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martedì 26 marzo 2013

Se è la politica a non capire che il civismo non basta



Prima di consegnare l'Italia a un “governo civico” bisognerebbe capire cos'è la società civile e in cosa, questa, è migliore della politica. O forse, come propone qualcuno, andrebbero invertiti gli elementi del discorso.

Dunque, cos'è la politica e in cosa è migliore della società civile? Ma se in un momento tanto delicato come questo è importante porsi domande, ancora di più è necessario trovare risposte adeguate. Di risposte chiare per ora se ne sono sentite poche, però ci sono uomini e gruppi di persone che si impegnano per trovarle.

È successo in Lombardia per esempio, dove il centrosinistra ha deciso di aprirsi alla società civile chiedendo ad Umberto Ambrosoli, avvocato penalista senza tessera di partito in tasca, di candidarsi alla presidenza della Regione. È successo quando Mario Monti, premier uscente a capo di una coalizione composta dalla maggior parte dei partiti presenti in parlamento ha dato vita a Scelta Civica. Altro soggetto civico, anzi, "civicissimo" è Fare per Fermare il Declino, che tra le sue fila conta professori, economisti, imprenditori e giornalisti. E Rivoluzione Civile non presentava forse al suo interno una cospicua fetta di nomi provenienti dalla società civile?

Una tale invasione civica in questo paese non si vedeva da tempo, almeno da un ventennio, per l'esattezza dal momento in cui Silvio Berlusconi, antesignano di quel civismo al quale oggi tanto si oppone, diede vita a Forza Italia candidandosi a guidare il Paese con un soggetto politico estraneo alle logiche dei vecchi partiti. Dunque, trovare una risposta alle domande iniziali diventa ancora più difficile perché sembra proprio che politica e società civile siano una il proseguo dell'altra o, se si preferisce, una la benzina dell'altra. Ad alzare lo sguardo oltre gli accadimenti strettamente contingenti si potrebbe dire che la società italiana diventa civile solo quando la politica diventa platealmente incivile.

Così è successo dopo la crisi della prima repubblica con la nascita e l'affermazione di Forza Italia e così accade oggi con il Movimento 5 Stelle che diventa il primo partito del Paese. Viene spontaneo chiedersi però dove fosse la società civile, così come la intendiamo oggi, prima della forte crisi degli anni novanta e ancora mentre la seconda repubblica dopo i piccoli e faticosi passi iniziali si alzava in piedi per correre verso gli anni duemila.

Dove erano i paladini del rinnovamento e della trasparenza mentre l'Italia accumulava debito pubblico o mentre gli eletti, con il loro comportamento, delegittimavano le Istituzioni? A sentire come parlano oggi non sembra possibile pensare che i veri difensori del bene comune e della buona politica fossero impegnati nel perseguimento dei propri interessi personali proprio mentre i partiti compivano le peggiori nefandezze. Dov'era allora questa contiguità tra politica e società civile che oggi sembra diventata l'elemento imprescindibile di legittimazione per chiunque si candidi ad assumere ruoli di responsabilità per il governo del Paese?

È certamente vero che i partiti non si sono sforzati di tendere l'orecchio fuori dai Palazzi per farsi suggerire la strada da intraprendere ma pare altrettanto evidente che dal “Paese reale” non si siano alzati cori roboanti che chiedevano insistentemente udienza.

Intendiamoci, non si prova in queste righe a difendere la condizione tautologicamente indifendibile di quei partiti che hanno gravissime colpe nel proprio mancato rinnovamento, nella mancata formazione della nuova classe dirigente e nella chiarissima incapacità di saper leggere e comprendere i drammi di un Paese che necessitava di risposte strutturali; si prova solo a cercare risposte che non si limitino alla sterile attribuzione manichea delle responsabilità in un momento tanto difficile.

