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— Il Triste Mietitore (@TristeMietitore) 08 maggio 2013
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domenica 2 giugno 2013
#Storiedeldisonore: l’arresto di #Riina, le stragi del 1993 e la partita della #mafia sul carcere duro
E se di “trattativa“ si sente parlare, non ci si può dimenticare di quel che accadde nel 1993, una anno su cui ancora oggi si chiudono processi e si emettono sentenze. L’anno si apre con l’arresto del ‘capo dei capi’: Totò Riina.
E’ il 13 gennaio, siamo in via Bernini 54, ed è appena partita l’‘operazione Belva’ del nucleo del Crimor guidato da Sergio de Caprio, meglio conosciuto come Capitano Ultimo. Lui e la sua squadra composta da Arciere, Vichingo, Pirata, Oscar, Omar e Ombra hanno individuato la villa di Riina.
Gli uomini di Ultimo per due giorni girano nei quartieri de l’Uditore, della Noce e di Passo di Rigano, con ‘la balena’, cioè il furgone schermato da cui si fanno riprese e si ascoltano le intercettazioni. Il 14 gennaio individuano il cancello da cui esce Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina. Alle 8.55 del giorno successivo Giuseppe Coldesina, nome in codice Ombra, comunica via radio con Ultimo: «Attenzione, è uscito il nostro amico, il nostro amico Sbirulino, è uscito».
L’amico “Sbirulino” è in realtà Salvatore Biondino, autista di Totò Riina. A bordo della Citroën ZX con Sbirulino c’è proprio lui, “Totò ‘u curtu”, la “belva senza cuore” arrivata ai vertici di Cosa Nostra e latitante da 23 anni. A riconoscerlo è stato Balduccio Di Maggio ex autista di Riina, stipato con l’attrezzatura e il resto della squadra del Crimor nel retro del Ford Transit Blu che porta la scritta “Gambino Impianti”. É Di Maggio ad aver segnalato dalla stazione dei Carabinieri di Novara, dove è stato arrestato l’8 gennaio 1993 per un omicidio a Borgomanero, la probabile ubicazione del ‘covo’ (in realtà una villa con tanto di palme e non distante dal centro di Palermo). Quindici minuti e un chilometro più tardi da via Bernini a Palermo avviene l’arresto del capo dei capi il quale un’ora dopo si ritrova in caserma fotografato sotto la foto del generale Dalla Chiesa.
Di Maggio non è uno qualunque, è infatti quel pentito “eccellente” a fortune alterne che descrisse la scena del famigerato bacio di Riina a Giulio Andreotti. Basta una confidenza di Balduccio di Maggio in una caserma dei Carabinieri di Novara per stanare Riina? Ovviamente no. Si aggiungono così le indagini degli uomini del Ros guidati da Mario Mori e il contesto della famigerata “trattativa” tra Stato e mafia: Riina sarebbe la contropartita offerta da Provenzano per far cessare le stragi e contestualmente salvare Cosa Nostra dalla guerra con lo Stato intavolata dopo gli eccidi di Capaci, via d’Amelio, Roma, Firenze e Milano tra il 1992 e il 1993. Sarebbe stato il capo dei capi primo estensore del cosiddetto ‘papello’, cioè l’elenco delle richieste di Cosa Nostra allo Stato per mettere fine alle stragi in continente”. Senza poi dimenticare la dibattuta e complessa vicenda della mancata perquisizione del covo di Totò ‘u curtu che diede avvio a una sterminata letteratura giornalistica, ancora oggi sulla cresta dell’onda.
Da Giuliano in poi sulle operazioni più importanti dell’antimafia siciliana non sono mai mancati sospetti e veleni, e la vicenda dell’arresto di Totò Riina, avvenuto il 15 gennaio di venti anni fa non ha fatto di certo eccezione. Anche perché a giovare più di tutti di quell’arresto è stato quel Bernardo Provenzano che è stato nei tredici anni successivi uomo di vertice di Cosa Nostra, cambiando radicalmente il volto dell’organizzazione criminale siciliana. Una Cosa Nostra che in questi venti anni non è stata di certo sconfitta, e chi lo sostiene, o lo fa per ignoranza o lo fa in completa malafede sminuendo un problema ancora forte e attuale soprattutto in Sicilia, nonostante qualche difficoltà ‘organizzativa’ in più rispetto al passato.
Nei mesi successivi, e precisamente tra maggio e luglio del 1993 arrivano le stragi di Roma, Firenze e Milano, che provocheranno altre vittime, feriti e danni anche al patrimonio artistico. Proprio in quell’anno si gioca, per la magistratura palermitana, la partita sul 41 bis, ovvero il regime del carcere duro, tornato sulla scena dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio. Il ministro della giustizia Giovanni Conso, subentrato a Claudio Martelli, dimissionario a causa dello scandalo per il ‘conto protezione’, non rinnova il carcere duro per oltre 300 detenuti. Sono pochi gli esponenti di spicco di Cosa Nostra presenti in quella lista, ma andava lanciato un “segnale di distensione”: così definiva la non proroga dei 300 41-bis il direttore del DAP Capriotti in una nota del giugno 1993.
Il 10 agosto del 1993 la DIA redige una nota riservata che invia al ministro Mancino: «Gli attentati recenti potrebbero presumibilmente riferirisi alla ricerca di un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tenda ad intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme di impunità». La nota prosegue e parla proprio di 41-bis «l’eventuale revoca , anche solo parziale, dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe».
Una nota comunque da leggere nella sua interezza in grado di aprire uno scenario illuminante per lo stato dell’arte delle indagini dell’epoca e una probabile saldatura, il pactum sceleris, tra poteri criminali presenti sul territorio nazionale.
Conso dice di non aver prorogato i provvedimenti in perfetta solitudine e di non ricordare la nota firmata da Capriotti. Fatto sta che i provvedimenti rientrano e da gennaio 1994 si conclude la strategia stragista di Cosa Nostra con il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma ai danni dei Carabinieri. Successivamente, sempre nel gennaio ’94, vengono arrestati anche i fratelli Graviano, fautori della linea stragista dopo l’arresto di Riina. Arresti che segneranno la fine del sangue in quel terribile biennio, e l’inizio del regno di Bernardo Provenzano. [To be continued...]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Stories of dishonor: the arrest of Riina, the massacres of 1993 and the mafia party on the hard prison
And if we must talk about a "treaty", we can't forget what happened in 1993, an year on which trials are still being celebrated and verdicts still being decided. The year was oppened with the arrest of the "boss of bosses": Totò Riina. It's January the 13th, we're in Bernini Street 54, and the "Belva operation" of the Crimor nucleus has just started under the leadership of Sergio de Caprio, better known as "The Last Captain". He and his team composed by Archer, Viking, Pirate, Oscar, Omar and Shadow have found Riina's villa.
The Last Captain's men scout the neighborhoods of the Uditore, Noce and Passo di Rrigano for two days with the "whale", the van used to record videos and listen to wirings. On January 14th they identify the door from which Ninetta Bagarella comes out, the wife of Totò Rriina. At 8.55 of the following day, Giuseppe Coldesina, codename "Shadow", communicates on radio with the Last: "Attention, our friend is out, our Sbirulino friend, he's out."
The "Sbirulino" friend is actually Salvatore Biondino, the driver of Totò Riina. On board of the Citroën ZX with Sbirulino there's him, "Totò 'u curtu", the "heartless beast", arrived at the top of Cosa Nostra and a 23 year long fugitive. The one who recognized him was Balduccio Di Maggio, former driver of Riina, stuffed with the equipment and the rest of the Crimor team in the back of the Ford Transit with the "Gambino Impianti" sign on it. It was Di Maggio who signaled, at the Carabinieri station of Nnovara, where he was arrested on January the 8th for a homicide at Borgomanero, the probable position of the "den" (in reality a villa with palm trees not very far away from the center of Palermo). Fifteen minutes and one chilometer later from via Bernini in Palermo, the arrest of the boss of bosses, photographed one hour later under the picture of general Dalla Chiesa.
Di Maggio isn't just any criminal, he is the "excellent" collaborator of justice who described the scene of the famous kiss between Riina and Giulio Andreotti. Is one confidence of Balduccio di Maggio in a Carabinieri station sufficient to get Riina out of his hiding place? Obviously not. So the inquiries of the Ros men are added up, guided by Mmario Mori and the contezt of the "treaty" between State and mafia: Riina would be the counterparty offered by Provenzano in order to stop the massacres and at the same time save Cosa Nostra from the war with the State started after the Capaci, via d'Amelio, Rome, Florence and Milan massacres between 1992 and 1993. Apparently it was the boss of bosses who gave out the first "papello", the list of requests of Cosa Nostra from the State in order to stop the massacres in the country". Without forgetting the debated and complex matter of the missed perquisition of the den of Totò 'u curtu, which gave birth to an infinite journalistical literature, still quite popular even today.
From Giuliano onward, on the most important operations of the Sicilian antimafia, there has never been a lack of suspicions and poisons, and the matter of the arrest of Totò Riina, happened on January the 15th of 20 years ago was certainly not an exception. Also because the one who benefited most from that arrest was Bernardo Provenzano, who was the top man of Cosa Nostra in the following 13 years, changing radically the face of the Sicilian criminal organization. A Cosa Nostra that in these twenty years has definitely not been defeated. Those who said it has, do it either out of ignorance or lying, diminishing a problem that is strong and current especially in Sicily, in spite of a few more "organization" difficulties than in the past.
In the following months, and more precisely between May and July 1993, the massacres of Rome, Florence and Milan happened, causing more victims, injuries and damages to the artistical patrimony as well. In that year the game of the 41 bis is played, the hard prison regime, back on the table after the Capaci and via D'Amelio massacres. The minister of Justice Giovanni Conso, who came into the charge after Claudio Martelli, who resigned because of the scandal for the "protection count", doesn't rennovate the hard prison for more than 300 prisoners. There are only a few important exponents of Cosa Nostra in that list, but a "distention signal" had to be launched: that was what it was called by the DAP director Capriotti in anote date June 1993.
