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Berlusconi: "Presidente della Convenzione? Solo una battuta". Come quando prometteva un milione di posti di lavoro ed il rimborso dell'IMU.
— Il Triste Mietitore (@TristeMietitore) 08 maggio 2013
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sabato 25 maggio 2013
#Storiedeldisonore: via d'Amelio, quattro processi e poca verità (pt. 2)
Una storia quella della strage Borsellino scritta da Vincenzo Scarantino, delinquente di basso lignaggio criminale, che si rivelerà essere poi falsa, ma che reggerà tre gradi di giudizio portando alla condanna di undici persone, di cui sette all’ergastolo, nell’ambito dei processi Borsellino e Borsellino-bis.
Per anni è la sua la versione ufficiale della strage di via d'Amelio. Nonostante le rimostranze di alcuni pm tra cui Ilda Boccassini, coloro che rappresentano l'accusa nei processi, tra cui anche l'attuale pm titolare dell'inchiesta sulla cosiddetta "trattativa" Antonino di Matteo, danno la patente di credibilità a Vincenzo Scarantino. Scagliandosi anzi contro coloro, in particolare tra i giornalisti, che seminano dubbi sulla credibilità del pentito. Oggi lo chiamano ‘depistaggio‘, mentre fu anche un clamoroso errore investigativo-giudiziario, e le revisioni alle condanne scaturite dalla ricostruzione Scarantino ne sono una ulteriore prova. E' stato Gaspare Spatuzza a consegnare agli inquirenti quella che oggi viene ritenuta la versione più vicina alla verità della preparazione dell'attentato.
Le prime indagini sulla strage di via d’Amelio vennero lasciate in balia della Polizia, in particolare, ad Arnaldo La Barbera, superpoliziotto di cui la procura di Caltanissetta aveva stima e fiducia. Purtroppo la sua versione non si saprà mai. Morirà stroncato da un tumore nel 2002, periodo in cui la storia di questa strage era ancora quella di Scarantino.
Di certo quel 19 luglio del 1992 e nelle giornate immediatamente successive le disattenzioni furono molte, e le amnesie dei vent'anni successivi hanno contribuito a intorbidire acque già scure. Basti pensare al trasporto dei reperti rinvenuti sul luogo della strage all’interno di sessanta sacchi neri spediti agli uffici romani dell’FBI. Che dentro quei sacchi non ci fosse anche la famigerata agenda rossa su cui Borsellino nelle ultime settimane prendeva appunti riguardanti le sue indagini?
Dopo la morte di Falcone e quella immediatamente successiva di Borsellino, le misure straordinarie del contrasto alla criminalità organizzata, tra cui il ripristino del carcere duro, mettono Cosa Nostra in agitazione, che insanguinerà anche Roma, Firenze e Milano nel 1993. Si fa strada l’ombra di una ‘trattativa‘ per fermare il terrorismo mafioso e per arrivare a quel Totò Riina, imprendibile boss di Cosa Nostra, e ritenuto il capo dei capi.
Ma di ‘trattative‘ ne è piena la storia d’Italia, e, senza ipocrisie, pure quella delle investigazioni antimafia. Non stupisca quindi, che due appartenenti ai Reparti Operativi Speciali dei Carabinieri come Mario Mori e Giuseppe de Donno, siano andati a cercare il contatto proprio con quel Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, legato a doppio filo al gotha di Cosa Nostra e a quello della Democrazia Cristiana.
Il baratto per fermare la stagione delle bombe starebbe nel cosiddetto ‘papello‘, altro oggetto misterioso di quella stagione controversa, che la collaborazione del figlio di don Vito Ciancimino, Massimo, non ha contribuito a chiarire, nonostante abbia fatto emergere alcuni elementi rimasti prima nell’ombra.
