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martedì 21 maggio 2013

Mass Age Mess Age: la difesa del web libero, che non è libero



Nelle ultime settimane si è tornato a parlare di “bavaglio alla rete” dopo l'ormai famigerata intervista di Repubblica a Laura Boldrini, che denunciava abusi e minacce subite da una massa di squilibrati via web (lo stesso squilibrio, sia chiaro, che spinge da anni a utilizzare Twitter e Facebook per inviare auguri ferali agli esponenti delle parti politiche opposte). 

Sono seguite una serie di proposte surreali culminate con l'annuncio del comandante della polizia Postale di voler istituire delle “volanti” che faranno la ronda sui social network per prevenire abusi (buona fortuna).

Intanto i difensori della libertà del web accusano le istituzioni italiane di cogliere l'occasione per attuare le sempre latenti volontà censorie e – non sempre a torto – di scarsa conoscenza del mezzo.

La realtà dei fatti, però, non è così semplice. Come ricorda Matteo Flora, in Italia la censura su siti web esiste già dal 2006 e fu allora accettata pressoché nel silenzio: “Nel momento in cui state leggendo, – scrive Flora - in Italia sono censurati 5.657 siti web, di cui 4322 su direttive dei Monopoli di Stato, 1199 dal CNCPO (Centro nazionale per il contrasto alla pedo-pornografia su Internet, NdA) e 136 con singoli provvedimenti dell’autorità giudiziaria o di organi amministrativi”.

Ma il web 'libero' non è soltanto fatto di siti che possono essere oscurati direttamente dalle autorità italiane. Per moltissimi, anzi, l'esperienza del web – e degli abusi e delle manifestazioni di idiozia - è mediata quasi totalmente da piattaforme che operano sotto giurisdizioni estere (quasi sempre USA), che adottano policy estremamente mutevoli e spesso poco trasparenti, se non vessatorie nei confronti degli utilizzatori.

E qui, ci troviamo di fronte a un doppio paradosso, che mescola le carte in tavola.

Primo paradosso del web libero: la censura dei cretini

CI IMPEGNIAMO A MANTENERE FACEBOOK ATTIVO, ESENTE DA ERRORI E SICURO, MA L'UTENTE ACCETTA DI UTILIZZARLO A SUO RISCHIO E PERICOLO.” (Dai termini di servizio di Facebook)

A Google, Facebook o Twitter (per citare solo alcuni nomi) affidiamo i nostri dati personali, la nostra identità in rete e spesso il nostro lavoro. Le condizioni a cui concediamo tali dati sono un argomento che troppo spesso ignoriamo, salvo poi cadere dalle nuvole e gridare all'abuso quando ne subiamo le conseguenze.

“Google potrebbe anche interrompere la fornitura di Servizi all’utente oppure stabilire nuovi limiti di accesso ai Servizi in qualsiasi momento” recita uno dei tanti termini di utilizzo che sottoscriviamo senza leggere, nella fretta di utilizzare Gmail.

Il primo paradosso del web libero è questo: per scomparire o subire limitazioni da una di queste piattaforme basta a volte che qualche utente faccia una segnalazione – e spesso non importa se risponde al vero - o che uno stupido algoritmo rilevi la probabilità – non la certezza - di una violazione di una policy che non è dato conoscere.

Succede: mentre scrivo, apprendo che la visione di un video di un mio cliente su YouTube è stata limitata a un pubblico maggiorenne, su segnalazione della community (cioè gli utenti), sebbene non contenga alcuna oscenità o richiamo alla violenza. Possibilità di riesaminare la posizione? Non contemplata.

La scorsa settimana, l'account Facebook di Alfredo Accatino, noto e stimato pubblicitario, è scomparso per alcuni giorni con tutti i contenuti. Lo stesso è accaduto alla community Indigeni Digitali lo scorso marzo. Profilo e community ripristinati dopo alcuni giorni, ma senza alcuna spiegazione sui motivi da parte del servizio.

Quanto poi alla libertà che tali piattaforme si riservano sui nostri contenuti, su cui spesso conservano diritti anche dopo la cancellazione, invito a dare una lettura al sito Terms of service: didn't read, che offre una panoramica completa ed esaustiva.

