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giovedì 28 marzo 2013

La morte della condivisione e la Rete gossippara



Recentemente, durante una lezione, spiegavo ai miei studenti che “la condivisione è uno degli atti che possiamo compiere e che innesca la viralità dei contenuti, insieme con il voto (leggi “like” o “+1”) e il commento”. 

Mentre parlavo mi sono reso conto, però, che il concetto di condivisione che stavo spiegando era puramente meccanico ed emozionale: un paio di click, magari una riga per dire quanto piaceva o non piaceva quel contenuto e via. Il tutto, però era, ed è, piuttosto lontano da quello che solo pochi anni fa, intesseva di sé la “filosofia di Internet”.

Giuseppe Granieri, nel suo Blog generation, spiega bene come i blogger fossero dediti a trovare “contenuti interessanti in Rete e a condividerli con gli altri”. Un lavoro a volte certosino di ricerca, selezione e “messa a disposizione collettiva” di nuovo sapere. D’altronde la Rete stessa, non certo Arpanet ma Internet in sé, nacque per collegare Università e quindi “mettere a sistema” il sapere. L’obiettivo era la tanto sbandierata “intelligenza collettiva, superiore alla semplice somma di quelle che la compongono”. In buona sostanza il concetto era che il ragionare insieme, il mettere in rete le intelligenze, avrebbe portato a un arricchimento collettivo altrimenti irraggiungibile separatamente.

Tornando a ciò che stavo spiegando ai miei studenti, appare evidente che non sia più così. Si condivide nell’ottica della semplice trasmissione di una informazione, poco di diverso dalla tendenza, nelle riunioni fra amici, del dire “ma lo sai cosa è successo o cosa hanno fatto Tizio o a Caio?” e ad accompagnare e ad accogliere questa informazione solo espressioni emotive, istintive: bello, brutto, divertente, sconcertante, incredibile, ecc. La torsione del concetto di condivisione, operata dai Social Network lo ha portato molto ma molto vicino a ciò che viene chiamato Gossip. Più che “condividi”, lo script di Facebook si dovrebbe chiamare “trasmetti” o “spiffera”.

E’ la dinamica del passaparola, mi risponderà qualcuno. In fondo, il web altro non è che la proiezione digitale della società umana e quindi ne replica le dinamiche, bello o brutte che siano. Qui però il problema non è che questo fenomeno sia bello o brutto, giusto o sbagliato è che non ci porta a nulla, anzi, ci crea parecchi problemi, a cominciare ad esempio, dalla sempre minore affidabilità delle informazioni che viaggiano sulla Rete. La dinamica del gossip non prevede ovviamente né una verifica della veridicità dell’informazione né, tantomeno, alcuna preoccupazione in termini di responsabilità rispetto al fatto che, comunque, stiamo “pubblicando qualcosa”.

Se a questo aggiungiamo i tempi del Web e le dinamiche dell’attenzione delle persone, appare abbastanza ovvio che, alla fine, si reagisca in maniera istintiva, immediata, trasmettendo emozioni e non “sapere” e che, anzi, si tenda ad evitare di usufruire di contenuti complessi, impegnativi. Anche questo post, per esempio, sarà sicuramente troppo lungo per la maggior parte delle persone che ci entreranno in contatto.

Ma che ne è del buon Jon Postel, vero padre fondatore di Internet, che nel 1981, postulava la legge che porta il suo nome e che descrive il “funzionamento sociale” della Rete: “Sii prudente in quello che fai, sii liberale in quello che accetti dagli altri” (“be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others"), che poi vuol dire che in Rete è necessario essere “prudenti” e quindi rigorosi, rispettosi, esatti e precisi per quel che riguarda ciò che si propone agli altri. Mentre bisogna essere “liberali” ovvero disposti ad ascoltare e favorire e rispettare la libertà di pensiero e d'iniziativa altrui nell’atto di ricevere.

In sostanza Postel postulò che la Rete è un ecosistema sociale il cui motore è la comunicazione basata sullo scambio, sull’ascolto, sul rispetto dell’altro, sull’apporto di valore da parte di ognuno, sull’interazione. Chi entra e comunica in Rete si assume una responsabilità per ciò che dice o fa ma anche una responsabilità verso l’altro, ovvero l’impegno a interagire, ad ascoltare, a condividere. Appunto, a condividere, in un’ottica di impegno e contributo in termini di valore, non certo di gossip.

Questa legge è ormai lettera morta, in una Rete dove fluiscono miliardi di contenuti e in cui la viralità è uno strumento sempre più incoraggiato per fini commerciali e dove finanche i cosiddetti influencers si misurano non tanto sulla qualità di ciò che dicono quanto su quanto riescano a ingaggiare le loro communities: la visibilità prima di tutto.

Mi rileggo e ho la sensazione di aver parlato come i simpatici vecchietti che dicono “eh, ai miei tempi le cose erano diverse”. Sarà, ma io continuo a pensare che questa Rete gossippara e sempre più simile alla televisione commerciale sia, più che altro, una gigantesca occasione mancata.

Daniele Chieffi | @danielechieffi


The death of sharing and the gossipy Web

Recently during one of my lessons, I was explaining to my students that "sharing is one of the things we can do that triggers the virality of content, along with the vote (read "like" or "+1") and the comment."

As I was talking I realized, however, that the concept of sharing that I was explaining was purely mechanical and emotional: a couple of clicks, perhaps a line to explain why we like or dislike that content and that's it. It is all very far from what, just a few years a go, made the "philosophy of the Internet".

Giuseppe Granieri, in his Blog generation, explains very well how bloggers were dedicated to finding "interesting content on the web and sharing it with others". A sometimes weary work of research, selection and publication of new knowledge. The web itself, not Arpanet but Internet itself, was born to connect Universities and make knowledge available. The goal was the much advertised "collective intelligence, superior to the simple sum of the ones composing it". In essence, the concept was that reasoning together, putting intelligences together, would have brought to a collective enrichment that was impossible to reach separately.

Coming back to what I was explaining to my students, it appears obvious that it's not like that anymore. We share in the optic of the simple transmission of an information, not very different from the tendency, during friends reunions, of saying "do you know what happened or what Tizio or Caio did"? and to accompany this information only with emotional instinctive expressions: nice ugly, funny, surprising, incredible, and so on. The torsion of the concept of sharing, oeprated by social networks, has taken it much nearer what is commonly called Gossip. More than "Share", the Facebook button should be called "Transmit" or "Whisper".

It's the word of mouth dynamic, someone will answer me. In the end, the web is nothing more than the digital projection of human society and thus replicates its dynamics, whether they be nice or ugly. Here the problem isn't that the phenomenon is ugly or beautiful, right or wrong, it's that it doesn't take us anywhere, and actually only creates more problems, starting for example from the scarce reliability of information travelling on the web. The gossip dynamics doesn't include a verification of the veridicity of information per se, nor any preoccupation in terms of responsibility of the fact that we're actually publishing something.

If we add the times of the Web and the dynamics of people's attention, it appears pretty obvious that, in the end, we react in an instinctive, immediate way, trnsmitting emotions and not "knowledge" and that we tend to avoid complex content. This post itself, for example, will surely be too long for the majority of people who will see it.

But what happened to the good Jon Postel, true founding father of the Internet, who in 1981 formulated the law which carries his name and that describes the social function of the web: "Be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others", which means that online it is necessary to be careful, and thus rigorous, respectful, exact and precise regarding what we propose to others. And we must be liberal,  which means open to listen and favor and respect the freedom of thought and initiative of others in the act of receiving.

In substance Postel said that the web is a social ecosystem in which the engine is the communication based on exchange, listening, respect of one another, bringing value, interaction. Who enters and communicates online has the responsibility for what they say and does, but also a responsibility towards the others, which is the taslk of interacting, listening, sharing. Sharing in a view of added value, not gossip.

This law is now dead, on a web where billions of contents flow and in which the virality is a tool that is more and more encouraged for commercial reasons, and where even the so called influencers are measured not on the quality of what they say, but on how well they can engage their communities: visibility before everything else.

I read myself and I have the sensation of having written like those nice old people who say "well, when I was young things were quite different". Might be, but I continue to think that this gossipy web, more and more similar to the commercial television is, more than anything, a huge missed opportunity.