«Quando non si può più fare finta di niente - ha spiegato più volte Giuseppe di Lello, uno dei componenti del fu pool antimafia di Falcone e Borsellino - allora lo stato interviene»: trecento detenuti mafiosi vengono trasportati all’alba del 20 luglio 1992 nelle prigioni dell’Asinara e Pianosa, per essere sottoposti al regime del carcere duro, il cosiddetto 41-bis. Dieci giorni più tardi sbarcarono in Sicilia i primi contingenti dell’esercito italiano per l’operazione “Vespri siciliani”. Occupano e proteggono gli obiettivi ritenuti sensibili, rappresentando un eccezionale impiego dell’esercito dentro i confini nazionali. [to be continued...]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Stories of dishonor: via d'Amelio, four trials and no certainties
A story, the one of the Borsellino massacre, written by Vincenzo Scarantino, a low criminal profile offender, which will be soon revealed to be false, but that will hold for three degrees of trials leading to the conviction of eleven people, of which 7 to life in prison, in the Borsellino and Borsellino-bis trials.
For years his was the official version of the d'Amelio street massacre. In spite of the doubts of some PMs among which Ilda Bboccassini, the ones who represent the State in the trials, among which the current PM working on the so called "treaty" Antonino di Matteo, give the sigil of credibility to Vincenzo Scarantino. Accusing those who, especially among journalists, diffuse doubts on the credibility of the collaborator of justice. Today they call it "screening", but it was also a huge judiciary mistake, and the revisions to the convictions derived from the Scarantino reconstruction are another proof of that. It was Gaspare Spatuzza who gave the investigators the version which is now considered to be nearest to the truth in the preparation of the attack.
The first inquiries on the d'Amelio street massacre were left to the Police, and in particular to Arnaldo La Barbera, policeman that the Caltanissetta department trusted and respected. Unfortunately we'll never know his version. He died because of a tumor in 2002, a time when the official version was still the one of Scarantino.
Surely on that July 19th of 1992 and in the days after, careless mistakes were many, and the amnesia of the following 20 years have contributed to muddy waters that were already quite dark. Just think about the transportation of evidence found on the spot inside sixty black sacks sent to the Rome offices of the FBI. Is it possible that missing from them was the red notebook on which Borsellino used to write his notes on the inquiries in the last weeks of his life?
After Falcone's death and the one, shortly after, of Borsellino, extraordinary measures against organized crime, among which the return of "hard prison", put Cosa Nostra in turmoil, and will make Rome, Florence and Milan bleed in 1993. The shadow of a "treaty" to stop mafia terrorism appears, and of course to catch Totò Riina, the unapprehendable boss of Cosa Nostra, considered to be the boss of bosses.
But the history of Italy is full of "treaties", and without hypocrisy, also the one of the antimafia investigations. We shouldn't be too amazed by the fact that two members of the Special Operative Department of the Carabinieri such as Mario ori and Ggiuseppe de Donno have tried a contact with that same Vito Ciancimino, former mafia mayor of Palermo, linked to Cosa Nostra and Democrazia Cristiana at the same time.
The exchange to stop bombs was the so called "papello", another misterious object of that controverse time, that the collaboration with don Vito Ciamcimino's son Massimo, hasn't contributed in clearing any better, in spite of the fact that it has managed to make a few elements emerge, that were previously left in the shadows.
"When you can't pretend it's nothing - Giuseppe di Lello has explained several times, one of the components of the former antimafia pool of Falcone and Borsellino - then the State intervenes": three hundred mafia convicts are transported on July 20th 1992 in the prisons of Asinara and Pianosa, in order to be put under the regime of "hard prison" the so called 41-bis. Ten days later the first contingents of the Italian army come to Sicily for the "Vespri siciliani" operation. They occupy and protect delicate targets, and represent an exceptional use of the amy inside national boundaries.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 4 maggio 2013
#Storiedeldisonore: #mafia e #imprenditoria, l'intuizione dietro la morte di Falcone
“Follow the money”, segui i soldi. Lo sta facendo Giovanni Falcone dai tempi del processo Spatola e delle grandi indagini sul narcotraffico di Cosa Nostra tra Italia e Stati Uniti. Un metodo d’indagine che lo porta sulla strada dei rapporti tra mafia e grande imprenditoria, un filone che mette paura sia alle cosche sia a chi fa compagnia a quella “mafia entrata in Borsa”.