Secondo paradosso: acchiappa il tuo stalker

Perlomeno, direte voi, se qualcuno pubblicherà le mie immagini private taggate con il mio nome e cognome, sarà facile segnalare l'abuso. E qui ci scontriamo con il secondo paradosso, perché rischiamo di trovarci come l'agrimensore K. alle prese con il Castello. Massimo Melica ha esposto le enormi difficoltà operative di chi si trova ogni giorno a tutelare le vittime di questi abusi via web, sia per la ben nota lentezza della giustizia italiana, sia perché si dovrà contattare i gestori delle piattaforme per chiedere – e non sempre ottenere – che si blocchi la diffusione dei contenuti.

Emerge così la questione delicata del diritto all'oblio e il secondo paradosso appare – per così dire – ancora più chiaro: se è possibile essere baditi da Facebook o da Google senza conoscerne il motivo, i contenuti diffamatori a nostro nome possono rimanere in rete per sempre, magari nel frattempo scaricati da altri utenti e ripubblicati su altri profili. Evidentemente c'è qualcosa di distorto nel sistemi di algoritmi e segnalazioni.

La faccenda sfugge poi di mano quando al singolo stalker si aggiunge l'accanimento dello sciame umano, come nel tristissimo caso di Amanda Todd, narrata da Giovanni Scrofani su Datamanager, vessata via web e fisicamente dai propri persecutori, ma diventata anche contenuto virale in rete, oggetto di giudizi impietosi e di commenti aberranti da parte di propri coetanei, “condannata e spinta al suicidio, con la facilità con cui si commenta uno status su Facebook”.

Conclusione provvisoria

Chi o cosa è libero? Chi o cosa dà le carte al tavolo? Un algoritmo. Un delatore in vena di burle. La necessità di punirne uno per tutelarne migliaia, o meglio per tutelare sé stessi. Il caso. L'errore. La probabilità. L'imitazione. Più probabilmente, l'interazione tra tutto ciò.

Mi pare sia chiaro che la realtà dei fatti non corrisponda alla contrapposizione schematica censura/non-censura.

In gioco c'è la nostra libertà, le nostre identità, i nostri diritti: online e offline, non è più il caso di fare differenza. Il web, in quanto mezzo, non ha colpe in sé, ma è un'estensione delle nostre azioni, di cui non abbiamo ancora sviluppato la consapevolezza delle conseguenze né dei limiti a cui sono sottoposte.

Indagarli è una sfida da cui nessuno, per anzianità di servizio, può dirsi esente.

Francesco Vignotto | @FrancescoVi



Mass Age Mess Age: the defense of free web, which isn't free

Recently during one of my lessons, I was explaining to my students that "sharing is one of the things we can do that triggers the virality of content, along with the vote (read "like" or "+1") and the comment."

As I was talking I realized, however, that the concept of sharing that I was explaining was purely mechanical and emotional: a couple of clicks, perhaps a line to explain why we like or dislike that content and that's it. It is all very far from what, just a few years a go, made the "philosophy of the Internet".

Giuseppe Granieri, in his Blog generation, explains very well how bloggers were dedicated to finding "interesting content on the web and sharing it with others". A sometimes weary work of research, selection and publication of new knowledge. The web itself, not Arpanet but Internet itself, was born to connect Universities and make knowledge available. The goal was the much advertised "collective intelligence, superior to the simple sum of the ones composing it". In essence, the concept was that reasoning together, putting intelligences together, would have brought to a collective enrichment that was impossible to reach separately.

Coming back to what I was explaining to my students, it appears obvious that it's not like that anymore. We share in the optic of the simple transmission of an information, not very different from the tendency, during friends reunions, of saying "do you know what happened or what Tizio or Caio did"? and to accompany this information only with emotional instinctive expressions: nice ugly, funny, surprising, incredible, and so on. The torsion of the concept of sharing, oeprated by social networks, has taken it much nearer what is commonly called Gossip. More than "Share", the Facebook button should be called "Transmit" or "Whisper".

It's the word of mouth dynamic, someone will answer me. In the end, the web is nothing more than the digital projection of human society and thus replicates its dynamics, whether they be nice or ugly. Here the problem isn't that the phenomenon is ugly or beautiful, right or wrong, it's that it doesn't take us anywhere, and actually only creates more problems, starting for example from the scarce reliability of information travelling on the web. The gossip dynamics doesn't include a verification of the veridicity of information per se, nor any preoccupation in terms of responsibility of the fact that we're actually publishing something.

