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lunedì 21 gennaio 2013

#Leggimi: "Se Steve Jobs fosse nato a Napoli" di @AntonioMenna



Ho ricevuto con molto piacere una copia di Se Steve Jobs fosse nato a Napoli di Antonio Menna, da parte dell'editore Sperling&Kupfer: di seguito alcune riflessioni doverose, emerse in seguito a una lettura approfondita del libro. Attenzione: contiene spoiler.

Ci sono libri che informano e libri che fanno riflettere raccontando.

Se Steve Jobs fosse nato a Napoli rientra in entrambe queste categorie, illustrando a colori vivaci l'avventura di due ragazzi dei Quartieri Spagnoli di Napoli - Stefano Lavori e Stefano Vozzini - intenti nella costruzione di un sogno: un computer innovativo, velocissimo, compatto e dal design accattivante.

La storia è presto detta: i due riescono faticosamente ad avviare la propria attività, solo per veder sfumare nel giro di pochi giorni tutte le loro speranze in un roseo avvenire fatto di impresa, profumati guadagni e l'auspicata rivoluzione del mondo dell'informatica. Burocrazia labirintica, forze dell'ordine colluse, competitor invidiosi, mancanza di fondi e per finire un'estenuante lotta contro la criminalità organizzata, che come una indifferente sanguisuga tenta di strappare loro i proventi di tanto duro e poco renumerativo lavoro, spengono in poco tempo qualsiasi velleità imprenditoriale.

Leggendo, si avverte una diffusa sensazione di fastidio, che pervade il libro dalla prima all'ultima pagina: sensazione assimilabile forse a quella provocata dal libro di Giobbe, o da Justine, o le disavventure della virtù, per chi desiderasse un esempio di stampo non religioso. Quel tipo di indignazione che riempie il cuore quando ogni azione, anche intrapresa con le migliori intenzioni, fallisce a causa dei fattori "ambientali". Gli anglofoni la chiamerebbero probabilmente "helplessness", l'impotenza rassegnata di fronte a un mondo che non cambia e non può cambiare.

La scrittura evoca anche un certo quale affetto materno nei confronti dei due ingenui quanto sognanti giovani imprenditori, specie quando si nota la velocità con cui riescono ad inanellare decisioni inopportune e comportamenti fuori luogo nelle loro interazioni sociali con i diversi personaggi che hanno la fortuna (o sfortuna) di incontrare sul loro cammino. L'unica qualità che li redime è la loro sostanziale purezza d'animo, nonostante sia la stessa che li spinge in più occasioni a fidarsi delle persone sbagliate e a non agire in maniera accorta nel momento in cui questo si rende necessario.

Non si tratta certo di essere "furbi" o di sostenere un sistema che è palesemente corrotto fin nei suoi meccanismi più reconditi: si tratta semplicemente di non rispondere male quando qualcuno tenta di spiegarti i cavilli legali di una procedura, anche se detti cavilli sono causa di una irrefrenabile frustrazione. Forse perché in fondo il problema è tanto presente quanto impalpabile, ubiquo eppure inafferrabile. Come un insieme di forze estranee e strane che si coalizzano per frenare qualsiasi desiderio di cambiare le cose.

Qualcuno una volta, camminando in un giardino di papaveri, recise con determinazione quelli che svettavano più in alto degli altri, facendo così capire che cosa andasse fatto per poter agevolmente domare la popolazione e conquistare una città: in questo caso le circostanze fanno sì che siano i papaveri stessi a guardarsi bene dall'elevarsi sopra gli altri. Per il quieto vivere. Per non mettersi nei guai. Per non combinare pasticci.

Il tema del coraggio emerge con forza nell'ultima parte del libro, un coraggio ammirato e rispettato, ma allo stesso compatito e fondamentalmente ripudiato, temuto. "Ci vuole coraggio", ma pochi ce l'hanno, e chi ce l'ha viene rapidamente isolato. Per il quieto vivere. Per non mettersi nei guai. Per non combinare pasticci. Viene da chiedersi cosa succederebbe se tutti lo avessero, se tutti si ribellassero, se omertà e collusione venissero finalmente spazzati via e la giustizia potesse finalmente agire per riportare ordine e coerenza in una città che, nonostante la sua naturale e incontestabile bellezza, oramai ha perso di vista il concetto di normalità. Quella vera.