Il vero problema per Cosa Nostra è che Giovanni Falcone, come direttore degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia si sta rivelando più pericoloso che a Palermo: ha rivoluzionato la rotazione delle sezioni in Cassazione, conseguenza che porterà il giudice Corrado Carnevale, detto l’ammazzasentenze, a non giudicare l’esito finale del maxi-processo, e nel frattempo sta mettendo a punto il progetto della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia per coordinare le indagini sulla criminalità organizzata.
Giovanni Falcone è il pericolo numero uno per Cosa Nostra. E’ un magistrato capace, che impaurisce anche gli amici dell’organizzazione, e se è stato in grado di condizionare il ministro Martelli per la costituzione di DIA e DNA, non è escluso che possa convincere anche altri sull’importanza del contrasto al crimine organizzato. Falcone per Cosa Nostra deve morire. In Sicilia.
Prima di lui la strategia di Cosa Nostra colpisce l’onorevole Salvo Lima, che insieme ad Andreotti e ai fratelli Salvo non rappresenta più una cordata affidabile per difendere gli interessi delle ‘famiglie’. I corleonesi agitano la bandiera che meglio conoscono, quella del terrore e degli avvertimenti.
Lo stesso Falcone però, dopo aver scontato gli anni tesi di Palermo del corvo e della mancata elezione a capo dell’ufficio istruzione del tribunale, sconta anche l’ostracismo delle varie correnti politiche interne alla magistratura: lo sbarramento al suo arrivo a capo della costituenda Direzione Nazionale Antimafia sembra essere l’esigenza primaria anche tra le correnti di sinistra del Consiglio Superiore della Magistratura.
I passi avanti che Falcone è determinato a compiere fanno maturare il disegno per la sua eliminazione da parte della mafia e di chi se ne serve. Il 23 maggio del 1992 allo svincolo di Capaci il tritolo fa saltare in aria il magistrato, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Quel 23 maggio ha cambiato per sempre la storia di questo Paese e ha rotto gli equilibri politici di quei giorni: si elegge il presidente della Repubblica e Andreotti e Forlani sembrano i due papabili, fino all’esplosione di quel pomeriggio. Uscirà vincitore Oscar Luigi Scalfaro, poi accolto ai funerali di Falcone tra gli insulti della gente di Palermo.
“La mafia ha votato?”, si chiedono in molti ancora oggi. Una domanda a cui si può rispondere che piuttosto la mafia ha voluto fare piazza pulita di uno dei suoi più acuti interpreti, determinato a portare alla luce quel patto scellerato tra gli uomini del disonore e le grandi holding imprenditoriali del Belpaese (vedi indagine Mafia & Appalti).
Nel frattempo in Lombardia impazza Tangentopoli, mentre gli occhi di molti si rivolgono subito verso Paolo Borsellino, amico e collega di Giovanni Falcone, ma anche custode dei segreti delle indagini dello stesso. Un altro “morto che cammina”, consapevole di esserlo. L’estate caldissima del 1992 è alle porte, e gli uomini di Cosa Nostra sono pronti a fare il bis in poco meno di tre mesi.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Stories of dishonor: mafia and entrepreneurs, the intuition behind Falcone's death
“Follow the money”. That's what Giovanni Falcone has been doing since the times of the Spatola trial and the great inquiries regarding Cosa Nostra's drug traffic between Italy and the US. An inquiries method that takes him on the road of the relationshis between mafia and entrepreneurship, a line that threatens the gangs and those who support the "mafia who entered the stock market".
