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venerdì 14 dicembre 2012

#Opensource per le imprese: trattate bene la community, mi raccomando



A volte le aziende approcciano in maniera sbagliata la comunità open source, credendo che il ritorno di investimento sia grande anche a fronte di uno sforzo minimo. 

Ma veramente le persone sono così facilmente raggirabili, o ha importanza anche la percezione di quanto un’azienda crede al suo prodotto e crede in un flusso di lavoro dove la comunità sia coinvolta pesantemente?

Partecipando al Linux Day di quest’anno, mentre il pubblico si sorbiva con calma le mie slide, ha potuto osservare anche la mia esibizione in un “cazziatone” di proporzioni bibliche verso le aziende che pubblicizzano il loro fare open source, mentre in realtà la community che ribolle e si smuove non viene gestita da nessuno, e non ha poi molto modo di interagire con la compagnia; c’è una barriera vetrosa e impalpabile, in molti casi, la quale isola il contesto aziendale dalle meccaniche aperte e che fa sì molte volte che il lavoro della comunità relativa ad un progetto portato avanti da un’azienda (quindi company-driven) venga male integrato, male interpretato, gettato, sprecato.

Concorderete con me che non è modo, questo, di far sentire tale un contributor il quale con i suoi consigli, il suo codice, ed in prima battuta il suo tempo, risorsa che nella società attuale non basta mai, sta prendendo parte nei processi decisionali del proprio prodotto, e lo sta arricchendo del suo particolare e personale bagaglio di conoscenza. Per questo motivo quello che ricordo con molto piacere a chiunque mi chieda consigli su come far crescere un’applicazione, un programma, un prodotto qualsiasi dal punto di vista della community, che per vedere un’esplosione rigogliosa da questo punto di vista bisogna stimolare, e prendersi cura delle persone. In che modo? Ce n’è uno solo: attraverso delle persone, pagate, all’interno dell’azienda, che abbiano tra le attività indicate nel proprio mansionario pure quella di coordinare, anche in maniera blanda, il lavoro fatto dai contributori esterni, e di raccogliere i feedback, e di abbozzare molto lievemente l’integrazione di feature mal progettate all’interno del progetto iniziale.

Abbiamo quindi una sola via da intraprendere, per far si che il nostro prodotto open source goda di un’ottima reputazione presso le persone che lo sviluppano dall’esterno: in primo luogo, condurre un assessment preliminare sui costi (mensili e/o annuali) portati dall’aprire il nostro sviluppo al pubblico. Oltre il mansionario sopra elencato, conviene tenere in conto nella nostra analisi arbitraria anche un monte ore supplementare per gli ingegneri del software; questo monte ore/uomo andrà applicato in maniera cumulativa e il massimo che questo numero può raggiungere sarà funzione di quanto vorremo “stare a sentire” la community.

In secondo luogo, quando avremo sbrigato la burocrazia, dovremo mettere in atto il nostro documento preliminare: è consigliato l’uso della metodologia agile in azienda, nonché l’integrazione di domande nei nostri meeting periodici per capire se quello che stiamo facendo sta funzionando, quale appeal ha il prodotto, e quanto è interessante il ciclo di sviluppo per chi è all’esterno.  Annualmente, ci troveremo davanti al bilancio, e potremo decidere se mantenere le cose come stanno, o se correggere la rotta rivedendo i piani a fronte di un ritorno di investimento troppo basso. Starà a noi quindi la decisione di continuare con un reparto a workflow costante, se dedicare altro personale alle “cortesie per gli ospiti”, oppure effettuare dei tagli nello specifico riallocando le risorse di cui disponiamo su altri compiti, interni al ciclo di vita del prodotto e all’azienda.

Alessio Biancalana | @dottorblaster


Open source for companies: treat your community well

Sometimes companies approach the open source community the wrong way, believing that the ROI will be big even with a minimum effort.

Are people really so easiliy deceived, or does the perception of how much a company believes to its own product matter, along with a working flow in which the community is heavily integrated?

Participating at today's Linux Day, as the public calmly read my slides also had the opportunity to observe my exhibition in a biblical proportion scolding of those companies who advertise their open source, while in reality the community that is in turmoil isn't managed by anyone, and doesn't have any way to interact with the company itself; there's a transparent, impalpable barrier, in many cases, which isolates the company context from the open mechanics, which makes the work of the community on a project carried on by the company (company driven) is badly integrated, understood, wasted.

You will probably agree with me on the fact that this is not the way to make a contributor feel, someone that with advice and code and time, resource that is so scarce in our current society, is taking part in the decisional processes of his product, and is enriching it with his particular and personal knowledge. This is the reason why I remind anyone who asks advice on how to make an app, a program, or any product grow from the point of view of the community, that in order to see a growth explosion you must stimulate and take care of people. How? There's only one way: thanks to a few paid people inside the company, that among their activities also have the role of coordinating - in a very bland way - the work done by external contributors, of gathering feedback, and design the integration of features that were ill projected inside the initial plan.

Alessio Biancalana | @dottorblaster

domenica 25 novembre 2012

#Mobile: perché l'#opensource è necessario






In questa settimana mi sono occupato molto di mobile, tra una cosa e l’altra. È stato un periodo parecchio pieno per me, che mi ha offerto la possibilità di interrogarmi sull’ambito, e se veramente tutta questa openness fosse necessaria a ogni costo. 

Ho poi riflettuto su due episodi che mi hanno convinto particolarmente, per due piattaforme di successo come lo sono iOS e Android; al primo impatto infatti mi era venuto da dirmi (a me, medesimo): “Vabeh, ma in fondo cosa vuoi che sia, un telefono che non si apre, né lato hardware né lato software. Può pensare a tutto l’azienda”.