Forse la soluzione non sta solo nell'estraneità alla politica come ha dimostrato la sconfitta del centrosinistra in Lombardia. Umberto Ambrosoli era esterno alla politica dei partiti e ha improntato la campagna elettorale proprio sull'assoluta libertà dalle logiche di questi ma nonostante tutto non ha vinto, anzi è stato sconfitto da Roberto Maroni, l'ex ministro Roberto Maroni, il Segretario di partito Roberto Maroni, il candidato che ha puntato sulla sua esperienza politico-amministrativa l'azione di convincimento degli elettori. Colui che è riuscito nella sua impresa nonostante il centrodestra lombardo si trovasse in una situazione che aveva da tempo oltrepassato i confini della tragicommedia. Siamo sicuri dunque che la strada giusta per il futuro della politica sia esclusivamente quella dell'apertura incondizionata alla società civile?

Bisognerebbe prendere in considerazione la possibilità che la vera sconfitta della politica si stia consumando proprio in queste ore, proprio mentre prende piede l'atteso rito del toto ministri di un possibile governo Bersani. Saviano, Gabanelli, nomi rispettabilissimi di persone che nel fare il loro lavoro hanno dimostrato coraggio, capacità e passione, nomi che meritano enorme rispetto e che certamente svolgeranno il loro dovere nel migliore dei modi continuando a fare i loro mestieri, mestieri fondamentali che incidono quotidianamente sulla vita delle persone, proprio come dovrebbe fare la politica. Ma per governare e per fare politiche, perché sono le politiche i binari sui quali si fa correre un Paese, questo non basta.

Non basta l'innocenza aprioristica della società civile, non bastano le competenze e le intelligenze dei suoi esponenti migliori, serve una visione del futuro e un metodo chiaro e condiviso per poterla perseguire. La conditio sine qua non per avere una visione chiara è un'identità chiara, e il luogo nel quale è possibile lavorare a questo progetto rimangono i partiti, partiti nuovi che dovranno trovare nel rapporto di contiguità con la società civile il polso del Paese ma che non dovranno unicamente delegare a questa l'espressione dei nomi di chi andrà a occupare ruoli di estrema responsabilità.

E se la politica da sola non sarà capace di capire che svuotandosi e delegittimandosi ancora più di quanto sia già accaduto danneggia il Paese, la società avrà la possibilità di dimostrarsi veramente civile nel cercare di farglielo capire, magari chiedendo a questa di assumersi le sue responsabilità fino in fondo. Il prezzo da pagare, lo sappiamo tutti, è molto alto ma solo ripartendo da zero, forse, potremo sperare di invertire la rotta.

Erica Sirgiovanni | @erica_sir


If it's the politics that doesn't understand that civism isn't enough

Before putting Italy in the hands of a "civic government" we should better understand what the civic society actually is, and in what ways it is better than politics. Or maybe, as someone suggested, we should invert the elements of the matter.

So, what is politics and in what ways is it better than the civic society? But if in a moment as delicate as this one it is important to ask questions, it is much more necessary to find adequate answers. We've heard very few clear answers so far, but there are people and groups of people who are working to find them. It happened in Lombardy for example, where the center left has decided to open up to the civic society by asking Umberto Ambrosoli, penalist lawyer without a party membership, to candidate for the Presidency of the Region.  It happened when Mario Monti, exiting prime minister, head of a coalition made up of the majority of parties present in Parliament has given birth to Civic Choice. Another civic subject, or actually "very civic", is Fare per fermare il Declino, which counts professors, economists, entrepreneurs and journalists among its members. And didn't Civic Revolution present a large part of names coming from the civic society?

Such a civic invasion in this country we didn't see for a long time, at least twenty years, to be exact from the moment Silvio Berlusconi, the first symbol of that civism he now so strenously fights, gave life to Forza Italia proposing himself as a candidate to guide the Country with a political subject that was outside the logics of old parties. So, finding an answer to the initial questions is even more difficult because it seems that politics and civic society are one the continuation of the other or, if you prefer, one is the fuel of the other. If you look beyond the events that are strictly contingent you might say that the Italian society only becomes civil when politics becomes clearly uncivic.

So it happened after the first republic crisis with the birth and the affirmation of Forza Italia and so it happened with the Movimento 5 Stelle which became the first movement of the country. So it's just normal to ask ourselves where the civic society actually was, as we intend it today, before the strong crisis of the 90s and while during the second Republic, after the first small and difficult steps it stood up to run towards the decade between 2000 and 2010.