On August the 10th 1993, the DIA writes a reserved note sent to minister Mancino: "The recent attacks might presumable be referred to the search of a pactum sceleris through the elaboration of a project that tends to intimidate and distract the State's attention to insure forms of impunity". The note goes on and talks about the 41 bis and the "the possible revocation, even just partial, of the decrees that dispose the application of the 41 bis, might represent the first concrete defeat of a State intimidated by the bombing season."
A note that should still be read in its entirety, capable of opening an illuminating scenario for the state of the art of inquiries at that time and a probable union, a pactum sceleris, between criminal powers present on the national territory.
Conso said he did not delay the measures in perfect solitude, and that he did not remember the note signed by Capriotti. The point is that the measures are actuated and from January 1994 the massacre strategy of Cosa Nostra is concluded with the failed attack at the Olympic Stadium in Rome at the expense of the Carabinieri. Afterwards, in January '94, the Graviano brothers are also arrested, the actuators of the massacre line after Riina's arrest. Arrests that will mark the end of the blood of that terrible two years period, and the beginning of the reign of Bernardo Provenzano.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 25 maggio 2013
#Storiedeldisonore: via d'Amelio, quattro processi e poca verità (pt. 2)
Una storia quella della strage Borsellino scritta da Vincenzo Scarantino, delinquente di basso lignaggio criminale, che si rivelerà essere poi falsa, ma che reggerà tre gradi di giudizio portando alla condanna di undici persone, di cui sette all’ergastolo, nell’ambito dei processi Borsellino e Borsellino-bis.
Per anni è la sua la versione ufficiale della strage di via d'Amelio. Nonostante le rimostranze di alcuni pm tra cui Ilda Boccassini, coloro che rappresentano l'accusa nei processi, tra cui anche l'attuale pm titolare dell'inchiesta sulla cosiddetta "trattativa" Antonino di Matteo, danno la patente di credibilità a Vincenzo Scarantino. Scagliandosi anzi contro coloro, in particolare tra i giornalisti, che seminano dubbi sulla credibilità del pentito. Oggi lo chiamano ‘depistaggio‘, mentre fu anche un clamoroso errore investigativo-giudiziario, e le revisioni alle condanne scaturite dalla ricostruzione Scarantino ne sono una ulteriore prova. E' stato Gaspare Spatuzza a consegnare agli inquirenti quella che oggi viene ritenuta la versione più vicina alla verità della preparazione dell'attentato.
Le prime indagini sulla strage di via d’Amelio vennero lasciate in balia della Polizia, in particolare, ad Arnaldo La Barbera, superpoliziotto di cui la procura di Caltanissetta aveva stima e fiducia. Purtroppo la sua versione non si saprà mai. Morirà stroncato da un tumore nel 2002, periodo in cui la storia di questa strage era ancora quella di Scarantino.
Di certo quel 19 luglio del 1992 e nelle giornate immediatamente successive le disattenzioni furono molte, e le amnesie dei vent'anni successivi hanno contribuito a intorbidire acque già scure. Basti pensare al trasporto dei reperti rinvenuti sul luogo della strage all’interno di sessanta sacchi neri spediti agli uffici romani dell’FBI. Che dentro quei sacchi non ci fosse anche la famigerata agenda rossa su cui Borsellino nelle ultime settimane prendeva appunti riguardanti le sue indagini?
Dopo la morte di Falcone e quella immediatamente successiva di Borsellino, le misure straordinarie del contrasto alla criminalità organizzata, tra cui il ripristino del carcere duro, mettono Cosa Nostra in agitazione, che insanguinerà anche Roma, Firenze e Milano nel 1993. Si fa strada l’ombra di una ‘trattativa‘ per fermare il terrorismo mafioso e per arrivare a quel Totò Riina, imprendibile boss di Cosa Nostra, e ritenuto il capo dei capi.
Ma di ‘trattative‘ ne è piena la storia d’Italia, e, senza ipocrisie, pure quella delle investigazioni antimafia. Non stupisca quindi, che due appartenenti ai Reparti Operativi Speciali dei Carabinieri come Mario Mori e Giuseppe de Donno, siano andati a cercare il contatto proprio con quel Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo al gotha di Cosa Nostra e a quello della Democrazia Cristiana.
Il baratto per fermare la stagione delle bombe starebbe nel cosiddetto ‘papello‘, altro oggetto misterioso di quella stagione controversa, che la collaborazione del figlio di don Vito Ciancimino, Massimo, non ha contribuito a chiarire, nonostante abbia fatto emergere alcuni elementi rimasti prima nell’ombra.
«Quando non si può più fare finta di niente - ha spiegato più volte Giuseppe di Lello, uno dei componenti del fu pool antimafia di Falcone e Borsellino - allora lo stato interviene»: trecento detenuti mafiosi vengono trasportati all’alba del 20 luglio 1992 nelle prigioni dell’Asinara e Pianosa, per essere sottoposti al regime del carcere duro, il cosiddetto 41-bis. Dieci giorni più tardi sbarcarono in Sicilia i primi contingenti dell’esercito italiano per l’operazione “Vespri siciliani”. Occupano e proteggono gli obiettivi ritenuti sensibili, rappresentando un eccezionale impiego dell’esercito dentro i confini nazionali. [to be continued...]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Stories of dishonor: via d'Amelio, four trials and no certainties
A story, the one of the Borsellino massacre, written by Vincenzo Scarantino, a low criminal profile offender, which will be soon revealed to be false, but that will hold for three degrees of trials leading to the conviction of eleven people, of which 7 to life in prison, in the Borsellino and Borsellino-bis trials.
For years his was the official version of the d'Amelio street massacre. In spite of the doubts of some PMs among which Ilda Bboccassini, the ones who represent the State in the trials, among which the current PM working on the so called "treaty" Antonino di Matteo, give the sigil of credibility to Vincenzo Scarantino. Accusing those who, especially among journalists, diffuse doubts on the credibility of the collaborator of justice. Today they call it "screening", but it was also a huge judiciary mistake, and the revisions to the convictions derived from the Scarantino reconstruction are another proof of that. It was Gaspare Spatuzza who gave the investigators the version which is now considered to be nearest to the truth in the preparation of the attack.
The first inquiries on the d'Amelio street massacre were left to the Police, and in particular to Arnaldo La Barbera, policeman that the Caltanissetta department trusted and respected. Unfortunately we'll never know his version. He died because of a tumor in 2002, a time when the official version was still the one of Scarantino.
Surely on that July 19th of 1992 and in the days after, careless mistakes were many, and the amnesia of the following 20 years have contributed to muddy waters that were already quite dark. Just think about the transportation of evidence found on the spot inside sixty black sacks sent to the Rome offices of the FBI. Is it possible that missing from them was the red notebook on which Borsellino used to write his notes on the inquiries in the last weeks of his life?
After Falcone's death and the one, shortly after, of Borsellino, extraordinary measures against organized crime, among which the return of "hard prison", put Cosa Nostra in turmoil, and will make Rome, Florence and Milan bleed in 1993. The shadow of a "treaty" to stop mafia terrorism appears, and of course to catch Totò Riina, the unapprehendable boss of Cosa Nostra, considered to be the boss of bosses.
But the history of Italy is full of "treaties", and without hypocrisy, also the one of the antimafia investigations. We shouldn't be too amazed by the fact that two members of the Special Operative Department of the Carabinieri such as Mario ori and Ggiuseppe de Donno have tried a contact with that same Vito Ciancimino, former mafia mayor of Palermo, linked to Cosa Nostra and Democrazia Cristiana at the same time.
The exchange to stop bombs was the so called "papello", another misterious object of that controverse time, that the collaboration with don Vito Ciamcimino's son Massimo, hasn't contributed in clearing any better, in spite of the fact that it has managed to make a few elements emerge, that were previously left in the shadows.
"When you can't pretend it's nothing - Giuseppe di Lello has explained several times, one of the components of the former antimafia pool of Falcone and Borsellino - then the State intervenes": three hundred mafia convicts are transported on July 20th 1992 in the prisons of Asinara and Pianosa, in order to be put under the regime of "hard prison" the so called 41-bis. Ten days later the first contingents of the Italian army come to Sicily for the "Vespri siciliani" operation. They occupy and protect delicate targets, and represent an exceptional use of the amy inside national boundaries.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 18 maggio 2013
#Storiedeldisonore: via d'Amelio, quattro processi e poca verità (pt. 1)
L’Italia ancora scossa dall’autostrada sconquassata di Capaci e con una crisi politica in piena deflagrazione deve fare i conti con un’altra esplosione. Avviene il 19 luglio del 1992, tre mesi dopo il ‘botto‘ della strage in cui rimase ucciso Giovanni Falcone.
Questa volta vittima di un attentato terroristico-mafioso è il giudice Paolo Borsellino e i cinque uomini della sua scorta. Insieme a loro c’era anche Antonio Vullo, unico sopravvissuto all’esplosione delle 16.58.
E’ una carneficina. «Si notava una scena di guerra – scrive nel primo rapporto di polizia stilato dal sovrintendente Vincenzo Alberghina che arriva sul posto a bordo della volante “21” – con tante auto distrutte, mentre altre bruciavano ancora, proiettili che sparavano da soli perché a contatto con il fuoco, gente dei palazzi che chiedeva aiuto».
Il dopo strage è costituito da una serie impressionante di abbagli e fallimenti giudiziari (basti pensare che sono stati celebrati per intero ben tre processi ed è in corso il quarto proprio in questi giorni). Sullo sfondo si muove sempre il perverso quadro fatto di mafia, politica, errori investigativo-giudiziari e depistaggi.
Per quasi vent’anni la ricostruzione al vaglio degli inquirenti, e ritenuta attendibile, è stata quella di Vincenzo Scarantino, criminale di basso lignaggio del rione della Guadagna: per 14 anni i pubblici ministeri e i giudici, dal primo grado alla cassazione hanno creduto alla sua versione, al fatto che fosse stato lui a rubare e portare sul posto la 126 poi esplosa in via d'Amelio, e addirittura a riunirsi per decidere l'esecuzione della strage di via d'Amelio.
