccato.

Speriamo che Matteo Renzi si ricreda e rispetti l'impegno preso. Altrimenti sarebbe già la prima promessa ad essere disattesa.

Maria Petrescu | @sednonsatiata


Matteo Renzi's (non) answer to our readers' 50 questions

Every once in a while, politics renews itself. It changes faces, perspectives, ideals, and reproposes itself with a clean face that promises radical changes and opening to innovation.

Maybe that is the reason why, at the beginning of November, we engaged our readers in a project that reflected precisely the tendency encountered during these last few months in Italian politics, which is the availability to dialogue with the web and with the citizens that through social media try to get information on the topics that regard them more closely.

We started with Matteo Renzi, who has made a pillar of his campaign of the importance of the web, and who built a great deal of his image of young politicians on social networks.

So, on November the 7th, we published a post on Facebook, inviting everyone to tell us what question they'd like to ask Matteo Renzi in case we had the opportunity to interview him. At the same time, we launched on Twitter the hashtags #intervistatu #Renzi, which readers used in order to send their questions. The participation rate has been incredible: in just a few days about 50 questions on the most diverse topics have arrived, from conflict of interests to the topics of the end of life, from the financial world to the actions against mafia infiltrations and organized crime, a topic that is notoriously ignored in the candidates' programs, Renzi's included.

On November 12th we published a post with a Storify that put together all the material arrived from the users, from tweets to Facebook comments. The post encountered an incredible enthusiasm from readers, who at that point set themselves to wait for Matteo Renzi's answers. In a matter of hours, we received a tweet from the account Adesso Partecipo ("now I participate" n.d.r.), with the request to send the transcription of the questions of the Storify, a request that was then suspended because the staff said they we already working on it.

On the 15th of November we sent the 50 questions via email anyway, and waited further answers, only to receive this tweet: "As you can see, he's very busy now... but we've made a committment."

Awesome. Committments are sacred, so we set ourselves to wait those answers that we thought would arrive in a matter of hours now. A hope that has been deceived in the following days, during which we still continued to sollicitate for an answer.

On November the 20th we received a tweet from Matteo Renzi himself, promising that he would answer our questions "before tomorrow bye".

A tepid consolation that was soon deceived by the silence during the next day, and the next day after that. A few requests for answer later, here's another promise, along with what looks like excuses for the delay: "I'm late, it's true, but I promise to answer before the elections, not later than tomorrow".

Just one day and our readers could finally have, after 10 days of wait, an answer to their questions. But yet again they have been deceived: another request, and today we get this tweet: "I've seen the questions, all the answers are in the program and in the "Truths about Matteo" section of the website."

Well, we can't deny we were a bit puzzled by this non answer. If it really had been this one, then it couldn't have taken 11 days to write, and surely there wouldn't have been any need to promise and delay so many times.

If this was only about reading the text of the program in order to have an answer, everyone who sent a question would have just done it: but if you look closely, many topics are missing, others are only marginally discusssed, and a clear and concrete answer lacks entirely.

On the other hand, it is true that 50 questions are many, but if a politician wants to be the Prime Minister of a country, 50 questions are surely not a problem, especially for someone who presents himself as a careful listener of the Web. We chose not to  censor the question of readers, not select them and not change them since the needs and doubts that are expressed there can be those of anyone, and the answers have an impact on the lives of everyone, not only those who sent the questions.

We're not alone, by the way: someone is still waiting for the answers to Greenpeace's 6 questions, for which the length is surely not an alibi. And yet, silence there as well. But a committment is sacred, as we said earlier. Too bad.

Wr hope that Matteo Renzi changes his mind and respects his committment. Or else it would be the first promise he deceives.

Maria Petrescu | @sednonsatiata

martedì 6 novembre 2012

#XF6: 50.000 tweet, engagement alle stelle per gli @OneDirection



X Factor 6 è alla sua terza diretta e noi di The Fool torniamo ad analizzare le mention dei principali hashtag su Twitter, per capire come si stanno evolvendo le tendenze social della trasmissione.