Where were the symbols of renovation and transparency while Italy accumulated public debt or while the elected, with their behavior, delegitimated the institutions? If you hear them today, it doesn't seem possible to think that the true defensors of common good and good politics were busy following their own interests while the parties did the worst of the worst. So where is this contiguity between politics and civic society that today seems to be the fundamental elementof legitimation for anyone who is candidated to roles of responsibility for the Government of this country?

It is certainly true that the parties didn't even bother to look outside the Palace to get suggestions for the way to take, but it seems as evident that from the "real Country" no loud chorus rose, asking to be heard.

Let's get this straight, in these lines I'm not trying to defend the indefendible condition of those parties who have extremely serious responsibilities in their lack of renovation, in the lack of formation of the new political class and in the clear incapability of reading and understanding the problems of a country that needed structural answers, we're only trying to find answers that aren't limited to the sterile attribution of guilt and responsibility in such a difficult moment.

Maybe the solution isn't just in the extraneity to politics, as the defeat of centerleft in Lombardy has proved. Umberto Ambrosoli was outside of the party politics and has concentrated his elections campaign on the absolute freedom from their logics but in spite of everything he didn't win, he was defeated by Roberto Maroni, the ex Minister Roberto Maroni, the secretary of party Roberto Maroni, the candidate who bet everything on his political and administrative experience in trying to convince voters. The one who managed in his task in spite of the fact that the Lombardy centerright was in a situation that had already gone beyond the boundaries of the tragic commedy. Are we sure that the right way for the future of politics is exclusively the one of inconditioned opening to the civic society?

We should consider the possibility that the true defeat of politics is consuming itself in these very hours, during the awaited ritual of minister nomination of a possible Bersani government. Saviano, Gabanelli, respectable names of people who in doing their work have proved a lot of courage, capability and passion, names who deserve an enormous respect and that will certainly do their work in the best way possible continuing to do their jobs, fundamental jobs which have an important impact on people's daily lives, just as politics should be. But in order to govern and do politics, because it's politics the tracks on which you need to make a country run, this isn't enough.

The innocence of the civic society is not enough, the competence and the intelligence of its best exponents is not enough, we need a vision of the future and a clear and share method to get there. The condition sine qua non to have a clear vision is a clear identity, and the place where it is possible to work on this project is the party, new parties that will have to find a relationship of contiguity with the civic society and the condition of the Country but that will not only have to delegate to it the expression of the names of those who will occupy the places of extreme responsibility.

And if politics alone won't be able to understand that emptying and delegitimating itself even more than it has already only damages the country, the society will have the possibility to prove itself truly civic in trying to making it understand, perhaps asking it to fully assume its responsibilities. The price to pay, we all know it, is very high, but only starting from zero, maybe, we can hope to invert the route.

Erica Sirgiovanni | @erica_sir 

lunedì 17 dicembre 2012

Verso un paese civicamente alfabetizzato



Con tutta probabilità non sarà l'ultima puntata dell'ondata di partecipazione che ha piacevolmente travolto il centrosinistra, l'appassionante frenesia democratica - infatti- potrebbe compiersi anche negli ultimissimi giorni dell'anno con le primarie dei parlamentari. 

Intanto in Lombardia si è concluso il primo tempo di una partita che idealmente si gioca all'ombra del Pirellone, ma che fattualmente avrà ripercussioni oltre i confini regionali.

“Siamo forti perché abbiamo a cuore i problemi di tutti, non solamente le esigenze di alcuni. Siamo forti perché siamo liberi, e non siamo legati né a mondi particolari né a centri di interesse. Non abbiamo nessuna ragione di pensare che questa volta, le nostre ragioni, non vinceranno come meritano di vincere.”

Umberto Ambrosoli uscendo vincitore dalle primarie di coalizione, è il candidato del centrosinistra per la presidenza di Regione Lombardia e con queste parole, sabato notte si è incamminato sul percorso che tra meno di due mesi potrebbe portarlo a sedere sullo scranno più alto di Palazzo Lombardia.

“Tutto cambi affinché non si ripetano più gli errori del passato”, il nuovo postulato impone inverte il principio del gattopardismo, quella maledizione tutta italiana che politicamente non riusciamo a lasciarci alle spalle. Ma nelle parole di Ambrosoli c’è un’altra politica. Una politica che i cittadini lombardi, dopo 17 anni di formigonismo faticano a ricordare, la stessa politica che con le diversità del caso, ha portato Giuliano Pisapia a diventare Sindaco di Milano nel 2011.