Tra forzature degli investigatori (a costruire la versione di Scarantino aveva contribuito il superpoliziotto Arnaldo La Barbera, poi deceduto nel 2002) di allora e cecità dell'apparato giudiziario si è costruita una balla lunga 15 anni. Lo hanno chiamato depistaggio. Eppure, per esempio, quello Scarantino non fu mai messo a confronto in aula con quelli ch'egli accusava. Il caso più clamoroso fu Gaetano Murana, incensurato, professione netturbino, contro di lui la sola parola dello Scarantino. Arrestato nel 1994, scarcerato nel 2011 perchè innocente. Ma ci sono tutta una serie di circostanze che dovrebbero come minimo far porre qualche domanda alla pletore di togati che ha permesso tale scempio giudiziario.
Ilda Boccassini nel 1994 mise in guardia investigatori e pubblici ministeri di Palermo «L'inattendibilità delle dichiarazioni rese da Scarantino - scrivevano in una nota nel 1994 Boccassini e l'altro pm che non credeva alla ricostruzione Scarantino, Saieva - suggerisce di riconsiderare il tema dell'attendibilità generale di tale collaboratore, anche perché lo stesso ha, recentemente modificato la propria posizione in ordine ad una circostanza che assume estremo rilievo». Quella circostanza è la stessa di cui oggi si autoaccusa Gaspare Spatuzza e per la quale viene ritenuto credibile, cioè la vicenda del furto della Fiat 126, successivamente imbottita di esplosivo.
«Rinviare il compimento dei necessari atti d'investigazione potrebbe avere come effetto di lasciare allo Scarantino una via aperta verso nuove piroettanti rivisitazioni dei fatti». Rivisitazioni piroettanti che si sono verificate e hanno retto fino in cassazione, fino a quando è arrivata ormai tre anni fa la riapertura delle indagini su di via D'Amelio.
Deposizioni quelle di Scarantino che fecero sospettare la manina di qualche puparo dietro le sue dichiarazioni e la possibile compresenza di una ‘trattativa‘ tra Stato e mafia per frenare le bombe del terrorismo mafioso... [to be continued]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Stories of dishonor: via d'Amelio, four trials and little truth (part 1)
An Italy still shaken by the destroyed highway of Capaci and with a political crisis in full deflagration, must now deal with yet another explosion. It happens on July 19th 1992, three months after the disaster where Giovanni Falcone was killed. This time the victim of a terorristic-mafia attack is the judge Paolo Borsellino and five men of his escort. Together with them was also Antonio Vullo, only survivor of the 16.58 explosion.
It's a massacre. "You could see a war scene - writes in the first police report written by Vincenzo Alberghina, who arrives onboard of his 21 police vehicle - with many destroyed cars, others still burning, bullets that fire themselves because of the contact with fire, people in the buildings crying for help."
The aftermath is constituted by an impressing series of mistakes and judiciary failures (just think about the fact that three trials have been celebrated fully, and the fourth is in course during these very days). In the background we see the same perverted scene made of mafia, politics, investigative-judiciary errors and framings.
For almost 20 years the reconstructions of the investigators, and held as believable, was that of Vincenzo Scarantino, a low profile criminal from the Guadagna rion: for 14 years the judges, from the first degree until the Cassazione, have believed his version, the fact that he was the one to steal and bring on the spot the 126 that exploded in via D'Amelio, and even have a meeting to decide the execution of the via D'Amelio slaughter.
Between the forcing of investigators (in building Scarantino's version there was some contribution from the agent Arnaldo La Barbera, who died in 2002) from back then and the blindness of the judiciary apparatus, they managed to build a lie 15 years long. They called it screening. And yet, for example, that Scarantino was never confronted in court with those whom he accused. The most incredible case was that of Gaetano Murana, without precedents, garbage collector, against him the only word of Scarantino. Arrested in 1994, liberated in 2011 because innocent. But there are a series of circumstances that should at least make a few questions rise from the series of judges who have allowed this judiciary disaster.
Ilda Boccassini in 1994 warned investigators and judges of Palermo: "The unreliability of the declarations given by Scarantino - wrote in a note in 1994 Boccassini and the other PM who didn't believe to Scarantino's reconstructions, Saieva - suggests to riconsider the matter of the general reliability of this collaborator, also because he has recently modified his position regarding a circumstance that assumes extreme relevance." That circumstance is the same of which today Gaspare Spatuzza incriminates himself, and for which he is considered beliavable, which is the matter of the theft of the Fiat 126, later filled with explosives.
"Delaying the completion of the necessary acts of investigation might have the effect of leaving Scarantino an open door towards pivoting revisitations of the facts". Pivoting revisitations that have indeed happened and have worked until Cassazione, until three years ago the inquiries on via D'Amelio have finally been reopened.
Declarations, those of Scarantino, that suggested the hand of some puppetmaster behind his words and the possible presence of a State - mafia "treaty" in order to stop the bombs of mafia terror...
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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mercoledì 15 maggio 2013
Intervistato.com | Umberto Ambrosoli @uambrosoli
Il candidato del centro sinistra alla presidenza della regione Lombardia, Umberto Ambrosoli, ci ha concesso un'intervista durante la quale abbiamo affrontato alcune tra le tematiche più discusse nelle ultime settimane: lavoro, sanità, trasporti, mafia, e le proposte per risolvere le situazioni di crisi che si sono venute a creare.
In primo luogo abbiamo chiesto per quale motivo CL abbia il sostanziale monopolio della sanità lombarda: il dott. Bresciani ha rappresentato in un'intervista di diversi anni fa la convinzione che sia cosa giusta che i direttori generali siano nominati tenendo conto del responso delle urne, mettendo dunque in secondo piano il merito. Per questo motivo la sanità è stata spartita in tante delle sue cariche di assoluto rilievo a soggetti dal pensiero conforme a quello del presidente della regione Lombardia.
Un'altra domanda che abbiamo fatto riguarda la possibilità di coinvolgere persone fuori da qualsiasi appartenenza o gruppo, avvalendosi dunque di collaboratori non presenti in alcuna lista. Ambrosoli ha specificato che la sua lista civica è composta solo da persone che non hanno avuto incarichi di rappresentanza politica sotto alcun partito: non si tratta tuttavia di ostilità verso chi ha già svolto incarichi di questo tipo, ma di una volontà di differenziazione.
Nel frattempo è stata lanciata sul web anche una piattaforma di partecipazione programmatica alla quale si sono iscritte in pochi giorni più di 500 persone che hanno partecipato alla discussione sui programmi. E' anche vero che nel momento in cui si chiede il parere dei cittadini, bisogna essere pronti ad accogliere le loro richieste, e questo richiede una partecipazione attenta, assidua, e molto impegno. In alcune circostanze le proposte non sono sostenibili dal punto di vista economico e finanziario, ma si sta lavorando per tradurre tali idee in qualche cosa che sia invece sostenibile, sia a livello economico che ambientale.
Abbiamo parlato anche della questione relativa alla disoccupazione giovanile: secondo Ambrosoli bisogna creare sviluppo in grado di rispondere alla domanda di lavoro che produciamo ogni anno. Non si tratta di qualche cosa di astratto, ma della vita delle persone, della possibilità di creare famiglie, non diventare un paese di anziani, evolversi e crescere. Naturalmente lo sviluppo è difficile da creare quando le risorse sono tanto scarse, ma la proposta è di usare le risorse verso quei settori capaci di creare un vero e proprio volano in termini di posti di lavoro duraturi, come le nuove tecnologie, infrastrutture moderne, creatività e design, nonché la piccola industria manufatturiera.
Il problema sta nello scollamento tra il mondo dell'istruzione e della formazione e il mondo dell'impresa: tantissimi cittadini lombardi si sono impegnati, hanno studiato all'estero, hanno imparato le lingue, per poi venire in Italia a lavorare e scoprire che non vi è nulla di coerente con le aspettative che sono stati invitati a coltivare per anni e con la loro formazione.
Un'altra tematica affrontata nell'intervista è stata quella degli immigrati comunitari ed extracomunitari: l'economia della regione Lombardia non starebbe in piedi se non fosse grazie al contributo di decine di migliaia di lavoratori immigrati. Pensare di fare delle politiche che non tengano conto che sono risorse fondamentali per l'economia è, secondo Ambrosoli, semplicemente ipocrita.
Infine abbiamo affrontato parlato di nuovo di sanità e dello scandalo del San Raffaele, di trasporti e della preoccupante ingerenza mafiosa nell'amministrazione pubblica e nell'impresa privata.
Naturalmente invito tutti a visionare l'intervista integrale, ben più ricca di dettagli rispetto a questa mia breve sintesi.
Buona visione!
Maria Petrescu | @sednonsatiata
Intervistato.com | Umberto Ambrosoli
First of all we asked for what reason CL has the monopoly of Lombardy's sanitary system. Doctor Bresciani has represented in an interview the conviction that it is right for general directors to be nominated taking into account the response of the elections, which sees their merit as less important than their political views. For this reason sanity has been divided in many of its important roles to people who had views agreeing with those of the Lombardy region president.
Another question we asked is about the possibility to involve people outside groups or parties, using collaborators who are not present in any list. Ambrosoli has specified that his civic list is only made up of people who have never had political roles in any party: it's not about being hostile towards those who have already had roles, but it's a willingness to differentiate.
In the meanwhile a programmatic participation platform has been launched on the web: more than 500 people have subscribed and participated to the discussion of programs. It is true that when you ask the citizens for their opinion, you must be ready to grant their requests, and this requires a lot of work. In some circumstances the proposals aren't doable from an economical and financiary point of view, but they are working to translate these ideas in something that is sustainable both from an economical and environmental point of view.
We also talked about young people unemployment: in Ambrosoli's opinion we must create development capable of absorbing the work demand we produce every year. It's not something abstract, but the life of people, the possibility to create families, not become a country of old people, evolve and grow. Of course, development is difficult to create when resources are scarce, but the proposal is to use the resources towards those fields that are capable of creating a proper boost in terms of long term jobs, such as new technologies, modern infrastructures, creativity and design, and small manufactury industry.