Daniele Chieffi | @danielechieffi 

martedì 15 gennaio 2013

Avere un blog non è una professione: è usare uno strumento



“Lui? E’ il blogger di Telecom, lei, invece, è quella di Vodafone” mi disse un amico, durante un evento, accennandomi a due persone poco distanti da noi. Mi colpì l’attribuzione di appartenenza aziendale per due blogger e, soprattutto, mi colpì il fatto che fosse, alla fine, cosa nota un po’ a tutti.

Recentemente Federico Evangelisti, sul suo blog, ha postato una riflessione interessante proprio sul rapporto fra blogger e aziende. La tesi di Federico suona più o meno così: come si possono considerare autorevoli e affidabili i blogger, visto che sono sempre più “coinvolti” dalle aziende e quindi tendenzialmente magnanimi con le stesse? Alla fine poi propone una sorta di codice deontologico per i blogger stessi.

La provocazione del codice deontologico è interessante, perché apre un quesito tutt’altro che banale. La deontologia presuppone una professione e quindi: esiste la professione di blogger? E se sì, in cosa consiste?

La risposta non è né semplice né immediata. Andiamo con ordine. Per chi lavora, come me nella comunicazione aziendale e si occupa di Web è la norma, ormai, vedere eventi pensati per i blogger (qualcuno ricorda “MeetFs”, al netto delle polemiche che innescò?), cene, inviti a conferenze stampa e presentazioni, invii di prodotti in prova, coinvolgimento di questi personaggi come testimonial o come “detonatori” di viralità nell’ambito di eventi (“chiamiamo un blogger e facciamogli fare il live twitting” si sente dire nelle stanze degli uffici comunicazione di grandi aziende).

I blogger quindi si stanno sempre più definendo come “attori di processi di comunicazione”, forti della loro posizione di “influencers”. Hanno un pubblico e si stanno sempre più avvicinando ad essere “media”. Il loro mestiere è quindi sovrapponibile a quello di un giornalista? Per alcuni sicuramente sì. In particolare quelli che scelgono di “fare informazione” e in molti casi la fanno anche meglio dei giornalisti stessi (rischiando molto e in prima persona), ma sono decisamente una minoranza.

Accanto a questi ci sono quelli che fanno altri mestieri e che utilizzano un blog per dire semplicemente quello che pensano, per contribuire a discussioni e dibattiti. Opinionisti, li potremmo chiamare, apprezzati per la loro preparazione specifica e per il valore delle loro opinioni, sono a tutti gli effetti gli editorialisti della Rete.

In mezzo a queste due “categorie” ci sono tutti i blogger che si specializzano in particolari settori merceologici e instaurano rapporti con questa o quell’azienda. Gli “esperti”, li potremmo chiamare, in grado (così si ritiene) di decretare il successo di un prodotto o affossarne le speranze commerciali. Il post di Federico Evangelisti si riferiva soprattutto a questi, fermo restando che queste tre categorie sono tutt’altro che tre silos stagni, anzi, i confini sono talmente sfumati da essere difficilmente visibili.

E quindi? I blogger fanno tre lavori diversi? In realtà il minimo comun denominatore è che il postare, avere un blog, essere un blogger non è un mestiere ma un mezzo. Oggi il blog serve per ottenere visibilità e farsi un nome, per ottenere commesse, consulenze, contratti, per entrare nel “giro buono”. Insomma il blog è, quasi sempre, uno strumento di personal branding. Anzi, è “LO” strumento. Non sempre e non comunque, sia chiaro, ma la tendenza è indiscutibile.

Così, si diventa blogger per poi riuscire a essere influencers e quindi determinanti per una o più aziende e intrecciare rapporti con queste. Si apre un blog per costruirsi un’autorevolezza in un settore per poi proporsi come consulente o esperto. Si apre un blog e si cerca di diventare “personaggi”, per poi essere chiamati a fare da testimonial o altro. E ancora si apre un blog, si accetta di posizionarlo sulle piattaforme di grandi siti d’informazione, gratuitamente, per ottenere quella visibilità utile a cercare di scavarsi un posto come giornalista o comunque nel mondo dell’informazione.

Che c’è di male in tutto questo? Nulla, in realtà. L’autorevolezza di un blogger dipende dalla community, si dirà, quindi se le persone continuano a seguirlo, vuol dire che, alla fine, non svolge male il proprio “ruolo” informativo o comunque è apprezzato e se da questo trae una qualche forma di vantaggio, fosse pure economico, ben venga.

L’unica cosa che forse val la pena fare è sgombrare definitivamente il campo dall’esistenza dalla categoria dei blogger “puri”, almeno in Italia. secondo i dettami filosofici degli albori della Rete, ovvero quelle voci libere che avevano il compito di nutrire la conoscenza collettiva della Rete, trovando contenuti di valore e mettendoli a disposizione della comunità.

Il blogging è quindi entrato in una nuova dimensione, sempre più a servizio del personal branding del blogger stesso. Si apre un blog per “secondi fini”, il che, di per sé, non è un male. In questo senso, il Web offre una opportunità preziosa, una possibilità che prima non esisteva. Poi, una volta attivi nel grande mare del Web, quel che conta è ciò che sai fare e il valore di ciò che scrivi e questa è una forma di meritocrazia più unica che rara.

L’importante è smetterla di ammantare il blogging di significati culturali e libertari che ormai non ha più o ha in forma residuale, per il resto, viva i blog!

Daniele Chieffi | @danielechieffi


Keeping a blog isn't a job: it's using a tool

"Him? He's the blogger of Telecom, she's the blogger of Vodafone" said a friend, during an event, showing me two people at a small distance. I was stunned by the attribution of company belonging for two bloggers, and most of all, I was amazed by the fact that in the end it was something that everyone knew.

Recently Federico Evangelisti has posted an interesting analysis on the relationship between bloggers and companies. Federico's thesis is more or less this: how can you consider bloggers to be reliable and trustworthy, since they are more and more involved by companies and tendentially generous with them? In the end he proposes a sort of code for the bloggers themselves.

The code provocation is interesting, because it opens a whole array of questions that are all but futile. Deontology presumes a profession so: is there such a thing as the profession of blogger? And if yes, what is it?

The answer isn't simple nor immediate. Let's proceed with order. For those who, like me, work in company communication and deals with the web it's normal, now, to see events that are thought for the bloggers (does anyone remember "MeetFS", beside the criticism that it caused?), dinners, invitations to press conferences and presentations, products sent in trial, engagement of these people as testimonials or detonators of virality in the field of events ("let's call a blogger and make him do the live tweeting" you can hear in the rooms of the communication offices of great companies).

The bloggers are defining themselves more and more as "actors of communication processes", strong in their position of "influencers". They have an audience and are getting closer and closer to being "media". Their job is hence overlapping with that of a journalist? For some, definitely yes. In particular those who choose to "do information" and in many cases they do it even better than the journalists themselves (risking a lot in first person), but they're definitely a minority.

Next to these there are also those who do other jobs and who use a blog simply to express what they think, to contribute to discussions and debates. Opinionists, we could call them, praised for their specific preparation and for the value of their opinions, are by all rights the editorialists of the Web.

In between these two "categories" there are all the bloggers who specialize in particular fields of products and create relationships with this or that company. The "experts", we might call them, capable (or so it is believed) of determining the success of a product or grounding its commercial hopes. Federico Evangelisti's post referred especially to them, considering that these three categories are not, by all means, compartimentalized, but have boundaries so blurry it's hard to detect them.

So? Bloggers do three different jobs? In reality the least common multiple is that posting, having a blog, being a blogger isn't a job but a tool. Today the blog has the function of getting visibility and building a name, in order to obtain jobs, consultancies, contracts, to enter the "good circle". So the blog is, almost all the time, a tool of personal branding. Actually it is "THE" tool. Not always and not anyhow, let it be clear, but the tendency is undeniable.

So, you become blogger to then manage to become an influencer and determinant for one or more companies, and build relationships with them. You open a blog to build some authority in a field and then propose yourself as a consultant or expert. You open a blog and you try to become a "character", in order to get called as testimonials or other things. E again, you open a blog, you accept to position it on the platforms of great information websites, for free, to obtain that visibility useful to try and get a place as a journalist or in the world of information.

What's bad in all of this? Nothing, to be honest. The authority of a blogger depends on the community, it will be said, so if people continue to follow him it means that, in the end, he doesn't do his information "job" bad, or at least he's appreciated, and if out of this he can get some sort of advantage, even economical, then it's all for the best.