L’ascolto dei territori, il rispetto per i cittadini e per le istituzioni. La legalità come metodo e l’impegno verso il bene comune nel merito. La Lombardia ha davanti a sé l’occasione del riscatto, un riscatto che per adesso ha il volto di Umberto Ambrosoli ma che da domani dovrà necessariamente assumere le sembianze dei cittadini che vorranno impegnarsi per cambiare questo pezzo di Italia. 
Rigenerazione. Morale, metodologica. Perché la politica torni ad assumersi la responsabilità civico-pedagogica dell’oggi investendo prepotentemente sul domani. Il vento può cambiare, l'abbiamo visto, ma lo scoramento è il peggior nemico della spinta verso la discontinuità.

Quel che è certo è che la Lombardia non è inespugnabile; sarà una campagna elettorale dura, impegnativa ma non per la presunta forza degli avversari, sarà una campagna impegnativa perché i cittadini Lombardi dovranno dimostrare al resto del paese che la politica non si declina solo in scandali, inchieste e poltrone. 

Politica è lavorare, insieme, per assicurare alla collettività un presente giusto e un futuro migliore; la buona politica attecchisce solo se la società decide di parlare al plurale e se i cittadini accettano di impegnarsi per rigenerare le istituzioni. Dice bene Ambrosoli: "ciascuno di noi deve assumersi la responsabilità dell'esserci", solo così diventeremo un paese civicamente alfabetizzato.

Erica Sirgiovanni | @erica_sir


Towards a civically alphabetized country

With all probability it won't be the last episode of the participation wave that has pleasantly flooded the center-left wing, the passionate democratic frenzy - in fact - it might happen even in the very last days of the year with the Parliament primaries.

In the meanwhile in Lombardy the first half of a game that ideally is played in the shadow of the Pirellone has just finished, but it will have factual consequences beyond the Region's boundaries.

"We're strong because we care about everyone's problems, not only the needs of some. We're strong because we're free, and we're not tied to particular worlds or centers of interest. We have no reason to think that this time our reasons won't win, as they deserve to."

Umberto Ambrosoli uscendo vincitore dalle primarie di coalizione, è il candidato del centrosinistra per la presidenza di Regione Lombardia e con queste parole, sabato notte si è incamminato sul percorso che tra meno di due mesi potrebbe portarlo a sedere sullo scranno più alto di Palazzo Lombardia.

“Tutto cambi affinché non si ripetano più gli errori del passato”, il nuovo postulato impone inverte il principio del gattopardismo, quella maledizione tutta italiana che politicamente non riusciamo a lasciarci alle spalle. Ma nelle parole di Ambrosoli c’è un’altra politica. Una politica che i cittadini lombardi, dopo 17 anni di formigonismo faticano a ricordare, la stessa politica che con le diversità del caso, ha portato Giuliano Pisapia a diventare Sindaco di Milano nel 2011.

L’ascolto dei territori, il rispetto per i cittadini e per le istituzioni. La legalità come metodo e l’impegno verso il bene comune nel merito. La Lombardia ha davanti a se l’occasione del riscatto, un riscatto che per adesso ha il volto di Umberto Ambrosoli ma che da domani dovrà necessariamente assumere le sembianze dei cittadini che vorranno impegnarsi per cambiare questo pezzo di Italia.
Rigenerazione. Morale, metodologica. Perché la politica torni ad assumersi la responsabilità civico-pedagogica dell’oggi investendo prepotentemente sul domani. Il vento può cambiare, l'abbiamo visto ma lo scoramento è il peggior nemico della spinta verso la discontinuità.

Quel che è certo è che la Lombardia non è inespugnabile; sarà una campagna elettorale dura, impegnativa ma non per la presunta forza degli avversari, sarà una campagna impegnativa perché i cittadini Lombardi dovranno dimostrare al resto del paese che la politica non si declina solo in scandali, inchieste e poltrone.