The problem is in the distance between the world of instruction and formation and the world of enterprise: many Lombardy citizens have worked hard, studied abroad, studied foreign languages, in order to come to Italy to work and discover that actually there is nothing coherent with the expectations we told them to cultivate for years, and their own formation.
Another topic we tackled during the interview is the one of immigrants, both communitary and extracommunitary: the economy of Lombardy wouldn't function if not thanks to tens of thousands of immigrate workers. To think that it is possible to do politics that don't take them into account as fundamental resources for economy is simply hypocritical.
We talked about the scandal of San Raffaele, transportation and the worrying mafia presence in the public administration and private enterprise.
Of course, I invite everyone to view the full interview, much richer in detail than my brief synthesis.
Enjoy!
Maria Petrescu | @sednonsatiata
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sabato 4 maggio 2013
#Storiedeldisonore: #mafia e #imprenditoria, l'intuizione dietro la morte di Falcone
“Follow the money”, segui i soldi. Lo sta facendo Giovanni Falcone dai tempi del processo Spatola e delle grandi indagini sul narcotraffico di Cosa Nostra tra Italia e Stati Uniti. Un metodo d’indagine che lo porta sulla strada dei rapporti tra mafia e grande imprenditoria, un filone che mette paura sia alle cosche sia a chi fa compagnia a quella “mafia entrata in Borsa”.
Il vero problema per Cosa Nostra è che Giovanni Falcone, come direttore degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia si sta rivelando più pericoloso che a Palermo: ha rivoluzionato la rotazione delle sezioni in Cassazione, conseguenza che porterà il giudice Corrado Carnevale, detto l’ammazzasentenze, a non giudicare l’esito finale del maxi-processo, e nel frattempo sta mettendo a punto il progetto della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia per coordinare le indagini sulla criminalità organizzata.
Giovanni Falcone è il pericolo numero uno per Cosa Nostra. E’ un magistrato capace, che impaurisce anche gli amici dell’organizzazione, e se è stato in grado di condizionare il ministro Martelli per la costituzione di DIA e DNA, non è escluso che possa convincere anche altri sull’importanza del contrasto al crimine organizzato. Falcone per Cosa Nostra deve morire. In Sicilia.
Prima di lui la strategia di Cosa Nostra colpisce l’onorevole Salvo Lima, che insieme ad Andreotti e ai fratelli Salvo non rappresenta più una cordata affidabile per difendere gli interessi delle ‘famiglie’. I corleonesi agitano la bandiera che meglio conoscono, quella del terrore e degli avvertimenti.
Lo stesso Falcone però, dopo aver scontato gli anni tesi di Palermo del corvo e della mancata elezione a capo dell’ufficio istruzione del tribunale, sconta anche l’ostracismo delle varie correnti politiche interne alla magistratura: lo sbarramento al suo arrivo a capo della costituenda Direzione Nazionale Antimafia sembra essere l’esigenza primaria anche tra le correnti di sinistra del Consiglio Superiore della Magistratura.
I passi avanti che Falcone è determinato a compiere fanno maturare il disegno per la sua eliminazione da parte della mafia e di chi se ne serve. Il 23 maggio del 1992 allo svincolo di Capaci il tritolo fa saltare in aria il magistrato, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Quel 23 maggio ha cambiato per sempre la storia di questo Paese e ha rotto gli equilibri politici di quei giorni: si elegge il presidente della Repubblica e Andreotti e Forlani sembrano i due papabili, fino all’esplosione di quel pomeriggio. Uscirà vincitore Oscar Luigi Scalfaro, poi accolto ai funerali di Falcone tra gli insulti della gente di Palermo.
“La mafia ha votato?”, si chiedono in molti ancora oggi. Una domanda a cui si può rispondere che piuttosto la mafia ha voluto fare piazza pulita di uno dei suoi più acuti interpreti, determinato a portare alla luce quel patto scellerato tra gli uomini del disonore e le grandi holding imprenditoriali del Belpaese (vedi indagine Mafia & Appalti).
Nel frattempo in Lombardia impazza Tangentopoli, mentre gli occhi di molti si rivolgono subito verso Paolo Borsellino, amico e collega di Giovanni Falcone, ma anche custode dei segreti delle indagini dello stesso. Un altro “morto che cammina”, consapevole di esserlo. L’estate caldissima del 1992 è alle porte, e gli uomini di Cosa Nostra sono pronti a fare il bis in poco meno di tre mesi.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Stories of dishonor: mafia and entrepreneurs, the intuition behind Falcone's death
“Follow the money”. That's what Giovanni Falcone has been doing since the times of the Spatola trial and the great inquiries regarding Cosa Nostra's drug traffic between Italy and the US. An inquiries method that takes him on the road of the relationshis between mafia and entrepreneurship, a line that threatens the gangs and those who support the "mafia who entered the stock market".
The true problem for Cosa Nostra is that Giovanni Falcone, as the director fo Penal Affairs at the Ministry of Justice is far more dangerous than in Palermo: he revolutionized the rotation of sections in Cassazione, which will ensure that the judge Corrado Carnevale, the "verdict killer" will not be judging the final result of the maxi-trial, and in the meanwhile he's perfecting the project of the Investigative Antimafia Direction and of the Antimafia Nnational Direction to coordinate inquiries on organized crime.
Giovanni Falcone is the number one danger for Cosa Nostra. He's a good judge, who is feared even by the friends of the organization, and if he was capable of influencing Minister Martelli for the constitution of DIA and DNA, he could also convince others about the importance of fighting organized crime. For Cosa Nostra, Falcone must die. In Sicily.
Before him the strategy of Cosa Nostra hits Salvo Lima, who together with Andreotti and the Salvo brothers does not represent a reliable resource to defend the interests of the families anymore. The Corleones show the flag they know best, the one of terror and threats.
The same Falcone however, after suffering the difficult years of the Palermo of the raven and the missed election as the head of the office of the court, also suffers the hate of several internal political currents of the judiciary system: blocking his arrival as head of the Antimafia National Direction seems to be a primary goal even among the left wing currents of the Superior Council.
The steps forward that Falcone is determined to make, allow the project for his elimination to be completed by the mafia and those who use it. On the 23rd of May 1992, right before the Capaci exit, TNT explodes killing the judge, his wife Francesca Morvillo and agents Vito Schifani, Rocco Ddicillo and Antonio Montinaro.
That 23rd of May has changed the history of this country forever, and has broken the political balances of those days: the President is being elected, Andreotti and Forlani seem to be the ones, until the explosion that afternoon. The winner will be Oscar Luigi Scalfaro, later received at the funeral of Falcone among the insults of the people of Palermo.
"Did the mafia vote?", many ask themselves even today. A question which can be answered only with the fact that the mafia wanted to eliminate one of its most acute scholars, determined to bring out the pact between the men of dishonor and the great holdings of Italy (see the Mafia and Contracts inquiry).
In the meanwhile Tangentopoli is shredding Lombardy, while the eyes of many go to Paolo Borsellino, friend and colleague of Giovanni Falcone, but also the keeper of the secrets of the latter's inquiries. Another "dead man walking", and aware of being one. The hot summer of 1992 is coming, and the Cosa Nostra men are ready for the new strike in less than three months.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 27 aprile 2013
#Storiedeldisonore: corvi e veleni attorno a #Falcone
Il 30 gennaio del 1992 la Cassazione ribalta la sentenza d’appello del maxi-processo a Cosa Nostra istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tutte confermate le condanne all’ergastolo del primo grado di giudizio.
La ricostruzione del pool di Palermo, integrata dal “teorema Buscetta”, per la Suprema Corte è corretta. “Sicuramente un punto di partenza, e non uno di arrivo”, commentò Giovanni Falcone nel corso di una intervista alla RAI.
Eppure il pool antimafia di Palermo, con il suo metodo di indagine era già un ricordo lontano dal 1988. In quell’anno si sceglie il nuovo capo delle procura di Palermo (allora ufficio istruzione). A lasciare il posto è Antonino Caponnetto, il bravo magistrato toscano cui si deve l’idea e la determinazione della formazione della squadra di magistrati che portò alle più importanti indagini sulla mafia negli anni ’80.
L’aria nelle stanze del Palazzo di Giustizia di Palermo in quei mesi si fa sempre più irrespirabile, e a concorrere alla carica di procuratore capo ci sono Giovanni Falcone, e Antonino Meli, un magistrato che fino a quel momento non ha mai svolto indagini su fatti di mafia, ma ha dalla sua una maggiore anzianità di servizio rispetto allo stesso Falcone.
La scelta dei colleghi di Falcone finì infatti, tra mille polemiche, su Antonino Meli. 15 voti contro 12.
«Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il CSM, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli».
Questo fu il commento di Paolo Borsellino il 25 giugno del 1992, a un mese dalla strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone. A favore di Falcone, per dovere di storia e di cronaca votarono i consiglieri Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d'Ayala, Racheli, Smuraglia e Ziccone. Contro Falcone Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo Della Rocca, Paciotti, Suraci e Tatozzi. Si astennero Lombardi, Mirabelli, Papa, Permacchini e Sgroi.
Si apre una stagione di corvi e veleni con una storia che sembra ancora tutta da scrivere. All’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo iniziano a girare missive che accusano Falcone di pilotare i pentiti, così come altri investigatori dell’antimafia. Per quelle missive viene condannato per diffamazione in primo grado il magistrato Alberto Di Pisa, poi prosciolto per non aver commesso il fatto, a causa dell'inutilizzabilità del materiale probatorio raccolto. In questo clima matura il fallito attentato all’Addaura, dove Giovanni Falcone si erar recato con i magistrati svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann per disporre alcune rogatorie su inchieste riguardanti il riciclaggio nello stato elvetico.
L’attentato fallì, e Falcone parlò chiaramente di “menti raffinatissime” dietro a quello scenario che si era scatenato attorno alla sua figura e alla sua indagine. Intanto nel 1989 anche quella politica che oggi si fa paladina dell’antimafia inizia ad attaccare Falcone. Tutto nasce in particolare dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Pellegriti, il quale svela al pm Libero Mancuso alcuni retroscena riguardanti il ruolo di Salvo Lima nell’ambito degli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre.