The true problem for Cosa Nostra is that Giovanni Falcone, as the director fo Penal Affairs at the Ministry of Justice is far more dangerous than in Palermo: he revolutionized the rotation of sections in Cassazione, which will ensure that the judge Corrado Carnevale, the "verdict killer" will not be judging the final result of the maxi-trial, and in the meanwhile he's perfecting the project of the Investigative Antimafia Direction and of the Antimafia Nnational Direction to coordinate inquiries on organized crime.
Giovanni Falcone is the number one danger for Cosa Nostra. He's a good judge, who is feared even by the friends of the organization, and if he was capable of influencing Minister Martelli for the constitution of DIA and DNA, he could also convince others about the importance of fighting organized crime. For Cosa Nostra, Falcone must die. In Sicily.
Before him the strategy of Cosa Nostra hits Salvo Lima, who together with Andreotti and the Salvo brothers does not represent a reliable resource to defend the interests of the families anymore. The Corleones show the flag they know best, the one of terror and threats.
The same Falcone however, after suffering the difficult years of the Palermo of the raven and the missed election as the head of the office of the court, also suffers the hate of several internal political currents of the judiciary system: blocking his arrival as head of the Antimafia National Direction seems to be a primary goal even among the left wing currents of the Superior Council.
The steps forward that Falcone is determined to make, allow the project for his elimination to be completed by the mafia and those who use it. On the 23rd of May 1992, right before the Capaci exit, TNT explodes killing the judge, his wife Francesca Morvillo and agents Vito Schifani, Rocco Ddicillo and Antonio Montinaro.
That 23rd of May has changed the history of this country forever, and has broken the political balances of those days: the President is being elected, Andreotti and Forlani seem to be the ones, until the explosion that afternoon. The winner will be Oscar Luigi Scalfaro, later received at the funeral of Falcone among the insults of the people of Palermo.
"Did the mafia vote?", many ask themselves even today. A question which can be answered only with the fact that the mafia wanted to eliminate one of its most acute scholars, determined to bring out the pact between the men of dishonor and the great holdings of Italy (see the Mafia and Contracts inquiry).
In the meanwhile Tangentopoli is shredding Lombardy, while the eyes of many go to Paolo Borsellino, friend and colleague of Giovanni Falcone, but also the keeper of the secrets of the latter's inquiries. Another "dead man walking", and aware of being one. The hot summer of 1992 is coming, and the Cosa Nostra men are ready for the new strike in less than three months.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 27 aprile 2013
#Storiedeldisonore: corvi e veleni attorno a #Falcone
Il 30 gennaio del 1992 la Cassazione ribalta la sentenza d’appello del maxi-processo a Cosa Nostra istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tutte confermate le condanne all’ergastolo del primo grado di giudizio.
La ricostruzione del pool di Palermo, integrata dal “teorema Buscetta”, per la Suprema Corte è corretta. “Sicuramente un punto di partenza, e non uno di arrivo”, commentò Giovanni Falcone nel corso di una intervista alla RAI.
Eppure il pool antimafia di Palermo, con il suo metodo di indagine era già un ricordo lontano dal 1988. In quell’anno si sceglie il nuovo capo delle procura di Palermo (allora ufficio istruzione). A lasciare il posto è Antonino Caponnetto, il bravo magistrato toscano cui si deve l’idea e la determinazione della formazione della squadra di magistrati che portò alle più importanti indagini sulla mafia negli anni ’80.
L’aria nelle stanze del Palazzo di Giustizia di Palermo in quei mesi si fa sempre più irrespirabile, e a concorrere alla carica di procuratore capo ci sono Giovanni Falcone, e Antonino Meli, un magistrato che fino a quel momento non ha mai svolto indagini su fatti di mafia, ma ha dalla sua una maggiore anzianità di servizio rispetto allo stesso Falcone.