The only thing that maybe it's worth doing is definitively emptying the field from the existence of the category of "pure" bloggers, at least in Italy. According to the philosophical guidelines at the beginning of the Web, those free voices that had the role of feeding the collective knowledge of the Web, finding valuable content and making it available to the community.

Blogging has entered a new dimension, more and more at the service of the blogger's personal branding. You open a blog for "second means", which by itself isn't bad. In this sense, the Web offers a precious opportunity, a possibility that didn't exist before. Then, once you are active in the great sea of the Web, what matters is what you can do and the value of what you write and that is a form of meritocracy that is more unique than rare.

The important thing is to quit clothing the blog with cultural and libertarian meanings that it doesn't have anymore, or that has in minimum measure. For the rest, go blogs!

Daniele Chieffi | @danielechieffi

lunedì 3 dicembre 2012

Il neo-tribalismo digitale e la distanza della politica



La politica discute di nuove forme di organizzazione, di come ripensare il proprio modello e di conseguenza le forme della leadership e le sue dinamiche di legittimazione. In questo dibattito il web, la Rete entra per lo più, quando va bene, come nuovo media, come nuova forma di propaganda digitale. 

Con il web si parla agli elettori, si fa campagna elettorale digitale. “Guardate Obama”, si sente ripetere nei convegni, ha vinto sfruttando bene Internet. Quello che però sta sfuggendo al dibattito, a mio avviso, non è tanto l’analisi del ruolo della Rete come media, come potente “cinghia di trasmissione” dei messaggi politici e come possibile combustibile del consenso quanto del suo ruolo paradigmatico e socio-culturale.

Ciò che, infatti, prima era un paradigma sociale confinato fra le maglie di Internet oggi sta esondando nel contesto sociale reale, influenzandone anzi, mutandone profondamente le dinamiche di funzionamento. Questa esportazione di un modello sociale da un ambiente digitale verso quello offline sta mutando non solo le forme organizzative collettive ma sta modificando anche la scala di valori di riferimento che attiva queste forme. Dall’altra parte l’impatto investe in pieno i modelli della leadership, fino ai meccanismi di legittimità e legittimazione. Il tutto in un contesto in cui il consenso si sta via via riducendo a fidelizzazione, ovvero a un processo di  "scelta temporanea” e labile, basata su pochi, a volte elementari elementi attivanti che è facile sostituire con altri.

Jon Postel, considerato il vero padre fondatore di Internet, nel 1981, postulò la legge che porta il suo nome e che descrive il “funzionamento sociale” della Rete: “Sii prudente in quello che fai, sii liberale in quello che accetti dagli altri” (“be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others”). Interpretata in chiave sociologica, questa legge stabilisce che in Rete è necessario essere “prudenti” e quindi rigorosi, rispettosi, esatti e precisi per ciò che in Rete si propone agli altri. Mentre bisogna essere “liberali” ovvero favorire e rispettare la libertà di pensiero e d'iniziativa altrui nell’atto di ricevere. In sostanza Postel postulò che la Rete è un ecosistema sociale il cui motore è la comunicazione basata sullo scambio, sull’apporto di valore da parte di ognuno, sull’interazione, sull’ascolto, sul rispetto dell’altro. Chi entra e comunica in Rete si assume una responsabilità per ciò che dice o fa ma anche una responsabilità verso l’altro, ovvero l’impegno a interagire, ad ascoltare, a condividere.

Sino a pochi anni fa questo modello sociale era ristretto all’interno di una ristretta elite di alchimisti digitali che parlavano un linguaggio oscuro ai più e che avevano costruito un mondo digitale di tipo reticolare, basato, appunto, sulla condivisione piena e trasparente, sulla collaborazione, sull’eguaglianza di tutti con tutti e su una dinamica di costruzione della leadership basata sul riconoscimento del valore di uno da parte del resto dei componenti la comunità. Una sorta di tribalismo digitale esclusivo e isolato dal “mondo reale”, dal quale non mutuava alcun modello di comportamento o valore e che, a sua volta non ne esportava. La stessa base concettuale dell’algoritmo di Google si basa sui “voti” che una singola pagina web riceve dalla Rete stessa, considerando come voti i link che verso quella pagina puntano e che quindi ne considerano interessante e attendibile il contenuto.

L’avvento del web ha sciolto il nodo della complessità tecnica e ha cooptato in rete chiunque e ha
trasformato Internet in un prolungamento digitale del contesto sociale. Quelli che prima erano  sacerdoti di un culto oscuro sono diventati operai che, in sala macchine, lavorano per rendere semplice la complessità tecnica delle infrastrutture di rete, di protocolli e algoritmi di compressione. Il Web, oggi, è user-friendly, non offre barriere concettuali di alcun tipo. Quello che però non è cambiato è il modello sociale che lo regola. In Rete tutto è condivisibile, tutti possono anzi devono dir la propria, tutti sono esattamente allo stesso livello, con i medesimi diritti e doveri. Una forma spinta di democratizzazione del modello sociale, si è spinto a dire qualche analista, portando il web come primo esempio della fattibilità concreta della democrazia diretta o della democrazia continua. Dall’altra parte, però, questa forma di democrazia digitale non ha eliminato ma anzi ha rafforzato una sorta di modello tribale che, questa volta, riguarda tutti gli abitanti della Rete.

Sul web si formano community, vere e proprie comunità che si saldano attorno a fattori di coesione costituiti da interessi condivisi, necessità, esigenze. Al loro interno si evidenziano leadership incarnate da soggetti definiti influencers, ovvero singoli che riescono a costruirsi una reputazione online, per quello che dicono, per come lo dicono, per il loro bagaglio di informazioni, e, soprattutto per la capacità di soddisfare le esigenze immediate della community stessa. I processi di creazione di queste community possono e sono spesso indotti dall’esterno, attraverso la proposizione di un bisogno, un’esigenza appunto indotta, come nel caso di community nate su input di brand commerciali, attorno a marchi o ai cosiddetti “lovebrand”. Più in generale le piattaforme entro cui queste community “vivono”, (i grandi social network, ad esempio) sono controllate da oligopolisti digitali che impongono le loro regole di funzionamento e, di fatto, controllano le community stesse o ne influenzano pesantemente il funzionamento, imponendo, ad esempio limiti censori sui temi affrontati e sulle modalità con cui possono essere affrontati.

Sin qui il mondo digitale. La politica sinora si è posta solo l’esigenza d’imparare a interagire con questo modello e ripensare i propri paradigmi comunicativi per poter “essere in rete” in maniera efficiente. Quello che il dibattito sui nuovi modelli organizzativi non sta tenendo in considerazione, come dicevo prima, e che rischia di vanificare qualsiasi ipotesi è che il modello sociale del web è ormai esondato nel contesto sociale reale.

La società è attraversata da fenomeni di tribalismo momentaneo, fenomeni di mobilitazione e aggregazione di movimenti e gruppi che si coagulano su piccoli interessi, privi di prospettiva storica e di visione futura. Non esistono programmi, visioni della forma sociale, idee, strategie. Non esistono contesti sociali, grandi valori condivisi tantomeno ideologie o appartenenze culturali. Esiste un unico, immediato interesse da soddisfare: l’acqua, il caro vita, la distribuzione egualitaria della ricchezza, la lotta all’economia finanziaria, il rifiuto di pagare un tributo, la protesta contro un’opera pubblica, sino al piccolo interesse urbano.

Battaglie completamente decontestualizzate, astratte dalla stessa società che le produce, completamente introflesse nella comunità di quanti condividono quell’interesse. Interesse minimalista, condiviso solo perché è immediatamente percepito come presente e saliente dai singoli e perché ne tocca la sfera più personale e immediata. La mobilitazione così perde prospettiva e progettualità, perde visione, perde la capacità di saldare la passione e la lotta politica sull’impegno a costruire. Il coinvolgimento si esaurisce nella soddisfazione minimalista del singolo interesse isolato.

Una dinamica esattamente identica alle community digitali, anch’esse coagulate intorno a un singolo interesse, decontestualizzato e senza visione prospettica. Interesse che si esaurisce nella sua
soddisfazione immediata e disintermediata e che quindi non ammette sovrastrutture organizzative, forme di regolamentazione della partecipazione. Le community si autoconvocano, decidono coralmente la forma di lotta più consona, la mettono in atto, valutano collettivamente i risultati e pianificano la strategia, sino alla soddisfazione dell’esigenza o al suo venir meno, il che provoca il liquefarsi della community. La similitudine fra dinamica on e offline è evidente e ormai invalsa come paradigma unico di attivazione sociale.