Mancuso avvisa Falcone che interroga Pellegriti e cerca riscontri. Risultato: Giovanni Falcone incrimina Pellegriti insieme all’estremista di destra Angelo Izzo (uno dei condannati per la strage del Circeo). Il ‘nero’ Izzo avrebbe infatti, rinchiuso con Pellegriti nel carcere di Alessandria avrebbe infatti pilotato le dichiarazioni di Pellegriti. Il giudice li incriminerà entrambi per calunnia aggravata. Da lì in poi personaggi come Leoluca Orlando arrivarono ad accusare Falcone di tenere i dossier “chiusi nei cassetti”, e sostanzialmente di non voler far luce sugli omicidi politici di Cosa Nostra. Una polemica che continuerà fino all’uccisione di Giovanni Falcone... [to be continued]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Stories of dishonor: crows and poisons around Giovanni Falcone
On the 30th of January, 1992, the Cassazione changes the appeal verdict of the maxitrial to Cosa Nostra, instructed by Giovanni Falcone and Paolo Borsellino. All confirmed the life in prison verdicts of the first degree of judgement. The reconstruction of the Palermo pool, integrated by the "Buscetta theorem", is correct according to the Supreme Court. "Surely a starting point, not a goal.", commented Giovanni Falcone during an interview with RAI.
And yet the Palermo antimafia pool, with its inquiry methods was already a distant memory since 1988. In that year the new head of the Palermo desk is chose. Leaving his place is Antonino Caponnetto, the great Tuscan judge who had the idea and the determination to form a team of judges that lead to the most important inquiries about the mafia in the 80s.
The air in the rooms of the Palace of Justice in Palermo during those months becomes heavier and heavier, and running for the place are Giovanni Falcone and Antonino Meli, a judge who until that moment had never done any inquiries on mafia matters, but has more years in service than Falcone himself.
The choice of Falcone's colleagues ended, amongst a thousand comments, on Antonino Meli. 15 votes against 12.
"When Giovanni Falcone alone, in order to continue his work, proposed his aspiration to take Antonino Caponnetto's place, the CSM with ridiculous motivations preferred the counselor Antonino Meli. Falcone tried, some Judas immediately ridiculed him, and on my birthday the CSM made us this gift. They preferred Antonino Meli."
This was Paolo Borsellino's comment on the 25th of June 1992, one month away from the Capaci massacre in which Giovanni Falcone lost his life. In favor of Falcone, for the good of history, the votes of counselors Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d'Ayala, Racheli, Smuraglia and Ziccone. Against him, Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo Della Rocca, Paciotti, Suraci and Tatozzi. Lombardi, Mirabelli, Papa, Permacchini and Sgroi did not vote.
This opens a season of crows and poisons with a story that still seems all to be written. Inside the Palace of Justice of Palermo, letters start to circulate, incriminating Falcone of directing the collaborators of justice, as others investigators of the antimafia. For those letters the judge Alberto Di Pisa is condemned for slaunder, and then released for not committing the fact, because of the unusability of the evidence. In this climate the failed attack at the Addaura matures, where Giovanni Falcone had gone together with the Swiss judges Carla del Ponte and Claudio Lehmann in order to prepare a few letters of request on inquiries regarding the money laundry in Switzerland.
The attack failed, and Falcone clearly talked about "refined minds" behind the scenario that had unleashed itself around his figure and his inquiry. In the meanwhile, in 1989 the same politics that today proclaims itself to be a champion of antimafia starts to attack Falcone. All is born in particular from the statements of the collaborator of justice Giuseppe Pellegriti, who reveals to Libero Mancuso a few details regarding Salvo Lima's role in the Piersanti Mattarella and Pio La Torre homicides.
Mancuso tells Falcone he's interrogating Pellegriti and searches for confirmation. Result: Giovanni Falcone incriminates Pellegriti together with the right wing extremit Angelo Izzo (one of the condemned for the Circeo massacre). The "black" Izzo, incarcerated together with Pellegriti in the Alessandria prison, would have piloted Pellegriti's statements. The judge condemnes both of them for slander. From that moment on, people like Leoluca Orlando arrived to accuse Falcone of keeping the dossiers "closed in his drawers", and substantially being unwilling to make light on the political homicides of Cosa Nostra. A discussion that will continue until Giovanni Falcone's murder.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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domenica 21 aprile 2013
#Storiedeldisonore: #mafia e il maxiprocesso a Cosa Nostra
«La notizia che la mafia progettava qualcosa contro di noi e i nostri familiari giunse dalla squadra speciale di agenti carcerari che raccoglieva voci e umori delle celle. Fummo presi, io, Giovanni, sua moglie Francesca, mia moglie e i miei tre figli e in 48 ore catapultati all'Asinara: in aereo fino ad Alghero, poi a Porto Torres via terra ed infine nell'isola con la motovedetta degli agenti».
Così raccontava Paolo Borsellino i momenti immediatamente precedenti al trasferimento sull’isola dove i due magistrati avrebbero poi lavorato per scrivere l’istruttoria del primo maxi-processo a Cosa Nostra.
La mafia aveva appena ucciso il commissario Beppe Montana, dirigente della sezione catturandi della squadra mobile di Palermo,e il dirigente della squadra mobile, Ninni Cassarà. Un’altra estate di sangue per il capoluogo siciliano quella del 1985. Ed è proprio in quell’estate che Falcone e Borsellino gettano le fondamenta per il procedimento che portò alla sbarra, tutte insieme per la prima volta nella storia, più di 400 persone organiche alle “famiglie” della mafia siciliana. Così come i due giudici anche gli altri componenti del pool hanno assaggiato la vita dei reclusi.
«Siamo stati buttati all'Asinara - ricordava ancora Borsellino in una intervista - a lavorare per un mese e alla fine ci hanno anche presentato il conto: ho conservato la ricevuta. Pagammo - noi e i familiari - diecimila lire al giorno per la foresteria e in più i pasti. I magistrati fuori sede hanno diritto alla missione. Ma quella era una missione particolare. Avremmo dovuto chiedere il rimborso. Non lo facemmo, avevamo cose più importanti da fare». Avevano altro da fare, e il solo Borsellino aveva 800 fascicoli da amministrare.
Gli imputati del “maxi” in tutto sono 474. 119 di loro però, che costituiscono il cuore pulsante e il futuro di Cosa Nostra non sono assicurati alla giustizia: quasi tutti i ‘vincenti’ dell’organizzazione compaiono tra i contumaci. Tra di loro Totò Riina, Bernardo Provenzano, e i Madonia, che hanno potuto sfruttare anche i buoni uffici dell’eurodeputato della DC Salvo Lima.
Tra gli imputati eccellenti figurano invece Luciano Leggio, Pippo Calò e Michele Greco. Il 10 febbraio del 1986 inizia il processo che attira giornali e tv di tutto il mondo dentro l’aula Bunker del carcere dell’Ucciardone a Palermo. Sfilerà in aula anche quel Tommaso Buscetta che proprio a Falcone iniziò a svelare i meccanismi di Cosa Nostra.
Nell’aula dell’Ucciardone va in scena un mondo allora ancora semisconosciuto e non del tutto compreso nemmeno agli addetti ai lavori. Un mondo che si mostra anche all’interno delle gabbie dove stazionano i detenuti, che fra lo scherno e la sacralità dei riti mafiosi mostrano la loro sicurezza dell’impunità come era stato fino a quel momento. Fuori dall'aula però le famiglie non si fermano e sulla scena impazzano sempre i Riina, i Provenzano, i Madonia il tavolino costituito dal 'ministro dei lavori pubblici' di Cosa Nostra Angelo Siino, che farà poi capolino durante Mani Pulite.
Qualcosa però era cambiato con i processo dell'Ucciardone, e il lavoro del pool ne era la conferma: il maxi processo, che pure tanti puristi del diritto osteggiarono, si chiude con 360 condanne in primo grado. Ma quel gigante giudiziario non ha vita facile, infatti al termine dei tre gradi di giudizio, nel 1989, ultimo dei quali sotto la mannaia del giudice di Cassazione Corrado Carnevale detto “l’ammazzasentenze”, solo sessanta imputati restavano in carcere per le accuse del maxi-processo.
Serve un ricorso della procura generale per confermare le condanne di primo e secondo grado del maxi-processo e ribaltare il verdetto di Carnevale che poi verrà inquisito e assolto per le presunte collusioni con ambienti mafiosi. Avrebbe dovuto condurre il ricorso presso la cassazione l’alto magistrato calabrese Antonino Scopelliti, ma il 9 agosto del 1991 a campo calabro viene ucciso dagli uomini della ‘ndrangheta. Un omicidio rimasto senza colpevoli, ma che segnerebbe una sorta di patto tra mafia siciliana e ‘ndrangheta per l’eliminazione del giudice. Un successo a metà quello del maxi-processo, che fece però scattare nuovi metodi d'indagine e una nuova consapevolezza del fenomeno mafioso anche in seno all'opinione pubblica.
Quando la Cassazione pronuncia il verdetto finale sul maxi-processo è il 30 gennaio 1992. L’anno che cambiò per sempre la storia d’Italia e degli italiani [to be continued...]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Mafia and the maxi trial to Cosa Nostra
"The news that the mafia was plotting something against us and our families came from the special team of carcerary agents who were collecting rumors from the cells. We were taken, me, Giovanni, his wife Francesca, my wife and my three kids and in 48 hours taken to Asinara: with an airplain to Alghero, then Porto Torres by land and finally to the island with the agent's boat". This is what Paolo Borsellino said in the moments right after being transferred on the island where the two judges would work at the first maxi trial against Cosa Nostra.
The mafia had just killed the commissary Beppe Montana, director of the catturandi section of the Palermo team, and the director of the mobile team Ninni Cassarà. Another summer of blood for the Sicilian city, the one of 1985. And it was during that same summer that Falcone and Borsellino set the foundation for the trial that brought into court, all together for the first time in history, more than 400 organic people to the "families" of the Sicilian mafia. As the two judges, other components of the pool have tasted the life as locked down.