La scelta dei colleghi di Falcone finì infatti, tra mille polemiche, su Antonino Meli. 15 voti contro 12.
«Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il CSM, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli».
Questo fu il commento di Paolo Borsellino il 25 giugno del 1992, a un mese dalla strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone. A favore di Falcone, per dovere di storia e di cronaca votarono i consiglieri Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d'Ayala, Racheli, Smuraglia e Ziccone. Contro Falcone Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo Della Rocca, Paciotti, Suraci e Tatozzi. Si astennero Lombardi, Mirabelli, Papa, Permacchini e Sgroi.
Si apre una stagione di corvi e veleni con una storia che sembra ancora tutta da scrivere. All’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo iniziano a girare missive che accusano Falcone di pilotare i pentiti, così come altri investigatori dell’antimafia. Per quelle missive viene condannato per diffamazione in primo grado il magistrato Alberto Di Pisa, poi prosciolto per non aver commesso il fatto, a causa dell'inutilizzabilità del materiale probatorio raccolto. In questo clima matura il fallito attentato all’Addaura, dove Giovanni Falcone si erar recato con i magistrati svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann per disporre alcune rogatorie su inchieste riguardanti il riciclaggio nello stato elvetico.
L’attentato fallì, e Falcone parlò chiaramente di “menti raffinatissime” dietro a quello scenario che si era scatenato attorno alla sua figura e alla sua indagine. Intanto nel 1989 anche quella politica che oggi si fa paladina dell’antimafia inizia ad attaccare Falcone. Tutto nasce in particolare dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Pellegriti, il quale svela al pm Libero Mancuso alcuni retroscena riguardanti il ruolo di Salvo Lima nell’ambito degli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre.
Mancuso avvisa Falcone che interroga Pellegriti e cerca riscontri. Risultato: Giovanni Falcone incrimina Pellegriti insieme all’estremista di destra Angelo Izzo (uno dei condannati per la strage del Circeo). Il ‘nero’ Izzo avrebbe infatti, rinchiuso con Pellegriti nel carcere di Alessandria avrebbe infatti pilotato le dichiarazioni di Pellegriti. Il giudice li incriminerà entrambi per calunnia aggravata. Da lì in poi personaggi come Leoluca Orlando arrivarono ad accusare Falcone di tenere i dossier “chiusi nei cassetti”, e sostanzialmente di non voler far luce sugli omicidi politici di Cosa Nostra. Una polemica che continuerà fino all’uccisione di Giovanni Falcone... [to be continued]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Stories of dishonor: crows and poisons around Giovanni Falcone
On the 30th of January, 1992, the Cassazione changes the appeal verdict of the maxitrial to Cosa Nostra, instructed by Giovanni Falcone and Paolo Borsellino. All confirmed the life in prison verdicts of the first degree of judgement. The reconstruction of the Palermo pool, integrated by the "Buscetta theorem", is correct according to the Supreme Court. "Surely a starting point, not a goal.", commented Giovanni Falcone during an interview with RAI.
And yet the Palermo antimafia pool, with its inquiry methods was already a distant memory since 1988. In that year the new head of the Palermo desk is chose. Leaving his place is Antonino Caponnetto, the great Tuscan judge who had the idea and the determination to form a team of judges that lead to the most important inquiries about the mafia in the 80s.
The air in the rooms of the Palace of Justice in Palermo during those months becomes heavier and heavier, and running for the place are Giovanni Falcone and Antonino Meli, a judge who until that moment had never done any inquiries on mafia matters, but has more years in service than Falcone himself.
The choice of Falcone's colleagues ended, amongst a thousand comments, on Antonino Meli. 15 votes against 12.
"When Giovanni Falcone alone, in order to continue his work, proposed his aspiration to take Antonino Caponnetto's place, the CSM with ridiculous motivations preferred the counselor Antonino Meli. Falcone tried, some Judas immediately ridiculed him, and on my birthday the CSM made us this gift. They preferred Antonino Meli."