Anche la formazione delle leadership è del tutto simile. All’interno di movimenti spontanei offline e
community online si identificano influencers che prendono la guida del movimento sulla base di una
legittimazione collettiva, che va costantemente confermata –come è nel web – e che non risponde ad alcuna regola o istituzionalizzazione del ruolo, tantomeno a teorizzazioni della sua legittimità, a dinamiche di alternanza garantite da regole “costituzionali”. Il leader è tale perché lo decide la tribù, tribù che poi, proprio per la percezione di parità orizzontale e di pari ruolo, tende a mantenere una struttura reticolare e a gemmare altre community o semplicemente a sciogliersi, per tornare a coagularsi nuovamente su temi e interessi completamente diversi, riproponendo altre leadership.

Di fronte a questo mutamento ormai consolidato e in via di ulteriore evoluzione, la politica ha reagito balbettando. Dal tentativo di “mettere il cappello” sul singolo movimento ad agevolarne la lotta per scopi elettorali i tentativi si sono sempre infranti sull’impossibilità di forzare le nuove categorie della mobilitazione e dell’impegno nelle vecchie stanze dell’organizzazione di partito. Semplicemente i movimenti non sentono condivisi i loro interessi e non accettano la presenza al loro interno dei partiti e dei loro esponenti. Sono percepiti come “altro”, come non parte della community, della tribù e, soprattutto non ne riconoscono la leadership politica mentre, dall’altra parte, la politica non può che riproporre le proprie categorie organizzative, gerarchiche e funzionali, che impediscono di riconoscere le leadership autogenerate dalle forme tribali perché aliene e non legittimate da meccanismi elettorali codificati, in grado anche, fra l’altro, di sintetizzare i pesi interni della struttura-partito.

Qualcuno potrebbe percepire echi lontani di incompatibilità fra movimenti extraparlamentari e grandi partiti ideologici. Ma in quella fase storica lo scontro era di tipo ideologico, sulle forme di lotta. La “forma” politica, il volano della mobilitazione, la visione prospettica della lotta politica erano profondamente condivise. Qui sono due paradigmi sociali incompatibili e strutturalmente diversi che si confrontano e si scontrano. E’ la motivazione profonda dell’attivazione e dell’impegno a divergere, è la percezione della politica come “vecchia”, aliena e incapace di condividere e far proprie le battaglie delle tribù a provocare l’esclusione della politica stessa dalle comunità autoconvocate.

La stessa cosa che accade online, quando per entrare a far parte della community devi dimostrare di condividerne interessi e dinamiche interne oltre a essere in grado di “portare valore”, contributo fattivo, proprio come postulava Postel. In ultimo essere pronto a riconoscere le leadership. In buona sostanza la community accetta solo ciò e chi percepisce come omogeneo e utile alla causa e, come un organismo vivo, espelle o marginalizza tutto ciò che percepisce come inutile o peggio, dannoso.

Ma se la politica non è riuscita ancora a interpretare ed entrare in comunicazione con questo nuovo paradigma sociale, le aziende questa dinamica l’hanno, invece, ben compresa e stanno impegnando uomini e budget per intercettare, creare, gestire queste community, creando un cross molto forte fra digitale e reale. La tendenza, infatti, è quella di indurre la nascita, nutrire e foraggiare fenomeni tribali comunitari sulla Rete, per poi trasferirne forma e nesso di connessione nel mondo offline, attraverso il coinvolgimento reale e diretto delle persone. Sono le aziende, quindi, oggi, i soggetti in grado d’interagire e interpretare questo modello, ad illuminare e percorrere il ponte fra off e online. Se da un lato le aziende stanno interpretando un paradigma che si è già consolidato, dall’altro stanno decisamente contribuendo a rafforzare una cultura del tribalismo minimalista, soprattutto nelle giovani generazioni, che lo assumono così come unico il modello mobilitativo e di aggregazione sociale attiva.

A questo punto appare evidente come il ripensare i modelli organizzativi della politica non possa prescindere dal considerare questa trasmigrazione di modelli e paradigmi sociali dal digitale al reale. Non possa non considerare nel dibattito questo fenomeno di neo-tribalismo a geometria variabile e questo alleggerimento culturale e concettuale dei fattori di mobilitazione e di aggregazione. Non sono più i grandi temi, i modelli sociali condivisi prospetticamente, tantomeno le ideologie a essere fattori attivanti e nessi di coesione sociale. Si sta assistendo a una progressiva scarnificazione dell’ideale politico sino alla sua riduzione a mero interesse immediato, disintermediato e a-prospettico.

Un nuovo modello organizzativo della politica non potrà che cercare di essere in grado di creare un fattore di connessione per coagulare una community intorno a interessi questa volta non più minimalisti ma inseriti in un contesto storico, in un sistema prospettico di idee.

La sfida è innanzitutto culturale e su due fronti. Interno verso quella che è la classe politica, che dovrà comprendere profondamente il mutamento che sta vivendo, ed esterno, per contrastare l’immiserimento della prospettiva sociale e aggregativa e sostituirla con scale di valori che abbiano un valore prospettico e socialmente e culturalmente costruttivo. Solo così questi nuovi modelli aggregativi potranno essere mutuati e dar vita a una nuova forma organizzativa della politica.

Daniele Chieffi | @danielechieffi



Digital neo-tribalism and the distance of politics

Politics discusses new forms of organization, of how to rethink the model and consequently the forms of leadership, and its dynamics of legitimation. In this debate the web enters as the new media, as a new form of digital propaganda. With the web you can speak to voters, you can do a digital elections campaign. "Look at Obama", we can hear during conferences, he won using the Internet the right way.

What the debate lacks, in my opinion, isn't so much the analysis of the role of the Web as a media, as a powerful transmission belt of political messages and possible fuel of consensus, as its paradigmatic and socio-cultural role. What before was a social paradigm confined in the webs of the Internet, now is flooding the real social context, influencing and changing its working dynamics. This exportation of a social model from a digital environment towards an offline one is not only changing collective organizing forms, but also modifying the reference value chain that activates these forms. On the other side the impact influences the leadership models, until the legitimacy and legitimation mechanisms. All in a context in which consensus is slowly transforming into fidelization, a process of temporary, unstable choice, based on a few elementary, activating elements that can be easily substituted with others.

Jon Postel, considered the true founding father of the Internet, in 1981 postulated a law that carries his name and that describes the "social functioning" of the Web: "Be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others”. Interpreted in a sociological key, this law establishes that on the Web you need to be conservative, so rigorous, respectful, exact and precise for what the Web proposes to others. But you also need to be liberal, so favor and respect the freedom of though and initiative in the act of receiving. In substance Postel said that the Web is a social ecosystem in which the engine is listening and respecting others. Who enters and communicates on the web takes responsability for what he says or does, but also a responsibility towards others, so the promise to interact, listen, share.

Until a few years ago this social model was restricted inside a small elite of digital alchemists who talked a language obscure to most, and who had built a reticular digital world based on full and transparent sharing, on collaboration, on the equality of everyone with everyone and a dynamic of building of the leadership based on recognizing the value of one by the rest of the components of the community. A sort of exclusive, digital tribalism, isolated from the "real world", from which it didn't borrow any kind of behavior or value model, and that didn't export any either. The same conceptual basis of Google's algorithm is based on "votes" that a single page receives from the Web itself, considering as votes the links that point towards that page and that consequently consider its content interesting and reliable.

The web has resolved the knot of technical complexity and brought on the web anyone, transforming the Internet in a digital expansion of the social context. Those who were the priests of an obscure cult have become workers who, in the engine room, work to make technical complexity of Web infrastructures, protocols and compression algorithms easier. The web today is user friendly, it doesn't have any kind of conceptual barriers. What hasn't changed is the social model that regulates it. On the Web anything is sharable, anyone can, and must express their opinions, everyone is exactly at the same level, with the same rights and duties. An extreme form of democratization of the social model, some analyst said, taking the web as the first example of pratical possibility of direct democracy or continuous democracy. On the other side, however, this form of digital democracy hasn't eliminated, but has reinforced a sort of tribal model that, this time, regards all the users of the Web.

