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martedì 7 agosto 2012

"Le prostitute delle #Olimpiadi" #Londra2012



Il padre di Wojdan Ali Seraj Abdulrahim Shahrkhani, una tra le prime due donne provenienti dall'Arabia Saudita che abbiano mai partecipato ai Giochi Olimpici, denuncerà coloro che hanno insultato la figlia sui social media, dopo che quest'ultima è finita KO dopo soli 82 secondi di gara.



Ma facciamo un passo indietro. Il Comitato Olimpico Internazionale ha fatto grandissimi pressioni sull'Arabia Saudita perché quest'anno permettesse anche alle donne di partecipare. Nonostante le opposizioni dei conservatori e le reticenze del governo Saudita, alla fine questi sono stati i primi giochi olimpici dell'era moderna in cui ogni Paese partecipante avesse almeno una atleta donna tra i suoi rappresentanti.

L'incontro di judo di Wojdan Shahrkhani, nella categoria +78kg, mi ha fatto provare più tristezza e perplessità piuttosto che orgoglio per lo storico traguardo raggiunto dalla sedicenne: timidi approcci e mosse da principiante da una parte, vaga preoccupazione dipinta sul viso dell'avversaria portoricana dall'altra, la quale dopo circa un minuto ha deciso di mettere fine alle sofferenze di entrambe.

Il primo pensiero di Wojdan è andato al suo hijab, il velo modificato che le ha permesso di gareggiare, e dentro il quale si è affrettata a sistemare le ciocche ribelli; il secondo a suo padre, che ha prontamente raggiunto una volta finito l'incontro.

Probabilmente sia lei che la sua avversaria erano consapevoli di scrivere una pagina di storia, più che di partecipare a un incontro di judo. Melissa Mojica, subito dopo l'incontro, ha dichiarato:  "Non ho provato pietà: quel che ho provato invece è stato un grande rispetto."

Ora, ci sono più aspetti da tenere in considerazione. In primo luogo, la sedicenne saudita era alla sua prima gara, e la sua preparazione della durata di soli due anni l'ha portata ad ottenere solo una cintura blu, a differenza della cintura nera contro la quale ha perso. E' stata allenata dal padre, perché nel suo paese le donne non possono praticare sport pubblicamente. Nel suo paese le donne non possono sposarsi, divorziare, o viaggiare all'estero senza il permesso di un parente di sesso maschile. Nel suo paese le donne non hanno il permesso di guidare, e quelle che osano sfidare il divieto finiscono puntualmente in carcere. Nel suo paese le due ragazze che hanno deciso di partecipare ai giochi olimpici sono definite "le prostitute delle Olimpiadi". Nel suo paese, amici e parenti le hanno consigliato di pensare alla salvezza dell'aldilà piuttosto che a una effimera gloria terrena. Nel suo paese la TV nazionale si è rifiutata di mandare in onda il suo incontro.

Intanto non capire quanto questi aspetti fossero complessi e difficili da gestire, e insultarla dopo la sconfitta, è stato di un cattivo gusto indescrivibile. Il punto è che intorno alla storia di questa ragazza sono stati ricamati molti quadretti sentimentali, in cui venivano affrontate in maniera più o meno delicata le questioni riguardanti il suo aspetto fisico, il suo peso, la sua goffaggine e la sconfitta finale ad opera di Melissa Mojica, la judoka che si è trovata nella difficile posizione di combattere contro una delle più controverse partecipanti a questi giochi olimpici.

Ma sono tutti aspetti che a mio avviso falliscono nel centrare il problema più enorme e straziante che Wojdan ha portato all'attenzione di tutto il mondo, affinché miliardi di persone potessero vederlo, in poche parole bisbigliate agli addetti ai lavori: "Avevo tanta paura perché c'era tanta gente intorno a me, e poi era la mia prima gara, ecco perché ho perso."

Ed è questo, secondo me, il punto centrale: al suo primo incontro con una situazione che nel mondo occidentale viene considerata di normalità e glorificazione dello spirito olimpico, di unione dei popoli attraverso lo sport, di fiducia e commozione, questa ragazza ha provato paura. Paura delle persone, paura di essere inavvertitamente toccata dagli intervistatori o dai loro microfoni, tanto che è stata allestita una doppia barriera per scongiurare questo rischio, e alle domande dei giornalisti ha risposto un suo rappresentante saudita.