La settimana scorsa abbiamo visto come le preferenze del pubblico fossero a favore di Chiara, seguita da un improvviso interesse per l'hip hop di ICS. Cosa sarà accaduto invece questa settimana?



Partiamo sempre dal numero di tweet e retweet totali per capire quanto il pubblico di Twitter sia stato attivo durante la puntata.
Le mention totali che includevano l’hashtag ufficiale #XF6 sono state 49.605, divise quasi nettamente al 50% tra tweet e retweet. Da sottolineare il numero di tweet creati dal profilo ufficiale @XFactor_Italia, che ammonta a 102, mentre i retweet allo stesso sono 4.086. Un dato sicuramente positivo, considerando che la settimana scorsa il numero di retweet dall'account ufficiale erano stati 1.748. Questo boom di engagement possiamo denominarlo effetto "One Direction", la boy band ospite che ha fatto battere i cuori e i profili social dei fan, influenzando notevolmente tutti i dati della diretta del primo novembre.
Un esempio lampante è il netto dislivello tra donne e uomini parlanti: 21.550 tweet da parte di utenti femminili contro i 12.123 del sesso opposto. Se la settimana scorsa aveva contribuito l'inizio di "Servizio Pubblico", questa settimana le adolescenti in fibrillazione per i loro idoli hanno monopolizzato Twitter.



L'onda d'urto One Direction ha influito ovviamente anche sui top retweet, che sono tutti focalizzati sulla boy band anglo-irlandese. I due tweet più popolari sono di @MarcoMoriniTW il fondatore di Team World, che ha conquistato il pubblico con un teaser sui One Direction, retwettato da più di 2500 utenti. Seguono poi @alecattelan e @Chiupetta retweettati rispettivamente 294 e 214 volte.




Un dato che varia rispetto alla settimana scorsa è quello dei top posters della serata. L'attivissima @Camilla_Elia per due settimane consecutive ai primi posti, cede il podio ad un già noto @Xlavimars che ha prodotto 165 tweet durante la diretta, e alle new entries @wait_for_dublin e @Socallmeily. Andando ad analizzare nel dettaglio i loro profili, notiamo che @Xlavimars è un attento cronista settimanale, mentre i due nuovi top posters sono in classifica in quanto attirati e “attivati” dagli One Direction.
Tra gli utenti parlanti più seguiti invece troviamo sempre in cima alla classifica @RadioDeejay, @SkySport e @Simo_Ventura. Fanno capolino questa settimana anche il conduttore @alecattelan e un inaspettato @Marracash, tirato in ballo non tanto per interesse nei confronti del programma, quanto da una fan che lo ha paragonato esteticamente ad uno dei concorrenti.



L'attenzione del pubblico è stata traghettata fino alle undici, orario in cui gli One Direction si sono esibiti, raggiungendo così un picco di mention, oltre 20.000, calate poi nell'ora successiva fino a 8.000.



Tra i giudici più citati questa settimana spicca Simona Ventura con quasi 4.000 tweet dedicati, seguita poi da Morgan, Elio e Arisa. La Ventura ha avuto un ruolo centrale in questa puntata a causa dell'eliminazione del suo neo concorrente Alessandro, purtroppo scartato dopo una sola puntata. I tweet del pubblico, dopo quelli dedicati alla giudice degli Under 24 Uomini, sono per Morgan e soprattutto per i suoi concorrenti. L'ex frontman dei Bluvertigo infatti, vanta una rosa davvero forte, sia come talento che come focolare di polemica.