Ma forse son cose da romanzi. Qui il finale è tanto amaro quanto realistico: non c'è redenzione, non c'è speranza. Dopo la distruzione del loro luogo di lavoro, i due sono costretti a lasciare la città, per la loro stessa sicurezza. Uno di loro raggiunge il padre all'estero, in Inghilterra: "qui è tutta un'altra cosa" dirà più tardi.

E all'estero ci rimarrà. Come tanti altri, persone in carne ed ossa, che in preda alla delusione e con in bocca il cattivo sapore delle ceneri della sconfitta, vanno in paesi dove la burocrazia non è un impedimento ma un facilitatore, dove il lavoro viene retribuito giustamente e dove chi vuole iniziare un'attività non deve pagare la protezione ai capetti di zona.

Insomma, in posti normali.

[Qualche tempo fa abbiamo intervistato l'autore Antonio Menna: ecco qui la sua intervista.]

Maria Petrescu | @sednonsatiata


Read Me: if Steve Jobs was born in Naples

I received with great pleasure a copy of "If Steve Jobs was born in Naples" by Antonio Menna, from the editor Sperling&Kupfer: here are a few considerations risen after reading the book carefully. It does contain spoilers.

There are books that inform and books that make you think while telling a story.
If Steve Jobs was born in Naples goes into both of these categories, painting with vivid colors the adventure of two young men of the Spanish Quarters in Naples - Stefano Lavori and Stefano Vozzini - who are building a dream: an innovative computer, extremely fast, compact and with a great design.

The story is easy to tell: the two manage with great difficulty to start their activity, only to see - in a matter of days - all their hopes in a bright future made of enterprise, money and their revolution of the world of informatics are blown away. A labyrintic bureaucracy, corrupt law enforcement, envious competitors, lack of funds and finally an exhausting fight against the organized crime, who just like a lazy bloodsucker tries to take away the fruits of a lot of hard and not very rewarding work, manage to put down all entrepreneurial velleity.

While reading, you get a diffuse sense of nuisance, which pervades the book from the first page to the last: a sensation similar to that cause by reading the book of Job, or Justine or the Misfortunes of Virtue, for those who want an example that isn't religious. That kind of indignation that fills your heart when every action, even if done with the best of intentions, fails because of environmental causes. The English speaking people would call it helplessness, the resigned powerlessness in front of a world that doesn't change and cannot change.

The writing evokes a certain maternal affection for the two naive and dreamy young entrepreneurs, especially when you realize the speed with which they manage to collect wrong decisions and bad behaviors in their social interactinos with the characters they have the fortune or misfortune to meet on their way. Their only redeeming quality is their substantial purity of heart, even though it is the same that pushes them in several occasions to trust the wrong people and not to act wisely when needed.

It's not about being "clever" or sustaining a system that is clearly corrupt in its most profound mechanisms: it's simply about not answering with disrespect when someone tries to explain the quibbles of a legal procedure, even though said quibbles are the cause for an irrepressible frustration. Like a series of strange forces that act together in order to suppress any desire to change things.

Maria Petrescu | @sednonsatiata

sabato 25 febbraio 2012

10minuticon Antonio Menna @antoniomenna



Qualche giorno fa abbiamo intervistato Antonio Menna, scrittore e blogger napoletano noto come l'autore di "Se Steve Jobs fosse nato a Napoli", post di grande successo diventato poi un libro edito da Sperling & Kupfer.


Abbiamo chiesto come è nato il libro: all'indomani della morte di Steve Jobs, Antonio raccolse citazioni, fatti, cose che aveva detto e di cui aveva parlato, e tra queste una in particolare l'ha colpito molto, ovvero "Stay hungry, stay foolish." Si chiese quindi se il senso dell'appello fosse di aggredire la vita, affrontarla con grinta e personalità, e se fosse vero che basta affrontare la vita con determinazione e carattere per riuscire a realizzare i propri sogni e il proprio talento.

Per dimostrarlo, ha provato a immaginare uno Steve Jobs napoletano, un ragazzo determinato con una bella idea, che però si trova a realizzarla in un contesto meno amico, ovvero l'Italia e in particolare la città di Napoli. Antonio si è quindi accorto, mentre sviluppava le peripezie di "Stefano Lavori", che le cose sarebbero andate molto diversamente, e che il protagonista avrebbe dovuto affrontare ostacoli e difficoltà che a Jobs non sono capitate.