Politica è lavorare, insieme, per assicurare alla collettività un presente giusto e un futuro migliore; la buona politica attecchisce solo se la società decide di parlare al plurale e se i cittadini accettano di impegnarsi per rigenerare le istituzioni. Dice bene Ambrosoli: "ciascuno di noi deve assumersi la responsabilità dell'esserci", solo così diventeremo un paese civicamente alfabetizzato.

Erica Sirgiovanni | @erica_sir

mercoledì 10 ottobre 2012

Efficacia comunicativa e chiarezza degli obiettivi: la strategia di @matteorenzi alle #primarie



Scrive bene Stefano Menichini nel suo editoriale di martedì su Europa, le critiche che vengono mosse a Matteo Renzi in queste settimane -in maniera più sistematica da quando il Segretario del Pd e Nichi Vendola hanno ufficializzato la loro candidatura per le primarie - sono assolutamente strumentali.

Non solo non indeboliscono il Sindaco di Firenze, ma lo rafforzano creando una schiera di difensori d’ufficio che probabilmente fino a poco tempo prima non erano poi così convinti di sostenerlo. D’altronde quando si ragiona per compartimenti stagni, capita spesso che la dialettica si infranga sul muro delle granitiche posizioni predefinite. L’accusa di aver copiato diversi punti del programma ufficiale del partito mossa da Stefano Fassina, suona quantomeno bizzarra; in molti si sono chiesti se il responsabile economico del Pd sapesse che Renzi non si presenta in quota Lega Nord e che sarebbe piuttosto strano il contrario, cioè che i
programmi dei due candidati divergessero su alcuni temi fondamentali.

Il Segretario di Sel ha inaugurato la sua campagna elettorale accusando il giovane sfidante di aderire a “modelli culturali vecchi, improntati al liberismo e che dunque dovrebbero essere rottamati”, lasciando parte dell’elettorato sgomento a domandarsi se quelle parole fossero state pronunciate nel 2012 o se la lancetta del tempo fosse tornata indietro fino al 1969.

C’è solo un aspetto su cui Renzi sarebbe veramente attaccabile, scrive Menichini, la sua incapacità di compattare il partito, di unire, di far sì che le sue posizioni vengano legittimate dall’assemblea. Il rottamatore infatti si tiene ben distante dai simboli, da colori che possano in qualche modo richiamare al passato di quella parte politica che con veste rinnovata si candida a rappresentare. Ma siamo sicuri che questa presunta incapacità, a fini elettorali, sia un punto debole e non una decisone strategica sapientemente studiata? Renzi corre da solo, spariglia le carte distribuendo calci al passato senza distinguo troppo sottili. Il Sindaco di Firenze più di qualsiasi altro uomo di partito, ha capito che la politica nell’immaginario dei cittadini, è rimasta chiusa tra le mura dell’autoreferenzialità e che per marcare veramente la differenza con i suoi sfidanti non è sull’età che deve puntare, piuttosto è sulla sua lontananza rispetto a quegli ambienti che oggi vengono visti solo come luoghi deputati alla spartizione del potere. Se finalizzato alla creazione del consenso, questa sorta di snobismo al contrario non può che pagare.

È da contestualizzare in questo quadro anche l’eloquio arrogante, impertinente e sognatore; sono da inserire in questo disegno le minacce di pensionamento mosse contro un D’Alema che, rimanendo anacronisticamente sospeso nel tempo, non gli risparmia critiche tanto feroci quanto immotivate. Non sarà certo grazie a questo atteggiamento che il Paese tornerà a crescere, che si creeranno nuovi posti di lavoro, che si risolverà il problema degli esodati o che riusciremo a tagliare la spesa pubblica, ma è sicuramente anche grazie a questa spinta verso una politica (almeno negli intenti) diversa, che si ridarà speranza a chi veramente, più del futuro capo di governo, dovrà impegnarsi per modificare quotidianamente questo Paese: i cittadini.

Possiamo dolercene ma dobbiamo prenderne atto; viviamo in un momento in cui è diventato più importante dare un segno tangibile del cambiamento piuttosto che dimostrare la propria capacità strategica nella guida del paese. Ed è inutile che i dirigenti della vecchia guardia gridino allo scandalo, se il cambiamento fosse stato un processo endogeno alla politica non ci sarebbe stato bisogno di creare quello che dai più viene vissuto come un lacerante strappo.