If we add the times of the Web and the dynamics of people's attention, it appears pretty obvious that, in the end, we react in an instinctive, immediate way, trnsmitting emotions and not "knowledge" and that we tend to avoid complex content. This post itself, for example, will surely be too long for the majority of people who will see it.

But what happened to the good Jon Postel, true founding father of the Internet, who in 1981 formulated the law which carries his name and that describes the social function of the web: "Be conservative in what you do, be liberal in what you accept from others", which means that online it is necessary to be careful, and thus rigorous, respectful, exact and precise regarding what we propose to others. And we must be liberal,  which means open to listen and favor and respect the freedom of thought and initiative of others in the act of receiving.

In substance Postel said that the web is a social ecosystem in which the engine is the communication based on exchange, listening, respect of one another, bringing value, interaction. Who enters and communicates online has the responsibility for what they say and does, but also a responsibility towards the others, which is the taslk of interacting, listening, sharing. Sharing in a view of added value, not gossip.

This law is now dead, on a web where billions of contents flow and in which the virality is a tool that is more and more encouraged for commercial reasons, and where even the so called influencers are measured not on the quality of what they say, but on how well they can engage their communities: visibility before everything else.

I read myself and I have the sensation of having written like those nice old people who say "well, when I was young things were quite different". Might be, but I continue to think that this gossipy web, more and more similar to the commercial television is, more than anything, a huge missed opportunity.

Francesco Vignotto | @FrancescoVi

sabato 2 febbraio 2013

Un terribile amore per il numero



Alcuni studi dimostrano come tendiamo ad abbassare la guardia di fronte a formule matematiche, anche quando sono completamente nonsense. Alcune riflessioni sull'irrazionalità della nostra fede nei numeri, soprattutto nel web, dove tutto sembra vettorializzato e misurato e, allo stesso tempo, soggetto ai capricci di algoritmi e coefficienti a cui crediamo sulla fiducia.

Leggo sul Wall Street Journal che il matematico e psicologo svedese Kimmo Eriksson ha condotto un esperimento piuttosto interessante. A un campione di 200 individui in possesso di un master o di un dottorato ha chiesto di valutare due ricerche scientifiche. Una delle due, a caso, conteneva nell'abstract una formula matematica che non aveva alcuna relazione con il contenuto del testo.

Il risultato è che la maggioranza delle persone con una laurea umanistica (62%) o in scienze sociali (76%) hanno valutato la ricerca con la formula farlocca come più accurata rispetto a quella che ne era priva. Ma anche i partecipanti con istruzione tecnico-scientifica hanno dimostrato di dare un credito significativo allo studio manomesso, visto che quasi la metà di essi (46%) lo hanno giudicato più attendibile dell'altro.

L'articolo cita altri esperimenti, e accenna a numerosi casi di studi problematici sotto il profilo matematico finiti tuttavia su prestigiose riviste scientifiche, Nature compresa. Ma per il momento possiamo trarre due conseguenze. La prima è implicata nel contenuto di ciò che ho detto, la seconda nel modo in cui l'ho esposto.

Innanzitutto, la matematica ha un valore persuasivo intrinseco – a prescindere dalla sua esattezza - soprattutto su chi non la comprende. Ma anche chi dovrebbe conoscerla le crede sulla fiducia molto più spesso di quanto dovrebbe.

La seconda conseguenza è che il luogo comune secondo cui i numeri “parlano da soli” è spesso un pericoloso specchietto per le allodole. Ad esempio: rileggendo tre capoversi più sopra, si noterà che ho messo a confronto tre percentuali, ma la loro valutazione non è meramente quantitativa. Riferendomi al 46% dei laureati in discipline scientifiche, avrei potuto sostituire il “quasi la metà” con “meno della metà”, facendo slittare il senso del ragionamento verso una diversa lettura. Affermare che 'i numeri parlano da soli' significa dunque attribuire loro un valore oggettivo al di sopra dell'interpretazione e del loro uso strumentale e argomentativo, come se fossero prove di fatto e non uno dei tasselli al servizio di una dimostrazione verosimile, ma non necessariamente vera.