"We were thrown on the Asinara - Borsellino remembered in an interview - to work for a month and in the end they gave us the bill: I still have the receipt. We paid - us and our families - 10.000 lire a day for lodging and meals. The judges who aren't on site have the right to the mission. But that was a particular mission. We should have asked for a compensation. We didn't, we had much more important things to do". They had other things to do, and Borsellino alone had 800 practices to administrate.
The defendants of the maxitrial were 474. 119 of them, however, who constitute the beating heart and the future of Cosa Nostra, couldn't be aprehended: almost all the "winners" of the organization appear among the contumacious. Among them Totò Riina, Bernardo Provenzano and the Madonia, who were able to exploit the good services of the DC eurodeputee Salvo Lima.
Among the famous defendants there were Luciano Leggio, Pippo Calò and Michele Greco. On the 10th of February 1986 the trial begins: it attracted newspapers and televisions from all over the world in the Bunker court of the Ucciardone prison in Palermo. In that same court Tommaso Buscetta will appear, the one who started to unveil Cosa Nostra's mechanisms to Falcone.
In the Ucciardone court a show starts that was still unknown and not understood even by those who worked in the area. A world that is shown even inside the cages where the defendants are, between mockery and the sacrality of mafia rituals show the safety of the impunity as it had been until that moment. Outside the courtroom the families don't stop and on the scene the Riina, the Provenzano, the Madonia hold the stage, the set organized by the "minister of public works" of Cosa Nostra, Angelo Siina, who will emerge during Clean Hands.
Something however was changed with the Ucciardone trial, and the work of the pool was a confirmation of that: the maxi trial, that many purists of the law were against of, was closed with 360 first degree verdicts. But that judiciary giant doesn't have an eaasy life, so at the end of the 3 degrees of trial, in 1989, the last of which under the cleaver of Cassazione judge Corrado Carnevale (nicknamed the "verdict killer"), only 60 defendants remained in jail for the accusations of the maxi trial.
There was a recourse of the general attorney to confirm the first and second degree verdicts of the maxi trial and change Carnevale's verdict, who will then be processed and absolved for supposed collusions with the mafia environments. The recourse eshould have been conducted by the high judge Antonino Scopelliti, but on the 9th of August 1991 at Campo Calabro he was killed by the 'ndrangheta men. A homicide remained without responsibles, but which signed a sort of pact between the Sicilian and Calabrian mafias for the elimination of the judge. A half success, the one of the maxi trial, which invented new ways of making inquiries and a new awareness of the mafia phenomenon in the public opinion.
When the Cassazione prononunces the final verdict on the maxi trial, it is the 30th of January 1992. The year that changed forever the history of Italy and of Italian people.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 13 aprile 2013
#Storideldisonore: le 'cantate' di Buscetta e le radici della "tassa Riina"
Questa è una storia che inizia dall’altre parte del mondo, a San Paolo, il 24 ottobre del 1983, e inizia con un arresto, quello di Tommaso Buscetta. Buscetta è ricercato da Polizia e Carabinieri dal periodo della strage di Ciaculli e della prima guerra di mafia. Fuggì e si scappò negli Stati Uniti dopo aver peregrinato tra Svizzera, Sud America e Canada.
Nel corso degli anni ’70 Don Masino dal Brasile si occupa del giro della droga di Cosa Nostra, tanto che la polizia sudamericana, in uno dei suoi covi blindati ritrovò sostanze stupefacenti per 25miliardi delle vecchie lire.
Durante la seconda guerra di mafia Buscetta è tra le fila dei ‘perdenti’, dei Bontate, degli Inzerillo e dei Badalamenti. La sentenza dei corleonesi è una e una sola: eliminare il boss dei due mondi Tommaso Buscetta. Egli si trova però in Brasile, e a questo punto la rappresaglia si scaricò sui parenti: figli, un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti trovano la morte per mano dei corleonesi.
Sono i giudici Giovanni Falcone e Vincenzo Geraci a recarsi da Buscetta nel 1984, proponendogli di collaborare con la giustizia. Offerta inizialmente rifiutata, ma poi corretta quando gli si prospetta una estradizione in Italia. In quei giorni sono Falcone e l’ex capo della polizia, da poco deceduto, Gianni de Gennaro a giudare le scelte di don Masino, che inizia la sua personale guerra contro i corleonesi a colpi di verbale.
Dichiarazioni quelle di Buscetta da prendere con le molle, ma che restituiscono una fotografia inedita della mafia e danno sostanza alle intuizioni di Giovanni Falcone. Un boss, Buscetta, che non vuole farsi chiamare pentito, perché pentito non lo è, ma che è deciso a mettersi contro all’ “onorata società” ormai nelle mani dei corleonesi.
Così il 16 luglio del 1984 in uno degli uffici della Criminalpol inizia la collaborazione con la giustizia italiana di Tommaso Buscetta, anche grazie alle contropartite offerta dalla DEA (Drug Enforcement Administration) americana, tra cui quella di potersi stabilire negli Stati Uniti in libertà vigilata, sotto falsa identità e all’interno del programma di protezione testimoni, ben più rodato oltreoceano che nel Belpaese.
Buscetta non è il solo a ‘cantare’ in quei mesi, con lui a collaborare c’è anche Salvatore Contorno. Dichiarazioni che rafforzano l’atto d’accusa che fa partire il blitz del 29 settembre del 1984: 366 ordini di custodia cautelare a carico di mafiosi a piede libero, padrini della vecchia e della nuova mafia, mafiosi già detenuti e ignoti. Tuttavia non è il blitz che porterà a sconfiggere Cosa Nostra, anche perchè rimangono latitanti Totò Riina, Bernardo Provenzano, i fratelli Greco, Piddu Madonia, Nitto Santapaola e altri boss. Tuttavia questa indagine sarà la prima pietra su cui poggerà il primo ‘maxi-processo’.
Tra quei 366 c’è una figura chiave per capire la vicenda mafiosa degli anni ’80 e dei primi anni ’90, del ‘tavolinu’ tra le imprese che si spartiscono gli appalti in Sicilia (e non solo), e di come questa sia intrecciata fortemente coi periodi di “Mani Pulite”, e su come nella confusione della Milano di quei giorni di primi anni ’90, le piste mafiose scivolino via senza colpo ferire.
Nella retata rimane infatti implicato Antonino Buscemi, fratello di Salvatore Buscemi, che nella ‘commissione’ di Cosa Nostra è il rappresentante del mandamento Passo di Rigano-Boccadifalco-Uditore. Antonino Buscemi ha una società, la Calcestruzzi Spa, che rischia seriamente il sequestro e la confisca grazie alla legge La Torre. Che fare per non lasciare andare tra le braccia dello stato? Buscemi trova un partner favorevole e allo stesso tempo insospettabile, con cui ha stretto rapporti già due anni prima, in cui far confluire la Calcestruzzi Spa: si tratta del gruppo internazionale Ferruzzi, guidato da Raul Gardini. La Calcestruzzi Palermo Spa cede le quote allla Calcestruzzi di Ravenna controllata dal gruppo Ferruzzi. Una collaborazione che proseguirà fino al 1988 e che spianerà la strada alla cosiddetta “tassa Riina” sugli appalti nell’isola.
A Palermo muta anche il clima politico e a novembre vengono arrestati Vito Ciancimino e i principi dell’esattoria Nino e Ignazio Salvo. Alcune delle protezioni sono saltate, e Salvo Lima si defila al Parlamento Europeo. Il pool continua la stretta sulle famiglie e il 23 dicembre del 1984 si verifica la strage del treno Rapido 904 a San Benedetto Val di Sambro: manovalanza camorristica e mente di Cosa Nostra, obiettivo fermare la repressione delle ‘famiglie’ mafiose in Sicilia. Le dichiarazioni di Buscetta mettono paura ai “mammasantissima”. Mancano due anni all’apertura del maxi-processo, ma il corto circuito tra mafia-politica e massoneria deviata è già in fibrillazione... [to be continued]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Buscetta's collaboration with justice and the origins of the Riina tax
This is a story that begins on the other side of the world, in Sao Paulo, on the 24th of October 1983, and begins with an arrest, the one of Tommaso Buscetta. Buscetta is wanted by the Police since the times of the Ciaculli massacre and the first mafia war. He ran and escaped to the US after travelling to Switzerland, South America and Canada.
During the 70s Don Masino from Brazil deals with the drug traffic of Cosa Nostra, so much that the South American police found drugs in one of his hideouts, worth 25 billion of the old lire.
During the second mafia war Buscetta is amongst the losers, the Bontate, the Inzerillo and Badalamenti. The Corleone family's verdict is one and one only: eliminate the boss of the two worlds, Tommaso Buscetta. But he is in Brazil, and at this point the revenge hit his relatives and family: a brother, his sons, a son-in-law, a brother-in-law and four nephews found their death because of the Corleone family.
The judges Giovanni Falcone and Vincenzo Geraci go to Buscetta in 1984, proposing him to collaborate with justice. An offer that was initially rejected, but then corrected when an extradition to Italy was described as possible. During those days Falcone and the ex head of the police, recently deceased, Gianni de Gennaro, guide the choices of don Masino, who begins his personal war against the Corleones, only using justice as a weapon.
Buscetta's statements should be taken with a pinch of salt, but they do give us an image never seen before of the mafia, and give substance to Giovanni Falcone's intuitions. A boss, Buscetta, who doesn't want to be called a collaborator of justice, because he's not, but who wants to fight the "honored society" now in the hands of the Corleones.
So on the 16th of July 1984, in one of the offices of Criminalpol, the collaboration with the Italian justice of Tommaso Buscetta begins, also thanks to the counteroffers of the DEA, among which the proposal to come to the US under a false identity in a witness protection program, which was much more perfected there than in Italy at that time.