Ed è profondamente ingiusto. E' profondamente sbagliato che, per una giovane ragazza che vive a poche ore di volo dall'Europa, valori e principi di fratellanza, sportività e amicizia vengano marchiati come cose abominevoli, vergognose, che meritano di essere punite e ostracizzate.
E' una forma di schiavitù, più subdola, e per questo più pericolosa.

Eppure Wojdan è stata sostenuta da molti suoi connazionali, e forse è proprio qui che sta il nocciolo di un possibile cambiamento. Non si tratta di stravolgere "la tradizione", ma di capire quali danni queste tradizioni causano, e quali sono i reali desideri del popolo.
E spero davvero che siano sempre di meno quelli che la considerano "la prostituta delle Olimpiadi", e sempre di più coloro che vedranno in questa straordinario traguardo della storia del loro paese lo spunto per voltare pagina, e rivendicare i propri diritti.

Maria Petrescu | @sednonsatiata



The prostitutes of the Olympics

The father of Wojdan Ali Seraj Abdulrahim Shahrkhani, one of the first two women from Saudi Arabia to ever participate in the Olympic Games, will press charges against those who insulted his daughter on social media, after she ended KO after just 82 seconds.

But let's take a step back. The IOC has been making a lot of pressure on the Saudi government in order to convince them to allow women to participate in the Games. In spite of the opposition of conservatives and the displeasure of the government, these have been the first Olympic Games of the Modern Era in which every participating country has at least one woman athlete among their representatives.

The judo matchof Wojdan Shahrkhani, in the +78kg category, made me sad and perplex rather than proud for the historical milestone this 16 year old has managed to reach: timid touches and beginner moves on one side, a vague worried face on the other. So the portorican girl, after about a minute, decided to end the suffering of them both.

Wojdan's first thought went to her hijab, the modified veil that allowed her to even participate. She tucked her rebel hair inside it, and then hastily reached her father once the match was over.

Probably both her and her opponent knew they were writing a page in history, rather than participating in a judo match. Melissa Mojica, after the match, has declared: "I didn't feel pity for her; I rather felt a great respect."

Now, there are several aspects we need to take into consideration. First of all, the Saudi 16 year old was at her first competition, and her preparation of only two years only led her to a blue belt, unlike the black belt against which she failed. She was trained by her father, because in her country women are not allowed to publicly practice sports. In her country women cannot get married, divorced or even travel abroad without the permission of a male relative. In her country women cannot drive, and those who defy the rules are sent to rpison. In her country the two girls that participate in the Games have been defined "the prostitutes of the Olympic Games". In her country, friends and family told her to rather think about saving her soul, than thinking of some vane world glory. In her country, the national TV refused to air her match.

Not understanding how complex these things are, and insulting her after she lost, has been an incredibly bad taste decision. The point is that around her story many sentimental pictures have been drawn, in which several issues were tackled in a more or less delicate manner: her physical appearence, her weight, her clumsiness and the final defeat by Melissa Mojica, the judoka that found herself in the position of fighting against one of the most controversial participants in these Olympic Games.

But these are all aspects that in my opinion fail in centering the problem, which is huge and mind blowing, and that Wojdan brought to the attention of the world so billions could see it, in just a few words wispered to Olympic Games workers: "I was so afraid because there were so many people around me, and it was my first match, so that's why I lost."

And this is, in my opinion, the main point: at her first encounter with a situation that the West considers normal, a glorification of the Olympic spirit, union of people through sports, trust and commotion, this girl was afraid. Afraid of the people, even afraid of being touched by the male interviewers or their microfones, which was why she was put behind a double barrier, and a Saudi representative answered in her place.

And that is profoundly unfair. It is wrong that, for a young girl living just a few hours of flight away from Europe, values and principles of brotherhood, sportivity and friendship are considered as sins, shameful abominations that deserve to be punished and isolated. It is a form of slavery, more subtle, and more dangerous.

But Wojdan also had the support of many of her country, and maybe here is the seed for change. It's not about changing "traditions", but understanding what damages these traditions cause, and what the real desires of the people truly are. And I truly hope that those who consider her the prostitute of the Olympics are less and less, and more and more those who will see in this milestone of their country a starting point to turn the page and ask for their rights.

Maria Petrescu | @sednonsatiata

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