This was Paolo Borsellino's comment on the 25th of June 1992, one month away from the Capaci massacre in which Giovanni Falcone lost his life. In favor of Falcone, for the good of history, the votes of counselors Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d'Ayala, Racheli, Smuraglia and Ziccone. Against him, Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo Della Rocca, Paciotti, Suraci and Tatozzi. Lombardi, Mirabelli, Papa, Permacchini and Sgroi did not vote.
This opens a season of crows and poisons with a story that still seems all to be written. Inside the Palace of Justice of Palermo, letters start to circulate, incriminating Falcone of directing the collaborators of justice, as others investigators of the antimafia. For those letters the judge Alberto Di Pisa is condemned for slaunder, and then released for not committing the fact, because of the unusability of the evidence. In this climate the failed attack at the Addaura matures, where Giovanni Falcone had gone together with the Swiss judges Carla del Ponte and Claudio Lehmann in order to prepare a few letters of request on inquiries regarding the money laundry in Switzerland.
The attack failed, and Falcone clearly talked about "refined minds" behind the scenario that had unleashed itself around his figure and his inquiry. In the meanwhile, in 1989 the same politics that today proclaims itself to be a champion of antimafia starts to attack Falcone. All is born in particular from the statements of the collaborator of justice Giuseppe Pellegriti, who reveals to Libero Mancuso a few details regarding Salvo Lima's role in the Piersanti Mattarella and Pio La Torre homicides.
Mancuso tells Falcone he's interrogating Pellegriti and searches for confirmation. Result: Giovanni Falcone incriminates Pellegriti together with the right wing extremit Angelo Izzo (one of the condemned for the Circeo massacre). The "black" Izzo, incarcerated together with Pellegriti in the Alessandria prison, would have piloted Pellegriti's statements. The judge condemnes both of them for slander. From that moment on, people like Leoluca Orlando arrived to accuse Falcone of keeping the dossiers "closed in his drawers", and substantially being unwilling to make light on the political homicides of Cosa Nostra. A discussion that will continue until Giovanni Falcone's murder.
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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sabato 13 aprile 2013
#Storideldisonore: le 'cantate' di Buscetta e le radici della "tassa Riina"
Questa è una storia che inizia dall’altre parte del mondo, a San Paolo, il 24 ottobre del 1983, e inizia con un arresto, quello di Tommaso Buscetta. Buscetta è ricercato da Polizia e Carabinieri dal periodo della strage di Ciaculli e della prima guerra di mafia. Fuggì e si scappò negli Stati Uniti dopo aver peregrinato tra Svizzera, Sud America e Canada.
Nel corso degli anni ’70 Don Masino dal Brasile si occupa del giro della droga di Cosa Nostra, tanto che la polizia sudamericana, in uno dei suoi covi blindati ritrovò sostanze stupefacenti per 25miliardi delle vecchie lire.
Durante la seconda guerra di mafia Buscetta è tra le fila dei ‘perdenti’, dei Bontate, degli Inzerillo e dei Badalamenti. La sentenza dei corleonesi è una e una sola: eliminare il boss dei due mondi Tommaso Buscetta. Egli si trova però in Brasile, e a questo punto la rappresaglia si scaricò sui parenti: figli, un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti trovano la morte per mano dei corleonesi.
Sono i giudici Giovanni Falcone e Vincenzo Geraci a recarsi da Buscetta nel 1984, proponendogli di collaborare con la giustizia. Offerta inizialmente rifiutata, ma poi corretta quando gli si prospetta una estradizione in Italia. In quei giorni sono Falcone e l’ex capo della polizia, da poco deceduto, Gianni de Gennaro a giudare le scelte di don Masino, che inizia la sua personale guerra contro i corleonesi a colpi di verbale.