Non esiste una scala di valori che l’elettore consulterà prima di recarsi alle urne, come non esiste il paventato duello tra contenuti programmatici e capacità comunicative; l’unico terreno su cui si sfidano i candidati, è la visione sul futuro del Paese. Il Sindaco di Firenze ha osato non rispondere a quel richiamo verso il minoritarismo che ha da sempre relegato il centro sinistra sul gradino del secondo arrivato, ma con dignità, come direbbe qualcuno. Oggi la dignità non basta più. Bisogna convincere, scatenare entusiasmi e riappassionare i delusi immaginando proposte nuove, perché nuovo è il mondo in cui ci siamo risvegliati dopo anni di letargo. I metodi di Renzi, forse, sono ancora indigesti alla maggioranza del partito, ma sareste pronti a dire lo stesso della maggioranza degli elettori?

Erica Sirgiovanni | @erica_sir


Communication efficacy and clear goals: Matteo Renzi's strategy at the primaries

Stefano Menichini is quite right in his Tuesday editorial on Europa, the criticism towards Matteo Renzi during these last few weeks - in a more systematic way since the Secretary of PD and Nichi Vendola have made their candidacy to the primaries official - are absolutely instrumental. Not only they do not make Florence's Mayor weaker, they reinforce him by creating a series of appointed defensors that probably until some time ago weren't even so convinced they supported him. When you think in closed departments, it happens that dialectics crashes on the wall of predefined, granitical positions. The accusation of copying some points of the ufficial party program launched by Stefano Fassina, sounds bizarre to the least; many have wondered whether the economical responsible for PD knew that Renzi doesn't candidate himself with Lega Nord, and that maybe it would be stranger to see the contrary, that the programs of the two candidates were too different on some fundamental topics.

The SEL secretary has started his elections campaign by accusing the young challenger of adopting "old cultural models, steeped in liberism and that should be eliminated", leaving part of the voters amazed wondering whether those words were uttered in 2012 or time had gone back to 1969.

There's only one aspect on which Renzi would truly be vulnerable, writes Menichini, which is his incapacity of making the party compact, of uniting, making sure that his positions are legitimated by the assembly. He keeps himself away from symbols, from colors that can remind the part of the political page that with a new coat he is candidated to represent. But are we sure that this alleged incapacity, in an elections logic, is a weakness and not a strategic decision which has been carefully studied? Renzi runs alone, confuses the cards and kicks the past without too fine distinctions. Florence's mayor, more than any other party man, has understood that the politics in the immagination of citizens is still closed in the walls of autoreferenciality and that in order to truly make the difference he mustn't point on the age, but on his distance from those environments that today are only seen as places where power is managed. If finalized to the creation of consent, this sort of backwards snobism will probably be profitable.

In this optic we must also contextualize the arrogant, impertinent and dreamy speech; in this design we must look at the retirement threats against D'Alema who, by remaining anachronistically suspended in time, doesn't save him critics that are as ferocious as they are unmotivated. It won't be thanks to this behavior that the country will start growing again, that new jobs will be created, that the problem of esodati will be solved, or the public expenses cut down, but it is surely thanks to this push towards a different politics that they will give hope to those who, more than government members, will have to work to modify this country daily: the citizens.

We can dislike it, but we need to acknowledge it; we live in a moment in which it has become important to give a tangible sign of change rather than demonstraing the strategic capacity in guiding the country. And it's useless that the leaders of the old guard shout to the scandal, if change had been an endogenous process in politics, there would have been no need of creating what is lived by most as a tearing break.

There is no scale of values that the voter will consult before going to vote, as there is no alleged duel between programmatic content and communication capacities; the only ground on which the candidates fight is their vision of the future of this Country. Florence's mayor has dared not to respond to that recall towards minoritarism that has always relegated the left wing on the second arrived step, but with dignitiy, as some would say. Today dignity is not enough anymore. You must convince, set off enthusiasms, and bring passion to the disappointed by imagining new proposals, because new is the world in which we've woken up after years of hybernation. Renzi's methods are perhaps still distasteful to most of the party, but would you be ready to say the same about the majority of voters?

Erica Sirgiovanni | @erica_sir

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