Sul web si formano community, vere e proprie comunità che si saldano attorno a fattori di coesione costituiti da interessi condivisi, necessità, esigenze. Al loro interno si evidenziano leadership incarnate da soggetti definiti
influencers, ovvero singoli che riescono a costruirsi una reputazione online, per quello che dicono, per come lo dicono, per il loro bagaglio di informazioni, e, soprattutto per la capacità di soddisfare le esigenze immediate della community stessa. I processi di creazione di queste community possono e sono spesso indotti dall’esterno, attraverso la proposizione di un bisogno, un’esigenza appunto indotta, come nel caso di community nate su input di brand commerciali, attorno a marchi o ai cosiddetti “lovebrand”. Più in generale le piattaforme entro cui queste community “vivono”, (i grandi social network, ad esempio) sono controllate da oligopolisti digitali che impongono le loro regole di funzionamento e, di fatto, controllano le community stesse o ne influenzano pesantemente il funzionamento, imponendo, ad esempio limiti censori sui temi affrontati e sulle modalità con cui possono essere affrontati.

Sin qui il mondo digitale. La politica sinora si è posta solo l’esigenza d’imparare a interagire con questo modello e ripensare i propri paradigmi comunicativi per poter “essere in rete” in maniera efficiente. Quello che il dibattito sui nuovi modelli organizzativi non sta tenendo in considerazione, come dicevo prima, e che rischia di vanificare qualsiasi ipotesi è che il modello sociale del web è ormai esondato nel contesto sociale reale.

La società è attraversata da fenomeni di tribalismo momentaneo, fenomeni di mobilitazione e aggregazione di movimenti e gruppi che si coagulano su piccoli interessi, privi di prospettiva storica e di visione futura. Non esistono programmi, visioni della forma sociale, idee, strategie. Non esistono contesti sociali, grandi valori condivisi tantomeno ideologie o appartenenze culturali. Esiste un unico, immediato interesse da soddisfare: l’acqua, il caro vita, la distribuzione egualitaria della ricchezza, la lotta all’economia finanziaria, il rifiuto di pagare un tributo, la protesta contro un’opera pubblica, sino al piccolo interesse urbano. Battaglie completamente decontestualizzate, astratte dalla stessa società che le produce, completamente introflesse nella comunità di quanti condividono quell’interesse. Interesse minimalista, condiviso solo perché è immediatamente percepito come presente e saliente dai singoli e perché ne tocca la sfera più personale e immediata. La mobilitazione così perde prospettiva e progettualità, perde visione, perde la capacità di saldare la passione e la lotta politica sull’impegno a costruire. Il coinvolgimento si esaurisce nella soddisfazione minimalista del singolo interesse isolato.

Una dinamica esattamente identica alle community digitali, anch’esse coagulate intorno a un singolo
interesse, decontestualizzato e senza visione prospettica. Interesse che si esaurisce nella sua
soddisfazione immediata e disintermediata e che quindi non ammette sovrastrutture organizzative, forme di regolamentazione della partecipazione. Le community si autoconvocano, decidono coralmente la forma di lotta più consona, la mettono in atto, valutano collettivamente i risultati e pianificano la strategia, sino alla soddisfazione dell’esigenza o al suo venir meno, il che provoca il liquefarsi della community. La similitudine fra dinamica on e offline è evidente e ormai invalsa come paradigma unico di attivazione sociale.

Anche la formazione delle leadership è del tutto simile. All’interno di movimenti spontanei offline e
community online si identificano influencers che prendono la guida del movimento sulla base di una
legittimazione collettiva, che va costantemente confermata –come è nel web – e che non risponde ad alcuna regola o istituzionalizzazione del ruolo, tantomeno a teorizzazioni della sua legittimità, a dinamiche di alternanza garantite da regole “costituzionali”. Il leader è tale perché lo decide la tribù, tribù che poi, proprio per la percezione di parità orizzontale e di pari ruolo, tende a mantenere una struttura reticolare e a gemmare altre community o semplicemente a sciogliersi, per tornare a coagularsi nuovamente su temi e interessi completamente diversi, riproponendo altre leadership.

Di fronte a questo mutamento ormai consolidato e in via di ulteriore evoluzione, la politica ha reagito
balbettando. Dal tentativo di “mettere il cappello” sul singolo movimento ad agevolarne la lotta per scopi elettorali i tentativi si sono sempre infranti sull’impossibilità di forzare le nuove categorie della mobilitazione e dell’impegno nelle vecchie stanze dell’organizzazione di partito. Semplicemente i movimenti non sentono condivisi i loro interessi e non accettano la presenza al loro interno dei partiti e dei loro esponenti. Sono percepiti come “altro”, come non parte della community, della tribù e, soprattutto non ne riconoscono la leadership politica mentre, dall’altra parte, la politica non può che riproporre le proprie categorie organizzative, gerarchiche e funzionali, che impediscono di riconoscere le leadership autogenerate dalle forme tribali perché aliene e non legittimate da meccanismi elettorali codificati, in grado anche, fra l’altro, di sintetizzare i pesi interni della struttura-partito.

Qualcuno potrebbe percepire echi lontani di incompatibilità fra movimenti extraparlamentari e grandi partiti ideologici. Ma in quella fase storica lo scontro era di tipo ideologico, sulle forme di lotta. La “forma” politica, il volano della mobilitazione, la visione prospettica della lotta politica erano profondamente condivise. Qui sono due paradigmi sociali incompatibili e strutturalmente diversi che si confrontano e si scontrano. E’ la motivazione profonda dell’attivazione e dell’impegno a divergere, è la percezione della politica come “vecchia”, aliena e incapace di condividere e far proprie le battaglie delle tribù a provocare l’esclusione della politica stessa dalle comunità autoconvocate.

La stessa cosa che accade online, quando per entrare a far parte della community devi dimostrare di condividerne interessi e dinamiche interne oltre a essere in grado di “portare valore”, contributo fattivo, proprio come postulava Postel. In ultimo essere pronto a riconoscere le leadership. In buona sostanza la community accetta solo ciò e chi percepisce come omogeneo e utile alla causa e, come un organismo vivo, espelle o marginalizza tutto ciò che percepisce come inutile o peggio, dannoso.

Ma se la politica non è riuscita ancora a interpretare ed entrare in comunicazione con questo nuovo
paradigma sociale, le aziende questa dinamica l’hanno, invece, ben compresa e stanno impegnando uomini e budget per intercettare, creare, gestire queste community, creando un cross molto forte fra digitale e reale. La tendenza, infatti, è quella di indurre la nascita, nutrire e foraggiare fenomeni tribali comunitari sulla Rete, per poi trasferirne forma e nesso di connessione nel mondo offline, attraverso il coinvolgimento reale e diretto delle persone. Sono le aziende, quindi, oggi, i soggetti in grado d’interagire e interpretare questo modello, ad illuminare e percorrere il ponte fra off e online. Se da un lato le aziende stanno interpretando un paradigma che si è già consolidato, dall’altro stanno decisamente contribuendo a rafforzare una cultura del tribalismo minimalista, soprattutto nelle giovani generazioni, che lo assumono così come unico il modello mobilitativo e di aggregazione sociale attiva.

A questo punto appare evidente come il ripensare i modelli organizzativi della politica non possa prescindere dal considerare questa trasmigrazione di modelli e paradigmi sociali dal digitale al reale. Non possa non considerare nel dibattito questo fenomeno di neo-tribalismo a geometria variabile e questo alleggerimento culturale e concettuale dei fattori di mobilitazione e di aggregazione. Non sono più i grandi temi, i modelli sociali condivisi prospetticamente, tantomeno le ideologie a essere fattori attivanti e nessi di coesione sociale. Si sta assistendo a una progressiva scarnificazione dell’ideale politico sino alla sua riduzione a mero interesse immediato, disintermediato e a-prospettico.

Un nuovo modello organizzativo della politica non potrà che cercare di essere in grado di creare un fattore di connessione per coagulare una community intorno a interessi questa volta non più minimalisti ma inseriti in un contesto storico, in un sistema prospettico di idee.

La sfida è innanzitutto culturale e su due fronti. Interno verso quella che è la classe politica, che dovrà comprendere profondamente il mutamento che sta vivendo, ed esterno, per contrastare l’immiserimento della prospettiva sociale e aggregativa e sostituirla con scale di valori che abbiano un valore prospettico e socialmente e culturalmente costruttivo. Solo così questi nuovi modelli aggregativi potranno essere mutuati e dar vita a una nuova forma organizzativa della politica.