Dichiarazioni quelle di Buscetta da prendere con le molle, ma che restituiscono una fotografia inedita della mafia e danno sostanza alle intuizioni di Giovanni Falcone. Un boss, Buscetta, che non vuole farsi chiamare pentito, perché pentito non lo è, ma che è deciso a mettersi contro all’ “onorata società” ormai nelle mani dei corleonesi.
Così il 16 luglio del 1984 in uno degli uffici della Criminalpol inizia la collaborazione con la giustizia italiana di Tommaso Buscetta, anche grazie alle contropartite offerta dalla DEA (Drug Enforcement Administration) americana, tra cui quella di potersi stabilire negli Stati Uniti in libertà vigilata, sotto falsa identità e all’interno del programma di protezione testimoni, ben più rodato oltreoceano che nel Belpaese.
Buscetta non è il solo a ‘cantare’ in quei mesi, con lui a collaborare c’è anche Salvatore Contorno. Dichiarazioni che rafforzano l’atto d’accusa che fa partire il blitz del 29 settembre del 1984: 366 ordini di custodia cautelare a carico di mafiosi a piede libero, padrini della vecchia e della nuova mafia, mafiosi già detenuti e ignoti. Tuttavia non è il blitz che porterà a sconfiggere Cosa Nostra, anche perchè rimangono latitanti Totò Riina, Bernardo Provenzano, i fratelli Greco, Piddu Madonia, Nitto Santapaola e altri boss. Tuttavia questa indagine sarà la prima pietra su cui poggerà il primo ‘maxi-processo’.
Tra quei 366 c’è una figura chiave per capire la vicenda mafiosa degli anni ’80 e dei primi anni ’90, del ‘tavolinu’ tra le imprese che si spartiscono gli appalti in Sicilia (e non solo), e di come questa sia intrecciata fortemente coi periodi di “Mani Pulite”, e su come nella confusione della Milano di quei giorni di primi anni ’90, le piste mafiose scivolino via senza colpo ferire.
Nella retata rimane infatti implicato Antonino Buscemi, fratello di Salvatore Buscemi, che nella ‘commissione’ di Cosa Nostra è il rappresentante del mandamento Passo di Rigano-Boccadifalco-Uditore. Antonino Buscemi ha una società, la Calcestruzzi Spa, che rischia seriamente il sequestro e la confisca grazie alla legge La Torre. Che fare per non lasciare andare tra le braccia dello stato? Buscemi trova un partner favorevole e allo stesso tempo insospettabile, con cui ha stretto rapporti già due anni prima, in cui far confluire la Calcestruzzi Spa: si tratta del gruppo internazionale Ferruzzi, guidato da Raul Gardini. La Calcestruzzi Palermo Spa cede le quote allla Calcestruzzi di Ravenna controllata dal gruppo Ferruzzi. Una collaborazione che proseguirà fino al 1988 e che spianerà la strada alla cosiddetta “tassa Riina” sugli appalti nell’isola.
A Palermo muta anche il clima politico e a novembre vengono arrestati Vito Ciancimino e i principi dell’esattoria Nino e Ignazio Salvo. Alcune delle protezioni sono saltate, e Salvo Lima si defila al Parlamento Europeo. Il pool continua la stretta sulle famiglie e il 23 dicembre del 1984 si verifica la strage del treno Rapido 904 a San Benedetto Val di Sambro: manovalanza camorristica e mente di Cosa Nostra, obiettivo fermare la repressione delle ‘famiglie’ mafiose in Sicilia. Le dichiarazioni di Buscetta mettono paura ai “mammasantissima”. Mancano due anni all’apertura del maxi-processo, ma il corto circuito tra mafia-politica e massoneria deviata è già in fibrillazione... [to be continued]
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
Buscetta's collaboration with justice and the origins of the Riina tax
This is a story that begins on the other side of the world, in Sao Paulo, on the 24th of October 1983, and begins with an arrest, the one of Tommaso Buscetta. Buscetta is wanted by the Police since the times of the Ciaculli massacre and the first mafia war. He ran and escaped to the US after travelling to Switzerland, South America and Canada.