Tuttavia, anche in questo luogo comune c'è un fondo di verità, e chi si occupa di marketing aziendale o politico la conosce bene. Perché, malgrado quanto appena detto possa sembrare ad alcuni ovvio, nonostante tutto le cifre continuano ad esercitare un magnetismo inspiegabile. Lo sappiamo, ma continuiamo a crederci.

Se vogliamo qualche esempio oltre alla pioggia di percentuali tipica del clima elettorale, possiamo trovarlo proprio nel web e nella sua attrattiva per le metriche, utilizzate a scopo propagandistico a volte – sia chiaro - in buona fede. Spesso, anzi, non serve nemmeno mettere mano ai numeri: basta che un dato sia presentato come il frutto di un algoritmo per ottenere l'implicita presunzione di oggettività. L'algoritmo è segreto e il suo meccanismo può essere solo inferito, eppure (o proprio per questo) la sua forza persuasiva è più forte di qualsiasi confutazione razionale, come se non fosse il risultato delle scelte arbitrarie di chi l'ha formulato.

Lo sanno bene quelli di Klout: pochi ormai credono a questo coefficiente di influenza, eppure controllare un numero che sale e scende è una scarica endorfinica, proprio come una bilancia che sappiamo essere mal tarata, ma è comunque un numero, è comunque un risultato. (Lo stesso può dirsi per il numero di like e di follower – che non a caso si continuano a comprare).

La questione va ben oltre il discrimine tra ciò che è credibile e ciò che è oggettivo, e il fatto che ogni cifra è la vettorializzazione di un aspetto della realtà, a discapito di altri. Nell'attrattiva per i numeri tali giace una forza simbolica che ha poco a che fare con la logica che normalmente si attribuisce loro. Dan Sperber lo definirebbe un cultural attractor. Qualche neopitagorico solleverebbe la questione archetipica. Ma i numeri, che cosa ci dicono realmente, oltre ciò che vogliono quantificare, bucando lo schermo e i fogli?

Anche l'uomo digitale non è immune dalla superstizione: quella della propria razionalità.

Francesco Vignotto | @francescovi


A terrible love for numbers

Some studies point out how we tend to lower our guard in front of math formulas, even when they're perfectly meaningless. A few thoughts about the irrationality of our faith in numbers, especially on the web, where everything seems vectorialized and measured, and - at the same time - victim of the weirdness of algorithms and coefficients that we believe in by default.

So on the Wall Street Journal I read that Swedish mathematician and psychologist Kimmo Eriksson has conducted a pretty interesting experiment. A group of 200 people with a master or a doctorate was asked to evaluate two scientific researches. One of the two contained in the abstract a math formula that had no relationship with the rest of the text.

The result is the majority of the people with a humanistic degree (62%) or a social sciences degree (76%) have evaluated the research with the phony formula as more accurate than the one without. But even the participants with a technical scientifical preparation have proved to give a significant credit to the modified study, since almost half of them (46%) considered it more accurate than the other.

The article cites other experiments, and talks about numerous cases of problematic studies under the mathematical profile, which have ended nonetheless on prestigious scientifical magazines, Nature included. But for the moment we can infer two consequences. The first is implied in the content of what I said, the second in the way I said it.

First of all, maths has an intrinsecal persuasive value, regardless of its exactness, especially for those who don't understand it. But even those who are supposed to know it believes it on its word much more often than ithey should.

The second consequence is that the belief according to which "numbers speak for themselves" is often a dangerous one. For example: re-reading a few lines above, you'll notice that I compared three percentages, but their evaluation isn't merely quantitative. When referring to the 46% of people with a degree in scientifical disciplines, I could've substituted the "almost half" with "less than half", making the sense of the reasoning shift towards a different interpretation. To state that "numbers speak for themselves" means to give them an objective value above the interpretation and their instrumental and argumentative use, as if they were hard facts and not just one of the pieces at the service of a probable demonstration, but not necessarily a true one.

However, even in this common belief there is a little bit of truth, and who works in business or political marketing knows it well. Because, despite what we've just said might seem obvious to some, numbers continue to have an unexplainable magnetism. We know, and yet we continue to believe.

Francesco Vignotto | @francescovi

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