Daniele Chieffi | @danielechieffi

martedì 6 novembre 2012

L’era della bufala e la (scarsa) qualità dell’informazione online



C’è un animale che sul Web prospera, che si acquatta nell’ombra e salta fuori improvvisamente, morde e travolge tutto ciò che trova davanti a sé, alzando polveroni che stentano a posarsi e tutto oscurano.

Parliamo della bufala, brutta bestia, nemica giurata di chi fa PR ma, soprattutto, vero cancro che divora l’affidabilità dell’informazione. Sempre esistita, sia chiaro, sin dai tempi del piombo e dei ciclostile, ma rara, quasi introvabile. Appariva a volte, per poi non dare notizie di sé per lunghi periodi. Sul Web ha trovato invece il suo brodo primordiale e si è moltiplicata con conigliesca dedizione.

Fuor di metafora, il problema dell’affidabilità dell’informazione online è tutt’altro che liquidabile con una battuta e una mezza risata. Sul Web le notizie false, scorrette, imprecise, si moltiplicano, s’inseguono, diventano virali, crescono di visibilità e fanno danni. Un problema sul quale è stato scritto anche un libro, quel "Trust me, I'm lying: confessions of a media manipulator", scritto dal 25enne Ryan Holiday, responsabile marketing di American Apparel, ed editorialista su Forbes. Nel libro si spiega come creare una falsa notizia, gettarla in pasto alla Rete ed assistere divertiti a come questa diventi virale. Senza scomodare guru americani, il nostro Luca Conti aveva denunciato una notizia palesemente falsa sulla Rete. Io stesso avevo raccontato un episodio che mi aveva visto coinvolto direttamente .

Il problema è proprio che la lista degli esempi è lunghissima, tanto da poter dire che il problema sia sistemico e si basi su due presupposti: la dinamica di produzione e diffusione dell’informazione online e la mancanza di responsabilità di chi produce informazione sulla Rete, riguardo il proprio ruolo. Ma andiamo con ordine.

Internet dal punto di vista informativo funziona così: devi avere la notizia, la devi avere possibilmente prima degli altri o, quantomeno, nello stesso momento. La tempestività garantisce il riuscire a “tenersi” l’utente unico (il lettore) e macinare click. Ambedue sono numeri da presentare agli investitori pubblicitari o comunque trasformabili in valore monetario, con, sullo sfondo, anche la vena competitiva di influencers, blogger, siti, che si pesano proprio su questi numeri e su quelli della viralità che riescono a innescare (qualcuno ricorda la polemica sulla viralità come criterio di notiziabilità?).

Un modello di business che si declina sul tempo reale e sull’informazione un tanto al chilo e non lascia alcun margine per un processo di fondamentale importanza che distingue il chiacchiericcio dall’informazione: la verifica. La bufala vive di questa assenza. Tutti gli episodi e gli esempi che si possono elencare non esisterebbero se un giornalista, un blogger un singolo che abbia un minimo di seguito sulla Rete e che si proponga d’informare il proprio “pubblico di riferimento” si fosse preso la briga di verificare la notizia prima di darla.

Manca il tempo, quindi, stritolati come siamo dalle maglie di un modello di business che non ammette neanche un secondo di distrazione. Ma quel che ancora di più manca è il senso di responsabilità di chi fa informazione sulla Rete verso il proprio ruolo e i propri lettori.

Sul Web c’è una sacrosanta battaglia contro l’utilizzo della querela per tacitare le voci di blogger e giornalisti e ce n’è un’altra, altrettanto importante, contro lo sfruttamento di chi fa informazione, pagandolo con visibilità, vedi Huffington Post e Il Fatto online. A queste si dovrebbe unire una battaglia, serrata, affinché chi scrive sul Web, chi si veste con la casacca dell’informatore, del Gatekeeper, di colui a cui le persone si rivolgono per approfondire un tema o per essere semplicemente informate, si assuma in pieno la responsabilità del proprio ruolo.

Non si pubblica tutto quello che ci passa fra le mani o per la testa, si lavora, si verifica, si fa fatica, si dà onestamente il servizio di fare informazione. Sì, perché il fare informazione è un servizio per i lettori non per chi l’informazione la produce, che sia un giornalista, un blogger o, più generalmente un vero o sedicente influencers.

C’è una preoccupante assenza di attenzione e responsabilità, soprattutto fra quelli che ancora vengono chiamati “nuovi media”, proprio quei blogger, quegli influencers che ormai stanno prendendo la ribalta del sistema dell’informazione online. La qualità scende tanto velocemente quanto aumentano i soggetti che si pongono come produttori d’informazione.

Così, ci si lascia coinvolgere in commenti, discussioni. Si producono post e fiumi di byte, salvo poi scoprire che la notizia era scorretta, incompleta, inesatta o, peggio, completamente falsa, una bufala, appunto. Sarebbe bastato fermarsi e verificare. Si perde qualche page views, qualche unique user? La qualità paga, alla lunga e alcuni, bravi, blogger lo sanno bene. Viceversa, se questa deriva non si arresta, perderemmo l’unico vero capitale che ha chi, come noi, informa sulla Rete: la reputazione, coinvolgendo, nel crollo, il Web stesso. Una discreta pratica suicida.

Daniele Chieffi | @danielechieffi


The era of falsity and the scarce quality of online information

There's a beast that prospers on the web, that hides in the shadows and gets out all of the sudden, bites and destroys all that it encounters, rising dusts that have a hard time settling down and that obscure everything. We're talking about false news, ugly beast, a sworn enemy of those who work with PR but mostly, a true cancer that is devouring the trustworthiness of information. It has always existed, let's make that clear, since the times of lead and mimeographs, but it was rare, almost impossible to find. It appeared seldom, to disappear for long periods of time. On the web it has found its primordial soup and has multiplied with great rabbit-like dedition.

Outside the metaphor, the problem of online information reliability is all but solvable with a joke and a laugh. On the web the news that are false, wrong, not precise, are getting more and more numerous, they chase each other, become viral, increase in visibility and do harm. A problem on which a book has been written, "Trust me, I'm lying: confessions of a media manipulator", written by 25 year old Ryan Holiday, marketing responsible for American Apparel, and editorialist on Forbes. In the book he explains how to create false news, give it to the web and watch as it becomes viral. Without having to call American gurus into the matter, our Luca Conti has signaled news that were clearly and blatantly false on the web. I have also told an episode that had seen me involved directly.

The problem is that the list of examples is extremely long, so long that we can safely say that the problem is systemic and is based on two assumptions: the dynamic of production and diffusion of online information and the lack of responsibility of those who produce information online, regarding their own role. But let's proceed with order.

Internet from a formative point of view works like this: you must have the news, you must have it before everyone else, or at least at the same time. Speed guarantees the possibility to keep the unique user (the reader) and get clicks. Both are numbers that you must show to ads investors and can be turned into monetary value anyway, taking into account the competitive vein of influencers, bloggers, websites, that are weighed on these numbers and the ones of virality they manage to cause.

A business model that is declined on the real time and on information sold at that a pound, and doesn't leave any margin for a process of fundamental importance that distinguishes gossip from information: verification. The falsity lives on this absence. All episodes and examples that can be listed would not even exist if a journalist, a blogger, an individual who has a minimum of influence online and that wants to inform their "public", would have taken the time to verify the news before giving it.

The time is lacking, so, crushed as we are by a business model that doesn't allow even for a second of distraction. But what is lacking even more is the sense of responsibility of those who do information online towards their role and readers.

On the web there's a battle against the use of legal actions to shut down bloggers and journalists, and there's another one, just as important, against the exploitation of those who make information, paying with visibility, like in the cases of Huffington Post and Il Fatto online.


Daniele Chieffi | @danielechieffi

venerdì 12 ottobre 2012

E se gli e-book fossero la soluzione per far pagare l’informazione online?



La polemica sul business model del Web è vecchia tanto quanto la Rete stessa. Se poi restringiamo il campo all’informazione mettiamo le mani sull’ossessione di tutti gli editori, grandi o piccoli che siano: come farsi pagare l’informazione online? In effetti una modalità, per ora ancora in nuce, c’è e l’abbiamo sotto gli occhi tutti: gli e-book.

