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lunedì 29 aprile 2013

10minuticon Andrew Keen @ajkeen #ijf13



Pochi giorni fa Andrew Keen, autore di "Cult of the Amateur" e "Digital Vertigo", ci ha concesso una interessante intervista a proposito di editoria e futuro dei giornali.


In primo luogo abbiamo chiesto ad Andrew come si sia evoluto il suo pensiero riguardo alla dura critica del web 2.0 che ha portato avanti negli ultimi anni: a suo avviso la sua è una critica condivisa da molte altre figure, ed esposta in maniera dettagliata all'interno del libro "Cult of the Amateur", pubblicato nel 2007. All'epoca il testo fu molto criticato in quanto sollevava due o tre questioni molto spinose: il concetto che la free digital economy non fosse sostenibile, e che sarebbe stato davvero difficile per coloro che producono contenuti fare soldi con la pubblicità, e questo si è rivelato in gran parte vero.


Allo stesso modo, le case discografiche, gli editori, i produttori, si trovano in una crisi ancora più profonda oggi: non che stiano sprecando soldi, ma la verità è che la maggior parte dei blog non si sono trasformati in business di successo, e spesso offrono i propri contenuti gratuitamente. Nemmeno utilizzando una rete distribuita come YouTube è possibile guadagnare. Un altro aspetto è quello legato alla pirateria, che secondo Andrew distrugge l'industria culturale e lascia indietro caos e anarchia, sia in termini culturali che politici.

Non esiste dunque una soluzione miracolosa per questo problema: su Internet tutti possono pubblicare, ma questo non significa che abbiano anche la possibilità di sostenersi economicamente con quelle attività. Questa economia non rende il self-publishing un business sostenibile, e persino le aziende più innovative come Spotify hanno moltissime difficoltà a rimanere a galla, e i ricavi sono davvero minimi. Tutte queste sono le ragioni per cui Andrew è molto scettico riguardo al modo in cui le nuove piattaforme possano supportare una economia culturale dando la possibilità agli artisti di guadagnarsi da vivere, che in fondo è ciò che più lo interessa sia a livello personale che politico.

La speranza riposta nella democratizzazione dell'accesso agli strumenti di pubblicazione era che il merito potesse venire premiato, ma secondo Andrew il vecchio sistema di riconoscimento del talento non era poi così fallace. Non era certamente perfetto, ma del resto non lo è nemmeno il nuovo, secondo cui la selezione avverrebbe naturalmente in base al numero di visualizzazioni di YouTube: purtroppo però in quei casi si tratta di persone capaci di costruire un video virale di 30 secondi, e di utilizzare una serie di strumenti di marketing relativamente sofisticati. Grande scetticismo, dunque, sul concetto che la democratizzazione della cultura stia effettivamente permettendo al talento di emergere.

Abbiamo inoltre parlato di finanziamenti pubblici ai giornali, a suo avviso una grande piaga: esiste la possibilità di avere giornali di successo senza finanziamenti pubblici, e di esempi ce ne sono diversi, a partire dal New York Times. Hanno un impatto negativo perché generano risentimento, ed è difficile pensare che siano oggettivi. Bisogna basarsi sul mercato, e se un mercato per il prodotto giornale non esiste, allora vuol dire che le persone non se lo meritano e vivranno senza: quello di avere i giornali non è un diritto dato da Dio, quindi se l'economia non funziona, allora moriranno.

L'unico modo per sopravvivere online è il paywall, tutti gli altri modelli di business non funzionano, e le notizie non dovrebbero essere gratuite, non più di quanto non lo sia il cibo, l'affitto o una macchina, peché i giornalisti devono poter essere pagati. Quella delle notizie gratuite è un'idea carina, ma nella pratica è assurda.

Maria Petrescu | @sednonsatiata


10minuteswith Andrew Keen

First of all we asked Andrew how his criticism of web 2.0 evolved in time: his is a critique shared by many other figures, and explained in detail in his book "Cult of the amateur", published in 2007. At the time the book was criticized because he made two or three arguments, he suggested that the free digital economy wasn't viable, and that it would be very hard for those producing content to make money off advertising, which actually proved to be a correct prediction.