During the 70s Don Masino from Brazil deals with the drug traffic of Cosa Nostra, so much that the South American police found drugs in one of his hideouts, worth 25 billion of the old lire.
During the second mafia war Buscetta is amongst the losers, the Bontate, the Inzerillo and Badalamenti. The Corleone family's verdict is one and one only: eliminate the boss of the two worlds, Tommaso Buscetta. But he is in Brazil, and at this point the revenge hit his relatives and family: a brother, his sons, a son-in-law, a brother-in-law and four nephews found their death because of the Corleone family.
The judges Giovanni Falcone and Vincenzo Geraci go to Buscetta in 1984, proposing him to collaborate with justice. An offer that was initially rejected, but then corrected when an extradition to Italy was described as possible. During those days Falcone and the ex head of the police, recently deceased, Gianni de Gennaro, guide the choices of don Masino, who begins his personal war against the Corleones, only using justice as a weapon.
Buscetta's statements should be taken with a pinch of salt, but they do give us an image never seen before of the mafia, and give substance to Giovanni Falcone's intuitions. A boss, Buscetta, who doesn't want to be called a collaborator of justice, because he's not, but who wants to fight the "honored society" now in the hands of the Corleones.
So on the 16th of July 1984, in one of the offices of Criminalpol, the collaboration with the Italian justice of Tommaso Buscetta begins, also thanks to the counteroffers of the DEA, among which the proposal to come to the US under a false identity in a witness protection program, which was much more perfected there than in Italy at that time.
Buscetta isn't the only one to sing during those months, there's also Salvatore Contorno. Statements that reinforce the accusation act that starts the blitz of September the 29th 1984: 366 warrants for mafia members, godfathers of the old and new mafia, members who were already known or not. However it's not the blitz that will defeat Cosa Nostra, also because several remain free, such as Totò Riina, Bernardo Provenzano, the Greco brothers, Piddu Madonia, Nitto Santapaola and other bosses. However this inquiry shall be the first stone on which the maxi trial will be built.
Among those 366 there's a key figure that helps us understand the mafia story of the 80s and the early 90s, of the deals between companies sharing contracts in Sicily (and not only), and of how this was strongly interwoven with the times of "Clean Hands", and how in the confusion of the Milan of those days in the yearly 90s, the mafia paths didn't seem to go anywhere.
In the blitz Antonino Buscemi is involved, the brother of Salvatore Buscemi, who in the "commission" of Cosa Nostra is the representative of the Passo di Rigano-Bccadifalco-Uditore mandament. Antonino Buscemi has a society, the Calcestruzzi Spa, which seriously risks to be confiscated thanks to the La Torre law. What to do in order to prevent it from going to the State? Buscemi finds a favorable partner and at the same time very clean, with whom he had already had some contacts two years prior, and who would acquire the Calcestruzzi Spa: it's the international group Ferruzzi, guided by Raul Gardini. The Calcestruzzi Spa gives its quotes to the Ravenna Calcestruzzi, controlled by the Ferruzzi group. A collaboration that will last until 1988 and that will open the doors to the so called "Riina tax" on the contracts on the island.
In Palermo the political climate changes and in November Vito Ciancimino and the princes of taxes Nino and Ignazio Salvo are arrested. Some of the protections are gone, and Salvo Lima disappears from the European Parliament. The pool continues its grip on the families and on the 23rd of December 1984, the massacre of the Rapido 904 train happens, at San Benedetto Val di Sambro: done by the Camorra and put together by Cosa Nostra, the goal being to stop the repression of the mafia families in Sicily. Buscetta's statements make the mafia men worry. We're two years away from the beginning of the maxi trial, but the shortcircuit between the mafia-politics and the deviated masonry is already at work...
Luca Rinaldi | @lucarinaldi
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