Qualche secondo per riprendersi dalla sorpresa e mi spiego. Mentre scrivo è uscito un’ottima inchiesta giornalistica di Carola Frediani sul mondo di Anonymous e dei cyberattivisti. Si presenta come un e-book, a cominciare dal formato ma è, in realtà una inchiesta giornalistica (tra l’altro fatta molto ma molto bene, come ci ha abituato l’autrice) solo che è un’inchiesta che “si paga”: €2,99 per la precisione. La questione è: dov’è il confine, in questo caso, fra il concetto di libro, elettronico, e quello di inchiesta giornalistica, di approfondimento informativo?

Se poi guardiamo allo sviluppo del formato epub, i confini divengono ancor più evanescenti. Gli e-book sono e sempre più saranno ipertestuali, ipermediali, integrano contenuti testuali, immagini, video, infografiche, animazioni, link a siti esterni, sono navigabili… insomma le differenze con le pagine web sono assai poche, a parte la diversa piattaforma tecnologica e, ovviamente, il fatto di essere a pagamento.

Il principale ostacolo alla trasformazione dell’informazione online da gratuita in onerosa sta, sostanzialmente in due problemi sinora non ancora superati. Il primo è l’ampia disponibilità di quella stessa informazione, in forma gratuita, nella Rete, il che rende improbabile che qualcuno paghi anche 10 centesimi per leggere qualcosa che trova gratis altrove. Diverso è il caso d’informazioni fortemente “verticali” e specialistiche, come per esempio quella finanziaria.

La seconda è il valore percepito delle informazioni che si offrono a pagamento, che discende dalla reputazione della fonte. Per questo i grandi mainstream anglosassoni si possono permettere tentativi, più o meno timidi di “informazione a pagamento”: la loro reputazione rende “diversa e di maggior valore” la notizia.

Se portiamo a sintesi questi due concetti è evidente che il problema è la “percezione” del valore del contenuto e dell’autorevolezza del medium da parte del pubblico. Bene, un e-book, cioè “un libro”, è di per sé, a determinate condizioni, un medium di valore e di approfondimento. E’, a tutti gli effetti, il paradigma del “contenuto alto”, approfondito, curato e affidabile e per questo, ovviamente a fronte di un interesse, si è disposti a pagarlo.

Alcuni editori italiani (Gruppo Espresso, Affari italiani, La Stampa) hanno, “annusato” la questione, iniziando la produzione di “istant e-book” che altro non sono se non approfondimenti di fatti d’attualità. La stessa esperienza di 40k (http://40k.it/), in qualche modo segue questa strada.

Saranno gli e-book a sciogliere il nodo della valorizzazione economica dell’informazione? Io credo che, quantomeno, daranno un contributo importante, proporzionalmente alla loro integrazione con le dinamiche di fruizione del Web. Comunque oggi, rimangono l’unica forma di informazione giornalistica a pagamento e questo è e rimane un dato indiscutibile.

Daniele Chieffi | @danielechieffi


What if ebooks are the solution to get paid for online information?

The discussion about the business model of the Web is as old as the web itself. If we restrict the field to information alone we put our hands on the obsession of all editors, big or small: how to get paid for online information. We actually do have a way, for the moment still at an embryo level, and it's under our noses: ebooks.

A few seconds to recover from the shock and I'll explain. As I write, a great journalistic report written by Carola Frediani on the world of Anonymous and cyberactivists has been published. It looks like an ebook, starting from the format, but it is by all means, a journalistic report (by the way very well done, as the writer always does) but it's a paid report: 2,99€ to be precise. The matter is: where does the border lie, in this case, between the concept of electronic book and the concept of journalistic report, or informative documents?

If we look at the development of the epub format, the borders become even more evanescent. Ebooks are and have always been hypertextual, hypermedia, they integrate text with images, videos, infographis, animations, links to other websites, they're surfable... the differences with webpages are quite few, apart from the different technological platform and obviously the fact that they're not free.

The main obstacle to the transformation of online information from free to paid are basically in two problems that haven't been solved yet. The first is the wide availability of the same information, for free, on the web, which makes it improbable that someone pays even 10 cents to read something that they can already find elsewhere for fre.. Different is the case of information that are strongly "vertical" and specialized, such as the financial field.

The second is the perceived value of information that is sold, that descends from the reputation of the source. This is the reason why English and American mainstream can afford some attempts, more or less timid, of paid information: their reputation makes the news "different and more valuable".

If we synthetize these two concepts it is evident that the problem is the "perception" of the content value and the authority of the medium perceived by the audience. Well, an ebook, which is a book, is per se, in some conditions, a valued medium. It is, by all means, the paradigm of high content, detailed, curated and reliable, and for this reason, obviously if you have interest in the topic, you may also be willing to pay for it.

Some Italian editors (Gruppo Espresso, Affari Italiani, La Stampa) have detected this opportunity, and started the production of instant ebooks that are nothing else but detailed news. The same experience of 40k, in some ways follows this path.

Will the e-books be able to solve the problem of economic valorization of information? I believe that they will give an important contribution, proportional to their integration with fruition dynamics on the Web. However today they remain the only form of paid journalistic information and this is and remains an indisputable fact.

Daniele Chieffi | @danielechieffi

giovedì 20 settembre 2012

La deriva virale dell’informazione online e il crepuscolo della qualità



Che succederebbe se a Internet accadesse ciò che successe con le tv commerciali negli anni ’80? Gossip, varietà leggero, scollature e scosciature, infotainment, pubblicità ficcata un po’ dappertutto, veline, velone, papere, misteri paranormali, maghi, tuttologi urlatori, ufo e casi umani, marchette e notizie addomesticate. 

Insomma tutto ciò che potesse far crescere l’audience era (ed è) perseguito con religiosa attenzione e fa niente che il livello culturale dell’offerta venisse sprofondato a livelli subatomici. Altri tempi, altri media, si direbbe, cosa c’entra Internet?

In uno spettacolare post di luglio scorso, Gianluca Neri aka Macchianera ha misurato gli ingombri occupati da contenuti “viral-oriented” sui principali mainstream informativi italiani (Repubblica e Corriere). Tutto un fiorire di video di gatti teneroni, cani cantanti, incidenti bizzarri, scollature provocanti (trending topic!), vacanze vip, flirt, amori finiti e corna inflitte. L’ingombro totale di questi contenuti? Occhio e croce un buon 30% dello spazio, pixel più, pixel meno.  

Tutto qui? Neanche per sogno. A Trieste, durante State of the Net sono circolati numeri preoccupanti sui referral, ovvero sulla fonte del traffico in arrivo sui grandi mainstream. Si parla di quote di quasi il 30% dei click che arrivano dai social (anche se ufficialmente se ne dichiara un più tranquillizzante 10%). Così, nelle redazioni online, circolano sempre più insistentemente concetti come “virale”, “condivisione”. Concetti che, ed è questo il nocciolo del problema, stanno entrando nel set di criteri utilizzati dai giornalisti per valutare cosa sia o meno “una notizia”.

Insomma, come dicevamo appunto a Trieste con Luca De Biase, fra i criteri di notiziabilità è ormai consolidata anche la “viralità potenziale” di un dato contenuto. Si tende, cioè a scegliere se dare spazio o meno a un dato fatto, sulla base della sua presunta capacità di diventare virale, ovvero di essere condiviso e commentato sui social e quindi di attirare traffico verso il sito del quotidiano.

Si pubblica così il video del gatto pianista e la galleria fotografica della starlette poco vestita e si sceglie con occhio nuovo anche quali notizie dare e come darle (per esempio spezzando l’articolo in decine di “sottocontenuti” facili da condividere e infarcendoli di video e immagini). Qualcuno nota l’assonanza fra questa pratica e la ricerca spasmodica dell’audience “facile” di stampo televisivo?

La domanda da porsi, a questo punto è: quel che è virale è anche di qualità, oppure la grande diffusione si ottiene sfruttando la pancia profonda dei lettori, le emozioni istintive, le pruderie, le morbosità da buco della serratura e la tendenza al disimpegno? Non che sia una cosa nuova e nata con Internet. Durante il festival del giornalismo, Mario Sechi, direttore de “Il Tempo”, da buon vecchio cronista ha detto chiaramente che per vendere i giornali (e l’informazione in genere) continuano a valere le vecchie regole ovvero le tre “S”, sesso, sangue e soldi.