In the same way, records comanies, publishers, producers, are in more of a crisis now than before. He doesn't intend that they're wasting money, but the truth is that most blogs didn't develop into real businesses, and mostly they're giving stuff away for free. Even with a distributed network like YouTube it's hard to make any money. Another matter is the piracy, which is very bad because it destroys the cultural industry and leaves behind chaos and anarchy, both from a political and a cultural point of view.

There is no miraculous solution, the Internet allows everyone to publish, but doesn't enable you to make a living out of it. This economy doesn't make self publishing a viable business, and even the sexy businesses like Spotify are struggling to stay afloat, and the revenue for artists is really minimum. This is why Andrew is skeptical about the way the new technological platforms can support a cultural economy and give artists the possibility of earning a living, which is what interests him most both at a personal and political level.

The hope was that the democratization of access to publishing tools would reward merit, but according to Andrew the old system for recognizing talent wasn't so bad after all. It wasn't perfect, but neither is the new one, according to which the selection happens naturally based on the number of views on YouTube: unfortunately the most viewed are people who are able to build a 30 second viral video and have the capacity of using relatively sophisticated marketing tools. He is very dubious on the concept that the democratization of culture is actually allowing talent to rise.

We also talked about state aids to newspapers, in his opinion a great plague: there is the possibility to have successful newspaper without any kind of State aids, and there are several examples to prove it, starting with The New York Times. They have a negative impact because they generate resentment, and it's really hard to guarantee that they are objective, whereas the best newspapers are the biased ones, in Andrew's opinion. These decisions must be based on the market, and if the market for newspapers is non existent, then people don't deserve them and will have to live without them: having newspapers isn't a God given right, so if the economy doesn't work, they will disappear.

The only way to survive online is the paywall, all other business models don't work, and news shouldn't be free, not more than food, rent or cars, because journalists must be paid. The idea of free news is cute, but in practice it is absurd.

Maria Petrescu | @sednonsatiata

lunedì 19 dicembre 2011

10minuticon Antonio Lupetti @woork



Con Antonio Lupetti, fondatore di Woorkup.com e noto blogger italiano, abbiamo parlato sia della nascita e dell'evoluzione del suo blog, sia delle differenze tra utenza italiana e americana nella fruizione di contenuti legati a Internet e tecnologia.


Qualche settimana fa abbiamo avuto il piacere di intervistare Antonio Lupetti, noto blogger italiano autore di Woorkup.com.

Woorkup è nato due anni fa come sito di tutorial sul web design, ma col tempo Antonio ha iniziato ad allargare lo spettro degli argomenti per includere anche Internet, social media e tecnologia. Inizialmente il blog era completamente in inglese, e solo in un secondo momento è passato ad avere articoli anche in italiano, che attualmente costituiscono la maggioranza dei post.

Il cambiamento è avvenuto perché secondo Antonio in Italia c'è ancora poco contenuto di questo tipo, ed attirare traffico diventa molto facile soprattutto per un blog come Woorkup, che si è già costruito una notorietà e una base di lettori molto ampia. Il passaggio è stato utilissimo ed ha avuto un successo inaspettato: il traffico dall'Italia è incrementato in maniera significativa, grazie anche ad un ottimo posizionamento del sito su Google.

I numeri di Woorkup sono molto interessanti: 15.000 visite al giorno da parte soprattutto di utenti italiani, tenendo in considerazione il fatto che i post in inglese attirano moltissimi lettori dall'estero. Ad esempio in occasione della pubblicazione di un'infografica sull'acquisizione di Google, ripresa da FastCompany, le visite hanno toccato un picco di 50.000 al giorno. [video]

Le prospettive per il futuro consistono nel rafforzare la leadership di Woorkup in Italia e aumentare i numeri delle visite: esistono dei prodotti editoriali con più autori che contribuiscono agli articoli, ma Antonio vuole portare avanti il concetto di "single man blog".
Molte persone si sono mostrate interessate a scrivere sul blog, quindi è ragionevole pensare che in un futuro non troppo lontano Woorkup possa diventare una vera e propria testata editoriale con una propria redazione. Almeno per adesso, tuttavia, Antonio rimarrà l'unico autore dei post e videopost di Woorkup[video]