Queste valutazioni puramente qualitative trovano riscontro nelle analisi dei singoli cantanti: Alessandro è stato citato in 2.394 tweet, seguito da ICS (2.065) e dalla spinosa Romina (1.665). Il gruppo dei Frères Chaos questa settimana passa lievemente in sordina, oscurato dalle Donatella. Nice e Chiara restano molto discusse (e apprezzate) su Twitter e lo stesso vale per Davide e Daniele. Dato da non sottovalutare è il numero di tweet per categoria: gli Under 24 Uomini sono il team che genera più conversazioni sul social network… Questo dato dipenderà dalle appassionate adolescenti di cui sopra?



Se il pubblico social dovesse pian piano sbilanciarsi verso un target più adolescente, potremmo vedere una netta inversione dei preferiti. Si potrebbe passare da un'eclettica, ma adulta Chiara, ai più giovani e acerbi Daniele e Davide, ovvero la versione "maschile" della vincitrice dell'anno scorso, Francesca Michelin. Lo scopriremo assieme durante le prossime analisi.


The Fool dal 2008 sviluppa tools e metodi per l'analisi dei Social Media, il monitoraggio della reputazione online, SocialCRM, Social Intelligence e servizi di IP-Protection, per agenzie, broadcaster e istituzioni pubbliche. The Fool aiuta i propri Clienti nelle strategie di comunicazione e marketing, con particolare attenzione alla salvaguardia dei loro brand, prodotti e IP.

Arianna Panacea | @thefool_it

NOTA METODOLOGICA: I dati sono calcolati su tutte le mention che citano sempre l’hashtag ufficiale #XF6. Chiaramente se allargassimo il bacino a tutte le mention riguardanti la trasmissione avremmo un numero di conversazioni esponenzialmente più ampio, ma meno focalizzato sul profilo ufficiale. Inoltre il campione analizzato per genere, si riferisce agli utenti che hanno reso pubblico questo dato.


#XF6: 50.000 tweets and engagement through the roof for @OneDirection

X Factor 6 is at its third airing and we at The Fool analyze the mentions of the main hashtags on Twitter, in order to understand how the social tendencies of the show are evolving. Last week we saw how the audience's preferences were for Chiara, followed by a sudden interest for ICS's hip hop. What happened this week?

Let's start with the number of total tweets and retweets to understand how active the audience was on Twitter during the show. The total mentions that included the official #XF6 hashtag were 49.605, divided almost in half between tweets and retweets. It is worth mentioning that the number of tweets created by the official @XFactor_Italia profile were 102, and its retweets 4.086. A definitely positive number, considering that last week the number of retweets of the official channel were 1.748. This boom of engagement can be called the "One Direction" effect, caused by the boy band guest of the show that made the hearts and social profiles of fans beat, influencing all the numbers of the airing of the first of November. A striking example is the difference between men and women: 21.550 tweets from women against 12.123 from men. If last week the beginning of "Servizio Pubblico" had an influence, this week the teens in fibrillation for their idols have monopolized Twitter.

The One Direction shock wave has influenced the top retweets, that are all focused on the English-Irish boy band. The two most popular tweets are by @MarcoMoriniTW, the founder of Team World, that has conquered the public with a teasor on One Direction, retweeted by more than 2.500 users. @alecattelan and @Chiupetta follow, retweeted respectively 294 and 214 times.

A number that varied from last week is the evening's top posters. The extremely active @Camilla_Elia for two consecutive weeks in the top, has given her place to an already known @Xlavimars who produced 165 tweets during the airing, and the new entries @wait_for_dublin and @Socallmeily. If we look at their profiles more carefully, we notice that @Xlavimars is a careful weekly chronist, while the two new top posters are in the top because attracted and activated by One Direction. Among the most followed tweeters we find at the top of the list @RadioDeejay, @SkySport and @Simo_Ventura. This week the conductor @alecattelan appears as well as an unexpected @Marracash, not because of interest for the program, but because a fan compared him esthetically to one of the contestants.

The public attention was kept until 23:00, when One Direction performed, reaching the peak of mentions, more than 20.000, winded down in the following hour to just 8.000.