Sia quello che sia credo che i giornalisti online e, perché no, anche i lettori, (cioè noi) si dovrebbero chiedere se questa deriva della Rete verso una dimensione da sterminato medium di infotainment a forte caratterizzazione commerciale sia o meno un problema, se sia un concetto sul quale interrogarsi. Sì, perché, in questo caso l’approfondimento, il contenuto più culturalmente ricco troverebbero ancora spazio? Senza parlare dell’utopia della Rete come veicolo e humus di un’intelligenza collettiva più ampia della somma dei suoi singoli addendi, che poi siamo noi. Un’utopia, appunto.

In vista della sempre maggiore integrazione del Web col mezzo televisivo, della migrazione sempre più massiccia sui dispositivi mobili e della morte annunciata della stampa cartacea, la qualità dell’informazione online è un concetto strategico perché tende a rappresentare la qualità dell’informazione tout-court. Il problema è che la rete è ormai governata da un ristretto oligopolio di grandissimi player (Google, Facebook, Microsoft, Apple). Player che hanno tutto l’interesse che la direzione non cambi. 

Daniele Chieffi | @danielechieffi


The viral drift of online information and the dusk of quality

What would happen if Internet went through the same things that the commercial TV of the 80s went through? Gossip, light variety shows, decolletees, infotainment, publicity shoved everywhere, dancers, big dancers, ducks, paranormal mysteries, magicians, screaming experts, ufos and human cases, hustlers and domesticated news. Everything that can make the audience grow was (and is) followed with religious attention and it doesn't really matter that the cultural level has gone underground. Different times, different media, one would say, what does the Internet have to do with it?

In a great post published last July, Gianluca Neri aka Macchianera has measured the space occupied by viral oriented content on the most important mainstream Italian newspapers (Repubblica and Corriere). A blooming of cuddly cats, singing dogs, strange accidents, provoking decolletees (trending topic!), VIP vacations, flirts, finished relationships and betrayals. The total space occupied by these contents? About 30%, little more, little less.

Is it all here? Not even close. At Trieste, during the State of the Net, some disturbing numbers about referrals have been published, which is the source of traffic coming in to great mainstreams. We're talking about 30% of clicks that come froms ocial networks (even though lately we've been hearing a much more tranquilizing 10%). So in online redactions, there are some concept that have become insistent, such as "viral", "sharing". Concept that, and this is the heart of the problem, are entering in the set of criteria used by journalists to define what is or is not "news".

So, as we said in Trieste with Luca De Biase, among the news criteria there is also the "potential virality" of a given content. There is the tendency to choose whether to give space or not to a given fact, based on its alleged capacity of becoming viral, which means to be shared and commented on social media and attracting traffic towards the newspaper's website.

So that's how you publish the video of the pianist cat and the photogallery of the naked star and choose with a new perspective what news to give and how to give them (for example breaking the article in dozens of subcontents that are easy to share, and filling them with videos and images). Does anyone notice the similarity between this habit and the desperate research of "easy" TV audience?

The question we should ask, at this point is: what is viral is also high quality, or the great distribution is obtained by exploiting the readers emotions, their instincts, the morbosity of the keyhole and the tendency to disengagement? Not that it's something new, or born with the Internet. During the Journalism Festival, Mario Sechi - director of Il Tempo - as a good old chronist has said that, in order to sell newspapers (and information in general), the three S rule is always valid: sex, blood and money.

Be what it may, I believe that online journalists and, why not, also readers (us) should ask themselves whether this drift of the web towards a dimension of infinite infotainment medium strongly characterized as commercial is or isn't a problem, whether it's a concept we should ask ourselves some questions about. Yes, because in this case, would the research, and the more culturally rich content find space? Without even thinking about the utopia of the Web as the medium and humus of a greater collective intelligence than the sum of the single components, who are us. A utopia, in fact.

In view of the more specific integration of the web with the TV, of the massive migration on mobile devices and the announced death of the paper print, the quality of online information is a strategic concept because it tends to represent the quality of information in general. The problem is that the web is now governed by a small oligopoly of huge players (Google, Facebook, Microsoft, Apple). Players that have all the interest in keeping things this way.

Daniele Chieffi | @danielechieffi

martedì 15 maggio 2012

Intervistato.com | Daniele Chieffi @danielechieffi #ijf12



Daniele Chieffi, online media relations manager in una nota agenzia di credito sponsor del Festival, è il sesto ospite per la serie Intervistato Journalism Festival, da Perugia.


La prima domanda ha riguardato le difficoltà nella gestione dei Media online da parte delle grandi aziende. Secondo Chieffi il problema è fondamentalmente culturale. Solo di recente le grandi aziende hanno cominciato a confrontarsi con i nuovi media sociali e più in generale con il mondo del web. L’approccio almeno per ora sembra, secondo Chieffi, dettato da una moda più che dal tentativo di trarne valore, con un orientamento più incline al marketing: raggiungere il cliente al minor costo possibile. [video]

La più grande paura delle aziende quando decidono se essere presenti sui social media è la critica. Quello che non capiscono è che però la rete sta già parlando di loro e magari non in maniera edificante. Utilizzare invece i nuovi media sociali per entrare in contatto con il proprio pubblico di riferimento, con i propri stakeholder  e con gli investitori può essere, secondo Chieffi, un grande messaggio di responsabilità sociale e un messaggio etico nei confronti della rete se aprendo la conversazione si è anche disposti ad accettare le critiche. [video]

Abbiamo chiesto poi quale sia il modo per gestire una crisi di comunicazione in un momento in cui, con il web, essa può partire facilmente da critiche mosse dal basso e diventare velocemente virale e pervasiva. L’unica soluzione secondo Chieffi è “costruire una relazione onesta con i propri Influencer, a 360° dal blog al più piccolo opinion leader, prima che la crisi accada. Senza una relazione onesta la rete non ti accetta”. [video]

Chieffi è anche docente presso la Cattolica di Milano. Gli abbiamo chiesto, vista la sua posizione privilegiata, quale sia il polso della nuova generazione sui temi di cui anche sopra abbiamo parlato. Trovandosi davanti a nativi digitali pensava di dover essere lui a dover apprendere qualcosa, invece si è trovato davanti giovani per cui la rete è solo Facebook, unita alla mancanza di voglia di approfondire le opportunità che il web può dare. [video]

Si è parlato anche di Facebook, di come con i nuovi cambiamenti le pagine (anche aziendali) assomiglino sempre di più ai profili delle persone fisiche, anche grazie al percorso storico reso possibile dalla timeline. Secondo Chieffi questo aspetto favorirà la conversazione tra diversi soggetti in rete. [video]

Vi invitiamo pertanto a guardare integralmente questa intervista per approfondire.

Buona visione!

Maria Petrescu | @sednonsatiata
Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83
Jacopo Paoletti | @jacopopaoletti

Intervistato.com | Daniele Chieffi #ijf12

Daniele Chieffi, online media relations manager in Unicredit, is the sixth guest of the Intervistato Journalism Festival series, directly from Perugia.

The first question was about the difficulties in the management of online media on behalf of big companies. Daniele thinks the problem to be mainly cultural. Only recently big companies have started to deal with new social media and with the web in general. The approach has been, in his opinion, dictated by trend more than by an attempt to get value out of it, with a tendency to treat is as marketing: reaching the client at the lowest cost possible. [video]

The biggest fear of companies when they decide whether to be or not present on social media is the critic. What they don't understand is that people are already talking about them, and most often not in a good way. Using new social media to get in touch with the public, with stakeholders and investors could be, in Chieffi's opinion, a great message of social responsibility and an ethical message towards the web, if when you open the conversation you are also willing to accept critics. [video]

We asked what the best way to manage a communication crisis is, especially on the web, where it can be born from a spark and then spread like wildfire in a matter of hours. The only solution, he says, is to build "an honest relationship with influencers, 360°, from the smallest blog to the opinion leader, before the crisis actually happens. Without an honest relationship the web won't accept you." [video]

Chieffi has also been a teacher at the Università Cattolica in Milan. We asked him, since he has been in a privileged position, what the views of the new generation are on the topics we've just talked about. Considering that he had digital natives in front of him, he thought he'd be the one to learn something, but what he really found were young people who thought the web was Facebook, and who had no interest in discovering what other opportunities the web had to offer. [video]

We also talked about Facebook, about how brand fanpages look like people's pages, thanks to the new timeline: Daniele thinks that this aspect will only favor conversation between different players online. [video]

I invite you to view the full interview, much richer in details than my brief synthesis!

Enjoy!

Maria Petrescu | @sednonsatiata
Matteo Castellani Tarabini | @contepaz83
Jacopo Paoletti | @jacopopaoletti

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