A suo avviso i tempi sono ormai maturi per testate come Mashable o Techcrunch: in Italia non ci sono molti blog legati a una figura singola che abbiano molta visibilità e che riescano a fare numeri molto alti. Woorkup inaspettatamente riesce a fare entrambe le cose e potrebbe costituire la leva fondamentale per creare una testata italiana forte.
Naturalmente il numero delle visite deve essere pesato in quanto il mercato italiano è molto più ristretto e chi si interessa di tecnologia in Italia generalmente attinge direttamente alle fonti americane. [video]

Paradossalmente i post in inglese toccano grandi numeri per contenuti innovativi, come ad esempio le infografiche, mentre i post generali sono i più letti dagli utenti italiani. Manca infatti un hub che costituisca il centro di informazioni che aggreghi i contenuti: l'obiettivo è di sviluppare Woorkup appunto in questa direzione, senza però tralasciare gli articoli in inglese, costituiti fondamentalmente da tutorial sul web design. [video]

Abbiamo chiesto quali siano le sue fonti di informazione: innanzitutto i feed dei blog ufficiali di alcuni siti e testate giornalistiche importanti, come Facebook, Google, Twitter, Foursquare, ma anche l'Huffington Post o Business Insider.
Un aspetto interessante è il diverso approccio che i lettori italiani hanno nell'interazione con i siti web, infatti c'è una predisposizione maggiore a commentare rispetto ai post in inglese, che invece vengono condivisi molto di più attraverso i social media. [video]

Abbiamo concluso con le prospettive per il futuro: Antonio vuole focalizzarsi sulle notizie multimediali, quindi sta sviluppando un format video per attirare altro traffico anche attraverso YouTube e Vimeo.

Invito dunque alla visione dell'intervista, molto più ricca di informazioni e riflessioni rispetto a questa mia breve sintesi.

Buona visione!

Maria Petrescu


10 minutes with Antonio Lupetti

A few weeks ago we had the pleasure of interviewing Antonio Lupetti, famous Italian blogger and author of Woorkup.com.

Woorkup was born two years ago as a web design tutorial site, but in time Antonio started widening the topics horizon to include Internet, social media and technology. Initially his blog was entirely in English, and only after a while he started posting in Italian as well. Italian posts are now the majority inside Woorkup.com.

The change happened because Antonio thinks there's too little content of this type in Italy, and getting traffic is quite easy for a blog like Woorkup, which already has a stable and wide user base. The shift was extremely useful and has had an unexpected success: the traffic from Italy increased drastically, also thanks to great positioning on Google.

Woorkup's numbers are quite interesting: 15.000 visits/day mostly from Italian users, but English posts still bring many readers from abroad. When he published an infographic about Google's acquisition, reposted by FastCompany, the visits reached a peak of 50.000/day. [video]

The future perspectives consist in reinforcing Woorkup's leadership in Italy and increasing the visits: Italy has some editorial products with several authors contributing to write the articles, but Antonio wants to bring ahead the concept of "single man blog". Many people have shown interest in writing on Woorkup, so it is reasonable to think that Woorkup will become a real magazine, with its own editorial staff, but at least for now Antonio is the only author of posts and videoposts on Woorkup. [video]

In his opinion the times are ripe for magazines like Mashable or Techcrunch: in Italy there aren't many blogs linked to one single figure that have great visibility and make great numbers. Woorkup manages to do that, and could constitute the lever to create a strong Italian magazine.
Of course the number of visits must be weighted since the Italian market is much smaller, and whoever is interested in technology usually goes directly to the original, American sources. [video]

The English posts have the most visits when they have innovative content, such as infographics, while general posts are the most read by Italian users. There is no hub that can constitute the center of information to aggregate the content: the goal is to transform Woorkup in this direction, without leaving out English posts. [video]

We asked Antonio what his sources are: mostly official blogs of some important websites and magazines, such as Facebook, Google, Twitter, Foursquare, but also Huffington Post and Business Insider. One interesting aspect is the different approach Italian readers have in the interaction with websites, there's a tendency to leave more comments than on an English post, that usually get shared a lot on social media. [video]

We finished with the perspectives for the future: Antonio wants to concentrate on multimedia news, so he's developing a video format meant to get more traffic through YouTube and Vimeo.

I invite everyone to view the full interview, much richer in information and insight than my brief synthesis.

Enjoy!

Maria Petrescu

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