Among the most mentioned judges this week there is Simona Ventura with almost 4.000 dedicated tweets, followed by Morgan, Elio and Arisa. Ventura has had a central role in this episode because of the elimination of her neo contestant Alessandro after only one airing. The audience's tweets, after the ones dedicated to the judge by the men Under 24, are for Morgan, and particularly for his contestants. The ex frontman of Bluvertigo has a very strong rose, both for talent and capacity to generate discussion.

These evaluation that are purely qualitative find a confirmation in the analyses of the individual singers: Alessandro was mentioned in 2.394 tweets, followed by ICS (2.065) and Romina (1.665). The group of Frères Chaos this week has passed under silence, obscured by Donatella. Nice and Chiara remain very discussed and liked on Twitter, and the same can be said about Davide and Daniele. Another number that shouldn't be underestimated is the number of tweets per category: under 24 men are the team that generates more conversations on the social network... Could it depend on the passionate teens we were talking about earlier?

If the social audience should shift towards a more teenly target, we could see a reversal of the favorites. We could go from an eclectic, but adult Chiara, to the younger and less mature Daniele and Davide, which are the male versione of last year's edition, Francesca Michelin. We'll find out during the next analyses.


Since 2008 The Fool has been developing tools and methods for Social media analysis, online reputation monitoring, SocialCRM, Social Intelligence and IP-Protection services, for agencies, broadcasters and public institutions. The Fool helps its Clients with communication and marketing strategies, with particular attention to the preservation of their brand, products and IP.

Arianna Panacea | @thefool_it

Note: If you see a disparity between last week and this week's data, we have listened to users from the entire world, not just from Italy. Furthermore, the gender differentiation is valid for those users who have made this piece of information public.

martedì 9 ottobre 2012

Social media e pensiero critico: possibile?



Il nuovo libro di Geert Lovink, Ossessioni Collettive, ha riportato l’attenzione sulla questione di una critica dei social media, una riflessione che possa contribuire in maniera determinante allo sviluppo degli strumenti digitali.

A mio avviso oggi questa è una necessità primaria, anche per superare quella fase infantile di stupore che ha accompagnato la storia della rete e successivamente del web 2.0. Molti si stanno affidando ai commenti di operatori dell’informazione, che spesso sono dei parvenù dei linguaggi digitali, e che non comprendono fino in fondo la portata del pensiero che tutto questo sottointende. In realtà il web 2.0, come lo intese O’Reilly non gode di ottima salute, e le promesse di libertà che all’inizio mostrava stanno mostrando la corda. Già Lanier in, You are not a gadget, aveva avvisato di come il web stava morendo e che le app mobile stavano modificando il nostro accesso alle informazioni e ai percorsi d’uso. In questo la scena è dominata dalle discussioni sulle startup, sulla privacy di Facebook e sui, più o meno presunti, attacchi di Anonymous.

Questo è abbastanza futile e distrae dai gangli principali. Sono pochissimi quello che parlano di OldAnon, Newfag e Culture Jammer, oppure 4chan e AdBusters. Eppure queste sono community che stanno ridefinendo il marketing e gli strumenti della viralità, come sottolinea, con la solita puntualita e competenza Giovanni Scrofani nel suo post di Gilda35. Una critica dei social media serve a capire anche come l’economia stia cambiando.

Quando il marketing, altrove più che in Italia, decise di abbandonare la sola logica dei numeri, per abbracciare non solo la comunicazione, ma un corpus di conoscenze più largo, dalla psicologia alla semiotica, dai linguaggi visivi alla scienza dell’interfacce, entrando in una famosa non solo più matura, ma sicuramente più ricca e utile, fu un salto quasi epocale. La campagna elettorale americana si sta combattendo a colpi di meme, eppure il massimo della discussione nel nostro paese, ma non solo, è una teoria sugli effetti e i comportamenti, con un approccio sociologico di basso livello, mentre bisognerebbe andare oltre, a priori, alle dinamiche e ai fenomeni determinanti.