Ho trovato la mia stessa considerazione errata, e sono tornato sui miei passi, soprattutto
 rendendomi conto di quanto il consumatore possa avere potere su un oggetto di sua proprietà e su quanto possa essere deleterio che io non possa mettere le mani nel ferro che io stesso ho acquistato, e tutto questo, tale epifanica rivelazione, l’ho avuta nel momento in cui iFixIt ha “aperto” (letteralmente) un Nexus 4, e ci ha trovato dentro  - sorpresa delle sorprese - un chip LTE che oltretutto, non annunciato in nessuno spot e assente come feature dal “foglietto illustrativo”, funziona pure. Senza questo gesto, umano, non avremmo mai saputo che il nostro nuovo telefono aveva un chip LTE.

Spostiamoci su un’altra piattaforma: iOS. Anni ed anni è avvenuto qualcosa di impensabile: un uomo ha preso il suo bel toolkit da nerd, e sfidando le leggi dell’informatica (più o meno) ha “scoperchiato” (letteralmente, anche qua) il sistema operativo di Apple, rivelando feature che erano rimaste bloccate, per così dire, dato che non erano ritenute di una stabilità sufficiente. Tramite degli script è stato quindi possibile offrire una funzionalità di jailbreak, termine tecnico a cui ormai gli Apple addicted sono assuefatti, per poter usufruire di tutte le funzionalità del sistema operativo.

Il tallone d’achille di tutto questo sta nel fatto che il jailbreak su iOS, come pure in alcuni casi modificare il firmware di fabbrica del proprio dispositivo Android, può comportare alla decadenza prematura della garanzia, o addirittura all’arresto da parte delle forze di polizia (cosa che per fortuna allo stato attuale mi sembra sia stata evitata più volte, ma il pericolo è sempre dietro l’angolo). Qual è la morale? La morale è che non importa quale sistema operativo utilizziamo, non importa quale sia lo smartphone che ci regaleremo per Natale (che ormai è alle porte), non importa in quale stato ci troviamo: la vera carta vincente della tecnologia è sempre stata l’hacking, perché venivano trovati nuovi utilizzi in maniera creativa anche per dispositivi magari da buttare.

Dobbiamo quindi recuperare la volontà di indignarci quando da consumatori ci vediamo negato un diritto fondamentale: quello di fare ciò che vogliamo con il nostro ferro, a determinate condizioni, senza che ci vengano precluse possibilità di riparazione che a ben vedere non hanno nulla a che vedere con quello che noi possiamo fare danneggiando il nostro dispositivo con firmware di terze parti. È stato fatto molto: ad oggi molti produttori accettano in garanzia device Android senza la ROM per così dire “stock”, ma è di un fronte di militanza che parlo: devo essere libero, devo esserlo, di compiere hack su qualsiasi cosa io possa. Solo in questo modo potremo avviare un processo virtuoso che porterà a prodotti di cui il fruitore stesso deciderà l’impiego (come Arduino).

Adesso scusate, vado a darmi di nuovo ai medicinali: ho un po’ di influenza, e non vorrei essere poco in forma per domani, ché devo smontare l’impianto stereo per modificarlo.


Alessio Biancalana | @dottorblaster


Mobile: why open source is necessary

This week I had to do a lot with mobile, among all the other things. It's been quite a busy time for me, and I had the possibility to ask myself some questions about this topic, and whether this openness was truly necessary at all costs.

I then thought about two episodes that convinced me further, for two successful platforms such as iOS and Android; with the first impact I wanted to say (to myself): "Well, in the end what's the problem, a phone that won't open, neither from the hardware point of view nor the software point of view. The company will think about everything."

I found my own statement to be false, and returned on my steps, especially realizing how much the consumer can have power on an object that is his property, and how harmful it may be that I cannot put my hands on the iron that I purchased myself, and all this as an epiphany in the moment when iFixiT opened (literally) a Nexus 4 and found inside - surprise surprise! - an LTE chip that wasn't announced in any spot and wasn't even present among the features, and that works! Without this human gesture, we would never have known that our new phone had an LTE chip.

Let's pass on to another platform: iOS. For years something unthinkable has happened: a man has taken his nerd toolkit, and defying the laws of informatics (more or less) has opened (literally here, as well), Apple's OS, revealing features that had been blocked because not considered stable enough. Thanks to some scripts it was possible to offer a jailbreak feature, a technical term that Apple addicted fans are used to, in order to enjoy all the functions of the operative system.

The Achilles heel of all this is the fact that the jailbreak on iOS, and modifying the factory firmware of an Android device, can lead to a premature expiration of the waranty, or even arrest (this has been avoided several times, but the risk is always there). What's the lesson? The lesson is that it doesn't matter what OS you use, it doesn't matter what smartphone we'll buy for Christmas (which is now very near), it doesn't matter in what State we are: the true winning card of technology has always been hacking, because new creative uses were found for devices, even those that were destined to the bin.

We must recover or willingness to protest when as consumers we're denied a fundamental right, which is doing whatever we want with our iron, in determinate conditions, without excluding the possibilities of repair that have nothing to do with what may do by damagin our device with third party firmware. Much has been done: today many producers accept in waranty Android devices without the stock ROM, but we're talking about the principle: I must be free to hack whatever I can. Only this way we'll be able to start a virtuous path that will lead us to products for which the final user will decide the use (such as Arduino).

Now excuse me, I'm going to get my meds. I'm sick, and I want to be in shape for tomorrow, because I need to modify my stereo.

Alessio Biancalana | @dottorblaster

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