Buscetta isn't the only one to sing during those months, there's also Salvatore Contorno. Statements that reinforce the accusation act that starts the blitz of September the 29th 1984: 366 warrants for mafia members, godfathers of the old and new mafia, members who were already known or not. However it's not the blitz that will defeat Cosa Nostra, also because several remain free, such as Totò Riina, Bernardo Provenzano, the Greco brothers, Piddu Madonia, Nitto Santapaola and other bosses. However this inquiry shall be the first stone on which the maxi trial will be built.
Among those 366 there's a key figure that helps us understand the mafia story of the 80s and the early 90s, of the deals between companies sharing contracts in Sicily (and not only), and of how this was strongly interwoven with the times of "Clean Hands", and how in the confusion of the Milan of those days in the yearly 90s, the mafia paths didn't seem to go anywhere.
In the blitz Antonino Buscemi is involved, the brother of Salvatore Buscemi, who in the "commission" of Cosa Nostra is the representative of the Passo di Rigano-Bccadifalco-Uditore mandament. Antonino Buscemi has a society, the Calcestruzzi Spa, which seriously risks to be confiscated thanks to the La Torre law. What to do in order to prevent it from going to the State? Buscemi finds a favorable partner and at the same time very clean, with whom he had already had some contacts two years prior, and who would acquire the Calcestruzzi Spa: it's the international group Ferruzzi, guided by Raul Gardini. The Calcestruzzi Spa gives its quotes to the Ravenna Calcestruzzi, controlled by the Ferruzzi group. A collaboration that will last until 1988 and that will open the doors to the so called "Riina tax" on the contracts on the island.
In Palermo the political climate changes and in November Vito Ciancimino and the princes of taxes Nino and Ignazio Salvo are arrested. Some of the protections are gone, and Salvo Lima disappears from the European Parliament. The pool continues its grip on the families and on the 23rd of December 1984, the massacre of the Rapido 904 train happens, at San Benedetto Val di Sambro: done by the Camorra and put together by Cosa Nostra, the goal being to stop the repression of the mafia families in Sicily. Buscetta's statements make the mafia men worry. We're two years away from the beginning of the maxi trial, but the shortcircuit between the mafia-politics and the deviated masonry is already at work...
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 6 aprile 2013
#Storiedeldisonore: la nascita del pool antimafia e l'omicidio Dalla Chiesa
Nel novembre del 1979 Rocco Chinnici, già magistrato di Cassazione, viene promosso Consigliere Istruttore presso il Tribunale di Palermo. É proprio in quel periodo che nasce l’idea di istituire un ‘pool antimafia’, che poi diverrà IL pool antimafia per eccellenza.
Facevano parte di quel gruppo di magistrati e investigatori lo stesso Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe di Lello, Leonardo Guarnotta e i due poliziotti Ninni Cassarà e Beppe Montana.
Sono anni in cui le scorribande dei corleonesi continuano e il sangue è all’ordine del giorno. Nel 1983 si conclude la seconda guerra di mafia: i corleonesi hanno Palermo in mano, ma i mafiosi non si “ammazzano solo fra di loro”, come si diceva anni addietro.
Sul campo rimangono anche uomini dello Stato, tra cui Carlo Alberto dalla Chiesa, mandato senza mezzi e senza coordinamento a contrastare Cosa Nostra come prefetto di Palermo. «Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri di Forlì», ebbe a dire dalla Chiesa poco dopo il suo arrivo nel capoluogo siciliano da prefetto.
Scolpita nella memoria rimane l’intervista che Giorgio Bocca fece a Dalla Chiesa. Era il 10 agosto del 1982. Il 3 settembre l’auto su cui viaggiavano il prefetto e la moglie Emanuela Setti Carraro viene crivellata a colpi di Kalashnikov. Nell’auto al seguito rimane ucciso anche l’agente di scorta Domenico Russo. Per l’omicidio di Dalla Chiesa verranno condannati Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.
Dieci giorni dopo l’assasinio di Dalla Chiesa vedrà la luce, sull’onda emotiva, come nella peggiore e frequente tradizione italiana, la legge Rognoni-Latorre: da quel 13 settembre del 1982 nel codice penale comparirà l’”associazione di tipo mafioso”. La legge era stata presentata alla Camera dei Deputati due anni prima da Pio Latorre, che morì cinque mesi prima di Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Nello stesso anno, il 1982, nasce la prima indagine che sarà alla base del maxiprocesso a Cosa Nostra istruito da Giovanne Falcone e Paolo Borsellino. E’ il pentito Tommaso Buscetta a rivelare a magistrati e investigatori l’organigramma di Cosa Nostra con tanto di nomi, cognomi e spartizione del potere. Sono iniziati gli anni ’80, un decennio cruciale per la storia della mafia siciliana. [to be continued...]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
The birth of the antimafia pool and the Dalla Chiesa homicide
In November 1979 Rocco Chinnici, already prosecutor in Cassazione, is promoted as Counselor Instructor at the Court of Palermo. It's in that time that the idea of instituting an antimafia pool is born, the one that will become THE antimafia pool by definition. Several people were part of that group, prosecutors and inspectors, among which the same Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe di Lello, Leonardo Guarnotta and the two policement Ninni Cassarà and Beppe Montana.
These are years in which the raids of the Corleones continue and blood is a daily matter. In 1983 the second mafia war is ended: the Corleones have Palermo in their hands, but mafia people don't only kill each other, as it was said years before.
On the field people of the State fall as well, among which Carlo Alberto Dalla Chiesa, sent without means and without coordination to fight Cosa Nostra as a prefect of Palermo. "They send me into a relaity like Palermo, with the same power like Forlì", said Dalla Chiesa a few days after his arrival in the Sicilian city as a prefect.
The interview Giorgio Bocca did with Dalla Chiesa remains sculpted in memory. It was the 10th of August 1982. On September the 3rd, the car on which the Prefect and his wife Emanuela Setti Carraro were travelling is drilled by a Kalashnikov. On the car following the agent Domenico Russo is killed. For the Dalla Chiesa homicide Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca and Nenè Geraci are condemned.
Ten days after the Dalla Chiesa murder, the Rognoni-Latorre law will see the light, on the wave of emotion, just like in the worst and most frequent Italian tradition: from that September the 13th 1982, in the code we can see the "association of mafia type". The law had been presented at the Chamber two years before by Pio Latorre, who died five months before Carlo Alberto Dalla Chiesa.
In the same year, 1982, the first inquiry at the base of the maxiprocess to Cosa Nostra instructed by Giovanni Falcone and Paolo Borsellino is born. It's the collaborator of justice Tommaso Buscetto to reveal the organigram of Cosa Nostra with names, surnames and power divisions. The '80s have begun, a decade that was crucial for the history of the Italian mafia.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 30 marzo 2013
#Storiedeldisonore: il primo pentito di mafia in Italia, l'attacco allo Stato e la pizza connection
Nel 1973 si affaccia sulla scena della storia mafiosa il primo collaboratore di giustizia interno a Cosa Nostra italiana.
Se dieci anni prima era stato Joseph Valachi a rivelare l’esistenza dell’organizzazione criminale siciliana negli USA, Vitale mette sul piatto i nomi di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e quello di don Vito Ciancimino. Ciancimino che otterrà, nonostante le ombre, nel 1976, la delega agli enti locali siciliani, dopo aver incontrato il capo del governo Andreotti, chiamato a redimere una questione tutta interna alla DC tra lo stesso Ciancimino e Salvo Lima.
Vitale rivela per primo, riguardo all’organigramma di Cosa Nostra siciliana, l’esistenza di una “commissione” e ammette di aver compiuto omicidi per conto delle cosche. I processi partiti dalle sue dichiarazioni finiranno praticamente con un nulla di fatto per “insufficienza di prove”, ed egli verrà di fatto dichiarato seminfermo di mente. Sconterà solo sette anni dei 25 anni di pena per i reati commessi al manicomio criminale, e una volta dimesso, verrà freddato a colpi di lupara nel 1984.
Nel 1978 sui binari della Palermo-Trapani viene rinvenuto il corpo dilaniato di Peppino Impastato. Peppino era figlio di un appartenente alla cosca di Tano Badalamenti. E’ don Tano in persona a ordinare l’eliminazione di Impastato, indispettito dagli sfottò che lo stesso gli rivolgeva dai microfoni di Radio Aut.
Il 1979 è un anno di sangue ed è anche il punto di partenza di una delle inchieste più importanti nella storia del contrasto alla mafia. Nei primi tre mesi del ’79 perdono la vita per mano di Cosa Nostra il cronista del Giornale di Sicilia Mario Francese e il segretario provinciale della DC di Palermo, Michele Reina.
A luglio dello stesso anno l’avvocato Giorgio Ambrosoli conclude la pratica di liquidazione della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Il 12 luglio Ambrosoli avrebbe dovuto firmare una dichiarazione formale per la chiusura della pratica di liquidazione, ma la sera dell’11 luglio a Milano il killer William Joseph Aricò scarica quattro colpi di 357 Magnum contro il commissario liquidatore.
Il mandante è Sindona, che ha pagato Aricò per mettere fuori gioco “l’eroe borghese”, Giorgio Ambrosoli. A mettere in contatto il killer e il banchiere siciliano è stato il trafficante Robert Venetucci, legato a Cosa Nostra americana. Ai funerali di Ambrosoli non sono presenti autorità, solo uno sparuto gruppo di rappresentanti della Banca d’Italia.
Il mese prima erano fallite le società finanziarie di un altro pregiudicato siciliano: quel Filippo Alberto Rapisarda, legato alla famiglia dei Bontate, e che ha avuto fino nel 1977 come principale collaboratore un certo Marcello Dell’Utri, prima di allora segretario personale di Silvio Berlusconi alla EdilNord.
Inizia anche l’attacco allo stato di Cosa Nostra, e il 21 luglio di quel 1979 di sangue viene freddato il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano. Il killer verrà più avanti identificato nel boss Leoluca Bagarella, uno dei principali protagonisti della storia mafiosa che verrà.
Due mesi dopo Giuliano a perdere la vita per mano mafiosa sono il giudice istruttore Terranova e il suo autista Lenin Mancuso, nel gruppo di fuoco ci sono di nuovo Bagarella e Giuseppe Madonia.