Torniamo al business. Recentemente Arianna Huffington, sappiamo tutti chi è e perchè era a Roma, ha ribadito che per fare una startup bisogna intercettare i bisogni dei mercati e della gente. Nulla di nuovo che non si trovi in qualsiasi manuale di marketing che citi Kotler. Ma se non studi il mondo, se non cerchi di comprenderlo allora hai ben poco da fare. Una critica, un pensiero, uno studio sui linguaggi digitale e sui social media non è solamente uno studio tecnico o tecnologico, ma indaga la contemporaneità. Imprescindibile.

Si parla tanto anche del tema dei Big Data, ma senza gli interpreti, le griglie del sapere e i giusti strumenti, questa enorme mole di dati è molto poco utile. Dobbiamo sempre ricordare che viviamo non in una rete, ma in un insieme di reti che si stanno comprenetrando sempre di più e che non siamo più il centro del mondo. C’è anche la necessità di aprire questi territori a tutti, tentare quindi un alfabetizzazione superiore a molti, accettando critiche e contributi, soprattutto mentre andiamo verso una forte battaglia sullo spazio della libertà in tutto il mondo, dove gli operatori che governeranno il cloud, saranno contati sulle dita di una mano.

Simone Corami | @psymonic


Social media and critical thought: is it possible?

The new book by Geert Lovink, Collective Obsessions, has brought attention on the matter of the critic of social media, an insight that my contribute in a determining manner to the development of digital tools.

In my opinion today this is a primary need, also in order to go beyond the infantile phase of amazement that has accompanied the history of the web and of web 2.0. Many are relying on the comments of operators of information, who often are parvenu of digital languages, and who do not fully understand fully the importance of the thought under all of this. In reality web 2.0, as O'Reilly intended it, isn't doing very well, and the promises of freedom that it showed in the beginning are already showing their weaknesses. Already Lanier in You are not a gadget had warned that the web was dying and the mobile apps were modifying our access to information and usage paths. In this area the scene is dominated by discussions about startups, Facebook privacy and more or less true Anonymous attacks.

This is futile and distracts us from the main issues. There are only a few people who talk about OldAnon, Newfag and Culture Jammer, or 4chan and AdBusters. And yet these are the communities that are redifying marketing and virality tools, as Giovanni Scrofani points out with his usual competence and punctuality in his post on Gilda35. One criticism of social media helps to understand how the economy is changing.

When marketing, aboard more than in Italy, decided to abandon the sole logic of numbers to embrace not only communication, but a wider corpus of knowledge, from psychology to semiotics, from visual languages to the science of interfaces, entering in a phase not only more mature, but surely richer and more useful, it was an epic shift. The American election campaign is being battled among memes, and yet the maximum of discussion in ourc ountry is a theory on effects and behaviors, with a low level sociological approach, while we should go beyond, on dynamics and determining phenomena.

Let's go back to business. Recently Arianna Huffington, we all know who she is and why she was in Rome, has remembered that in order to do a startup you need to intercept the needs of the markets and of the people. Nothing new that you cannot find in any marketing manual that cites Kotler. But if you do not study the world, if you don't try to understand it then you have little to do. One criticism, one though, one study on the digital and social media languages isn't only a technical and technological study, but it studies contemporaneity. It's essential.

There's also a lot of talk on the topic about Big Data, but without interprets, the knowledge grids and the right tools, this enormous amount of data is not useful at all. We must always remember that we live not ina  web, but in a collection of webs that are merging more and more, and that we are not the center of the world anymore. There's also the need to open these territories to everyone, trying out an alphabetization superior to many, accepting criticism and contributions, especially while we go towards a strong battle on the liberty space all around the world, where the operators that will govern the cloud will be countable on the fingers of one hand.

Simone Corami | @psymonic 

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