Ne nacque un breve post, che però ebbe un successo straordinario e che diventò in seguito un libro: Antonio trovava molto interessante l'idea di sviluppare le avventure dei due ragazzi su un periodo più lungo, arricchendo la storia con il contesto, la famiglia, e una descrizione più approfondita degli ostacoli incontrati volta per volta. [video]

Avendo fatto un richiamo diretto alla figura di Jobs, sono stati costruiti diversi collegamenti tra le due storie, primo fra tutti i nomi. Il secondo elemento di collegamento è l'età dei due protagonisti e il fatto che non avessero niente alle spalle, se non l'idea e la capacità.

Quello che Antonio ha voluto sottolineare è che gli ostacoli riscontrati in questa storia non sono legati solo all'ambiente dell'innovazione tecnologica, ma a qualsiasi tipo di iniziativa imprenditoriale, anche l'apertura di un bar. Racconta quindi le difficoltà a partire dal fatto che le banche si rifiutano di prestare soldi, dalla burocrazia feroce, confusa e piena di norme e adempimenti, fino alla corruzione diffusa dei piccoli impiegati di provincia e infine la Camorra, che non appena scopre che i due stanno provando a costruire qualcosa, decide di chiedere la tangente. [video]

Antonio non è molto ottimista rispetto alla risoluzione di questo problema, ma nemmeno disperato. Se ci sono dei problemi, a suo avviso è necessario parlarne e utilizzare le risorse a disposizione per risolverli. Una delle critiche ricevute è stata che con questo libro ha messo Napoli in cattiva luce, ma la realtà è che Napoli viene messa in cattiva luce dalle questioni, non da chi le racconta, che invece contribuisce a far conoscere i problemi e quindi a farli risolvere. [video]

Abbiamo parlato anche dell'importanza del capitale umano, di quanto le risorse più preziose siano costituite proprio dagli individui, ma anche delle critiche positive e negative ricevute dal libro.

Invito tutti a guardare l'intervista completa, molto più ricca di dettagli rispetto a questa mia breve sintesi.

Buona visione!

Maria Petrescu


10 minutes with Antonio Menna

A few days ago we interviewed Antonio Menna, Neapolitan writer and blogger, author of "If Steve Jobs were born in Naples", a great success blogpost, which has subsequently made into a book published by Sperling & Kupfer.

We asked how the book was born: the day after Steve Jobs' death, Antonio made a collection of quotes, facts, things he said and about which he had talked about, and among these one in particular caught his attention, the "Stay hungry, stay foolish" quote. He asked himself whether the sense of this advice was to attack life, face it with personality and energy, and whether it was true that facing life with determination and character was sufficient to make one's dreams come true.

To prove it, he tried to imagine a Neapolitan Steve Jobs, a determined boy with a great idea, but who has to try to realize in an a less friendly context, the Italian city of Naples. Antonio realized, while he developed the adventures of "Steve Jobs", that things would have gone very differently, and that his protagonist would have been forced to face obstacles and difficulties that Jobs didn't.

He wrote a short blogpost, that had an extraordinary success and that became a book: Antonio found the idea of developing the two boys' adventures on a longer period quite interesting, and he also wanted to enrich the story with context, family, and a more detailed description of the obstacles they found on the way. [video]

Since he directly refers to Jobs, he also built quite a few links between the two stories, first of all with names. The second link is the age of the characters and the fact that they both had nothing, if not their idea and abilities.

What Antonio wanted to stress is that the obstacles in this story aren't linked to technologic innovation, but to any kind of initiative, even opening a bar. He tells about the difficulties found on the way, from the fact that banks don't give credit and bureaucracy to corruption and mafia. [video]

Antonio isn't very optimistic regarding the solution of this problem, but he's not desperate either. If there are problems, in his opinion it's necessary to talk about them and use the available resources to solve them. Some of the criticism to the book was about the fact that it put Naples in a bad light, but the reality is that Naples is put in a bad light by its problems, not by those who talk about them, who actually contributes to make them known and get them solved. [video]

We also talked about the importance of human capital, of how the most precious resources are the people and also about the criticism the books has received.

I invite everyone to see the full interview, much richer in detail than my brief synthesis.

Enjoy!

Maria Petrescu

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