Il 1980 inizia ancora nel sangue con l’omicidio, il 6 gennaio del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Due mesi dopo si affaccia sulla scena, con una inchiesta che scopre una massiccia spedizione di eroina dalla Sicilia agli Stati Uniti via Milano, il giovane sostituto procuratore di Palermo Giovanni Falcone. E’ l’indagine meglio conosciuta come “Pizza Connection”. Ricostruendo il giro della droga e raccogliendo prove Falcone e l’FBI diedero origine e fecero portare a termine uno dei processi più importanti della storia. [to be continued...]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
The first collaborator of justice in Italy, the attack against the State and the Pizza Connection
In 1973 the stage of the mafia history receives the first collaborator of justice inside the Italian Cosa Nostra.
If ten years before it was Joseph Valachi to reveal the existence of the Sicilian criminal organization in the USA, Vitale puts on the table the names of Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco and don Vito Ciancimino. Ciancimino who will obtain, in spite of all the shadows, in 1976, the delegation for Sicilian local institutions, after meeting the Prime Minister Andreotti, called to solve an internal problem in DC between Ciancimino and Salvo Lima.
Vitale is the first to reveal, regarding the organigram of the Sicilian Cosa Nostra, the existence of a commission and admits to have killed on behalf of the mafia. The trials started because of his statements will end in smoke for "insufficient evidence" and he will be declared semi-incapable. He will only serve 7 years of the 25 he received in prison for the crimes he committed at the psychiatric prison, and once he got out, he was shot dead in 1984.
In 1978 on the train rails of the Palermo Trapani line the body of Peppino Impastato is found. Peppino was the son of a member of the Tano Badalamenti gang. It was don Tano himself who ordered the killing of Impastato, angry because of the continuous attacks the latter made from the microphones of Radio Aut.
1979 is a year of blood and also the starting point of one of the most important inquiries in the history of mafia contrast. During the first three months of '79, others lose their lives because of Cosa Nostra: the Giornale di Sicilia journalist Mario Francese and the provincial secretary of DC in Palermo, Michele Reina.
In July of the same year the lawyer Giorgio Ambrosoli finishes the practices of liquidation of the Italian Private Bank of Michele Sindona. On the 12th of July Ambrosoli is supposed to sign a formal declaration for closing the liquidation practices, but during the evening of July the 11th, the killer William Joseph Aricò unloads 4 blows of his 357 Magnum against him in Milan.
The mandator is Sindona, who paid Aricò in order to eliminate the "bourgeois hero", Giorgio Ambrosoli. To put in contact the killer and the Sicilian banker was the drug trafficant Robert Venetucci, linked to the American Cosa Nostra. At the funerals of Ambrosoli no authorities are present, but just a small group of representatives of the Bank of Italy.
The month before the financial companies of another Sicilian offender had failed: that Filippo Alberto Rapisardo, linked to the Bontate family, and which had until 1977 as main collaborator a certain Marcello Dell'Utri, before that personal secretary of Silvio Berlusconi at EdilNord.
The attack of Cosa Nostra against the State begins, and on the 21st of July of that bloody 1979 the head of the police of Palermo Boris Giuliano is killed. The killer is then identified as the boss Leoluca Bagarella, one of the main protagonists of the mafia history to come.
Two months after Giuliano, the judge Terranova and his driver Lenin Mancuso are killed, and among the killers we see Bagarella again, and Giuseppe Madonia.
1980 begins again in blood with the homicide, on the 6th of January, of the president of the Region of Sicily, Piersanti Mattarella. Two months later another protagonist appears on the scene with an inquiry that discovers a massive traffic of heroin from Sicily to the United States via Milan, the young prosecutor substitute of Palermo, Giovanni Falcone. It is the inquiry best known as "Pizza Connection". Reconstructing the traffic of drugs and gathering evidence, Falcone and the FBI gave origin and concluded one of the most important trials in history.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 23 marzo 2013
#Storiedeldisonore: narcodollari, sequestri e banche
Da una parte i Greco, dall’altra i La Barbera. Uno dei fratelli La Barbera, Salvatore, viene ucciso e Angelo si vendica distruggendo con un’autobomba la casa di Salvatore Greco, che si salverà e consumerà la sua vendetta a Milano: il 25 maggio del 1963 l’automobile di Angelo La Barbera è presa di mira dai colpi degli emissari di Greco che lo feriranno gravemente.
Nello stesso anno si affaccia sulla scena colui che potrebbe essere considerato il primo vero ‘pentito’ di mafia: si tratta di Joseph Valachi, membro della mafia americana, che per primo svela la struttura e metodi dell’organizzazione criminale, dotandola anche di un nome a quel tempo ancora sconosciuto, Cosa Nostra.
Il giro dei narcodollari di Cosa Nostra è in costante aumento. Palermo e New York sono vicinissime, e così inizia anche la diaspora dei mafiosi: Salvatore Greco finisce in Venezuela, Nino Salomone in Brasile, Buscetta negli Stati Uniti e i Cuntrera e Caruana riparano prima in Brasile per poi riparare in Canada.
Il 1964 è l’anno in cui viene arrestato Genco Russo e catturato per la prima volta Luciano Leggio. Il primo verrà mandato al soggiorno obbligato a Lovere, provincia di Brescia, mentre il secondo fuggirà nel 1969 in Mercedes durante un ricovero ospedaliero.
Nei rapporti di polizia iniziano intanto a comparire i fratelli Nino e Ignazio Salvo, esattori di Salemi, ritenuti molto vicine alle famiglie di Cosa Nostra e anche alla politica: guardacaso l’assemblea regionale siciliana, anche con i voti di PCI, MSI e PLI, respinge una mozione contro la gestione privatistica delle esattorie. Un provvedimento che va tutto in favore dei Salvo.
Nel 1967 il capo della Criminal Police Organization di Washington, Fred Douglas scrive alla Criminalpol di Roma per allertare sul ruolo di Michele Sindona: secondo Douglas il “mago delle tasse” avrebbe un ruolo non di secondo piano sul traffico internazionale di droga e molte amicizie tra i mafiosi americani.
Due anni dopo, nel 1969, Riina e Leggio vengono assolti per il processo scaturito dalla messa a ferro e fuoco di Corleone tra il ’58 e il ’63. Spariranno entrambi, dandosi alla latitanza. E’ a cavallo tra ’69 e ’70 che le famiglie decidono sull’appoggio di Cosa Nostra al progetto di golpe del comandante Junio Valerio Borghese: per l’occasione rientrano anche Greco e Buscetta, che fermati a Milano verranno subito rilasciati mostrando passaporti venezuelani e canadesi. Nello stesso 1970 Buscetta viene arrestato a New York, ma una cauzione da 75mila dollari lo salva dalla galera.
Intanto si prepara il rapimento del giornalista de L’Ora Mauro de Mauro (che aveva forse intuito il patto di Cosa Nostra nell’ambito del golpe Borghese), mentre la mafia diventa sempre più un tema di secondo piano con tanti materiali prodotti, ma ignorati per anni. Nel 1973 inizierà la stagione dei sequestri al nord inaugurata da Leggio, che verrà poi catturato a Milano nel 1974. Si muoveva sotto l’identita di Antonino Farruggia. Ma il 1974 è anche l’anno in cui esplode il caso della Banca Privata Italiana di Michele Sindona... [to be continued...]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Stories of dishonor: narcodollars, abductions and banks
On the one side the Greco, on the other the La Barbera. One of the La Barbera brothers, Salvatore, is killed and Angelo gets his revenged by destroying Salvatore Greco's house with a car bomb. He will actually survive the attack and consume his revenge in Milan: on the 25th of May 1963 Angelo La Barbera's car is shot at by Greco's emissaries who will injure him severely.
In the same year we see the arrival on the scene of the man who might be considered the first true "pentito": we're talking about Joseph Valachi, member of the American mafia, who for first unveiled the structure and methods of the criminal organization, calling it with a name that was unknown at the time: Cosa Nostra.
The narcodollar traffic of Cosa Nostra is in constant growth. Palermo and New York are very near, and so the mafia men diaspora begins: Salvatore Greco ends up in Venezuela, Nino Salomone in Brazil, Buscetta in the USA and the Cuntrera and Caruana go first to Brazil and then to Canada.
1964 is the year Genco Russo is arrested and Luciano Leggio is captured for the first time. The first will be sent to an obliged stay at Lovere, province of Brescia, while the latter will escape in 1969 with a Mercedes during a hospitalization.
In the police reports the brothers Nino and Ignazio Salvo start to appear, two collectors of Salemi, who were thought to be very near the Cosa Nostra families, and politics as well: what a coincidence that the Sicily regional assembly, also with the votes of PCI, MSI and PLI, rejects a motion against the private management of tax collection. A decision that goes fully in favor of the Salvo brothers.
In 1967 the Head of the Criminal Police Organization of Washington, Fred Douglas writes to the Criminalpol in Rome in order to alert them on the role of Michele Sindona: according to Douglas the "magician on taxes" does not have a secondary role in the international drug traffic and many friendships among the American mafia men.
Two years later, in 1969, Riina and Leggio are found not guilty in the trial for the destruction of Corleone between '58 and '63. They both disappear and become fugitives. It's between '69 and '70 that the families decide to sustain Cosa Nostra for the project of golpe of the commander Junio Valerio Borghese: for this occasion Greco and Buscetta come back and are stopped in Milan where they are immediately released by showing Venezuelan and Canadian passports. In the same year 1970 Buscetta is arrested in New York, but a bail saves him from jail.
In the meanwhile the abduction of the L'Ora journalist Mauro de Mauro is arranged (he probably had a hunch about the Cosa Nostra pact in the Borghese golpe), while the mafia becomes more and more a secondary topic with a lot of material that was ignored for years. In 1973 the season of abductions in the north will be started by Leggio, captured in Milan in 1974. He went under the name of Antonino Farruggia. But 1974 is also the year when the case of the Italian Private Bank of Michele Sindona explodes... [to be continued].
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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